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Gobbo il padre, gobba la madre…

Non lo sapevo mica che il 57 nella smorfia napoletana rappresentasse il gobbo. Così a pelle direi che non mi ispira molta simpatia. Il 57 dico, non il gobbo. Che poverino, già è gobbo, poi pure antipatico no! Comunque siamo arrivati fin qui e quindi me lo deve far andar bene, almeno per i prossimi dodici mesi. Che poi, come per altro ho già scritto l’anno scorso e anche l’anno prima, non riesco mica tanto bene a capacitarmi di avere l’età che ho. Ma dai su, come 57? Era ieri che ne compivo 40! Forse la settimana scorsa 30 e tutt’al più il mese scorso 20. Dai, no 57 mi sembrano veramente troppi! Come è successo? Quando, soprattutto?

E’ il quando il problema. Perché quando te ne rendi conto potresti far finta che non è vero, potresti dissimulare, diventando anche un po’ ridicolo. Come quelli che si tingono i capelli o si gonfiano di acido ianuronico per togliere le rughe. D’altra parte come già detto, il 57 è il gobbo. Ma il problema della gobba è che sta dietro di noi. E magari non la vediamo. Non vogliamo vederla.

Come già per altro aveva intuito il buon Hegel è l’autocoscienza il problema. La consapevolezza! Dei 57 o se volete, della gobba. Che poi in fondo è lo stesso.

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I giapponesi mica lo sanno. E neanche Virginia

La verità è che nessuno di noi ha piena consapevolezza di se stesso. E’ ovvio, nessuno riesce ad uscire da sé per guardarsi dalla stessa angolazione in cui ci vedono gli altri. Persino la nostra voce è differente da quello che pensiamo, da come la sentiamo mentre parliamo. Ci avete fatto caso? Quando vi riascoltate in un video o in una registrazione, la nostra voce risuona diversa da quella che siamo abituati a sentire.

Un esempio lampante, secondo me, sono i cartoni giapponesi. Nessuno, né nei cartoni animati in TV, né nei manga cartacei, nessuno dei personaggi ha gli occhi a mandorla.

In rete ho letto spiegazioni fantasiose su questo fatto: sarebbero disegnati per un pubblico occidentale, avrebbero come riferimento i cartoni della Disney…tutte cose arzigogolate. Secondo me la realtà è molto più semplice: nell’astrazione di sé, i giapponesi non vedono il loro difetto e si immaginano con gli occhi tondi e grandi. Un po’ come Igor nella famosa scena di Frankenstein Junior

Non vediamo i nostri difetti, semplicemente perché non siamo in grado di vederci come ci vedono gli altri. Per questo non siamo in grado di valutarci in maniera equilibrata, in modo spassionato e più aderente alla realtà. E allora, come pretendiamo che il peggiore, il più inetto, il più incapace sindaco della storia della capitale, possa capire che si deve togliere dai piedi al più presto???

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Mi ami? Ma quanto mi ami?

Bello de zia

L’altro giorno ho messo una foto su FB. Una foto particolare. Anzi diciamola tutta, una foto veramente scema! Ma del resto, cosa vi aspettate: se ho un blog minchione, figurtevi cosa può essere il mio profilo di faccialibro! In realtà era un esperimento. Ma andiamo con ordine.

Un like su FB non si nega a nessuno. Questa è una premessa necessaria: pensate se un like costasse, che so, 10 centesimi. Ne metteremmo lo stesso numero? Gli everything likers, come li chiamano andrebbero falliti! O cambierebbero mestiere. In ogni caso, cosa c’è dietro un like? Non è sempre o solo un “mi piace”. E’ una carezza, una pacca su una spalla, la voglia di dire ci sono, ti ho visto, ho letto, ho colto quello che volevi dire, sono d’accordo con te. Sono tuo amico.

Ma quando postiamo qualcosa di oggettivamente poco attraente che significano i like? Qualcuno l’avrà messo così, tanto per…Altri avranno voluto forse dire “ti sono talmente amico che mi piace anche questa foto oscena“. Oppure, “ti sei davvero rincoglionito da mettere ‘sta foto, ma in qualche modo io devo tirarti su, quindi metto mi piace“. Forse qualcuno può arrivare addirittura a vederla bella, quella foto, perché ti vuole così bene che non vede quello che vedono gli altri. A me capita con qualcuno. Mi piace talmente tanto quello che fa, o quello che scrive, o quello che è, che ogni cosa mi piace. E’ raro, ma capita.

Insomma, sta di fatto che fino adesso 56 amici hanno messo “mi piace” a una foto che veramente ci vuole la mia facciadiculo per renderla pubblica. E io, non ho problemi ad ammetterlo, sono assolutamente contento di queste pacche sulle spalle virtuali, a prescindere dalle motivazioni che ci stanno dietro. Ma la cosa singolare è che invece qualcuno si è fermamente ribellato alla foto in questione, intimandomi di toglierla al più presto. Mia figlia e mio fratello mi hanno insultato, il mio Amico con la A maiuscola non finiva di perculeggiarmi e una mia amica speciale mi ha mandato un messaggio su waht’up scrivendomi “nun te se po’ guardà!”. Perché solo loro? Forse perché sono quelle che non hanno bisogno di darmi pacche sulle spalle. Forse perché non hanno necessità di rimarcare il loro apprezzamento. Ognuno di loro sa che io so quanto ci tengono a me.

E così, alla fine dell’esperimento mi è rimasto qualche dubbio irrisolto, qualche domanda senza risposta. Di che tipo di amici abbiamo bisogno? Amici spietati e sinceri come gli ultimi o comprensivi e “buciardi” come i primi 56? Meglio qualcuno che ti nasconde i tuoi difetti o qualcuno che vuole sempre e comunque aprirti gli occhi? Meglio quello che ti vuole così bene che non riesce a vedere quello che non va perché gli piaci così come sei o quello che ti vuole così bene che vuole tirare fuori la parte migliore di te?

E tu, che amico sei, la vedi la gobba o fai finta di niente?