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Dell’imparare a farne a meno

Dunque, proseguendo il discorso dell’altro giorno, dei cellulari sembra proprio che non ne possiamo fare a meno. Probabilmente anche di internet e domani forse anche dell’intelligenza artificiale. Però, visto che siamo ancora ad inizio anno, tempo di buoni propositi, voglio fare una lista di cose che forse vale la pena mettere da parte. Forse per ritirarle fuori al momento giusto, perché non credo che le si possa eliminare definitivamente. Per riuscirci bisogna sforzarsi un po’, perché non sono cose che faremmo in modo naturale. Ma perché parlo al plurale? Perché ho l’illusoria pretesa che questo mettere da parte, potrebbe servire anche ad altri viaggiatori ermeneutici. Chissà, forse mi sbaglio. Ma forse no.

Io penso che potremmo cominciare a fare a meno delle fragole a gennaio. Le ho viste oggi al mercato, grandi, rosse, gonfie ed evidentemente fuori tempo. Possiamo fare a meno di costringere le cose passate a rimanere attuali e possiamo fare a meno di costringere le cose future ad anticipare i tempi. Viviamo l’oggi, facciamo il minestrone con le verdure dell’orto. C’è stato il tempo delle fragole e fra un po’ ci sarà di nuovo. Ma non è adesso.

Possiamo fare a meno del ricercare compulsivamente la causa delle cose. Quel che succede ovviamente ha un’origine ed una causa, ma a volte questa causa non è il motivo: ci sono cause scatenanti, ma anche cause accidentali, che fanno succedere le cose in modo occasionale. E che senso ha allora scervellarsi, perdere il sonno per andare dietro a ritroso ed affliggerci per questo o quel motivo? Probabilmente se non era quello, sarebbe stato un altro, ma certe fatti dovevano succedere prima o poi. Prendiamone atto e forse vivremo più sereni.

Possiamo fare a meno di sentire le ragioni altrui. Non perché non ci serva un punto di vista diverso dal nostro, né perché possiamo pensare di avere sempre e comunque ragione noi. Anzi, tutt’altro. Sia noi, sia gli altri, ognuno ha una sua ragione nel fare o non fare un qualcosa. Quindi nessuno ha una ragione superiore. Anche Trump che vuole la Groenlandia avrà le sue ragioni, ma ci interessa davvero conoscerle? A volte forse è meglio attenersi ai fatti, perché le ragioni – come le intenzioni – se le porta via il vento.

Possiamo fare a meno di ricercare sempre l’inclusione a tutti i costi. Perché l’inclusione spesso sottende un equivoco: includiamo per diventare un gruppo, un noi. Ma il noi è sempre la distinzione del voi. Siamo capaci di includere tutti, senza distinzione? Anche Salvini? E allora lasciamo stare. L’inclusione è bella, ma a volte diventa una forzatura, un modo per nasconderci, che ci fa perdere l’autenticità delle cose.

Possiamo fare a meno di farci sempre scivolare le cose addosso. Io in questo sono un maestro. Difficile che me la prenda per qualcosa, difficile che qualcosa o qualcuno mi disturbi al punto da perdere il sonno. O semplicemente il buonumore. Ma invece, a volte, dobbiamo rivendicare il nostro diritto ad arrabbiarci. Dobbiamo ricordarci che la libertà dai dei diritti, ma anche dei doveri: la libertà di parola non è diritto all’insulto e la libertà di azione non legittima le stronzate. Sintetizzando al massimo il concetto, dobbiamo concederci la possibilità di un sano, liberatorio, refrigerante “mavattenaffancxxo!”

Rileggendole, obiettivamente, non so se ci riuscirò. Forse qualcuna sì. Penso che se riuscissi davvero a lasciare da parte queste, forse potrei anche affrontare qualche giorno senza cellulare!

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Del diventare necessario

Da quando non ne possiamo più fare a meno? Dei cellulari ormai è stato detto. E’ vero, noi siamo cresciuti senza, giravamo di notte, ci davamo appuntamenti, riuscivamo ad esserci quanto contava, senza di loro. Ma soprattutto non avevamo la certezza e non davamo per scontato che ci saremmo stati immediatamente, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Eravamo aperti, eravamo preparati all’imprevisto, avevamo una flessibilità e una capacità di adattamento che oggi non sono più tollerate. Oggi è diventato assolutamente indispensabile persino sapere (in tempo reale) se qualcuno ha letto o meno un messaggio (è connesso? Ci sarà campo? Avrà letto? Perché non risponde?)

Avevamo le cartine stradali, chiedevamo indicazioni e se c’era un incidente o qualsiasi imprevisto mancavamo gli appuntamenti (a parte i disturbati mentali che uscivano due ore prima, perché prevenire è meglio che curare). Ad un certo punto hanno cominciato a circolare i navigatori, ma c’era sempre molta diffidenza. Potevano al massimo suggerire, nessuno ci si affidava come fossero il nostro Virgilio nella selva oscura. Ma oggi sapremmo arrivare da qualche parte senza google maps?

C’era il negozio sotto casa e i supermercati. Ovviamente chiusi ad una certa ora e la domenica. E se finiva qualcosa? A memoria mia non è mai finito niente al punto da disperarsi (al massimo forse le sigarette per i più viziati) o forse semplicemente ce ne facevamo una ragione e aspettavamo senza problemi la futura riapertura. Avere a casa la qualsiavoglia cosa è una bellezza, per carità, ma da quando è diventato necessario?

Con un abbonamento posso vedere un catalogo di film che non basterebbe una vita per vederli tutti. Con un altro ho la possibilità di ascoltare qualsiasi musica, da Bach a Coez, passando per gli Inti-Illimani e i canti popolari sardi. Se voglio poi, con un altro abbonamento, ho un’intera libreria a disposizione a portata di clik. Magari poi vedremo solo i film più famosi, ascolteremo solo la musica del nostro cantante preferito e leggeremo il solito libro, ma vuoi mettere la possibilità di avere qualsiasi cosa?

L’accelerazione tecnologica degli ultimi trent’anni ci ha proiettato in una dimensione diversa, dove tante cose sono più comode (ma tante altre sono più complicate). Niente però è gratuito e dove qualcosa è gratuita vuol dire che il compenso sei tu, con i tuoi dati, i tuoi gusti e le tue preferenze. Niente è gratuito se pensiamo a chi paga la possibilità che abbiamo di ordinare una cosa questa mattina e averla a casa la sera stessa, con intere filiere di lavori, magari dall’altra parte del mondo, sottopagati e con ritmi degni delle più spietate catene di montaggio.

E ora anche voi di Poste fate pagare lo Spid? Lo so, è una rottura, ma ormai neanche di quello possiamo farne a meno. Quindi paghiamo questi 6 euro e rassegnamoci!

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Abbiamo stanotte, chi ha bisogno di domani?

E così si conclude anche questo duemilaventicinque. Che anno è stato? Per quanto mi riguarda ho giocato a calcetto quando faceva troppo caldo e pure quando faceva troppo freddo (soprattutto per la mia età!), ho letto libri rischiando di perdere la fermata giusta della metro e ho ascoltato musica persino nei momenti più sbagliati. La Lazio mi ha rovinato più fine settimana di quanti me ne abbia allietati, mentre il buon vino me ne ha allietati di più di quanti me ne abbia rovinato la gastrite. Ho viaggiato in giro per l’Italia e per l’Europa (e anche oltre perché la Turchia non è solo Europa!), ma soprattutto ho cercato di assaporare fino in fondo tutti i momenti belli passati con le persone che amo.

Ho dato consigli non richiesti e ho ascoltato consigli disinteressati, ho stretto nuove amicizie (anche con persone che hanno la metà dei miei anni!) e rinfrescato quelle di antiche origini. Ho scoperto nuovi malanni. Fino a qualche mese fa per quanto ne sapevo io, la “cuffia dei rotatori” poteva essere forse un modello particolare di cuffia, che so, quella che usano i giocatori di pallanuoto. E io che pensavo che il padel a un certo punto avrebbe preso il posto del calcetto perché meno pericoloso. Ma neanche per niente!

Ho scoperto nuovi malanni, ma ho scoperto anche nuove cure! Chi l’avrebbe mai detto che uno scettico occidentale come me ad un certo punto si sarebbe affidato all’agopuntura? Se me lo aveste chiesto anche solo dodici mesi fa vi avrei detto “no grazie”, probabilmente anche con un’alzata di sopracciglio. E invece funziona. Eccome se funziona. A dimostrazione del fatto che va bene seguire le tradizioni, ma anche essere aperti alle novità a volte può essere una buona idea. Chi lo sa, magari l’anno prossimo comincerò a leggere l’oroscopo!

Insomma sta terminando un anno come tanti altri che lo hanno preceduto, ma anche diverso da tutti. Un anno nuovo e non solo un nuovo anno, che poi in fondo è quello che mi auguro anche per il duemilaventisei che sta per arrivare. Un anno in cui, come dice il vecchio Bob, non abbiamo bisogno del domani, finché avremo una ancora una notte da passare insieme.

We’ve got tonight, who needs tomorrow? We’ve got tonight babe, why don’t you stay?

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Non buttarlo via

Quante cose buttiamo via senza pensare! Molte le buttiamo via con soddisfazione, come una sorta di liberazione, altre controvoglia, con un po’ di dispiacere. Alcune si portano dietro il rimorso per quello che poteva essere e non è stato, qualcuna il rimpianto per quello che è stato e ora non è più.

In assoluto possiamo dire che buttiamo via tante più cose di un tempo. Sembra proprio il discorso di un vecchio nostalgico per i bei tempi che furono (si vede che è passato da poco il compleanno e un altro anno se ne va via), ma in realtà è effettivamente così. Qui non c’entra la nostalgia e la dolcezza dei ricordi, si chiama obsolescenza programmata: buttiamo via molte più cose perché la cose sono naturalmente fatte per rovinarsi, per non essere riparate. E quindi per essere buttate via e sostituite.

Il rischio è buttare via anche i rapporti, le amicizie, perché tutto sembra correre e tutti sembriamo avere sempre meno tempo. Internet, i cellulari, i social hanno ampliato le nostre possibilità di relazionarci con gli altri, ma forse questo a scapito della qualità di queste relazioni. E così, per correre dietro all’ultimo messaggio, rischiamo di buttare via rapporti costruiti nel tempo.

Diamo retta al cartello qui sotto. Almeno in parte. Almeno le lettere d’amore (ammesso che qualcuno ancora le scriva) non le buttiamo via. Quelle vale la pena conservarle, anche solo a futura memoria, anche solo per ridere di quanto eravamo sciocchi (come diceva quella battuta su Facebook…”se non gliel’ha data Beatrice e Dante dopo la Divina Commedia, cosa vuoi sperare di fare tu, scrivendo scemenze sui social?”). Non le buttiamo via, perché sono la memoria di un’emozione autentica e comunque sia finita, vale la pena conservarla con sé.

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59 e sto?

E così siamo arrivati alla soglia di un’altra cifra tonda.  Che quasi, quasi potrebbe essere conveniente stoppare il cronometro, lasciare che il tempo continui ad andare, fermando il conteggio qui, come se il resto non contasse. Come quando a sette e mezzo decidi che è meglio stare, piuttosto che sfidare la sorte e rischiare di sballare.

Il bello del blog (in fondo la sua principale ragion d’essere) è il poter raccogliere, come in una libreria, i pensieri e le emozioni del momento così da renderle disponibili anche per il futuro. Per uno smemorato come me, questa cosa non ha prezzo! E così ad esempio posso andarmi a ritrovare quello che scrivevo esattamente dieci anni fa, anche lì alla soglia dell’ultimo anno di un decennio.

Certo, 49 suonava bene, decisamente meglio di 59. Ma se allora avevo una lista di cose da fare prima dei cinquanta, stavolta non mi pongo obiettivi particolari. Certamente però, rimanendo nella metafora del 7 e mezzo, non mi va di “stare”. Se anche fosse possibile, non sarebbe desiderabile. Con quest’anno si chiude un decennio molto bello, pieno di viaggi (ermeneutici e non), relazioni, affetti, soddisfazioni, ma chi dice che il prossimo non lo sarà altrettanto? Con in più lo sconto ai supermercati e ai musei. Vedete che c’è sempre un aspetto positivo?

In fondo è la solita differenza tra ottimisti e pessimisti. Il grande Flaiano diceva che in realtà il pessimista è solo un ottimista più avveduto, ma invece, considerando che comunque vada la vita dell’ottimista e quella del pessimista finiscono allo stesso modo, almeno noi ottimisti ci saremo goduti il viaggio. E questo viaggio avrà pure tappe difficili, momenti bui e complicati, ma ne vale sempre la pena: andare, proseguire nel conteggio, aspettare una nuova alba per scoprire cosa ci riserva la tappa successiva.

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Più libri, più liberi

La pubblicità è l’anima del commercio, si diceva tempo fa. E in effetti, soprattutto nell’epoca dell’immagine, se non ti fai vedere, se non ti fai conoscere, di fatto, non esisti. Ora, alzi la mano chi prima di questa querelle mediatica conosceva la casa editrice “Passaggio al bosco”? Esatto! Nessuno. E probabilmente così sarebbe continuato ad essere se Zerocalcare non si faceva prendere dagli scrupoli di condividere lo spazio fieristico a Più libri, più liberi di questi giorni.

Non entro nel merito della scelta. I parenti te li trovi, gli amici te li scegli. Non so i colleghi di fiera se siano più assimilabili ai primi o ai secondi, ma in ogni caso partecipare alla stessa manifestazione non significa avere lo stesso pensiero o anche solo avere la stessa visione delle cose. Altrimenti non si potrebbe andare più allo stadio, per non dare credito agli ultrà. O a un corteo per non essere assimilati a eventuali manifestanti violenti.

Anche io, come i Blues Brothers, odio i nazisti dell’Illinois, ma non si può avere paura dei libri, non si possono censurare le idee, anche le più terribili, le più nefaste: bisogna combatterle con le opinioni, argomentando. Lasciamo agli altri il bruciare i libri!

Anzi, dirò di più, citiamole le assurdità che dicono, facciamo vedere i filmati del mascellone che spezza le reni alla Grecia o che dichiara guerra alle plutocrazie occidentali. Una risata vi seppellirà! Altro che censurarli, sputtaniamoli con le loro stesse assurdità. Perché comunque sia la conoscenza è la premessa della libertà, laddove l’ignoranza è invece il presupposto dell’ignoranza.

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Tu ascolti, loro contano

Non che ce ne fosse alcun dubbio, ma vederlo scritto nero su bianco fa una certa impressione. Se aprite Spotify, ormai compagno inseparabile delle mie (ma non credo solo mie) giornate, lo dice chiaramente: tu ascolti, noi contiamo. E da lì via ad elencarti tutto quello che hai ascoltato quest’anno: quante ore, anzi quanti minuti, che tipo di musica preferisci, quali autori, quali brani. E senza dubbio Amazon potrebbe fare lo stesso per gli acquisti. Ormai queste piattaforme ne sanno più di noi.

Il ché è anche accettabile in generale. Tanta gente ne sa più di me di economia o di politica. Il mio amico Filippo al liceo ne sapeva più di me in ogni materia. Mai stato invidioso delle conoscenze altrui. Caso mai ammirato, ma sinceramente mai invidioso. Forse, banalmente, sono troppo presuntuoso per esserlo!

Ad ogni modo, il punto non è questo. Il punto è che questi colossi ne sanno più di noi, su di noi! Conoscono le nostre preferenze al punto che riescono ad anticipare i nostri desiderata, proponendoci le nuove uscite che ancora non conosciamo, ma che sicuramente apprezzeremo. D’altra parte cosa possiamo fare per, eventualmente, contrastare questo processo? Assolutamente nulla! Siamo geolocalizzati, siamo ascoltati, monitorati, clusterizzati in milioni di modi, che neanche immaginiamo. Ed è un processo irreversibile. Tutto ciò ha un ché di inquietante!

A volte però anche l’intelligenza artificiale vuole strafare. Va bene che conosci i miei gusti, va bene che sai quali e quanti autori ho ascoltato, per quanto tempo, ma cosa ti fa pensare di arrivare, da questo, a conoscere quanti anni ho? Forse come dice mio fratello è da quando siamo piccoli che in realtà ho quest’età, però, almeno anagraficamente, cara la mia saputella intelligenza artificiale, stavolta hai toppato!

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L’ultimo desiderio

La vicenda delle gemelle Kessler e la loro scelta di essere insieme fino alla fine ha lasciato il segno in ognuno di noi. C’è chi la difende, chi la critica, chi è d’accordo però, chi si indigna e chi non giudica. In ogni caso non lascia indifferenti, forse per la notorietà dei soggetti, forse per il fatto che sia stata una scelta condivisa da due persone (se fossero stati due coniugi forse sarebbe stato lo stesso), per l’assenza di un qualche motivo medico accertato, o semplicemente per la lucidità e la lunga pianificazione che l’ha preceduta (si erano premunite persino di dare disdetta delle utenze!).

Se sia per questi motivi o per altri, in ogni modo, una scelta che non può lasciare distaccati. Che anche nel doveroso (a mio avviso) rispetto, ti porta inevitabilmente a prendere una posizione. Ovviamente abbiamo letto penso tutti le filippiche di parte, di chi esalta la libera scelta consapevole e di chi al contrario si appella alla inviolabile sacralità della vita. Ma volendo fare un’estrema sintesi delle varie argomentazioni per l’uno o per l’altro schieramento, di fondo potremmo ridurci a una semplice domanda. Siamo gli assoluti ed esclusivi padroni della nostra vita? Pur con le dovute sfumature, dalla risposta a questa domanda si decide con quale schieramento riconoscersi.

Possiamo discutere sul significato della vita in sé, sul valore di una vita che non è più performante, che non è più utile. Sul senso della malattia, sulla fatica della sofferenza, sul peso (inteso come importanza, ma anche al contrario, di fardello, di affanno) che possiamo arrecare alla società e a chi ci circonda. Ma alla fine, è inevitabile, si ritorna a quella domanda lì. E probabilmente ognuno di noi, in cuor suo ha una risposta.

Per me la risposta è negativa. Non siamo padroni della nostra vita, non abbiamo scelto noi di esserci, nessun altro animale sulla terra penserebbe mai di esserlo: per ogni altro animale la morte è una possibilità, un evento naturale, mai una scelta. Non lo siamo per coloro che ci circondano, perché anche l’uomo più solo su questa terra sarà sempre un noi, prima di essere un io. Non lo siamo perché non siamo solamente un cumulo di cellule destinate a dissolversi.

Ma questo è quello che penso io. E allo stesso modo qualcun altro che la pensa in modo diverso avrà le sue ragioni che vanno rispettate come vorrei lo fossero le mie.

Mi rimarrà una curiosità. In punto di morte i condannati esprimevano un ultimo desiderio: nessuno dovrebbe avere come ultimo desiderio quello di morire perché l’ultimo desiderio è l’ultima risorsa per restare attaccati alla vita. E chissà quale sarà stato il loro.

And you can see them there, on Sunday morning. They stand up and sing about what it’s like up there.
They call it paradise, I don’t know why. You call someplace paradise. Kiss it goodbye

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Fotografie

In tante esistenze niente è più forte del passato, dell’innocenza perduta e degli amori svaniti. Niente ci commuove più del ricordo delle occasioni mancate e del profumo della felicità che ci siamo lasciati sfuggire. E niente più delle vecchie fotografie cristallizza le emozioni e ce le preserva per i tempi futuri, fissando insieme alle immagini i ricordi, le situazioni, le gioie e i dispiaceri.

Poi però, insieme alle tue foto e a quelle di chi non c’è più, ti ritrovi fra le mani quelle dei tuoi figli piccoli. E allora tutto prende un altro sapore.

Avere un figlio è un antidoto alla nostalgia e alla freschezza avvizzita. Avere un figlio ci obbliga a liberarci di un passato troppo pesante. Avere un figlio è la certezza che il passato non trionferà mai sul futuro.

Non torneranno più, le mille notti in bianco la gioventù al mio fianco Roby Baggio e l’autostop. Non torneranno più i miei vecchi polmoni, la naia tra i coglioni, scioperi e università…

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Légami o legàmi?

Siamo animali sociali. Chi più, chi meno ovviamente, ma nel nostro DNA c’è scritto che non siamo fatti per stare soli. Fin dalla nascita sviluppiamo delle relazioni, dei legami, che ci uniscono ad altri esseri umani, che ci fanno dipendere da loro. Crescendo, se ci troviamo in un contesto normale (ammesso che ne esitano), articoliamo questi legami in una maniera sana, fatta di relazioni paritarie o comunque bidirezionali, che ci aiutano e aiutano gli altri a sviluppare le proprie attitudini.

In un contesto normale dicevo, questi legami non ci opprimono, perché al contrario si evolvono verso una maturità che ci porta ad essere indipendenti da essi. Indipendenti, ma non estranei, perché appunto abbiamo naturalmente bisogno di essere in relazione con gli altri. E dunque, insieme ai legami dell’infanzia, che rimarranno sempre dei punti fermi nella nostra vita, sviluppiamo nuove relazioni. le amicizie degli anni della scuola e poi quelle degli altri contesti in cui ci troviamo a vivere: quelle nate dalle passioni in comune, lo sport, la musica e poi il lavoro. E ovviamente le relazioni amorose, così totalizzanti da cambiare il corso delle nostre esistenze.

Ma come sottolineavo nel titolo, con quegli strani accenti, ci sono relazioni e relazioni. L’essere in collegamento, legati fra noi da un sentimento, a volte può diventare una prigione. Legami tossici, che ci vincolano, che ci opprimono con sensi di colpa e rimorsi, quando invece avremmo bisogno di un ossimoro: legami che non legano, relazioni paritarie, che nella loro intensità ci lasciano liberi, ci rendono autonomi, fanno crescere la nostra autostima rendendoci in grado di camminare da soli.

Ma come costruire questo ossimoro? Nelle relazioni con i genitori, con i figli, con il partner, con gli amici: quali e quanti sono i legami sani, quelli che non legano, ma rendono più liberi? Ce la possiamo fare o resta solo una splendida utopia? E come fare a distinguere un legame tossico da uno sano? Domande complicate, a cui però vorrei provare a dare una risposta semplice. Perché in fondo l’ermeneutica questo ci insegna: per tentare di capire la realtà che ci circonda bisogna complicare le situazioni semplici e poi insieme semplificare quelle complesse.

E la risposta semplice, quella che nel fondo di noi stessi conosciamo bene, pur se a volte non vogliamo ammetterla, è la felicità. Quel legame, il nostro essere in relazione con l’altra persona, ci rende felici? Se non è così c’è qualcosa che non va. Perché è vero che la felicità non può essere l’unico parametro della nostra vita, né l’unico obiettivo, ma è una bella cartina di tornasole. Poi possiamo – e a volte siamo obbligati a – rimanere connessi in relazioni che non ci fanno essere felici, ma almeno dovremmo riconoscerle. Almeno con noi stessi dovremmo smettere di fingere. Ma questo discorso vale soprattutto al contrario, per gli altri tipi di legami. Su quelli che ci rendono felici possiamo essere sicuri. Perché, come cantava Sheryl Crow, se ti rende felice, non può essere male.