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I papà e quei piccoli frammenti di saggezza involontaria

Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza (Umberto Eco)

Non ricordo discorsi solenni o illuminanti consigli di vita da parte di papà. Non era nelle sue corde, ma anche lo fosse stato, con la memoria che mi ritrovo, se anche li avesse mai pronunciati, sicuramente a quest’ora me li sarei belli che scordati. Però mi ricordo le fugaci partite a carte, il nostro appuntamento quotidiano nei suoi ultimi anni. Mi ricordo il suo essere vulnerabile, il suo lamentarsi con una traccia di autoironia sul fatto che ogni mattina doveva ricostruirsi: gli occhiali, l’apparecchio acustico, le pasticche per i vari acciacchi. La sua resilienza mi ha insegnato molto più di mille discorsi.

E poi mi ricordo di non averlo mai, nemmeno una volta, nemmeno nel peggiore dei momenti, visto annoiato. Papà non ne era capace. La sua curiosità, forse la vera miscela che l’ha fatto arrivare a 95 con quella vitalità, era del tutto incompatibile con la noia. Una curiosità che non era frenesia, che rispettava i tempi dell’attesa, che sapeva soffermarsi anche nel particolare più banale: il significato di una parola nuova, la storia di un personaggio sconosciuto, le estrazioni del lotto, le pietanze a tavola. Papà aveva tanti bei ricordi che ogni tanto tirava fuori, pregustava progetti futuri per noi e per i nipoti, ma soprattutto era ancorato al presente.

La frase di Eco, che trovo autentica in un modo sconvolgente, mi ricorda che noi padri non dobbiamo avere l’ansia di dover essere insegnanti a tempo pieno. Non possiamo, né dobbiamo essere perfetti, guai anzi. Non dovremmo mai sembrare montagne troppo alte da raggiungere. Essere padre, significa soprattutto saper esserci e saper dare una testimonianza. Se la festa di oggi ha un senso – anche ora che lui non c’è più – è per ringraziarlo per tutti quei gesti distratti, per l’esempio coerente (anche nei suoi sbagli), che mi ha fornito i pezzi del puzzle per costruire quello che sono.

Perché quello che sono è nato e si è costruito osservando lui nei tempi morti, in quegli istanti di distrazione, di stanchezza o di spontaneità in cui siamo veramente noi stessi. È proprio in questi momenti, tra gli scarti di una quotidianità non programmata, che papà mi ha trasmesso involontariamente la sua visione del mondo, consegnandomi quei piccoli frammenti di saggezza di cui parla Eco, che sono però i più autentici ed i più duraturi. E speriamo di saper fare altrettanto con i miei figli.

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Il male necessario (sempre a proposito di padri e di figli)

Il fetido cortile ricomincia a miagolare, l’umore è quello tipico del sabato invernale, la radio mi pugnala con il festival dei fiori, un angelo al citofono mi dice vieni fuori…

Come già forse ricorderete, cari viaggiatori ermeneutici, riguardo il festival di San Remo, sono dell’opinione che c’è chi lo guarda e chi mente. Ma al di là della battuta, non importa quanto uno lo segue o non lo segue, da qualche anno a questa parte è diventato sempre di più uno specchio dei nostri tempi. Con le sue polemiche, i suoi rituali laici, le scoperte di cantanti nuovi (“e questo chiccazz’è?“) e la riscoperta di quelli antichi (“ma questo ancora campa?“).

Io lo seguo come fenomeno di costume, la gran parte delle canzoni me le dimentico un attimo dopo che le ho ascoltate. In questo ascolto distratto però mi è caduta l’attenzione sul testo di una canzone in particolare. Tra l’altro cantata da due interpreti che mi piacciono come la pizza con l’ananas, entrambi simpatici come la sabbia nelle lenzuola. Parlo di Fedez e Masini e la canzone in questione si intitola Il male necessario.

Parla di un figlio che diventa uomo e da uomo diventa padre, un percorso di crescita, doloroso, ma inevitabile. Il male necessario, appunto: quello di un figlio che deve quasi necessariamente deludere il padre che aveva aspettative su di lui, così da crescere in modo autonomo. E quello di un padre che deve accettare che il figlio tradisca le sue aspettative, se vuole farlo crescere per davvero.

Ogni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibi”. E’ vero da padre, è vero da figlio. E ce ne vuole per capire che un padre non potrà mai essere un Dio, ma non dovrebbe neanche mai diventare un alibi. Facciamo il meglio che possiamo o almeno, quello che speriamo sia il meglio, ma senza libretto di istruzioni, né per i padri, né per i figli.

“So che in fondo non c’è tempo, quante cose che cambiano, ti ho deluso ma dimmi qualcosa che non so. I miei problemi ormai saranno la parte di te, quella più vulnerabile e spietata, lo sai”. Quando scelsi Filosofia all’università mio padre mi disse che gli avevo dato la delusione più grande della sua vita. E forse fu proprio la rabbia che sentii a darmi la spinta per andare avanti e raggiungere quei traguardi che gli avrebbero dimostrato che si sbagliava. D’altra parte anche lui ci ha messo del tempo per non deludermi: c’è stato un momento in cui mi ero chiesto cosa avesse trovato mamma in lui. E ringrazio Dio di averci dato il tempo per conoscerci fino in fondo e superare le reciproche delusioni. Il male necessario.

“Se è vero che siamo solo di passaggio, il vero obiettivo non può essere la meta, ma imparare a godersi il viaggio. Quando crescerai e non mi chiederai nemmeno più il permesso, si impara vedrai che i mostri non stanno soltanto sotto al letto”. Sarò una delusione per i miei figli? Da una parte mi auguro di sì, almeno un po’. Gli servirebbe come sprone, com’è servito a me, per dare il meglio. Spero però che non prendano le mie debolezze ed i miei errori come alibi. D’altra parte, ormai li conoscono abbastanza per dire che loro non mi deluderanno mai, qualsiasi scelta faranno. E se pure ci sarà una punta di delusione, sarà appunto un male necessario, per volergli bene come sono e non come vorrei che fossero.

Insomma, a volte anche una canzone di San Remo ti aiuta a riflettere. Un momento doloroso ma bello. Un male necessario.

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Quel che cambia e quel che resta

Ci sono cascato di nuovo…“, cantava il buon vecchio Achille. he poi, se proprio volessimo sottilizzare, in realtà non sono cascato, nel senso di caduto: per la precisione mi sono strappato il retto femorale destro, provando a calciare una palla scivolosa su un terreno zuppo di pioggia. E già vi sento, “la vuoi smettere di giocare a calcetto all’età tua?“, “lo vuoi capire che il calcetto è più pericoloso della boxe?“, “ma perché non ti droghi come fanno tutti?“. Lo so, lo so benissimo. So che non mi fa proprio bene alla salute e che ci sarebbero mille altre attività più tranquille e meno pericolose, ma è più forte di me: correre dietro ad un pallone resta una delle cose più belle che si possano fare su questa terra, soprattutto insieme ad altri 9 pazzi come il sottoscritto che non si arrendono allo scorrere del tempo e agli acciacchi sempre più evidenti.

Che poi stavolta mi sia fatto male da solo e in un modo goffamente buffo, non fa che aumentare la frustrazione, ma non al punto di pensare di appendere gli scarpini al chiodo. E poi, si strappano i giocatori veri, quelli che hanno un terzo dei miei anni e vengono pagati per dare calci ad un pallone, perché non poteva capitare a me? Stavolta l’età c’entra fino ad un certo punto. Come la volta scorsa, d’altra parte.

E proprio come la volta scorsa sono bloccato a casa per un mesetto. Sempre con le stampelle, ma almeno stavolta senza la tortura del gesso. Ho iniziato fin da subito la fisioterapia e in effetti giorno per giorno i miglioramenti cominciano a farsi sentire (se non altro la coscia non sembra più la cartina geografica del sud America!).

Ma cosa c’è di diverso rispetto a dodici anni fa? E’ cambiato il cane che mi fa compagnia, i figli ormai guidano e quindi sono molto più autonomi e anzi mi danno una mano per le varie incombenze. C’è stata la pandemia di mezzo, che ci ha insegnato che ormai è possibile lavorare da casa come se non meglio che andare in ufficio.

Allora cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale dodici anni dopo? Il blog resiste, la musica di sottofondo è su per giù la stessa, ma soprattutto quello che resta uguale è una sensazione. La sensazione che basta poco, un nonnulla, per cambiare le nostre giornate. Che per quanto ce la vogliamo raccontare, anche se la testa dice il contrario, il resto della compagnia non risponde più allo stesso modo di un tempo. Per questo dobbiamo godercela fino in fondo, finché dura. Ogni maledetto giovedì e non solo quello.

L’incertezza del futuro ci potrebbe spingere alla nostalgia del passato, a passare in rassegna vecchie foto (Uh, guarda quanti capelli avevamo!). Ma proprio guardando quelle vecchie foto, ti rendi conto che quello che resta davvero, quello che non cambia mai è la voglia di non arrendersi, di continuare a correre. E sì, forse arriverà il giorno che ci arrenderemo al tempo che passa. Ma quel giorno deve ancora arrivare.

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Chi ha paura dell’uomo nero?

Naudy Carbone è un jazzista di grande talento, trent’anni, diplomato al Conservatorio di Genova, originario della Guinea è stato adottato da una famiglia di Nizza Monferrato quando aveva 3 anni. La sua unica colpa (!) è quella di avere la pelle nera.

E per questa colpa, pochi giorni fa, ha rischiato il linciaggio. Subito dopo il femminicidio di Zoe Trinchero, l’assassino, Alex Manna, ha cercato di depistare le indagini e scaricare tutta la colpa su Naudy. Non lo ha accusato per caso, ma perché lui in questo Paese più razzista e xenofobo di quanto vogliamo ammettere, era il colpevole perfetto. Quella notte una folla inferocita si è radunata davanti a casa sua armata di bastoni per vendicare la morte di Zoe Trinchero e solo barricandosi in casa e chiamando i carabinieri ha evitato il peggio.

È stato accusato di omicidio dall’uomo italiano bianco che lo aveva commesso. E immediatamente, per tutti, è diventato all’istante il colpevole. Senza alcun dubbio. Italiani brava gente, che votano Gioggia perché mette ordine, difende i valori tradizionali e caccia via tutti ‘sti immigrati. Ma non è mica razzismo questo! No, per carità!

Vorrei mandare un abbraccio fortissimo a Naudy e dirgli che non è solo, nonostante tutto. Che in questa strana Italia degli anni venti del ventunesimo secolo, se non altro, c’è ancora chi ha il senso della vergogna. La vergogna di quello che siamo diventati.

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Dell’imparare a farne a meno

Dunque, proseguendo il discorso dell’altro giorno, dei cellulari sembra proprio che non ne possiamo fare a meno. Probabilmente anche di internet e domani forse anche dell’intelligenza artificiale. Però, visto che siamo ancora ad inizio anno, tempo di buoni propositi, voglio fare una lista di cose che forse vale la pena mettere da parte. Forse per ritirarle fuori al momento giusto, perché non credo che le si possa eliminare definitivamente. Per riuscirci bisogna sforzarsi un po’, perché non sono cose che faremmo in modo naturale. Ma perché parlo al plurale? Perché ho l’illusoria pretesa che questo mettere da parte, potrebbe servire anche ad altri viaggiatori ermeneutici. Chissà, forse mi sbaglio. Ma forse no.

Io penso che potremmo cominciare a fare a meno delle fragole a gennaio. Le ho viste oggi al mercato, grandi, rosse, gonfie ed evidentemente fuori tempo. Possiamo fare a meno di costringere le cose passate a rimanere attuali e possiamo fare a meno di costringere le cose future ad anticipare i tempi. Viviamo l’oggi, facciamo il minestrone con le verdure dell’orto. C’è stato il tempo delle fragole e fra un po’ ci sarà di nuovo. Ma non è adesso.

Possiamo fare a meno del ricercare compulsivamente la causa delle cose. Quel che succede ovviamente ha un’origine ed una causa, ma a volte questa causa non è il motivo: ci sono cause scatenanti, ma anche cause accidentali, che fanno succedere le cose in modo occasionale. E che senso ha allora scervellarsi, perdere il sonno per andare dietro a ritroso ed affliggerci per questo o quel motivo? Probabilmente se non era quello, sarebbe stato un altro, ma certe fatti dovevano succedere prima o poi. Prendiamone atto e forse vivremo più sereni.

Possiamo fare a meno di sentire le ragioni altrui. Non perché non ci serva un punto di vista diverso dal nostro, né perché possiamo pensare di avere sempre e comunque ragione noi. Anzi, tutt’altro. Sia noi, sia gli altri, ognuno ha una sua ragione nel fare o non fare un qualcosa. Quindi nessuno ha una ragione superiore. Anche Trump che vuole la Groenlandia avrà le sue ragioni, ma ci interessa davvero conoscerle? A volte forse è meglio attenersi ai fatti, perché le ragioni – come le intenzioni – se le porta via il vento.

Possiamo fare a meno di ricercare sempre l’inclusione a tutti i costi. Perché l’inclusione spesso sottende un equivoco: includiamo per diventare un gruppo, un noi. Ma il noi è sempre la distinzione del voi. Siamo capaci di includere tutti, senza distinzione? Anche Salvini? E allora lasciamo stare. L’inclusione è bella, ma a volte diventa una forzatura, un modo per nasconderci, che ci fa perdere l’autenticità delle cose.

Possiamo fare a meno di farci sempre scivolare le cose addosso. Io in questo sono un maestro. Difficile che me la prenda per qualcosa, difficile che qualcosa o qualcuno mi disturbi al punto da perdere il sonno. O semplicemente il buonumore. Ma invece, a volte, dobbiamo rivendicare il nostro diritto ad arrabbiarci. Dobbiamo ricordarci che la libertà dai dei diritti, ma anche dei doveri: la libertà di parola non è diritto all’insulto e la libertà di azione non legittima le stronzate. Sintetizzando al massimo il concetto, dobbiamo concederci la possibilità di un sano, liberatorio, refrigerante “mavattenaffancxxo!”

Rileggendole, obiettivamente, non so se ci riuscirò. Forse qualcuna sì. Penso che se riuscissi davvero a lasciare da parte queste, forse potrei anche affrontare qualche giorno senza cellulare!

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Del diventare necessario

Da quando non ne possiamo più fare a meno? Dei cellulari ormai è stato detto. E’ vero, noi siamo cresciuti senza, giravamo di notte, ci davamo appuntamenti, riuscivamo ad esserci quanto contava, senza di loro. Ma soprattutto non avevamo la certezza e non davamo per scontato che ci saremmo stati immediatamente, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Eravamo aperti, eravamo preparati all’imprevisto, avevamo una flessibilità e una capacità di adattamento che oggi non sono più tollerate. Oggi è diventato assolutamente indispensabile persino sapere (in tempo reale) se qualcuno ha letto o meno un messaggio (è connesso? Ci sarà campo? Avrà letto? Perché non risponde?)

Avevamo le cartine stradali, chiedevamo indicazioni e se c’era un incidente o qualsiasi imprevisto mancavamo gli appuntamenti (a parte i disturbati mentali che uscivano due ore prima, perché prevenire è meglio che curare). Ad un certo punto hanno cominciato a circolare i navigatori, ma c’era sempre molta diffidenza. Potevano al massimo suggerire, nessuno ci si affidava come fossero il nostro Virgilio nella selva oscura. Ma oggi sapremmo arrivare da qualche parte senza google maps?

C’era il negozio sotto casa e i supermercati. Ovviamente chiusi ad una certa ora e la domenica. E se finiva qualcosa? A memoria mia non è mai finito niente al punto da disperarsi (al massimo forse le sigarette per i più viziati) o forse semplicemente ce ne facevamo una ragione e aspettavamo senza problemi la futura riapertura. Avere a casa la qualsiavoglia cosa è una bellezza, per carità, ma da quando è diventato necessario?

Con un abbonamento posso vedere un catalogo di film che non basterebbe una vita per vederli tutti. Con un altro ho la possibilità di ascoltare qualsiasi musica, da Bach a Coez, passando per gli Inti-Illimani e i canti popolari sardi. Se voglio poi, con un altro abbonamento, ho un’intera libreria a disposizione a portata di clik. Magari poi vedremo solo i film più famosi, ascolteremo solo la musica del nostro cantante preferito e leggeremo il solito libro, ma vuoi mettere la possibilità di avere qualsiasi cosa?

L’accelerazione tecnologica degli ultimi trent’anni ci ha proiettato in una dimensione diversa, dove tante cose sono più comode (ma tante altre sono più complicate). Niente però è gratuito e dove qualcosa è gratuita vuol dire che il compenso sei tu, con i tuoi dati, i tuoi gusti e le tue preferenze. Niente è gratuito se pensiamo a chi paga la possibilità che abbiamo di ordinare una cosa questa mattina e averla a casa la sera stessa, con intere filiere di lavori, magari dall’altra parte del mondo, sottopagati e con ritmi degni delle più spietate catene di montaggio.

E ora anche voi di Poste fate pagare lo Spid? Lo so, è una rottura, ma ormai neanche di quello possiamo farne a meno. Quindi paghiamo questi 6 euro e rassegnamoci!

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Abbiamo stanotte, chi ha bisogno di domani?

E così si conclude anche questo duemilaventicinque. Che anno è stato? Per quanto mi riguarda ho giocato a calcetto quando faceva troppo caldo e pure quando faceva troppo freddo (soprattutto per la mia età!), ho letto libri rischiando di perdere la fermata giusta della metro e ho ascoltato musica persino nei momenti più sbagliati. La Lazio mi ha rovinato più fine settimana di quanti me ne abbia allietati, mentre il buon vino me ne ha allietati di più di quanti me ne abbia rovinato la gastrite. Ho viaggiato in giro per l’Italia e per l’Europa (e anche oltre perché la Turchia non è solo Europa!), ma soprattutto ho cercato di assaporare fino in fondo tutti i momenti belli passati con le persone che amo.

Ho dato consigli non richiesti e ho ascoltato consigli disinteressati, ho stretto nuove amicizie (anche con persone che hanno la metà dei miei anni!) e rinfrescato quelle di antiche origini. Ho scoperto nuovi malanni. Fino a qualche mese fa per quanto ne sapevo io, la “cuffia dei rotatori” poteva essere forse un modello particolare di cuffia, che so, quella che usano i giocatori di pallanuoto. E io che pensavo che il padel a un certo punto avrebbe preso il posto del calcetto perché meno pericoloso. Ma neanche per niente!

Ho scoperto nuovi malanni, ma ho scoperto anche nuove cure! Chi l’avrebbe mai detto che uno scettico occidentale come me ad un certo punto si sarebbe affidato all’agopuntura? Se me lo aveste chiesto anche solo dodici mesi fa vi avrei detto “no grazie”, probabilmente anche con un’alzata di sopracciglio. E invece funziona. Eccome se funziona. A dimostrazione del fatto che va bene seguire le tradizioni, ma anche essere aperti alle novità a volte può essere una buona idea. Chi lo sa, magari l’anno prossimo comincerò a leggere l’oroscopo!

Insomma sta terminando un anno come tanti altri che lo hanno preceduto, ma anche diverso da tutti. Un anno nuovo e non solo un nuovo anno, che poi in fondo è quello che mi auguro anche per il duemilaventisei che sta per arrivare. Un anno in cui, come dice il vecchio Bob, non abbiamo bisogno del domani, finché avremo una ancora una notte da passare insieme.

We’ve got tonight, who needs tomorrow? We’ve got tonight babe, why don’t you stay?

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Non buttarlo via

Quante cose buttiamo via senza pensare! Molte le buttiamo via con soddisfazione, come una sorta di liberazione, altre controvoglia, con un po’ di dispiacere. Alcune si portano dietro il rimorso per quello che poteva essere e non è stato, qualcuna il rimpianto per quello che è stato e ora non è più.

In assoluto possiamo dire che buttiamo via tante più cose di un tempo. Sembra proprio il discorso di un vecchio nostalgico per i bei tempi che furono (si vede che è passato da poco il compleanno e un altro anno se ne va via), ma in realtà è effettivamente così. Qui non c’entra la nostalgia e la dolcezza dei ricordi, si chiama obsolescenza programmata: buttiamo via molte più cose perché la cose sono naturalmente fatte per rovinarsi, per non essere riparate. E quindi per essere buttate via e sostituite.

Il rischio è buttare via anche i rapporti, le amicizie, perché tutto sembra correre e tutti sembriamo avere sempre meno tempo. Internet, i cellulari, i social hanno ampliato le nostre possibilità di relazionarci con gli altri, ma forse questo a scapito della qualità di queste relazioni. E così, per correre dietro all’ultimo messaggio, rischiamo di buttare via rapporti costruiti nel tempo.

Diamo retta al cartello qui sotto. Almeno in parte. Almeno le lettere d’amore (ammesso che qualcuno ancora le scriva) non le buttiamo via. Quelle vale la pena conservarle, anche solo a futura memoria, anche solo per ridere di quanto eravamo sciocchi (come diceva quella battuta su Facebook…”se non gliel’ha data Beatrice e Dante dopo la Divina Commedia, cosa vuoi sperare di fare tu, scrivendo scemenze sui social?”). Non le buttiamo via, perché sono la memoria di un’emozione autentica e comunque sia finita, vale la pena conservarla con sé.

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59 e sto?

E così siamo arrivati alla soglia di un’altra cifra tonda.  Che quasi, quasi potrebbe essere conveniente stoppare il cronometro, lasciare che il tempo continui ad andare, fermando il conteggio qui, come se il resto non contasse. Come quando a sette e mezzo decidi che è meglio stare, piuttosto che sfidare la sorte e rischiare di sballare.

Il bello del blog (in fondo la sua principale ragion d’essere) è il poter raccogliere, come in una libreria, i pensieri e le emozioni del momento così da renderle disponibili anche per il futuro. Per uno smemorato come me, questa cosa non ha prezzo! E così ad esempio posso andarmi a ritrovare quello che scrivevo esattamente dieci anni fa, anche lì alla soglia dell’ultimo anno di un decennio.

Certo, 49 suonava bene, decisamente meglio di 59. Ma se allora avevo una lista di cose da fare prima dei cinquanta, stavolta non mi pongo obiettivi particolari. Certamente però, rimanendo nella metafora del 7 e mezzo, non mi va di “stare”. Se anche fosse possibile, non sarebbe desiderabile. Con quest’anno si chiude un decennio molto bello, pieno di viaggi (ermeneutici e non), relazioni, affetti, soddisfazioni, ma chi dice che il prossimo non lo sarà altrettanto? Con in più lo sconto ai supermercati e ai musei. Vedete che c’è sempre un aspetto positivo?

In fondo è la solita differenza tra ottimisti e pessimisti. Il grande Flaiano diceva che in realtà il pessimista è solo un ottimista più avveduto, ma invece, considerando che comunque vada la vita dell’ottimista e quella del pessimista finiscono allo stesso modo, almeno noi ottimisti ci saremo goduti il viaggio. E questo viaggio avrà pure tappe difficili, momenti bui e complicati, ma ne vale sempre la pena: andare, proseguire nel conteggio, aspettare una nuova alba per scoprire cosa ci riserva la tappa successiva.

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Più libri, più liberi

La pubblicità è l’anima del commercio, si diceva tempo fa. E in effetti, soprattutto nell’epoca dell’immagine, se non ti fai vedere, se non ti fai conoscere, di fatto, non esisti. Ora, alzi la mano chi prima di questa querelle mediatica conosceva la casa editrice “Passaggio al bosco”? Esatto! Nessuno. E probabilmente così sarebbe continuato ad essere se Zerocalcare non si faceva prendere dagli scrupoli di condividere lo spazio fieristico a Più libri, più liberi di questi giorni.

Non entro nel merito della scelta. I parenti te li trovi, gli amici te li scegli. Non so i colleghi di fiera se siano più assimilabili ai primi o ai secondi, ma in ogni caso partecipare alla stessa manifestazione non significa avere lo stesso pensiero o anche solo avere la stessa visione delle cose. Altrimenti non si potrebbe andare più allo stadio, per non dare credito agli ultrà. O a un corteo per non essere assimilati a eventuali manifestanti violenti.

Anche io, come i Blues Brothers, odio i nazisti dell’Illinois, ma non si può avere paura dei libri, non si possono censurare le idee, anche le più terribili, le più nefaste: bisogna combatterle con le opinioni, argomentando. Lasciamo agli altri il bruciare i libri!

Anzi, dirò di più, citiamole le assurdità che dicono, facciamo vedere i filmati del mascellone che spezza le reni alla Grecia o che dichiara guerra alle plutocrazie occidentali. Una risata vi seppellirà! Altro che censurarli, sputtaniamoli con le loro stesse assurdità. Perché comunque sia la conoscenza è la premessa della libertà, laddove l’ignoranza è invece il presupposto dell’ignoranza.