A proposito di regole

Le dittature nascono e si affermano sempre a seguito di situazioni critiche (economiche ma non solo) in cui l’ordine prestabilito sembra non essere più garantito. Senza dubbio l’affermazione di forza che reprime il dissenso con l’uso della violenza è un elemento determinante, ma altrettanto decisivo è il consenso che, più o meno coscientemente, più o meno a malincuore, la massa delle persone decide di dare. Ma perché la maggioranza delle persone dovrebbe deliberatamente rinunciare alla propria libertà, alla possibilità di decidere il proprio futuro? Per interesse, ma soprattutto per paura.

Se vediamo cosa è successo in un passato abbastanza recente, possiamo riconoscere che le dittature si affermano come soluzione d’emergenza, come estremo rimedio di fronte ad un male estremo. Si affermano quando la paura per la situazione esistente diventa più forte della paura di perdere la propria libertà. Laddove le soluzioni normali, le vie canoniche mostrano dei limiti, stentano ad offrire soluzioni, si ricorre alla semplificazione. Decide qualcuno per tutti: “fidatevi, ora non ho tempo (né voglia) di starvi a spiegare tutto nel dettaglio, seguite quello che dico e ne saremo fuori. Dovrete rinunciare a qualcosa, ma non sarà per sempre e poi ricordatevi è per il vostro bene“.

Perché l’altra caratteristica tipica delle dittature, oltre l’autocelebrazione, è la convinzione di sapere quale sia il bene dei propri sudditi. Lo Stato diventa genitore: ci dice non solo cosa è consentito e cosa no, ma anche cos’è corretto, cos’è etico, cos’è buono per gli altri, cos’è utile per la nazione. Ci dice quali sono le relazioni da mantenere e quali quelle da trascurare, quali attività sono utili e quali possono andare in secondo piano.

Non sto dicendo che Conte o chi per lui sia un pericolo per la democrazia di questo Paese. Fortunatamente anche i soggetti più inquietanti presenti in Parlamento propendono più per il ridicolo che per il tragico, però c’è un dato di fatto incontrovertibile: l’emergenza sanitaria, con tutte le paure e le incertezze che ha scatenato, con tutto il non detto o comunque non conosciuto che si porta dietro, ci ha portato a dare una delega in bianco a chi ci governa, come mai era successo in 75 anni di democrazia.

Il problema, come scrivevo altrove, non è riaprire le Chiese. Non è solo quello, almeno. Il problema è che la consulta dei saggi, novello comitato di salute pubblica, ci sta dicendo non solo cosa dobbiamo fare, ma anche come, quando, con chi dobbiamo farlo. Stiamo accettando che è giusto/corretto/utile aprire delle attività e lasciarne chiuse altre. Stiamo accettando che possiamo incontrare qualcuno, ma qualcun altro no. Dobbiamo esserne consapevoli noi e devono esserlo loro.

Lasciassero stare congiunti e congiuntivi e cercassero di darci regole chiare, senza discrezioni, senza possibili interpretazioni, applicabili per tutti ed in tutte le situazioni. Tornino a fare lo Stato, che di genitori grazie a Dio ne abbiamo e ne abbiamo avuti, bravi abbastanza per insegnarci che nessuna regola potrà mai valere il buon senso.

17 thoughts on “A proposito di regole

  1. Non condivido per niente. “Il problema è che la consulta dei saggi, novello comitato di salute pubblica, ci sta dicendo non solo cosa dobbiamo fare, ma anche come, quando, con chi dobbiamo farlo. Stiamo accettando che è giusto/corretto/utile aprire delle attività e lasciarne chiuse altre. Stiamo accettando che possiamo incontrare qualcuno, ma qualcun altro no”. Certo che ce lo devono dire! Siamo noi in grado di darci una regola e di rispettarla di nostra spontanea volontà? Tutti? E quando dico tutti, intendo proprio tutti. Compresi quelli che quando è iniziato il lockdown, quello vero, si sono precipitati alla stazione, portando con sé una valigia, la nostalgia di casa ed il Corona Virus? Compresi quelli che dalla Lombardia si sono trasferiti nelle seconde case della Valle D’Aosta o della Versilia, il 90% lombardi, milanesi per la precisione. E se lo hanno fatto loro, i milanesi, il modello di efficienza e di rettitudine civica, perché non dovrebbe volerlo fare, come gli pare intendo, qualsiasi altro italiano che ritiene che il suo comportamento sia la cosa più giusta da fare? Le regole ci devono essere perché ognuno di noi pensa di essere un’eccezione. E con 60 milioni di eccezioni non si va da nessuna parte. O forse sì. In terapia intensiva.

  2. Forse non mi sono spiegato bene. Io vorrei regole chiare e incontrovertibili, non ho detto che ognuno può fare quello che vuole. Vorrei regole oggettive: perché un tabaccaio pò essere aperto e un falegname no? Perché posso andare in un supermercato e in Chiesa no? Perché posso incontrare una zia e un amico no? La regola oggettiva è il distanziamento, senza se e senza ma. Quello che non va bene è andare a stabilire quando/con chi/come rispettare questa regola.

  3. Ma soprattutto quello che mi dà più urto è quel tono da padre che non ti deve spiegazioni, ma è sufficiente uno scappellotto. Ma vuoi dirci la strategia, ce l’abbiamo? E i tamponi a tappeto? E i bimbi, le scuole, le mamme lavoratrici usate come valvola di sicurezza per le mancanze dello stato? E il Molise perché non può ripartire come test, o la Basilicata visto che sono stati super bravi? E i Maró? All’inizio lo giustificavo, ora basta.

  4. In altri paesi non ci sono regole così ferree: in altri paesi vengono dati dei consigli, che poi i cittadini civilmente seguono e rispettano, non generando così tanti contagi al giorno.
    Ma gli altri paesi non sono l’Italia, piena di figli viziati che fanno i capricci qualsiasi (letteralmente qualsiasi) cosa gli venga chiesta, proposta, suggerita. Il primo giorno che qui in Lombardia avevano suggerito di non uscire, prima della chiusura drastica e totale, giuro che ho visto tutti in giro a passeggio sul lago e in coda per il gelato, uno addosso all’altro. Dare indicazioni ha funzionato? Certo che no!
    Già con queste misure drastiche la gente ha continuato a fare quello che voleva, nemmeno tanto di nascosto. E si vede dal numero di contagi giornalieri, che per quanto in diminuzione continua a rimanere non indifferente soprattutto qui al nord.
    Se fossimo un paese civile, composto da cittadini mentalmente adulti, forse si potrebbe parlare dando le motivazioni e non gli ordini. Ma mi rendo conto che l’argomento pandemia e misure di sicurezza, se non si hanno studi in ambito biomedico, si fatica a comprenderlo.

  5. No, la regola è oggettiva se vale per tutti. Se posso incontrare dei congiunti (?) ma degli amici no, penso sia evidente che oggettiva non è. Se la regola permette a un negozio di aprire e ad un altro no, non è oggettiva. Se la regola permette di andare a lavoro, ma non in una seconda casa, non è oggettiva….e potrei continuare. Ma l’importante è che ne siamo consapevoli e che finisca presto, perchè questa situazione non può durare a lungo

  6. Stringo i denti e vado avanti ma un nervosismo latente mi passa attraverso il corpo. Ed è proprio dovuto a tutti questi divieti assurdi e a sanzioni inspiegabili, perfino le regole delle autocertificazioni sono scritte in modo da creare dubbi. Lo ammetto, ho un carattere ribelle e quindi non sopporto di sentirmi dire che cisa devo fare o non fare. Però mi sto impegnando. Ma di che stiamo parlando? Prendete i tedeschi per esempio, se si dice lpro di non fare ina cosa essi, nonostante la tentazione di disobbedire sia forte, preferiscono essere fustigata cedono e obbediscono, se nun s’ha da fà nun se fa, non se ne parla nemmeno.
    Gli italiani no, se una cosa viene loro proibita tassativamente cribbio! Ci si buttano a pesce e la fanno. Ma scusate chi sono io? Forse il primo cretino e cui si possono dare ordini?
    “Per questo guardo con prudenza al futuro…

  7. Le regole servono quando non esiste il buon senso. E purtroppo quest’ultimo non è sempre presente! Resta il fatto però che certe regola sono veramente assurde. Mi spieghi ad esempio perché non posso andare nella mia seconda casa, chiusa da mesi, dove non vedo e non incontro nessuno? Bah!

  8. …mi scuso per il commento sospeso nel vuoto. Volevo dire che probabilmente suonava bene alle loro orecchie e così l’hanno messo. Oppure hai presente quando a scuola ci davano un tema che non ci piaceva, e si scrivevano tante righe tanto per scrivere qualcosa ma senza dire nulla, pur di riempire quelle pagine bianche? Forse hanno fatto il tema anche loro.

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