Ma davvero “scusa” è la parola più difficile?

Con l’amica “raccoglitrice differenziata” si discuteva amabilmente della sottile, ma sostanziale differenza fra il chiedere scusa ed il ringraziare. Sottoscrivo molte delle cose che dice (andate a leggere, le trovate esattamente qui): meglio, molto meglio ringraziare che chiedere scusa. Entrambi andrebbero fatti non a sproposito, sono talmente importanti che non bisogna abusarne, ma comunque l’una si fa preferire all’altra. E in definitiva, come concordavamo, la gratitudine è davvero uno stato d’animo meraviglioso, l’augurio più bello che si possa fare a qualcuno.

Detto questo, citando una famosa canzone di Elton John, davvero “scusa” è la parola più difficile? In alcuni frangenti sembrerebbe proprio il contrario: come un colpo di panno sulla polvere o una cancellino sulla lavagna, chiedere scusa sembra essere la strada più semplice per uscire da una situazione difficile. Certo, quando urti per sbaglio qualcuno in ascensore (quando ancora si poteva stare in ascensore con qualcun altro!) oppure quando sbagli numero telefonico, cavarsela con un “mi scusi” è davvero la cosa più semplice. Ma quando, anche inavvertitamente, ferisci davvero qualcuno? Quando, anche con le migliori intenzioni, tradisci le sue aspettative? Quando, pur senza volerlo, non riesci a mantenere un impegno preso? Per errori, colpe ed omissioni, quant’è difficile chiedere scusa? Ed è davvero risolutivo? Serve a qualcosa?

Troppe domande! Ma parto da quest’ultima. Spesso si sente dire che le scuse sarebbero inutili, che bisognerebbe pensarci prima, che comunque non risolvono la situazione, non restituiscono quanto tolto in precedenza. E così, trincerandosi dietro la presunta inutilità, in realtà ci si arrende alla oggettiva difficoltà del chiedere scusa. Perché in realtà diciamoci la verità: chiedere scusa costa! In ogni situazione possiamo trovare tutti gli alibi di questo mondo: le migliori intenzioni con cui abbiamo fatto o non fatto qualcosa, l’oggettiva difficoltà in cui ci trovavamo, il non poter immaginare tutte le conseguenze di un’azione, la mancata conoscenza di quel dettaglio che poi si è rilevato determinante.

Chiedere scusa e ammettere l’errore è pesante, costa impegno e fatica, perché ci mette di fronte ai nostri limiti, alle nostre incapacità, alle nostre imperfezioni. Ma i limiti esistono, anche se non vogliamo ammetterli. Al di là degli alibi, delle giustificazioni, delle attenuanti. Chiedere scusa, prima ancora che per provare a ricomporre il rapporto con l’altro, serve a trovare un accordo con se stessi, serve a riappacificarci con quello che siamo, che è il primo passo per essere felici. Dobbiamo chiedere scusa, per non trovare scuse. Perché siamo nati per essere felici. O almeno per provarci.

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone

Come già osservava più d’uno, questa pandemia ha reso chiaro a tutti, ancora di più di quanto già non lo fosse prima, che viviamo in un villaggio globale. Mai come oggi possiamo sentire quanto profonde siano le interconnessioni fra le persone, le nazioni, i continenti: i confini esistono ormai solo nelle menti ristrette di certi politici da strapazzo, che mietono consensi nell’ignoranza e nelle paure delle persone.

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone: come si potrebbe spiegare meglio l’eterogenesi dei fini? Che come spiegano i manuali di filosofia è quella teoria per cui la storia, il mondo, la realtà vanno avanti grazie a conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. A meno ché non siate complottisti da scie chimiche o non crediate a quel tipo con i capelli buffi che consigliava di curare il Covid iniettandosi l’amuchina in vena, abbiamo la prova evidente che un fatto occasionale, completamente non intenzionale, ha determinato una serie di conseguenze inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Un po’ come quel genovese che cercava un’altra via della seta e si trovò a scoprire un nuovo continente, non sempre le nostre azioni hanno le conseguenze che immaginavamo, quelle che avevamo pianificato. Qui (ma non solo qui), sbagliava anche il mio amico Marx: secondo lui il peggior architetto era comunque più avanti rispetto all’ape migliore proprio per la capacità dell’uomo di visualizzare con precisione i propri progetti. La realtà è diversa. La realtà e che puoi anche avere il miglior progetto del mondo, ma se nel realizzarlo poi viene fuori tutt’altra cosa, come la mettiamo?

Perché la realtà è quasi sempre più complicata di come la pensiamo noi (in realtà a volte è più semplice e siamo noi a complicarla troppo, ma questo aspetto adesso ci porterebbe fuori discorso). Le conseguenze delle nostre azioni arrivano spesso molto più lontano di come avevamo programmato e a volte in direzioni inimmaginabili. Per questo dovremmo provare a volerci bene l’un l’altro, esercitando l’antica arte della pazienza reciproca. Per questo dovremmo imparare a chiedere scusa. Ed infine, dovremmo sempre ringraziare la nostra buona stella.

I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars
Well, I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars