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Come la trama di un romanzo

Non vi piacerebbe vivere in una trama di un romanzo? Per quanto possiamo essere poliedrici, sfaccettati, multidirezionali, abbiamo un limite insuperabile: la nostra vita. Per quanto possa piacerci (a me la mia piace molto), per quanto possa essere ricca e piena di cose, sarà sempre e solo quella. D’altra parte, per quanto possiamo essere empatici, per quanto ci sforziamo di comprendere gli altri, di metterci nei loro panni, in ogni caso non ci è permesso vivere la vita altrui.

Pensate invece per un attimo se fosse una cosa possibile. Come accade nei romanzi, la trama lascia da parte per qualche pagina il personaggio principale e inizia a seguire le vicende di un altro personaggio. E tu inizi a seguire la storia con i suoi occhi, prendi il suo punto di vista e capisci magari quanto sia distante da quello del protagonista. In fondo è questa la grandezza delle storie che leggiamo o che vediamo al cinema, non sono quasi mai unidimensionali, ma ci aprono a mondi diversi, a possibilità alternative.

Sarebbe davvero una cosa fantastica. Perché, ammesso e non concesso che siamo noi i protagonisti della nostra vita, in ogni caso la trama di una storia comprende tutti i personaggi, quelli più importanti, ma anche quelli marginali. E la sua ricchezza è data proprio dalla coralità delle diverse vicende, raccontate dalle diverse voci, a partire dai diversi punti di vista. La sua ricchezza, la sua complessità ed il suo significato, che se non riusciamo a fare il salto dal singolo personaggio alla trama generale non coglieremo mai fino in fondo.

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Grazie, no grazie

Questo post è una specie di corollario a questo qui, che elencava 40 motivi per essere grati. Sono sempre più convinto che la gratitudine sia l’atteggiamento più giusto verso la vita, gli altri, noi stessi. Ma è anche vero che ci sono cose, situazioni, motivi per cui la gratitudine non è il primo sentimento che emerge nel nostro animo. Anzi. Tutt’altro. E quindi, siccome siamo persone ben disposte verso il prossimo e dedite al diffondere luce e dolcezza, ringraziamo comunque, ma aggiungiamo una postilla, a seconda del livello di insoddisfazione. Al primo livello direi un “no grazie“, al secondo livello mettiamo un “preferisco di no“, al terzo la scala con un “bravi, ma basta” (di botturiana memoria). E andiamo quindi ad elencare.

Le bevande calde. Da tempo immemore, con qualsiasi temperatura esterna, fossero anche dieci sotto zero, non riesco a buttare giù nulla che sia superiore ad una temperatura appena appena più calda di quella che mi circonda. Il brodo, il Thè, la cioccolata, al massimo posso fare un’eccezione per il caffè, che è poco e comunque anche quello lo preferisco al vetro, in modo che disperda subito il calore in eccesso. Qui siamo al livello “no grazie”.

Le bevande ghiacciate. Come sopra, ma ad un livello meno parossistico. Per esempio d’estate un vinello freddo non lo disdegno: ma l’acqua, anche in pieno agosto e con 40 gradi all’ombra, per me deve sempre essere a temperatura ambiente. Tra l’altro in questi casi, più che il gusto è l’effetto simultaneo che le cose ghiacciate hanno sul mio colon che non me le fa preferire. Qui direi, “preferisco di no”.

La mozzarella o il formaggio fuso sulla pizza. Da anni ormai sono diventato un esperto di tutti i tipi di pizza che non contemplano fra gli ingredienti il formaggio fuso, che di per sé mi piacerebbe pure, ma mi stomaca abbastanza presto. Anche qui “preferisco di no”.

I bis ai concerti. Se uno va ad un concerto, ovviamente, è perché gli piace il cantante, il musicista o comunque il performer che sta eseguendo la manifestazione. Però a volte arriva un certo punto che sei stanco, rintontito dal frastuono, oppure devi andare in bagno, hai le gambe anchilosate, la mattina dopo devi alzarti presto e quindi quando arriva l’ultimo pezzo, dici “evvai”, anche questa è fin…no, c’è il bis. A volte anche due. A volte persino tre. Ecco allora che scatta il “bravi, ma basta”.

I bis a tavola. Un po’ la stessa situazione può capitarti quando sei ospite a pranzo o a cena con qualcuno. Qualcuno che ci tiene a farti apprezzare la sua cucina. Qualcuno che sembra avere a cuore il tuo sostentamento, neanche fossi un orfano proveniente dall’Africa sub equatoriale e che quindi vorrebbe rimpinzarti come il maiale prima del Natale. Tutto buono, per carità, ma anche qui “bravi, ma basta”.

Le telefonate prolungate. Fa piacere parlare al telefono con un amico. Magari con qualcuno che non senti da tempo. Se però ti accorgi che l’interlocutore non ha nient’altro da fare nelle successive otto ore e comincia a raccontarti fatti e situazioni con dovizia di particolari, il piacere può via via scomparire. “Preferisco di no”.

L’ennesima stagione delle serie TV. Fra le varie cose non del tutto negative della pandemia, almeno nel mio caso, ci fu la scoperta di Netflix e delle serie TV. In realtà qualcuno la seguivo pure prima, Grey’s Anatomy, a suo tempo Lost, ma a casa nostra era un fenomeno sporadico. Ora è diventato decisamente prevalente e se escludiamo le partite di calcio, praticamente non vediamo altro, anche grazie al moltiplicarsi delle piattaforme che offrono serie TV come se non ci fosse una domani. E la maggior parte di queste ha diverse stagioni. In alcuni casi troppe stagioni secondo me, decisamente troppe. Anche qui, “bravi ma basta”!

Le giornate di pioggia. Sì, lo so, anche la pioggia ha la sua grande utilità, soprattutto in certi periodi dell’anno e in certe zone d’Italia (ma non solo). Ma a me comunque mal dispone. E non solo per il traffico che impazzisce o perché devo asciugare il cane dopo la passeggiata: una volta ogni tanto va bene, magari di notte, ma già bastano 3 giorni di seguito per farmi piombare nell’umor cupo e in un’insofferenza generale da cui mi salva solo il ricomparire del sole. Insomma, “preferisco di no”.

Le trasmissioni che indugiano sulla cronaca. E’ vero, dobbiamo essere informati, la circolazione delle notizie è importante e ci rende consapevoli della realtà che ci circonda. Ma è proprio necessario soffermarsi così tanto sugli orrori del mondo? E’ giusto/lecito dare spazio alla cattiveria gratuita degli uomini? Non si scatena un pericoloso effetto di imitazione? Non dico che bisogna tornare alla censura, ma un “preferisco di no” qua secondo me ci sta tutto.

Chiudo quest’elenco parziale e rivedibile (hai voglia quante cose mi suscitano questi sentimenti!) con i consigli non richiesti. Le persone che ci vogliono bene, che ci sono vicine (ma non solo loro) si sentono sempre in dovere di dispensare consigli: dal banco dove fanno la spesa, al gastroenterologo che ha indagato i loro orifizi, dal posto dove si sono trovati tanto bene in vacanza, al film imperdibile che dovremo andare a vedere. E fin qui potrebbe anche andare bene. I consigli sono spesso utili, anche quelli non richiesti. Quello che è molto meno utile è l’insistenza o la verifica successiva: ma l’hai più chiamato? Ci sei andato? Ma l’hai visto? No! Non l’ho chiamato, non ci sono andato e non l’ho neanche visto. Grazie, no grazie!

E voi, viaggiatori ermeneutici, quand’è che pensate che la sostenibilità di certe situazioni sia superata? Quando vi esce naturale un “grazie, no grazie”?

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Da quant’è che non ci sentiamo?

Da piccolo suonavo il pianoforte. Ho preso lezioni per diversi anni, senza raggiungere risultati eccelsi, però acquisendo almeno una buona conoscenza della musica classica. Forse avrei dovuto metterci un impegno maggiore, probabilmente avrei dovuto avere un orecchio che non ho, fatto sta che intorno ai 16 anni mollai tutto e da allora non ho più messo le mani su una tastiera.

Chissà, magari in una vita futura mi verrà voglia di riprovarci, non si sa mai. Ma non è questo il tema. Il tema è che da allora ho anche smesso di ascoltare la musica classica. In fatto di musica posso dire di essere onnivoro, ne ascolto tanta e dei generi più diversi. Amo il rock, soprattutto, ma mi piacciono molto anche i cantautori, la musica country, lo swing, ma anche cose più particolari tipo la musica andina o quella irlandese. Senza un vero motivo però, tranne sporadiche occasioni di concerti, per quarant’anni non ho più ascoltato i grandi classici.

E senza un vero motivo, improvvisamente (santa Spotify) quest’inverno ho ricominciato ad ascoltare Mozart. E come mi capita spesso con ogni tipo di musica, sono passato da 0 a 100, tuffandomi in modo compulsivo nell’ascolto, in ogni momento possibile. E’ come ritrovare un vecchio amico che non frequenti da anni, un amico con cui avevi un feeling particolare, che poi le cose della vita ti hanno fatto perdere di vista. Può capitare a volte con un autore di cui hai letto molti libri e che ritrovi dopo averlo dimenticato, oppure un posto, una spiaggia, dove andavi in vacanza da piccolo e poi non sei più stato, oppure un locale, un ristorante che ti fa ritrovare sapori dimenticati.

E così ti ritrovi a pensare, “ma perché non ci siamo più sentiti?” e il più delle volte non c’è un vero motivo, semplicemente succede. Quante cose (o persone) ci perdiamo così? E’ per questo che a volte più che scoprire cose nuove, dovremmo essere capaci di ricordare e poi recuperare quello che avevamo.

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La forza del diritto contro il diritto della forza

Gli Stati Uniti, dalla loro costituzione nel 1776, sono stati in guerra il 93% del tempo, 232 dei 249 anni della loro esistenza. Il periodo più lungo in cui non hanno partecipato a qualche guerra in giro per il mondo è stato il quinquennio tra il 1935 e il 1941, periodo di isolamento derivato dalla crisi economica da cui (per fortuna) uscirono nel 1941 dopo l’attacco di Perl Harbour.

E’ un dato sconvolgente, solo in parte. Al loro interno gli USA hanno compiuto il genocidio più sanguinoso della storia (tra i 60 e gli 80 milioni di nativi) e per sviluppare la loro economia hanno realizzato il più grande commercio di schiavi conosciuto. Certo, tutto questo cozza terribilmente con l’immagine della nazione paladina della libertà e della democrazia che libri, cinema, musica, teatro ci hanno raccontato per anni. Ma a ben pensarci quello che è successo la scorsa settimana alla Casa Bianca non può stupire più di tanto. Ovviamente non c’è nessuna volontà di pace nel comportamento di Trump. Zalensky era una figura utile per le strategie dei democratici, cambiata amministrazione cambiano gli obiettivi e gli americani andranno a portare la democrazia altrove. E la povera Ucraina dovrà sottostare alle condizioni imposte dai più forti, sia amici che nemici.

Da una parte però c’è un precedente illustre. Durante la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, nel 416 a.C. gli ateniesi diedero un ultimatum agli abitanti dell’isola di Melo: prendere parte al conflitto come loro alleati o perire.  Lo storico Tucidide ricostruisce il dialogo tra gli ateniesi e gli ambasciatori dei Melii per discutere un accordo. La difesa dei Melii, del loro diritto alla neutralità, si fonda su un criterio di giustizia condivisa; gli ateniesi negano invece il valore di qualunque regola o patto che non tenga conto della disparità di forze. “Noi non perderemo tempo con lunghe parole e belle frasi, pretendiamo invece che si proceda secondo la nostra convinzione: noi siamo convinti che il diritto è riconosciuto quando c’è una uguale necessità per le due parti, quando invece una delle parti è più forte fa quello che vuole e chi è più debole cede”.

Per questo sarebbe importante un’Europa forte ed unita, che tenga la barra dritta e continui a difendere la forza del diritto contro il diritto della forza, i principi, i valori, le idee di libertà e uguaglianza di tutti, non solo dei più forti. I principi della democrazia, che ripudia braccia tese, regimi liberticidi, politiche razziste e di sopraffazione, come ha ricordato anche Lech Walesa, eroe di Solidarnosc nel suo appello per l’Ucraina.

Il rifiuto degli abitanti di Melo darà luogo a una punizione esemplare da parte degli ateniesi, uno degli episodi più tragici della guerra: la distruzione della città, l’uccisione di tutti gli uomini e la deportazione come schiavi di donne e bambini. Ma se la storia insegna qualcosa, andrebbe tenuto a mente che l’esito finale della guerra del Peloponneso vide la sconfitta di Atene e l’inizio della sua decadenza come potenza politica.

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Un faro nella notte

Dobbiamo aver paura del passato che ritorna? Dobbiamo realmente temere i nostalgici di un orrore che pensavamo ormai superato? Ci sono sempre stati casi più o meno isolati, sparute minoranze di revisionisti, ma come le sette sataniche non si sognavano neanche lontanamente di uscire alla luce del sole, in qualche modo forse consapevoli loro stessi dell’abominio delle loro idee.

Francamente non ho paura di loro, non credo possano neanche lontanamente ripetere gli orrori dei loro predecessori, ma in ogni caso il loro sdoganamento, il fatto stesso che siano diventati ammissibili, lo trovo preoccupante e allo stesso tempo esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto male hanno fatto i governanti, di qualsiasi fazione politica, per far sì che una parte significativa dell’elettorato in quasi tutti i Paesi Europei si rivolga a questi fantasmi del passato? E quanta ignoranza culturale, politica, civica è presente per far sì che questi elettori possano pensare che votare per questi soggetti possa essere una soluzione ai loro problemi?

I disastri di chi ha governato, unito all’ignoranza degli elettori è una miscela esplosiva che non giustifica, ma fa capire come siamo arrivati fin qui e dove ancora purtroppo potremmo arrivare, se non interveniamo. E nell’epoca della manipolazione delle informazioni, dei tuttologi esperti dei social purtroppo è fin troppo facile soffiare nel fuoco del malcontento e dell’ignoranza, che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Ma chi ci guadagna?

Esiste un’ora dove il buio della notte avvolge tutti i colori e li annulla, li cancella e li confonde alimentando una condizione di paura irrazionale che coinvolge tutto. E in quel momento purtroppo non serve provare a spiegare, evidenziare le mille contraddizioni. Alice Weidel, leader dei neo nazisti tedeschi, strenua difensore dei valori e della famiglia tradizionali, appassionata nemica dell’immigrazione e dell’integrazione razziale, è gay e ha una moglie dello Sry Lanka. Ma anche Hitler era vegetariano e amava gli animali. Anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta.

Non possiamo voltarci dall’altra parte facendo finta di nulla, ma non serve a nulla gridare allo sdegno se prima non si accende una luce, un faro che illumini e restituisca i colori autentici alle cose. Un faro che chiarisca chi ci guadagna davvero a spegnere ogni luce, a confondere verità e bugie, aggrediti ed aggressori. Un faro che dia una scossa alle persone e li risvegli dagli incubi in cui stanno precipitando.



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Saturno contro

Credi all’oroscopo? Mi hai chiesto. Ma come faccio? Cioè, dovrei credere che stelle e pianeti si dispongono in modo tale da influenzare quello che mi capita? Posso ammettere che quello che fai tu o il vicino di casa, le dichiarazioni di Salvini, il risultato della Lazio, incidano sull’umore, i fatti e le circostanze della giornata. Ma la luna mi sembra troppo distante. Per non parlare di Saturno.

Una volta mi capitava di leggere l’oroscopo, sperando sempre in qualche auspicio benefico. D’altra parte, voi preferireste cominciare la giornata leggendo qualcuno che vi preannuncia il riacutizzarsi dei diverticoli oppure qualcuno che è pronto a giurare che vincerete un milione al superenalotto? Risposta esatta. Alla fine penso che sia questo il motivo per cui tanti leggono l’oroscopo. In fondo speriamo sempre in una pacca su una spalla, in un incoraggiamento. Oppure, se le cose non vanno come dovrebbero, per trovare il vero colpevole: l’anima gemella tarda? I soldi sono pochi e i problemi tanti? Colpa di quel fetente di Saturno, lo sapevo io che oggi conveniva rimanere a dormire.

D’altra parte la predisposizione d’animo che ci rende aperti alla possibilità che le circostanze possano migliorare, che in fondo anche a noi possa capitare che i pianeti si allineino come si deve, non è da disprezzare. C’è chi crede al ponte sullo stretto, chi pensa di poter andare a sciare a Roccaraso, a questo povero Saturno, non gli vogliamo dare neanche una possibilità? Ma poi pensate la comodità: se la mattina svegliandosi il leone e la gazzella, leggessero l’oroscopo e sapessero già come va a finire, magari eviterebbero di correre.

Quindi d’accordo, posso anche provare a credere nell’oroscopo. Ma come minimo, lui deve credere in me!

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E fu sera e fu mattino. Teogonia trumpiana

Lunedì. Ci riprenderemo il canale di Panama
Martedì. Annetteremo la Groenlandia
Mercoledì. Il Canada diventerà il cinquantunesimo Stato
Giovedì. Occuperemo Gaza e ne faremo la riviera del Medio Oriente
Venerdì. Faremo finire la guerra in Ucraina in cambio di 500 miliardi di terre rare Sabato. Metteremo i dazi con la Cina, il Messico, l’Unione Europea

La domenica, con un abbronzatura da far invidia a Carlo Conti, si riposò per andare i vedere il Superbowl. Peccato che i suoi Kansas City Chiefs persero in finale contro gli Eagles Philadelphia. Ma questo solo perché lui si era limitato a tifare e non era sceso in campo.

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E allora le foibe? E altre indignazioni a comando

Non so voi, ma io non sopporto più quest’uso strumentale di una tragedia, queste indignazioni a comando, che si accendono e si spengono a seconda di dove tira il vento. E ahimè questo vezzo viene indistintamente da destra e da sinistra, in un’assurda gara a chi ha la colpa maggiore (gli altri) e chi più merita solidarietà (noi o più in generale, i nostri). Perché non condannare ogni sopruso, ogni violenza, senza trovare una giustificazione? Proprio non riusciamo a solidarizzare con le vittime senza distinzioni?

Ma trovare giustificazioni, creare parallelismi o pensare ci siano nessi di causa ed effetto è sbagliato. E’ sempre sbagliato. E’ sempre un giustificare l’ingiustificabile. Nessuno è meno colpevole delle sue azioni solo perché ce ne sono state altre prima. Non c’è motivazione che tenga di fronte all’orrore. E ricordarne solo alcuni, dimenticandone coscientemente altri, non aiuta a ristabilire la verità o la giustizia.

O ancora meglio la com-passione. Perché invece è questo che dovremmo fare: sentire su di noi la passione per l’altro, ebreo, palestinese, giuliano dalmata, tibetano, armeno, libanese, curdo, kossovaro e tutti gli altri. Nessuno escluso. Nessuno accettabile, nessuno giustificabile, nessuno ammissibile. Perché se solo ne giustificassimo uno, se solo ammettessimo che sì, in fondo hanno ragione loro a fare quello che fanno, nessuno sarebbe più innocente. Ma invece il carnefice ha sempre torto, sempre, in qualsiasi contesto, anche fosse stato a suo volta vittima in precedenza. Giustificarne uno significherebbe cancellare con un colpo di spugna anche tutti gli altri. Ma è tanto difficile capirlo?

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Message in a Bottle

Per chi scriviamo nei nostri blog? Ho letto tante volte e tanti blogger interrogarsi sul perché e sul per chi si scrive nella blogsfera. Ognuno ha le sue motivazioni e le sue ragioni, nessuna migliore di altri. Chi scrive per se stesso, chi scrive scientemente per qualcuno, chi lo fa per sfogarsi, chi per raccontarsi e chi per nascondersi. Per essere davvero se stessi o al contrario, per provare ad essere qualcun altro. Qualcuno semplicemente perché non ha nulla di meglio da fare. I motivi possono essere tanti e soprattutto possono cambiare nel tempo, soprattutto per chi come me, scrive sul blog da tanti anni.

Il blog è una cosa intima, un luogo tutto nostro. Per me, come ho già scritto altre volte, è come un baule dove mettere e ritrovare pensieri, emozioni, opinioni, che altrimenti andrebbero perdute. Scrivo per chi ha voglia di leggermi, ma anche e soprattutto per me se stesso. E’ il mio spazio, ma questo è vero fino ad un certo punto, perché poi di fatto è uno spazio aperto, dove chiunque può venire a curiosare.

Infatti, come ogni altro blog, ho lettori assidui, qualcuno molto assiduo, ma anche molti lettori occasionali. Viaggiatori con l’abbonamento e viaggiatori con un biglietto di sola andata. Qualcuno si palesa, commenta, qualcun altro passa senza lasciare traccia. Mi fa sempre una certa impressione chi mi dice, “ah ho letto sul tuo blog questo o quello“, magari persone che mai avrei pensato potessero capitare qui. Il più delle volte fa piacere, a volte però ti fa rimanere spiazzato, perché capisci che hai dato un’impressione senza magari esserne completamente consapevole. Hai lanciato un messaggio dentro una bottiglia e il mare aperto del web l’ha portata chissà dove e chissà a chi.

E poi succedono fenomeni strani, direi quasi inspiegabili. Come stamattina. Guardando le statistiche mi sono accorto (il buon wordpress quando capitano cosa del genere ha la compiacenza di avvisarti) che dalle 7 alle 12 ci sono stati oltre 300 accessi, quasi tutti su un solo post (per completezza di cronaca, questo qui). Un post che sicuramente è piaciuto più di altri e che ha sempre molte visite, ma com’è possibile che oltre 300 persone si siano decise a leggerlo nell’arco di una mattinata? In passato è capitato qualcuno che, evidentemente con molto tempo a disposizione, si è messo a leggere tutto il blog, facendo da solo centinaia di accessi, ma in questi dieci anni mai era successo che così tante persone si concentrassero su un unico post in un tempo così ridotto.

Ci sarà stato un concorso a premi a mia insaputa? Faceva parte di una caccia al tesoro o di una penitenza? E’ entrato a far parte di una lezione universitaria dal titolo “come non scrivere un post su un blog”? Non riesco a darne una spiegazione, magari però è capitato anche ad altri blogger. Se qualcuno me ne sa dare una magari mi levo questa curiosità!

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Del sale fino, sospendere il giudizio e diventare più indulgenti

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi, ma poi non così saggi. (C. Bukowsky)

Da dove viene questa tendenza a non voler esprimere un giudizio definitivo in molti ambiti della vita? Mi racconto che in fondo la sospensione del giudizio, il socratico sapere di non sapere, è segno di saggezza, ma so benissimo che è una mezza verità. Se non altro perché mi ricordo bene che fino a qualche tempo fa non era così.

Mantengo dei punti fermi inossidabili: idee, convinzioni, persone che sono dei veri e proprio punti cardinali su cui ho sempre orientato le mie scelte, ma a differenza di un tempo, mi ritrovo sempre più spesso in altre situazioni in cui non mi sento di prendere posizione. Paura di sbagliare? Neanche per sogno. Ci sono cose che mi spaventano, ma forse sono troppo presuntuoso per aver paura di sbagliare. Piuttosto per la consapevolezza che raramente ci si trova davanti una soluzione univoca. Per la sensazione, sempre più forte, che molto spesso c’è un altro punto di vista, un’altra prospettiva che getta una luce diversa sulle situazioni, che mina le sicurezze e apre possibilità alternative, a volte diametralmente opposte a quelle che avremmo dato per scontate.

Soprattutto sulle persone mi viene sempre più naturale sospendere il giudizio perché ogni giorno di più scopro la ricchezza delle sfaccettature che ci portiamo dentro. Perché ogni giudizio è una riduzione di complessità, necessaria, ma allo stesso tempo arbitraria. Mamma diceva che per imparare a conoscere qualcuno ci dovevi aver mangiato insieme almeno un chilo di sale fino. Pensavo fosse una esagerazione, ma forse non è così.

Una volta che impari a sospendere il giudizio potresti essere vittima della diffidenza: non saper esprimere un’opinione definitiva sulle situazioni o sulle persone potrebbe portarti a dubitare di tutti, a non poterti più fidare realmente di nessuno. Invece, esattamente al contrario, può aiutarti a diventare più tollerante, meno esigente. Più curioso per cercare la luce anche dove sembra esserci solo buio, meno rigido per abbassarsi a raccogliere anche i piccoli pezzi che andrebbero perduti. Ma soprattutto più indulgente. Sia con gli altri, sia, perché no, con se stessi.

Eh sì. Mi sa che sto invecchiando.