Troppo vecchi per il Rock’n roll, troppo giovani per morire

Questa strana situazione in cui siamo piombati da un anno a questa parte, questa specie di incubo collettivo, che sembra venir fuori dalla sceneggiatura di un pessimo B movie degli anni 70, ha stravolto molti punti fermi che davamo ormai per scontati.

Innanzitutto ci ha costretto a ragionare per priorità. Noi nelle scelte quotidiane, chi ci governa ad un livello più alto, tutti abbiamo dovuto reimparare a dividere, scegliere, valutare quello che è più importante rispetto a quello che è accessorio, il necessario dal superfluo, l’urgente dal rimandabile. Ma tutto in maniera fluida, senza certezze di nessun tipo: avreste mai pensato che i barbieri potessero essere così importanti?

Anche il concetto di giovani e anziani, sempre variabili, sempre interpretabili, sono stati allungati ed accorciati, a seconda delle situazioni. Con il risultato, come leggevo nel bell’articolo di Elena Stancanelli su Repubblica di oggi, che noi poveri cinquantenni, siamo finiti in mezzo, in un limbo indefinito: too old to rock’n roll, too young to die. Come dice giustamente lei “non è colpa nostra se la scelta più difficile che abbiamo fatto era tra Spandau Ballet e Duran Duran, tra sonnecchiare al Dams o vivere in un infinito Interail”.

In effetti la mia generazione non solo non ha fatto la guerra, non ha patito le conseguenze del dopo, ma non ha neanche vissuto lo scontro generazionale del 68, con la coda avvelenata del 77. Fra la popolazione adulta noi eravamo quelli con meno anticorpi per gestire questa situazione, i più inermi. Il più grande stravolgimento delle nostre vite era stato l’introduzione dell’euro, la situazione più drammatica gli spareggi di Napoli l’anno dei meno 9 (va be’ questa vale solo per me e altri aquilotti). Sì, per carità, l’11 settembre, il terremoto dell’Aquila, ma cosa sono rispetto a quello che stiamo vivendo?

Non eravamo pronti a nulla di quello che ci è capitato, nessuno lo era a dire il vero, infatti non riesco ad avercela con nessuno. Nemmeno con i politici. Va be’ a parte Salvini, ovviamente. Mi piacerebbe avere la tranquillità di mio padre o l’incoscienza di mio figlio: certo, anche loro stanno soffrendo la situazione e tutte le limitazioni che stiamo subendo. Mi sembra però che le stiano affrontando con meno ansie, con una giusta dose di tolleranza, un’accettazione un po’ fatalistica, che li aiuta ad essere più sereni di me. Meglio di me, mi sembra, riescono a portare l’acqua al proprio mulino, sfruttando gli elementi positivi, così da alleggerire quelli negativi.

Ottimo per loro, decisamente. Non so se sia perché sono troppo più giovane rispetto all’uno o troppo più vecchio rispetto all’altro, ma in ogni caso io faccio fatica. Non sarà che voglio portare il mulino all’acqua? E così torniamo al discorso della priorità. E quando cambiano le situazioni, diventa complicato scegliere l’uno o l’altro o tornare su scelte già fatte, che davamo ormai per scontate.

In ogni caso, anche a suo tempo le priorità per me erano sempre altre (molto più Genesis, Pink Floyd o Supertramp). Se però dobbiamo entrare nell’agone, per chi non c’era o per chi c’era, ma magari non se lo ricorda, fra i due non c’è mai stata storia!

12 thoughts on “Troppo vecchi per il Rock’n roll, troppo giovani per morire

  1. Beh oddio, di elementi positivi io giovane ne vedo pochi 😅 ma forse è solo stanchezza, del resto ho imparato a gioire per molto poco: poter bere un caffè d’asporto in un parco, poter andare a lezione e vedere il prof in faccia, poter andare all’Ikea

  2. È già da qualche decennio che la nostra generazione ha la fastidiosa sensazione di averlo preso senza consenso e unzione. Credo che questa inquietudine ci servirà, invece.

  3. A parte che per il rock & roll non si è mai troppo vecchi né tropo giovani,
    secondo me questo strano disagio deriva dal fatto che siamo noi (40, 50) che dovremmo alzare la testa per primi. Siamo abbastanza giovani e energici da reagire, abbastanza strutturati da sapere dove sono per noi il bene e il male; abbiamo abbastanza esperienza da aver vissuto altre realtà, altre vite (per dire, quella in cui il cellulare non esisteva), siamo disposti ad accettare ma non a rassegnarci.
    E non ci siamo ribellati a una serie di cose alle quali spettava a noi ribellarci.
    La grossissima pecca di questa situazione, che stiamo facendo finta di non vedere, è che non c’è una vera discussione sociale, sui rischi che siamo disposti ad accettare e quelli che non siamo disposti ad accettare.
    Se andiamo avanti così saremo responsabili di due mancate ribellioni (ovviamente non parlo di scendere in piazza con i forconi).

    Perché non vedo i tuoi post nel reader??? 🙂

  4. Assolutamente d’accordo con te. Manca questa discussione, perchè come sempre l’urgente predomina sull’importante. E non va bene.
    Sull’ultima domanda non saprei, prova a vedere nella gestione dei siti che segui (quelle dove stabilisci se avere notifiche o email per i nuovi post) se hai messo qualche impostazione strana. In effetti è un po’ di post che non avevo tuoi commenti!

  5. Che devo dirti, ogni generazione ha i suoi drammi, anche magari quelli di non averne avuti, e di non avere quindi sviluppato anticorpi.

  6. Pollice verso per gli Spandau, sì senza riserve per i Pink e i Supertramp. Come ho già detto sono piuttosto fatalista e quindi vivo tranquillamente. Mi fanno tenerezza gli irriducibili che continuano a ripetere che tutto tornerà come prima. Ih ih ih ih ih…..illusi!

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