Il termine ai paragoni

Il problema dell’autostima nasce sempre dai modelli con cui ci si paragona. O con cui ci paragonano gli altri. Può essere il fratello più grande secchione a scuola, il cugino più forte a calcio, la figlia della vicina grande gnocca. Per un certo frangente può anche essere utile, può essere una molla che ci spinge a fare meglio, a dare di più, ma alla lunga il termine di paragone è la nostra rovina. A un certo punto dovremmo mettere un termine ai paragoni.

Perché può anche essere normale a sei anni vedere chi riesce a pisciare più lontano o a quattordici fare collezione di fidanzati, per farsene uno più della vicina di banco. Ma poi si cresce. Si dovrebbe maturare. Si dovrebbe imparare ad apprezzare quello che siamo, a valorizzare quello che abbiamo, acquisendo quelle sicurezze e quall’autostima tale che i successi o le capacità altrui non dovrebbero toccarci più di tanto. Insomma, forse sarebbe il caso di prendere coscienza che continuare a guardare l’erba del vicino serve solo a diventare strabici. O al massimo a farsi il fegato grosso così.