In quasi tutte le domeniche mattina

Insieme alla mia cara amica E. assidua vaggiatrice ermeneutica, si discuteva sui recenti casi di condivisione della malattia da parte di personaggi pubblici. In modi molto differenti fra loro, seguendo non proprio una moda, quanto piuttosto un modello culturale che ormai ha abbattuto i confini di pubblico e privato, Fedez e Mihajlovic hanno deciso di raccontare a tutti dello loro lotta contro il tumore.

Dicevo in modi differenti. Fedez ci ha raccontato passo dopo passo malattia, intervento chirurgico e conseguente cura, Sinisa si è limitato a rendere pubblico il ritorno della malattia, lanciandogli un pubblico guanto di sfida: “ha coraggio questa malattia a ripresentarsi contro uno come me”. Ognuno ha la sua modalità di reagire e se da una parte la condivisione passo passo, dall’altra il paragone della lotta, sono due atteggiamenti che aiutano e rincuorano nella difficoltà, allora niente da dire.

Ma non farei mia nessuna delle due. Non credo mi sarebbe d’aiuto la “socializzazione” di un percorso difficile com’è quello delle cure. Ma ancora di più, non mi piace questa retorica del guerriero, della lotta alla malattia come fosse un nemico da sconfiggere con coraggio ed ardore. Perché poi non vorrei sottintendere che la guarigione sia una vittoria conquistata sul campo. E chi invece non ce l’ha fatta? Significa che era debole? Che non era capace o peggio che non si è meritato di guarire?

Che la malattia – e questa come e più di altre – non sia una punizione mi sembra assodato. Non vorrei però che si pensasse che la guarigione sia un premio. Caro Sinisa, bravo tu se riesci a fare la voce grossa contro il tumore e se è quello che ti serve e che ti aiuta ad affrontarlo, bene così. Ma non vale per tutti. E soprattutto, non è che questo ti renda “migliore” (più bravo, più capace, più meritevole) di altri. Malattia e guarigione dipendono certo dai nostri comportamenti, ma solo fino ad un certo punto. Un punto che la medicina sposta sempre più avanti, grazie alla prevenzione e alle cure. Ma guarire non è meritocratico, non è la medaglia per chi è stato bravo, perché altrimenti sai quanti ce l’avrebbero fatta!

Purtroppo non è così invece e non sappiamo come o perché si guarisca. E’ come una domenica mattina: speri ci sia il sole e (almeno a Roma) per fortuna quasi sempre è così. A volte invece piove e scombina i nostri piani e non ci possiamo fare nulla. Per quanto lo avremmo voluto, non ci possiamo proprio fare nulla. Ma come dicevo con F. (altro amico fraterno anche di E.) un giorno il Principale lassù ce ne dovrà di spiegazioni!

8 thoughts on “In quasi tutte le domeniche mattina

  1. Mi trovi d’accordo. Per me la riservatezza è tutto, soprattutto in un momento doloroso quale può essere una malattia. Penso che sia la normalità per chi vive sui social avere questo tipo di approccio.
    La canzone che hai messo è meravigliosa. Buona domenica🌻

  2. Io non lo farei mai, non racconterei mai di una mia malattia, di un intervento chirurgico, nemmeno di una visita medica.
    Ma io non sono un personaggio pubblico. Se lo fossi, forse, racconterei di una mia malattia per sensibilizzare sulla prevenzione, per invitare i miei fan a sottoporsi a controlli periodici, per sottolineare l’importanza della scienza e della medicina, per dare speranza.
    Se il fine di Fedez et similia era questo, io non ci vedo nulla di male. Sempre meglio parlare di salute, che è un argomento che coinvolge tutti, che sponsorizzare l’ultimo modello di Hermes, che solo pochi possono permettersi. 🤷‍♀️😊

  3. Anche io scrivo della mia malattia… Ma non sono Fedez… E non sponsorizzo nulla… Potrei pensarci però durante le mie flebo di appendere su qualcosa… 🤣🤣🤣

  4. Penso ognuno debba fare quello che più si sente, a prescindere da se il fine sia sensibilizzare, esorcizzare il proprio dolore o altro, anche se probabilmente non so cosa farei senza trovarmi nella situazione

  5. Effettivamente sfidare la malattia dicendo quello che ha detto mihailovic può servire a darsi forza ma può anche essere un boomerang perché… se le cose poi non vanno come sperato? Che ti inventi poi? Allora meglio affidarsi ai medici e al buon Dio e cercare di passare in mezzo alla tempesta..

  6. Invito la lettura di “Il respiro” di Thomas Bernhard. Si capisce bene come l’attaccamento alla vita, la voglia di vivere e di non soccombere alla malattia possono fare la differenza nella guarigione. D’altra parte, se uno si lascia andare muore prima. Così sembrerebbe. Io sono per il discorso che fai tu… Se il Padreterno ha deciso che devi morire non c’è sforzo che tenga, suppongo. Comunque il libro di Bernhard è molto bello, autobiografico, e racconta la malattia da vicino.

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