Meno per meno dà più solo in matematica

Poche cose nella vita riescono a farmi incazzare. Pochissime riescono a farlo più del calcio. Lo so, sono il solito minchione e il fatto che me lo dico da solo non cambia il discorso. L’autocoscienza della minchioneria va di pari passo a quella della futilità del prendersela per come rotola una palla su un prato. Diciamo che ormai mi sono un po’ arreso ad entrambe.

Questo preambolo per raccontare che quando domenica scorsa l’arbitro ha infilato l’ennesima perla alla lunga collana di errori a cui si era pazientemente dedicato dall’inizio della partita di mio figlio, m’è partito l’embolo ed il malcapitato si è beccato una sequela di improperi, degni di ben altre nefandezze. Niente di trascendentale, sia chiaro, ripensandoci dopo però, non è stata proprio una cosa di cui andar fiero.

Il fatto che in tanti anni che seguo le partite di Lele non mi era mai capitato non mi giustifica. Ed allora, sempre ripensandoci dopo, mi chiedevo com’è che proprio questa volta fossi scattato in quel modo. In fondo parliamo di calcio dilettantistico: sbagliano i professionisti in serie A, figuriamoci questi poveretti, che la domenica invece di andare a farsi una bella fettuccina con il tartufo, se ne vanno di qua e di là per i campetti di periferia a prendersi gli insulti dei papà (minchioni) come me.

La cosa che proprio mi ha fatto uscire dai gangheri non è stato un errore. Ripeto, chi è che non sbaglia? Infatti poco prima, il suddetto, aveva giustappunto preso una topica clamorosa, invertendo una rimessa laterale da cui, fortuna per noi, era nato il nostro pareggio.  A quel punto, dopo le giuste rimostranze della squadra avversaria, il povero arbitro ha pensato bene di compensare l’errore concedendo un goal in palese fuorigioco. Forse però, mentre tutta la nostra squadra lo circondava per lamentarsi del torto subito, avrà pensato che un fallo laterale era un peccato veniale rispetto ad un goal in fuorigioco. E quindi, per ristabilire l’equilibrio nella bilancia dei torti, ci ha concesso un rigore del tutto inventato, che ha salomonicamente concluso la partita in pareggio.

E’ lì che non c’ho più visto. L’arbitro che si tramuta in giudice, che per coprire un suo errore (magari involontario), sceglie volontariamente di sbagliare di nuovo per pareggiare i conti e si infila così in una spirale, in cui deve per forza sbagliare sempre di più, per coprire lo sbaglio precedente. E meno male che nel calcio le partite finiscono al novantesimo minuto!

Perché invece nella vita no. E quante volte nella vita, per coprire uno sbaglio fatto in buona fede, cerchiamo di metterci una pezza anche se sappiamo per certo di sbagliare, stavolta in modo assolutamente consapevole? Quante volte ci facciamo paladini, di noi stessi o di altri, per tentare di riequilibrare una situazione che non è andata come doveva? Dovremmo arrenderci agli errori. Accettare che si può sbagliare e avere la forza di riconoscere l’errore senza tentare maldestre compensazioni. Perché purtroppo la somma di due cazzate quasi mai fa una cosa giusta: molto spesso fa una cazzata al quadrato. Meno per meno dà più solo in matematica.

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