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Compagna luna

Agli inizi di marzo è morta Barbara Balzerani, leader storica della colonna romana delle Brigate Rosse, coinvolta nel rapimento Moro e in altri fatti di sangue di quel periodo, fu una delle ultime ad essere catturata. Figura controversa, come molti brigatisti, pur non essendosi mai pentita, né dissociata dal terrorismo, dichiarò conclusa quell’epoca e prese le distanze dai fatti di sangue successivi compiuti dalle cosiddette nuove Brigate Rosse. Scontata la pena aveva cominciato un’intensa attività di scrittrice, con 8 libri al suo attivo.

Ho vissuto quel periodo nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ricordo bene l’aria avvelenata che si respirava, le tensioni, gli scontri, forse per quello sono sempre stato molto interessato a quelle vicende, sia per i tanti lati oscuri che ancora ci sono, sia perché fanno parte della nostra storia e nel bene o nel male ne hanno determinato l’evoluzione che ci ha portato alla situazione attuale.

Così mi è venuta voglia di leggere il suo libro più famoso, Compagna Luna, una sorta di autobiografia nella quale racconta la sua storia, soffermandosi proprio sulle scelte più importanti e più tragiche di quegli anni. Una lettura non facile, scritta a volte in terza persona, a volte in prima, a volte con un linguaggio poetico, spesso, ahimè, con quella oscura verbosità tipica di quegli anni e di quegli ambienti: mi sembrava quasi di essere tornato fra le aule di villa Mirafiori, in qualcuna di quelle innumerevoli assemblee dei gruppi Troskisti che ancora nei tardi anni 80 erano presenti nella mia facoltà di Filosofia (la stessa in cui si laureò la Balzerani).

Un libro che purtroppo non aggiunge e non chiarisce nulla di quel periodo. Da una parte sottolinea le ingiustizie sociali, la povertà, le disparità economiche, dall’altra l’aspirazione ad un mondo migliore, l’idea di portare avanti una guerra di liberazione contro lo Stato, con la pretesa di proseguire in qualche modo la lotta portata avanti dalla Resistenza. Da qui la “necessità” di prendere le armi, l’inevitabilità di uccidere i nemici. Tra le righe si legge l’amarezza della sconfitta ed il rammarico per le vite spezzate. Anche nei confronti di Moro, emerge un qualche rimpianto, ma la sua tragica fine nella sua ricostruzione sembra quasi un fatto ineluttabile, una cosa già scritta dagli eventi, soprattutto dal non voler trattare da parte dello Stato. E in ogni caso non c’è traccia di dubbio: furono sconfitti, ma quella guerra era giusta e andava fatta. Ma perché?

Una volta di più, rimanendo ai ricordi universitari, devo dare ragione al mio professore di Filosofia del linguaggio, il compianto Tullio De Mauro: il linguaggio influenza il pensiero, lo determina. Se non riusciamo ad esprimere è perché non abbiamo le idee chiare. E la Compagna Luna, così come molti dei brigatisti di cui mi è capitato di leggere, non ce le aveva le idee chiare o comunque non è stata capace di esprimerle. Ed è un peccato, uno spreco, un’occasione mancata. Perché quell’entusiasmo, quella rabbia verso le ingiustizie, quella voglia di cambiare il mondo, la mia generazione non ce l’ha mai avuta così forte, così trascinante. Anzi, probabilmente proprio la deriva autodistruttiva e gli esiti catastrofici di quelle aspirazioni, hanno portato al disincanto e al disimpegno delle generazioni successive.

Se quell’entusiasmo fosse stato indirizzato diversamente, se si fosse incanalato per sentieri più chiari, per obiettivi più raggiungibili chissà come sarebbe andata la storia. Mi resta la sensazione che qualcuno fece di tutto invece perché le cose andassero esattamente così come sono andate. Così come mi rimane la convinzione che per quanto alti possano essere gli obiettivi, per quanto importanti le finalità, ci sono buone ragioni per dare la propria vita per raggiungerli, molte meno per toglierla a qualcun altro.

Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato dal fumo delle barricate? Compagno di scuola, compagno per niente, ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

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Metasemantica Sarriana

E così anche il Comandante Sarri ha dovuto archipattarsi alla situazione. Proprio lui che affistellava gli altri con un eloquio sdareddo, che non lasciava mai sostiri o malgiurisdi, si è dovuto mastrappare venendo meno ai grandi sogni. I giocatori da parte loro si sono subito affistellati a sdolgiornare la loro posizione, forse scantesi che un domani qualcuno potesse asdordinare proprio a loro l’accaduto. E in parte è così. Così come in parte la responsabilità è pure nell’ostigaria che Sarri ha sempre messo nelle scelte. Ma lui è malverscio, si sapeva, pensare di ordinizzarlo era pura pancrasia!

In ogni caso sappiamo tutti chi è il vero e quasi unico distorgabile di quanto successo: l’immanordabile Lotito, che passa pure per concleso, come se non fosse contento di risparmiare un po di sderenghi e ricominciare con qualche altro maltorvisato. Ora si parla di Tudor. Certo, visto mai si scegliesse un caripante col DNA laziale!

Noi comunque lo accoglieremo con la solita sdarenga bentornista e l’entropismo che non ci manca, perché in fin dei conti, hai voglia a dire che è solo un torgio e che le cose sdruse sono altre, ma cos’è che ci fa sdremare il cuore, cos’è che allonia o sdirupa le nostre giornate, se non le sorti della nostra beneamata? E quindi, che sarà sarà, in alto i cuori fratelli biancocelesti, che prima o poi l’astragante ci sorriderà.

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Lo chiederemo agli alberi

“Lo chiederemo agli alberi come restare immobili tra temporali e fulmini, invincibili” (S. Cristicchi)

Il mio amico Nietzsche, quando ancora non era partito per altri lidi, in uno dei rari momenti in cui ha usato un linguaggio semplice, ha scritto che fondamentalmente il suo pensiero poteva ridursi a questo: smettere di umanizzare la natura e tornare a naturalizzare l’uomo. In estrema sintesi il sovvertimento di tutti i valori, l’eterno ritorno, la volontà di potenza, quasi tutto il suo pensiero poteva sintetizzarsi in questo “ritorno alla natura”.

Il fatto è che la natura riesce spesso a sorprenderci. E’ matrigna e crudele quando osserviamo la lotta per la sopravvivenza che emargina gli individui malati, che lascia per strada chi non ce la fa e allo stesso tempo sembra pietosa e caritatevole nel sacrificio che certi individui compiono per il gruppo di cui fanno parte. Lo stesso istinto materno può essere spietato nell’abbandonare dei cuccioli più deboli e in altre circostanze pieno d’amore fino al proprio sacrificio.

D’altra parte noi uomini non siamo certo esempi di coerenza assoluta, anzi il più delle volte siamo pieni di contraddizioni. Perché allora pretende coerenza dalla realtà che ci circonda? Martiri e carnefici, eroi e codardi, avari e generosi, quante volte ci troviamo spiazzati di fronte alle incongruenze altrui (ma anche nostre!). Per non parlare delle conseguenze accidentali, che portano le migliori intenzioni a determinare disastri involontari (anche se non meno rovinosi). Ci preoccupiamo, vorremmo stare vicino e invece soffochiamo. Vorremmo lasciare liberi e invece abbandoniamo nel momento della difficoltà. Presi dalle nostre vicende rischiamo di non vedere, di non ascoltare, di non capire.

Torniamo alla natura dunque? Qualche giorno fa una mia amica carissima, nonché assidua viaggiatrice ermeneutica, ha postato su FB un video straordinario (che purtroppo wordpress non mi permette di condividere, quindi fidatevi). Un coltivatore, presumibilmente emiliano dall’accento, racconta che nel suo campo di alberi di pero sta succedendo una cosa assolutamente sorprendente: ci sono degli alberi senza più radici, staccati dal terreno, che quindi in teoria dovrebbero essere morti, che invece continuano ad essere vivi e vegeti, con tanto di nuovi frutti, perché si sono avvinghiati e quindi innestati su quelli vicino. Vicini che non soffrono affatto di questa “intrusione”, anzi ne creano i presupposti. Non so dirvi quanto sia “normale” questo fatto, (dall’enfasi con la quale lo raccontava forse non lo è), ma in ogni caso l’ho trovata una metafora bellissima.

Qualche tempo fa vi avevo raccontato il dilemma del porcospino, per parlare della giusta distanza che andiamo ricercando fra di noi. Forse davvero dovremmo imparare dagli alberi. Come si fa a donare senza ragione, come si fa a chiedere senza pretendere, come si fa a dare vita senza perdere nulla e come si fa a restare in vita senza essere più attaccati alla terra.

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Ultima chiamata

Quando anni fa i miei figli parteciparono (non per loro iniziativa personale, ma semplicemente per essercisi trovati) alle occupazioni scolastiche mi ricordo che provai a mettermi in ascolto delle ragioni delle proteste studentesche. Ne dedussi che in estrema sintesi avevano la coscienza politica di un koala su un eucalipto. Sono cresciuti, ma il loro impegno politico continua ad essere pari a zero. Mi conforta il fatto che sono invece molto interessati ai temi legati ai diritti e su questi hanno un’intransigenza tipica dell’età giovanile. Sulla politica però continuano ad avere una distanza siderale. Non concepiscono proprio il collegamento, né lo vogliono cercare, anzi sono infastiditi dall’idea che la politica possa entrare nella sfera dei diritti individuali.

Non credo che sia una prerogativa dei miei due giovin virgulti, anzi penso sia un discorso molto generalizzato, basta vedere le percentuali di voto e le suddivisioni che emergono dalle analisi di tutte le ultime votazioni. Discorsi sentiti mille volte. Poi succede che per una volta che il contesto internazionale li porta ad uscire dal loro guscio, a prendere una posizione, a scendere in piazza, qualcuno si becca una manganellata dal poliziotto di turno. D’altra parte tutti a rimpiangere i grandi ideali del passato, i sogni di un mondo migliore, l’impegno politico attivo, ma me li ricordo solo io gli scontri degli anni 70? I lacrimogeni, le cariche, i morti sulle strade?

Qualcuno potrà dirmi che quelle erano esagerazioni da combattere, che non sono necessariamente collegate con la passione politica. Può essere. Sta di fatto che paradossalmente dobbiamo riconoscere che ci voleva un governo di destra e autoritario per riavvicinare i giovani alla politica. Ed ora la questione potrebbe diventare decisiva: quando e se mai volessero passare dalla protesta alla proposta, chi sarà in grado di intercettare le loro istanze e i loro bisogni? Esiste qualcuno in grado di elaborare un progetto politico che li coinvolga? Perché questa potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per la politica, per non perdere definitivamente il senso della sua stessa esistenza.

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Come farfalle colorate

I decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai (Adriano Sofri)

Una strana forma di regressione, un malanno improvviso e improbabile che ti costringe a casa e ti fa alzare il volume dei ricordi, nelle dolci pieghe di un passato lontano.

Quando mi tenevi per mano ridendo, quando non era strano abbracciarsi per strada, ammirando il crepuscolo di febbraio che colora il cielo di rosa, quando la luce del giorno gioca d’azzardo con il buio della notte, per guadagnare qualche minuto in più e allungare il suo tempo. Ed io continuo il gioco, faccio mia questa scommessa per chiedere ancora un rinvio, ancora un po’ di tempo da passare con te.

Così cerco di lusingare il tempo, raccontandogli favole o bugie, per regalarci un sorriso rivivendo momenti della mia infanzia. Voliamo via dal presente, dalle preoccupazioni come farfalle colorate, scrollando di dosso il dolore come fanno i cani bagnati con l’acqua, facendo le linguacce al destino.

E come un film ad episodi cambia la melodia di sfondo la staffetta passa di mano e ora la mano che stringo non è più la tua, ma quella di tuo nipote, mio figlio. Rincorre un pallone che sembra non volersi fermare mai, tu sei qui vicino a me e lo guardiamo insieme ridendo.

Non smetteremo mai di inseguire la felicità.

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Ma San Valentino è una santo semplice?

Può essere ingenuo e spensierato come una canzone degli Abba o nervoso ed elettrico come un pezzo dei Pearl Jam.

Può crescere con i dubbi o morire di certezze.

C’è chi per seguirlo è disposto a lasciare tutto e trasferirsi all’estero e chi invece in attesa di quello vero, non si accontenta del primo che capita.

Qualcuno l’aveva trovato e poi l’ha perso, qualcun altro è disposto ad aspettarlo tutta una vita.

A volte è duro come un pugno allo stomaco, a volte lieve come una carezza.

C’è chi l’ha trovato e se ne sta beato in paradiso e c’è chi non ha paura di seguirlo all’inferno.

Fa svoltare le giornate storte e colora quelle grigie .

A volte ti fa ridere come un film di Stanlio & Ollio, a volte ti fa piangere come una cipolla rossa.

Qualcuno non ci dorme la notte e qualcun altro ci si metta a dieta.

Può essere ironico o sarcastico, tagliente o graffiante.

C’è chi scende a compromessi, chi è disposto a mentire, chi fa finta di non vedere e chi lo difende fino alla fine. C’è chi per lui si mette dalla parte del torto.

Ti può far coprire di ridicolo o mandarti al manicomio.

Per lui si fanno grandi imprese, ma anche grandi cazzate.

Poi accendi la radio

L’amore è una cosa semplice…………

A Tizià

In grande amicizia

Ma vattene affanculo va!

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Se siamo tutti d’accordo io tornerei nel 1978

Sei un ragazzetto spensierato, fiducioso nel futuro. L’Italia ha appena disputato un grande mondiale in Argentina, la Lazio vivacchia a centro classifica, Venditti sta sotto il segno dei pesci, Bennato nell’Isola che non c’è e tu diventi fan degli Elo. Al cinema all’aperto di Santa Severa hai visto per 4 volte consecutive Grease e tra un po’ salirà sullo scranno di San Pietro un Papa polacco che rivoluzionerà il mondo.

Ancora non lo sai, né puoi proprio immaginartelo, ma qualche anno dopo Giordano si venderà le partite facendoci retrocedere in serie B e Manfredonia andrà a giocare nella Roma. Un trauma da cui non ti riprenderai mai più. Poi crolla il muro di Berlino e la guerra fredda non c’è più. Purtroppo diventa calda in Yugoslavia, che nel frattempo non esiste più, la mafia dichiara guerra allo Stato e la magistratura arresta mezzo parlamento italiano.

Tu ovviamente non puoi neanche lontanamente presagirlo, ma i computer cambieranno la nostra vita, così come i telefoni, che diventeranno inseparabili compagni delle nostre giornate. Nel frattempo un aereo, anzi due, buttanno giù i più grandi grattaceli del mondo, Beppe Grillo fonda un partito (ma solo perché Troisi è morto, Benigni è impegnato a vincere gli Oscar e Verdone è troppo ipocondriaco) e il saluto romano diventa un elemento di folclore (tipo, oh ciao, bella zi). Infine un morbo sconociuto chiude in casa mezzo mondo, costringendoci ad andare in giro come turisti koreani e a salutarci toccandoci i gomiti.

Tu giovane adolescente del ’78 tutto questo non te lo puoi immaginare nemmeno nel più iperbolico sforzo di fantasia. Soprattutto mai e poi mai, neanche sotto botta dei funghi allucinogeni, ti penseresti un giorno di vedere John Travolta, pelato, con la barba e qualche chilo di troppo che fa il ballo del qua qua al festival di San Remo.

Datemi retta, torniamo al 1978.

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Gennaio, la Tiburtina e un ricordo indimenticabile

E’ gennaio. Che tu pensi oddio, ma non finisce mai e invece finisce anche lui. Ti prende nel pieno dell’inverno e ti porta alle soglie della stagione nuova, che tu pensi oddio non arriva mai e invece arriva. Sono i lavori sulla Tiburtina. Che fanno talmente parte del paesaggio che pensi, sul serio questi non finiranno mai e invece un giorno passi trovi tutto stranamente libero e ti chiedi se per caso hai sbagliato strada. C’è quello sceneggiato in TV che ti guarda tutte le sere mentre stai mangiando e ormai ti fa compagnia al punto che quando non c’è quasi ti passa l’appetito.

E’ il tempo che passa e smuove anche l’apparente inamovibile, che in un battito d’ali cambia radicalmente anche quello che c’era sempre stato e pensavi non finisse più. Ieri se n’è andato il fratello grande del mio papà: aveva 102 anni, non ha mai saputo che il suo “fratellino” non c’era più, non abbiamo voluto angustiarlo e continuavamo a raccontargli che papà era in ospedale e non poteva sentirlo. Chissà se ci ha creduto! Era lucido e in salute, per quanto possibile a quell’età: una vera forza della natura, campione di pattini a rotelle e hokey su pista da giovane, ballerino, pescatore, camerman ufficiale della famiglia in tutti gli eventi festaioli. Aveva fatto la guerra in Russia, dopo il 43 era tornato a piedi da Leopoli, sfuggendo ai russi per miracolo, arrivando a Roma tre mesi dopo, quando pesava meno di 50 chili. Una vitalità travolgente, un allegria contagiosa, innamorato della vita nonostante gli acciacchi ed un glaucoma che da qualche anno lo aveva reso quasi totalmente cieco.

Passa la scena di questo mondo è vero, niente è realmente immune al cambiamento e ogni cosa è destinata ad avere un termine. Ma allo stesso tempo possiamo anche dire che certe cose non cambiano mai e continuano ad esserci anche quando non ci sono più. Si tratta di assumere un’altra prospettiva, di leggere le cose in maniera più articolata e custodire nel cuore quello che il tempo, le situazioni e gli altri ci hanno lasciato. Per farlo diventare parte di noi e non farlo finire mai.

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La potenza della narrazione. 3/ C’è qualcuno là fuori?

La potenza della narrazione è tale che, come già ricordato nel primo post dedicato a questo argomento, chi scrive, insieme alla trama del suo racconto, spesso si ritrova anche a creare i destinatari della sua storia. Come chi lancia nel mare il classico messaggio nella bottiglia e si immagina chi sarà poi l’anonimo lettore che resterà prigioniero e insieme desiderato ospite, delle sue parole.

Il mio saggio amico (!) Wittgenstein in effetti diceva che “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”: in effetti sarebbe una regola di buon senso, se non fosse però continuamente smentita dai fatti. Se realmente applicata ci ridurrebbe al silenzio proprio su ciò che maggiormente vogliamo parlare. Come si fa a parlare di amore? Come si fa a parlare della morte, del significato della vita, di Dio? Ma allo stesso tempo, come potremmo non parlarne?

Chi racconta una storia presume di avere qualcosa da dire, presume ci sia qualcuno interessato ad ascoltarla, presume che qualcuno raccolga la bottiglia. Presume di avere la forza, la capacità, il permesso di parlare anche di ciò su cui si dovrebbe tacere. Siamo molto presuntuosi! Ma una volta finito il compito dovremmo fare un passo indietro, come i genitori rispetto ai figli. Il narratore si fa da parte ed il destinatario, il lettore della storia, ne entra a far parte, come elemento determinante, protagonista e non solo fruitore.

La scorsa settimana la mia amica Alice nel suo blog, parlava della differenza fra fra autori e scrittori. Non saprei bene come classificarmi, certamente quando scrivo cerco sempre di immaginare chi poi leggerà e inevitabilmente sono influenzato da questo dialogo a distanza con questo qualcuno lì fuori. E’ per questo che, comunque ci si voglia definire, rimango dell’idea che più di chi narra o di chi scrive, sia importante la narrazione. E’ lei che dovrebbe rimanere la protagonista assoluta.

Le presentazioni dei miei libri mi mettono sempre a disagio, forse proprio perché inevitabilmente sei al centro dell’attenzione, quando invece appunto, il protagonista dovrebbe essere la narrazione. Ed i lettori. Proprio la potenza della narrazione fa sì che siano molto più importanti i lettori rispetto al narratore: una storia non letta, una canzone non ascoltata, un filmato non visto, di fatto non esistono. Ma una volta narrata, la storia ha una vita propria, che si dipana e si arricchisce attraverso i lettori ed il narratore non ha più alcun potere su di essa. Deve solo sperare che qualcuno raccolta la bottiglia e tiri fuori la storia. Deve solo chiedersi, “c’è qualcuno là fuori?” E quando scopri che effettivamente qualcuno c’è, allora davvero puoi ritenerti soddisfatto.

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La potenza della narrazione. 2/A proposito di influencer

Recentemente, fra le vicenda dei pandori di Chiara Ferragni ed il tragico episodio relativo alla ristoratrice padovana, è tornato prepotentemente alla ribalta il tema degli influencer e dell’importanza della comunicazione. Uno di quei classici aforismi che girano nel web dice che “fare quello che ti piace è libertà, amare ciò che si fa è felicità”. Ed essere pagati per esprimere un’opinione allora?

Il web senza dubbio ha aperto possibilità quasi infinite, inimmaginabili fino a trent’anni fa. Possiamo documentarci su ogni cosa, lo scibile non ha confini: a parte quei poveretti della Treccani, penso chiunque sia più che soddisfatto di questo stato di cose. Solamente il fatto di avere la possibilità di conoscere qualsiasi dettaglio su qualsiasi argomento, ci dà il senso della libertà che il web ci ha regalato.

Ma come fare a gestire questa libertà? Uno spazio aperto senza limiti infatti si presta al prolificare di qualsiasi narrazione. Chiunque può esprimere un’opinione: il web è democratico per natura. Il professore universitario, lo scienziato, l’esperto conoscitore della materia, scrivono così come il millantatore, l’ignorante, il signor nessuno. Come valutare le informazioni che troviamo? Come distinguere il vero dal falso? Nell’impossibilità di discernere la qualità delle informazioni, ci affidiamo alle quantità. Per stabilire se in un certo posto si mangia bene, se quel film vale la pena vederlo, se quel viaggio è quello che cerchiamo, ci affidiamo ai giudizi altrui: più giudizi positivi ci sono, più siamo portati a credere ad una determinata informazione. Ma siamo sicuri che 100 mister X valgano più di 1 che magari ha studiato una vita su quella materia?

In un contesto in cui ci sono società dedite alle truffe on line, associazioni che sparano a zero contro questo o quello, gente convinta che la terra sia piatta, rischiamo davvero di rimpiangere tanta libertà. O di fidarci di esperti che poi tanto esperti non sono. Rischiamo di farci influenzare, nostro malgrado, da persone in grado di spostare voti, opinioni, acquisti di migliaia di persone. Già qualche decennio fa Orson Welles con lo scherzo radiofonico dell’atterraggio di extraterrestri sulla terra riuscì a scatenare il panico. Pensiamo a cosa può succedere se nella rete vengono veicolati messaggi fuorvianti (ricordiamoci cosa si scatenò durante la pandemia, a proposito dei vaccini).

A chi dobbiamo credere dunque? L’Autorità delle comunicazioni ha pensato di legiferare sugli influencer, cercando di porre un limite a questo fenomeno. D’altra parte, nel mio spazio privato (un profilo instagram, una pagina facebook, un blog) non posso essere libero di esprimere una preferenza? E se questa preferenza diventa un’indicazione, se migliaia di persone la seguono, debbo subire limitazioni o posso esprimere quello che voglio?

Personalmente mi fido poco degli influencer e ancora meno dei giudizi anonimi seppur numerosi. Cerco sempre di formarmi un’opinione sulla base della mia esperienza personale o su quella di persone fidate, ma non c’è dubbio che lo scenario in cui ci muoviamo è molto più complesso di prima. E forse, proprio noi boomer o comunque noi non nati digitali non abbiamo gli strumenti e le categorie logiche più adatte per muoverci bene in questo scenario.