Avatar di Sconosciuto

La potenza della narrazione. 1/Quel gran genio di Jose Mourinho

I lettori sono personaggi immaginari creati dalla fantasia degli scrittori (Achille Campanile)

La civiltà nasce quando gli uomini non si limitano più a vivere, procacciandosi il cibo e cercando di riprodursi, ma cominciano a raccontare delle storie. Quando vivere la realtà non gli basta più, ma hanno il bisogno di creare una realtà diversa, interpretando quello che è successo, immaginando quello che accadrà. Cambiano i mezzi, ma non gli obiettivi: i racconti orali intorno al fuoco, i primi scritti nei papiri e poi i libri nelle biblioteche, il cinema, i film, le serie sulle piattaforme digitali, di fondo sono la stessa cosa. La realtà così com’è non è sufficiente: come esseri umani abbiamo la necessità di raccontare delle storie. Persino il Figlio di Dio venuto sulla terra si è espresso attraverso le parabole. Oggi magari avrebbe fatto dei video su tik tok.

Ed anche nella forma più semplice, ogni racconto non si limita a descrivere oggettivamente quello che succede: non esiste cronaca che non sia interpretazione dei fatti. E come diceva allegoricamente Achille Campanile, ogni racconto è fatto per qualcuno a cui è rivolto. Dalle favole (perfette metafore della realtà) ai racconti più impegnati, chi crea la storia si immagina anche l’interlocutore e plasma il suo racconto sulla base di questo. Per questo dice bene Umberto Eco, che l’unica cosa che scriviamo per noi stessi è la lista della spesa.

E chi sono i narratori migliori che travalicano il tempo e restano a futura memoria? Quelli capaci di racconti straordinari, che non si limitano a descrivere, ma creano realtà. Dante, Shakespeare, Tolkien solo per citare gli scrittori, ma potremmo continuare citando registi o autori di canzoni, perché in ogni campo si può applicare questo principio. Anche nel calcio. E qui senza dubbio dobbiamo toglierci il cappello e riconoscere l’assoluta grandezza di Josè Mourinho.

Che al di là delle capacità come allenatore (26 titoli vinti in carriera dal Portogallo, all’Inghilterra e all’Italia non lasciano dubbi) ha delle straordinarie doti di narratore, di creatore di storie. Prima di essere un allenatore infatti Mou è un personaggio: non si limita a spiegare ai giocatori schemi o tattiche, lui diventa il simbolo della sua squadra, ne incarna lo spirito. Ed in questa narrazione è il condottiero di un popolo, divide i buoni dai cattivi, individua i nemici, si prefissa il lieto fine, l’Obiettivo finale verso cui andare dritti, senza indugi.

Si dice che la storia sia scritta dai vincitori. “The Winner takes it all“, dicono gli inglesi. Non c’è posto per chi perde. Forse nella realtà, ma con la potenza della narrazione si riesce ad andare oltre, si riescono a creare dei miti e delle leggende destinate a durare nei secoli. C’è il signor Taylor un arbitro inglese (figlio della perfida Albione, riferimento culturale perfetto!) che improvvisamente diventa il Nemico (chissà poi perché un arbitro inglese dovrebbe avercela contro una squadra italiana, per favorire una spagnola). Ci sono episodi della partita volutamente tralasciati (un goal a favore probabilmente viziata da un fallo, un rigore tolto agli avversari) ed altri insistentemente sottolineati (un possibile rigore non dato, un’espulsione negata). C’è una lotteria dei rigori inspiegabilmente caduta nel dimenticatoio. Tutto per poter dire il giorno dopo, noi questa finale l’abbiamo vinta!

Ora il capolavoro finale. Con un’uscita di scena che viene già raccontata non come la certificazione del suo fallimento, piuttosto come il tradimento degli amici, altro grande archetipo di ogni narrazione (già si sussurra i nomi dei calciatori che gli avrebbero remato contro). Così non si ricorderà che questo è il quarto esonero negli ultimi quattro incarichi avuti. Né tantomeno che grazie a questi esoneri è riuscito a guadagnare 96 (NOVANTASEI) milioni di euro senza lavorare. Il tutto per far sì che la narrazione che ne viene fuori sia quella dell’eroe vittima del destino cinico e baro, di nemici infidi che riescono a vincere solo con l’inganno, di amici che lo pugnalano alle spalle. L’eroe sconfitto, ma mai domo, che vince anche se ha perso.

Un genio assoluto.

P.S. Per la cronaca, il vituperato Taylor è stato eletto da una giuria di esperti fra i migliori arbitri europei del 2023. Ma anche questo è un dettaglio che la storia dimenticherà.

Avatar di Sconosciuto

Ebbene sì, ammettiamolo

Perché le persone fanno cose stupide? Qualcuno potrebbe dire, citando il mitico Forest Gump “stupido è chi lo stupido fa”, quindi se fai cose stupide è perché sei stupido (già in passato avevo approfondito il tema, parlando del bellissimo libro di Carlo Cipolla sulle 5 leggi fondamentali sulla stupidità). Ma non necessariamente è così. Fanno cose stupide anche le persone intelligenti. Che poi sarebbe la famosa “botta der cojone” come si dice dalle mie parti. Quella che appunto ti fa fare una cosa che mai nella vita avresti fatto, ma chissà perché quel giorno, ti viene in mente di fare.

Le stupidate occasionali però sono eccezioni, più o meno spiegabili, più o meno ragionevoli (le stupidate difficilmente sono ragionevoli). Quelle meno spiegabili sono le stupidate ricorrenti. Come quelli che tirano le porte dove sta scritto spingere o chi che si mette in macchina la domenica pomeriggio sperando di non trovare traffico. Ma i primi potrebbero essere distratti, i secondi potrebbero non avere alternative: insomma una qualche spiegazione ad un comportamento stupido, potrebbe esserci. Ci sono però stupidate ricorrenti e generalizzate davvero inspiegabili. E al primo posto metterei quelli che un nanosecondo dopo che l’aereo è atterrato scattano in piedi come le molle. Ma perché lo fate? E perché mi guardate male se invece io resto seduto? Oppure quelli che scrivono sui social vieto questo, non autorizzo quell’altro. Ma sul serio fate?

Poi ci sono le stupidate ricorrenti, ma volontarie. Scelte e volute. Ad esempio c’è chi continua a fumare, ben sapendo i danni che questo comporta. Chi vota partiti improbabili e chi si avvelena le domeniche tifando squadre che vincono raramente. E poi ci siamo noi cinquantasettenni, che continuiamo a mettere a rischio caviglie, ginocchia e polmoni giocando a calcetto il giovedì sera con il freddo e sotto l’acqua. Mi vedo e ci penso. Soprattutto vi vedo, amici carissimi. Vi vedo e mi domando: quand’è che i miei coetanei sono diventati anziani? Com’è accaduto e perché io nel frattempo non me n’ero accorto? Mi conforta però un pensiero. Sarà pure una follia, una stupidata. Ma è la nostra. E siamo tutti convinti di continuare a farla, ogni santo giovedì. Almeno finché ci regge la pompa!

Avatar di Sconosciuto

10 buoni propositi

Era da un po’ di tempo che non vi intrattenevo con un post di elenchi di cose. E quale miglior periodo dell’inizio di un nuovo anno, per mettere giù qualche buon proposito da perseguire nei prossimi 12 mesi?

Il primo proposito che voglio perseguire nei prossimi mesi riguarda il coltivare le abitudini. Coltivare vuol dire reimparare ad apprezzarle, non lasciare che i giorni, le settimane, i mesi si costruiscano in automatico. Non voglio nuove cose, vorrei godermi appieno quelle che ho.

Ovviamente, insieme al proposito precedente, vorrei non diventare schiavo delle abitudini. Anche le più belle, anche quelle che mi calzano meglio. C’è comunque sempre posto per qualcosa di diverso. E non va trascurato.

Nel contempo vorrei ricordarmi più spesso di apprezzare ciò che si ha, senza dare per scontato che ci sarà anche domani. Perchè purtroppo non sarà così per sempre.

Quindi vorrei seguire solo ciò che mi fa stare bene. Non è un proposito scontato: ci sono tante cose che sappiamo non ci fanno bene. Tante persone che dobbiamo frequentare, impegni da prendere, ma anche vizi che non riusciamo a mettere da parte. Evitare sarà un impegno da non trascurare.

Sopportare una piccola fatica, se ci garantisce un buon risultato futuro. Quanto piccola? Lì è tutta la questione! Non ci sembrerà mai troppo piccola, ma solo una volta superata potremo giudicarla in modo serio.

Oziare, perdere tempo, procrastinare. So che questo è il proposito più complicato per me. Ma ce la posso fare.

Un altro buon proposito è quello di vincere la voglia di stabilità e impegnarsi, ogni tanto, a cambiare aria. Aprire le finestre, fisiche e mentali: una boccata di aria nuova è vitale, direi quasi indispensabile.

Evadere ogni tanto. Chiudere tutto e fuggire, vicino o lontano poco importa.

Imparare da chi ce l’ha fatta. Imparare dalla mia amica R. Perchè si può fare! Se ce la mettiamo tutta, se ci impegnamo veramente, si può fare. SI PUÒ FARE. Anche una maratona, anche a New York.

Quindi bisogna crederci fino in fondo. Fino a che l’arbitro non fischia, la partita non è finita. E bisogna tirare fuori tutte le risorse, anche quelle più inaspettate, quelle che non sapevi nemmeno di avere. Perchè anche il portiere può fare goal, anche oltre il tempo massimo, se ci credi fino in fondo.

Cosa si può dire nelle poesie di Capodanno,
che non sia già stato detto tutto l’anno?

Gli anni nuovi arrivano, quelli vecchi serran le frontiere e noi sappiamo di sognare o sogniamo di sapere.

Ci alziamo con la luce del mattino sorridenti
e ci corichiamo con le tenebre pieni di lamenti.

Ci avvinghiamo il mondo finché non ne siam feriti
e allora lo malediciamo sentendoci traditi

Viviamo, amiamo, ci fidanziamo, ci sposiamo,
festeggiamo i matrimoni e i morti seppelliamo.

Ridiamo, gemiamo, pieni di speranza o di amarezza e di ogni anno questo fardello è la greve certezza.

(La traduzione libera è della mia amica Luisa Zambrotta, che ringrazio)

Avatar di Sconosciuto

Il prima e il poi

E così chiudiamo anche questo duemilaventitrè, si avvicina Capodanno ed è tempo di bilanci. Un anno di nuove guerre e guerre vecchie. Di tragedie domestiche e trionfi sportivi, ognuno poi tiene a mente quello che più lo ha toccato. E’ strano questo momento in parte rivolto all’indietro a rivedere quello che è successo, in parte proiettato in avanti con il carico di buoni propositi e futuri impegni che già si materializzano.

Quando ero molto più giovane di oggi, Capodanno somigliava ad uno di quei momenti di svolta, in cui tutto cambia. Un esame, un appuntamento, una visita medica: mi immaginavo nella mia mente cosa poteva succedere dopo. Mi costruivo con l’immaginazione quel “poi” quando tutto sarebbe stato diverso, nel bene o nel male a seconda delle occasioni. Poteva essere una tragedia o un colpo di fortuna, la miccia che cambiava radicalmente la mia vita, che segnava esattamente il prima e il dopo. Assaporavo quella novità e tutte le conseguenze che ne potevano venire fuori come fosse un film in cui ero nello stesso tempo spettatore e protagonista.

Ovviamente sono molto rari i momenti di svolta radicale e a memoria, mai sono coincisi con un Capodanno. In quest’anno che se ne va nella mia vita ce n’è stato un momento così e non è stato per niente bello. Per l’anno nuovo quindi non voglio augurare ai viaggiatori ermeneutici nessun momento indimenticabile: auguro invece tanti momenti in cui si riescano a cogliere nuove opportunità. Non vi auguro un anno nuovo, ma un nuovo anno. Non per cambiare radicalmente le nostre vite, piuttosto per continuare a seminare per il futuro, raccogliendo quello che abbiamo seminato fino ad oggi.

Avatar di Sconosciuto

Sarò allergico?

E’ successo di nuovo! Proprio come qualche tempo fa…ormai non ci sono più dubbi!

Ma andiamo con ordine…il 24 sera, come da tradizione, abbiamo cominciato con le tartine al salmone e ai gamberetti, poi siamo passati al risotto alla marinara, quindi abbiamo proseguito con l’insalata di polpo e gamberi, per passare poi ai fritti vegetali e baccalà e concludere con i classici dolci pandoro, panettone, torrone. Il tutto accompagnato da un bel Vermentino di Sardegna. Tutto bene.

Per il Pranzo di Natale quest’anno siamo andati invece verso terreni nuovi. Dopo le tartine miste per l’antipasto, siamo passati alla pasta al forno, quindi maialino porchettato al forno con patate, ancora i fritti (erano avanzati, che fai non li mangi?) e poi di nuovo dolci natalizi, stavolta arricchiti dai biscotti fatti in casa da Ale, che con il vin santo sono proprio buoni buoni. Come vino siamo partiti con un Chianti, per passare poi ad un onesto Barbera. E tutto bene.

Per il pranzo di Santo Stefano abbiamo iniziato con delle uova alla tartara, veramente gustose, poi pennette al salmone e quindi rollè al forno e di seguito carciofi alla romana. Poi sono arrivati i fagiolini. E a quel punto ho avuto come l’impressione di implodere. E poi di esplodere. Sì, non andava affatto bene.

Ma non sarà che sono allergico ai fagiolini?

Avatar di Sconosciuto

Assaporando Natale

Il colore del Natale è azzurro, azzurro e giallo come la mia lavalamp, con le bolle che salgono e scendono, creano e disfano, girano e tornano. Sempre uguali e sempre nuove, un po’ come le nostre giornate, un po’ come tutti i Natali. Anche se questo non potrà essere come gli altri, perché è il primo senza il mio papà e mi manca ed insieme lo sento accanto, come e più di prima.

L’odore di Natale è appena accennato, una traccia tenue ma assolutamente identificabile, che non puoi confondere con nessun altra. fa parte dell’odore di casa, dei ricordi più antichi, come quello dei mobili, delle cose, dei vestiti, qualcosa che appartiene al passato, ma che basta un attimo per far tornare nel presente. Un profumo che hai paura di dimenticare, ma che in realtà fa parte di te. Come l’ansia e la gioia della scoperta dei regali, il saccone di Juta che Babbo Natale immancabilmente lasciava in sala da pranzo, vicino ai biscotti sbriciolati e la tazza vuota della colazione che gli avevamo lasciato noi. L’odore di Natale è quello del sacco di Juta.

Il tocco di questo Natale è ruvido come la corteccia di un albero. La corteccia di un tronco altissimo e grande, che non riesci a circondare neanche allargando tutte le braccia. Grande e solido, che ti ci puoi appoggiare e scivolando fino a terra senti quel raschiamento piacevole, che aiuta a mandare via il prurito e il fastidio di tutto quello che ti provoca malessere. E’ proprio così che mi piacerebbe appoggiarmi a questo Natale, per grattare via la pelle vecchia ed insieme tutte le scorie di quest’anno difficile.

Il gusto del Natale è un sapore antico, che torna dopo tanto tempo. Durante il pranzo di Natale, fra gli antipasti, mamma preparava sempre questi fagioli al sugo. A memoria mia non li ho mai mangiati al di fuori del giorno di Natale. Tutti gli altri giorni dell’anno sparivano in un limbo, per riapparire uguali a se stessi l’anno dopo. Sono grossi e bianchi, al mercato quando ho cercato di spiegare cosa volessi, la fruttivendola mi ha detto “ah sì, i ciavattoni!”. Ecco, quest’anno ritornano i ciavattoni. Ma solo per un giorno, poi rispariranno!

Anche il suono del Natale è un ritorno al passato. Quest’anno niente Michael Bublè (Fuck Christmas! come ha detto lui stesso a febbraio quando siamo a sentirlo in concerto ad Assago), niente Abba che hanno accompagnato gli ultimi Natali. Quest’anno la musica che mi risuona dentro sono i Pink Floyd: un gruppo che ho amato moltissimo e poi ho lasciato da parte. Per molto tempo non sono più riuscito ad ascoltarli, per la tristezza che mi facevano tornare su. Forse serviva proprio un Natale un po’ malinconico come questo per farmici riappacificare.

In definitiva, cari lettori ermeneutici, vi auguro di assaporare questo Natale, questo periodo di stacco dalla quotidianità, in tutte le sfaccettature possibili!

Avatar di Sconosciuto

La questione è chiara. O no?

A volte ancora riesco a stupirmi. Che di per sè non è male, perché significa che ancora si può rimanere sorpresi, ci si imbatte in qualcosa di insolito. Non abbiamo visto o sentito tutto, esiste qualcosa di nuovo. In questa vicenda della Ferragni però, quello che mi stupisce è lo stupore delle persone. Ma davvero pensavate che la Ferragni sponsorizzasse panettoni, pandori o uova di pasqua per fare beneficienza? Sul serio avete creduto di fare voi beneficienza comprando quei prodotti? Siete rimasti realmente scioccati nel sapere che dietro tutto questo la suddetta Ferragni ci guadavagna un sacco di soldi? Forse allora è arrivato il momento di svelarvi che la fatina dei denti era vostra madre! O che Zukenberg se ne sbatte dei vostri divieti di utilizzare le foto che pubblicate su facebook!

Battute a parte, da sempre chi sbandiera la beneficienza che fa, per me si è già autodefinito. Fedez e la Ferragni hanno fatto della loro vita una vetrina, più o meno assortita, di cose da esporre per metterle in vendita, ma è insisto nei loro personaggi. Mi auguro, ma soprattutto gli auguro, che dietro il marchio Ferragnez, Chiara e Federico siano persone autentiche, che magari fanno anche buone cose (perché no, anche beneficienza), ma appunto, al di fuori dei personaggi che si sono costruiti.

Distinguere le persone dai personaggi non è facile ed anzi l’identificazione diventa quasi automatica, ma forse, come tutte le cose scontate non è veritiera, è una riduzione di complessità che non rende giustizia della vera natura delle cose o in questo caso delle persone. Certo, poi ti viene il dubbio: nell’ultima intervista chi avrà chiesto scusa, la persona Chiara o il personaggio Ferragni? Ma soprattutto, cambia realmente qualcosa? I Ferragnez sono una moneta da tre euro e tornando allo stupore iniziale, la cosa più stupefecente è che sia una moneta di valore, con la quale hanno costruito una vera fortuna. Se il prezzo da pagare per questo è aver nascosto, cancellato, definitivamente screditato la Chiara e il Federico che ci sono dietro, in fondo la responsabilità è solo ed esclusivamente loro.

Avatar di Sconosciuto

Gobbo il padre, gobba la madre…

Non lo sapevo mica che il 57 nella smorfia napoletana rappresentasse il gobbo. Così a pelle direi che non mi ispira molta simpatia. Il 57 dico, non il gobbo. Che poverino, già è gobbo, poi pure antipatico no! Comunque siamo arrivati fin qui e quindi me lo deve far andar bene, almeno per i prossimi dodici mesi. Che poi, come per altro ho già scritto l’anno scorso e anche l’anno prima, non riesco mica tanto bene a capacitarmi di avere l’età che ho. Ma dai su, come 57? Era ieri che ne compivo 40! Forse la settimana scorsa 30 e tutt’al più il mese scorso 20. Dai, no 57 mi sembrano veramente troppi! Come è successo? Quando, soprattutto?

E’ il quando il problema. Perché quando te ne rendi conto potresti far finta che non è vero, potresti dissimulare, diventando anche un po’ ridicolo. Come quelli che si tingono i capelli o si gonfiano di acido ianuronico per togliere le rughe. D’altra parte come già detto, il 57 è il gobbo. Ma il problema della gobba è che sta dietro di noi. E magari non la vediamo. Non vogliamo vederla.

Come già per altro aveva intuito il buon Hegel è l’autocoscienza il problema. La consapevolezza! Dei 57 o se volete, della gobba. Che poi in fondo è lo stesso.

Avatar di Sconosciuto

Premesse di felicità

Ci sono cascato di nuovo, cantava il simpatico (!) Achille Lauro. Eh sì, lo sappiamo, nonostante tutti i buoni propositi, le ricadute sono sempre dietro l’angolo. Nonostante le migliori intenzioni, nonostante le esperienze passate ti suggeriscano strade alternative, nonostante discese ardite e poi risalite, si torna spesso sui propri passi e quello che avevi dato come superato si ripresenta e si ripropone. Un po’ come il pollo con i peperoni.

Bisogna dire che qualche attenuante ce l’ho. Ma d’altra parte chi non ce l’ha? Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre. Era crollata la casa. C’è stato un terremoto. Una tremenda inondazione. Le cavallette. Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

La mia attenuante (e scusate se è poco) è stata la pandemia e la forzata clausura domestica. A quel punto avrei potuto impiegare il tempo frequentando un corso di taglio e cucito. Giardinaggio niente, avrei potuto dedicarmi all’astrofisica. Calcetto neanche a parlarne, avrei potuto riprendere in mano il Rocci provando finalmente a tradurre Senofonte come si deve. Avrei potuto approfittarne e ritirare fuori la collezione di francobolli, dedicarmi al modellismo, imparare il cinese. E invece no.

Invece ho deciso di rileggere, ritagliare e ricucire il blog, andando a ripescare i viaggi ermeneutici sul tema della felicità. E ne è venuto fuori questo

Non so voi, ma in quei folli mesi in cui sembrava stessimo vivendo una specie di esercitazione collettiva, tipo Grande Fratello, fra le paure e le incertezze, intrattenersi sul tema della felicità mi sembrava fosse un dilettevole (se non proprio utile) passatempo. Cosa ne è venuto fuori? Non saprei, fino a poco tempo fa non avevo idea di pubblicarlo, ma qualcuno lo ha letto e mi ha incoraggiato in questo senso. Non è un saggio, non è un romanzo, come dice il titolo, sono una serie di premesse (avrei voluto chiamarli “prolegomeni”, ma l’editore non è stato dello stesso avviso e alla fine mi ha convinto).

Premesse e non promesse, perché come scrivo lì, la felicità non si può promettere. Ci si può incamminare verso, ma non è detto che la si raggiunga. Premesse che sono quindi percorsi: indicazioni che vorrebbero accompagnare il lettore a trovare la propria strada. Come chi alza un braccio per indicare una direzione ad uno straniero di passaggio, per dare un’indicazione di viaggio. Perché in fondo, sempre di viaggi si tratta. Viaggi ermeneutici, ovviamente!

A breve qualche indicazione sulle presentazioni. In ogni caso già potete trovarlo sul sito portoseguro.it, su Amazon e sulla altre principali piattaforme di libri. Buona lettura!

Avatar di Sconosciuto

Consigli di lettura non richiesti. 32 / Lemaitre

Era un po’ che mancava questa rubrichetta e visto l’approssimarsi delle feste natalizie (datemi retta, regalate libri e non sbaglierete mai!), ho pensato che poteva essere utile qualche suggerimento, anche se ovviamente, non richiesto. Stavolta mi concentro su un unico autore che mi ha letteralmente stregato e che non riesco a smettere di leggere. Fortunatamente ha scritto molto e quasi tutto è stato tradotto in italiano, quindi posso alimentare questa passione ancora per un bel po’.

Si tratta di Pierre Lemaitre, autore francese come si intuisce già dal nome, che continua, rinnovandola, la fortunata tradizione dei romanzieri d’oltralpe, con una prosa elegante ed avvincente, personaggi di cui non puoi non innamorarti e trame sempre molto ben congeniate. Ed è tutto talmente perfetto che un solo libro non basta a contenere tutto: per apprezzarlo fino in fondo bisogna avere uno sguardo d’insieme più ampio. Ecco perché il suggerimento di oggi va alla sua trilogia: Ci rivediamo lassù, I colori dell’incendio, Il gran mondo. Romanzi che in realtà hanno una loro indipendenza e che quindi possono essere letti singolarmente, anche perché il secondo e il terzo non hanno praticamente alcun rapporto, sviluppando in modo autonomo delle linee narrative presenti nel primo (se proprio dovessi scegliere, partirei proprio dal terzo, forse il più bello di tutti).

Con il primo romanzo si parte dalla fine della prima guerra mondiale e dalle rovine che questa si lascia dietro, nelle cose e nelle persone. Si prosegue col secondo ambientato nel periodo fra le due guerre, quando ancora ci sono solamente dei vaghi presagi di quelle che dovrà accadere, per poi proiettarsi nel secondo dopoguerra, con il terzo romanzo che si apre, anche geograficamente, al mondo al di fuori dell’Europa.

Buona lettura!