A proposito di appartenenza

“…andiamo via adesso, a comprare un metro di paradiso a prendere un secchio, per buttarci acqua fresca sul viso a pensare a un figlio e a un albero di Natale. Andiamo via amore, a mettere a posto la nostra stanza, a starci vicino, quando trovarci vicino non è abbastanza, a chiuder la porta, perché non andiamo a casa. Andiamo a casa” 

Qual è il “nostro” posto? Dov’è quel luogo che possiamo dire essere “casa”? Chi sono quelli che quando arrivano al suono di tromba, in groppa a sfavillanti destrieri, possiamo tirare un sospiro di sollievo, dicendo “arrivano i nostri”? Chi sono i “nostri”?

Due notizie di cronaca ci hanno colpito violentemente in questi giorni. Il ragazzo mussulmano che preferisce farsi uccidere da quelli che dovrebbero essere “suoi” (connazionali, correligiosi, nati e cresciuti a fianco a lui, vicini di casa) per rimanere vicino alla sue amiche “straniere” ed il ragazzo nigeriano che deve fuggire dagli orrori di casa sua per venire poi a morire in un paese straniero, per mano di uno di noi.

Due notizie che mettono in crisi i nostri concetti di appartenenza e ci fanno vacillare le idee o forse sarebbe meglio dire i preconcetti che abbiamo. Ha senso ancora parlare di “casa”? E’ lecito aspettare l’arrivo dei “nostri”? Forse ha ragione chi si sente cittadino del mondo, senza patrie per cui avere nostalgie o eserciti di cui far parte.

Personalmente, come ho già scritto in altri post, ho moltissime difficoltà a sentirmi appartenente ad un “noi”, di qualsiasi tipo. Mi sento stretta qualsiasi classificazione, mi dà un fastidio epidermico ogni inquadramento: non credo più nell’arrivo dei nostri. Al contrario continua a piacermi molto il concetto di casa. Mi piace sentire di appartenere ad un luogo. Mi piace talmente tanto che ne ho tante e l’una non è in concorrenza con l’altra. Ma forse perché è vero che la casa è dov’è il cuore. E il cuore delle persone che amo è il luogo a cui voglio appartenere.

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