Tutto quello che (non) mi fa bene

L’altra sera ero fuori con Rose per la passeggiatina notturna, con il sigarillo che non avevo fumato di giorno mi godevo il tempore di questo insolito autunno. L’atmosfera era veramente rilassata, venerdì 28 ottobre, la prospettiva di 4 giorni di tranquillità, nell’aria il suono delle cicale. Improvvisamente però un pensiero si è insinuato in questo quadro idilliaco. Come già ho scritto qui il canto delle cicale è una delle cose che più mi rilassa e mi mette di buon umore, ma siamo sinceri, il 28 ottobre non è tanto normale sentirle ancora cantare.

Così mi dibattevo nel duplice sentimento, da una parte l’incanto di quel suono magico, dall’altro l’inquietudine per dei cambiamenti che potrebbero trasformare il mondo così come lo conosciamo. No, decisamente non era giusto, non era sano, che le cicale ancora continuassero a cantare: ma d’altra parte quanto era bello poter stare lì fuori ad ascoltarle, facendo finta che fosse ancora estate? In questa ambivalenza rientrava anche il sigaro: lo so che non mi fa bene, che fumare va contro ogni buon senso, ma quanto mi piace? Mi autolimito ad uno al giorno, ma adesso come adesso mi peserebbe molto farne del tutto a meno.

E da qui ho allargato l’orizzonte. Quante cose facciamo, quante cose apprezziamo, anche se sappiamo che non ci fanno bene? Relazioni tossiche, abitudini sbagliate, vizi privati e pubbliche (apparenti) virtù, buoni propositi gettati al vento, falsi alibi e facili autoassoluzioni. D’altra parte non sono certo il primo a fare una riflessione simile e già duemila anni fa, qualcuno molto più saggio di me ammetteva che “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio“.

Improvvisamente è passata una moto in accelerazione e si è alzato un venticello fresco: le cicale si sono azzittite, ho spento il sigaro e me ne sono andato a letto. Se ne parla l’estate prossima.

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi. Ma poi non così saggi (Bukowski)

Il canto delle cicale

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi. Ma poi non così saggi (Bukowski)

L’anno scorso proprio di questo periodo vi raccontavo l’ansia degli ultimi giorni: quel senso di incompiutezza che mi prende ogni volta che sta per terminare qualcosa. Una sensazione che inevitabilmente ritorna ogni anno: molto più adesso che il 31 dicembre, perché non so a voi, ma a me sembra che l’anno in realtà finisca il 31 luglio o giù di lì.

E ci ricasco sempre e sempre allo stesso modo. Finiscono gli anni quando friniscono le cicale, immutabile colonna sonora dell’estate. A qualcuno non piace, a qualcuno addirittura urta i nervi. Io lo adoro. Alzo gli occhi sulla notte stellata, non tira un alito di vento, il caldo è ancora opprimente nonostante il buio. Ma ci sono loro, con il loro canto senza fine, urlato in faccia al mondo. Un frinire sfrenato, un entusiasmo inspiegabile e immotivato per degli esserini destinati a durare quanto il loro canto, appena il soffio di un’estate. Mica come quelle saggie delle formiche, che invece sgobbano tutto il giorno per mettere da parte le provviste per l’inverno. Le cicale no.

Le cicale bruciano presto, insieme al loro canto. E come diceva quel gran minchione di Bukowsky, mica diventano poi così sagge. Per qualcuno è solo un modo per continuare la specie, per me è un modo per ringraziare l’estate. O forse per ringraziare la loro buona stella. Quella che arricchisce le loro vite, che legge fra le righe, che coglie e raccoglie, restituendo il cento di quello che gli dai. Magari sul serio non diventano così sagge, né così risolutive come avrebbero sperato. Sono dilettevoli, forse proprio perché non sono utili, almeno quanto vorrebbero. Anche loro si scontrano con l’incompiutezza dell’estate, che finisce sempre troppo presto e non ti dà modo di realizzare tutti i desideri che avevi. Ma nonostante tutto ci sono e continuano a cantare, per noi e per la buona stella. Come se non dovesse finire mai.