Il canto delle cicale

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi. Ma poi non così saggi (Bukowski)

L’anno scorso proprio di questo periodo vi raccontavo l’ansia degli ultimi giorni: quel senso di incompiutezza che mi prende ogni volta che sta per terminare qualcosa. Una sensazione che inevitabilmente ritorna ogni anno: molto più adesso che il 31 dicembre, perché non so a voi, ma a me sembra che l’anno in realtà finisca il 31 luglio o giù di lì.

E ci ricasco sempre e sempre allo stesso modo. Finiscono gli anni quando friniscono le cicale, immutabile colonna sonora dell’estate. A qualcuno non piace, a qualcuno addirittura urta i nervi. Io lo adoro. Alzo gli occhi sulla notte stellata, non tira un alito di vento, il caldo è ancora opprimente nonostante il buio. Ma ci sono loro, con il loro canto senza fine, urlato in faccia al mondo. Un frinire sfrenato, un entusiasmo inspiegabile e immotivato per degli esserini destinati a durare quanto il loro canto, appena il soffio di un’estate. Mica come quelle saggie delle formiche, che invece sgobbano tutto il giorno per mettere da parte le provviste per l’inverno. Le cicale no.

Le cicale bruciano presto, insieme al loro canto. E come diceva quel gran minchione di Bukowsky, mica diventano poi così sagge. Per qualcuno è solo un modo per continuare la specie, per me è un modo per ringraziare l’estate. O forse per ringraziare la loro buona stella. Quella che arricchisce le loro vite, che legge fra le righe, che coglie e raccoglie, restituendo il cento di quello che gli dai. Magari sul serio non diventano così sagge, né così risolutive come avrebbero sperato. Sono dilettevoli, forse proprio perché non sono utili, almeno quanto vorrebbero. Anche loro si scontrano con l’incompiutezza dell’estate, che finisce sempre troppo presto e non ti dà modo di realizzare tutti i desideri che avevi. Ma nonostante tutto ci sono e continuano a cantare, per noi e per la buona stella. Come se non dovesse finire mai.