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L’estate imperfetta

Che strana estate dico io. La più calda di sempre, dicevano loro, ma poi mica è vero. L’anticiclone delle Azzorre non c’è più, anzi no, è tornato. Cambia il tempo, ora la sera fa quasi fresco e appena riprendi fiato torna il caldo bollente. L’anticiclone africano ci cuocerà tutti, anzi no, ancora per quest’anno forse ci salviamo.

Tutto l’anno ad aspettare le vacanze, a sognare l’estate, il mare, il sole e poi eccolo che arriva tutto insieme e ci travolge. Esagera, ci assale e ci lascia storditi e senza forze. Poi improvvisamente cambia tutto, piove, diluvia, trombe d’aria, mareggiate, sembra inverno. Ma non cadono le foglie, cadono direttamente gli alberi. Insieme alle nostre certezze: forse era meglio una tiepida primavera o un placido autunno?

E’ mutevole quest’estate, come le opinioni. Cambiamento climatico sì, cambiamento climatico no. Genocidio sì, genocidio no, ma intanto le persone, i bambini continuano a morire. E non di caldo, no. Di fame. Come mille anni fa, come nell’età della pietra. Forse stiamo tornando lì. Allora è vero che non è cambiato nulla: non cambia il tempo, non cambiano le persone.

Ma invece le persone cambiano, anche se in fondo rimangono le stesse. Con le stesse paure, con gli stessi sogni, con le stesse miserie e gli stessi slanci. Riescono ancora a stupirmi, per fortuna. Un po’ come il tempo. Si può prevedere, ma fino ad un certo punto. Si alza il vento e cambia tutto. Assapori il tepore del sole, ma basta un brivido e ritorna l’inquietudine, per quello che ci aspetta e che non si può pronosticare.

Non sono perfette le persone. Come non lo è il tempo, come non lo è questa estate. Nulla è perfetto, ma d’altra parte la bellezza non va quasi mai d’accordo con la perfezione. E noi siamo esattamente qui, fra una previsione attendibile ed una pianificazione incerta, per gustarci quello che abbiamo e cercare di non soffrire troppo per quello che non c’è più. Siamo in quest’estate imperfetta, ma bella da morire. Anzi, bella da vivere. Bella da vivere fino in fondo.

In bilico, tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio, che mi lascia qui, sul filo di un rasoio, a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò. Non senti che, tremo mentre canto nascondo questa stupida allegria quando mi guardi e non senti che, tremo mentre canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai.

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Consigli di lettura non richiesti. 36 / Panowich

Agosto lavoro mio non ti conosco!” Non è proprio così, ma sicuramente ci avviamo ad un tempo di vacanze e cosa fare di meglio se non tuffarsi nelle letture, compagne fidate del nostro tempo libero? Ecco quindi che torna questa rubrichetta in cui vi do qualche suggerimento, assolutamente non richiesto, sui miei autori preferiti.

Solitamente vi segnalo autori diversi, magari farò a breve un nuovo richiamo, ma oggi mi concentro su un unico autore che secondo me vale assolutamente la pena approfondire, seguendo cronologicamente le sue opere. Si tratta di Brian Panowich, autore americano che ambienta i suoi romanzi in un’America poco conosciuta, fuori dalle rotte turistiche, ma anche da quelle già raccontate da Hollywood: la regione degli Appalachi, fra la Georgia e il Sud Carolina. Storie di emarginazione, l’altra faccia dell’America o se vogliamo, quella più autentica, fuori dalle grandi metropoli, nella quale convivono tradizioni contadine, povertà, delinquenza e pregiudizi razziali. Insomma, posti da cui è difficile fuggire, ma che raccontano di riscatti individuali e di redenzioni impossibili.

Il primo romanzo della serie è Bull Mountain, dove si seguono le vicende di una famiglia di spacciatori, prima di alcolici, quindi di stupefacenti, nella quale il protagonista ha la forza di intraprendere una strada diversa, diventano lo sceriffo della contea. La storia viene raccontata dal punto di vista di vari personaggi, dalla metà degli anni 50, fino ai giorni nostri. Un romanzo appassionante, che potrebbe ricordare in qualche modo le saghe delle famiglie mafiose e che ti tiene incollato alla lettura verso un epilogo inevitabile, ma allo stesso tempo inaspettato.

Il secondo romanzo, Come leoni. Ritorno a Bull Mountain, inizia dove finisce il primo, riprendendo alcuni fili della trama solo accennati nel precedente romanzo, ma proseguendo nella storia e svelando un altro scenario che dà un senso diverso anche al racconto iniziale. In effetti poteva essere tranquillamente un unico romanzo, fatto appunto di due parti.

Nel terzo capitolo, Hard Cash Valley. All’ombra di Bull Mountain, c’è un nuovo protagonista che si muove nello stesso territorio, con la stessa ambientazione, ma sviluppa una vicenda completamente nuova. Nuovi personaggi, legati sempre alla storia originaria, che viene narrata con il ritmo incalzante e coinvolgente dei primi romanzi.

Che succede quando una storia ha concluso le sue trame, ma i personaggi hanno ancora tanto da raccontare? Ci si sposta indietro nel tempo! Con Nient’altro che ossa, l’autore ci porta ad un prequel delle prime due storie narrate, partendo da un personaggio solo accennato negli altri romanzi, ma che ha una sua vicenda importante all’interno della saga complessiva. In effetti, anche se è l’ultimo uscito, si potrebbe iniziare la lettura proprio da qui.

Quattro romanzi che però, come dicevo, potrebbero essere quattro capitoli della stessa storia, che tiene il lettore incollato con la voglia di saperne di più, per capire come proseguiranno le vicende della famiglia Burroughs terribile e affascinante al tempo stesso. Per capire se in tutto quel male, in tutta quella violenza, alla fine c’è una luce e una speranza di redenzione. Se iniziate vedrete che probabilmente passerete agosto in loro esclusiva compagnia, con l’unico rammarico che – almeno per il momento – non ci sia un seguito ulteriore.

Buona lettura!

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Resoconto semiserio di un viaggio in Turchia / 4 Curiosità e notizie utili per i viaggiatori

Al termine di questo resoconto mi sono reso conto (!) che in realtà ho tralasciato di raccontarvi qualche curiosità e di aggiungere qualche suggerimento per chi volesse seguire le nostre orme.

Prima di tutto parliamo di soldi. La lira turca non vale una lira (oggi sono in vena di giochi di parole!). Hanno un’inflazione galoppante, quindi il valore odierno (1 euro vale circa 45 lire), potrebbe essere molto diverso rispetto a quando andrete voi: controllate! Non è possibile cambiare le lire in Italia, bisogna farlo lì e conviene farlo ad Istanbul. Per darvi un’idea in aeroporto c’era il cambio 1 euro 42 lire, in città abbiamo cambiato a 47. Non parliamo di grandi cifre, però comunque…In ogni caso l’euro viene accettato ovunque, anche nelle bancarelle più sperdute, però ovviamente il cambio è sempre svantaggioso.

Contrattate sempre! Sembra una cosa scontata, ma davvero ogni cosa ha un prezzo nominale ed uno reale. Ma questo non vale solo ai mercati o ai bazar, perfino con i taxi! Il tassametro è un optional che non tutti hanno: per darvi un’idea, dal centro città in albergo una volta un taxi ci ha chiesto 40 euro. Gliene abbiamo dati 15 e siamo stati anche generosi: ci provano sempre, anche in maniera spudorata!

Come già detto nelle puntate precedenti, il biglietto per la visita alle attrazioni della città è molto caro. Per dare un’idea, la già menzionata Santa Sofia che come vi dicevo noi turisti possiamo vedere solo parzialmente, costa 30 euro: l’ingresso al Colosseo costa 18. Bisogna aggiungere altro? In questi giri organizzati ti propongono sempre delle gite. Abbiamo evitato il giro in nave sul Bosforo (costava 60 euro) e chi l’ha fatto ci ha detto che abbiamo fatto bene a risparmiare quei soldi. Bello, ma niente di straordinario. Come vi dicevo invece vale la pena fare il giro in mongolfiera, ma qui si può risparmiare un bel po’ prenotandolo direttamente dall’Italia. Altri che erano con noi, prenotandolo online prima di partire, hanno risparmiato fino alla metà del prezzo. Ad averlo saputo prima!

Oltre ai musei e alle Chiese ho trovato particolarmente cari gli alcolici: bersi una birra la sera è un lusso, quasi 10 euro per una piccola da 33 cl. Si tratta evidentemente di un retaggio culturale legato al divieto di bere alcolici per i mussulmani. Anche se, ci raccontava Umut, che nel Corano non c’è menzione di un divieto assoluto di berli, così come non c’è un divieto di mangiare carne di maiale. Sono prescrizioni successive, nate all’interno della tradizione mussulmana, che però non hanno una base nel sacro libro dell’islam. In compenso, giustificando il detto “fumi come un turco“, le sigarette costano meno della metà rispetto a noi.

Come in altre parti del mondo (direi in quasi tutte!), scordatevi il caffè espresso. Io non ne riesco a fare a meno, ma debbo dire che raramente ne ho bevuti di così cattivi, il più delle volte davvero imbevibili. In compenso un po’ ovunque si trova (lo offrono anche nei negozi dove semplicemente entri a guardare qualcosa) un tè di diversi tipi, spesso alla mela, che viene servito freddo, oppure il classico tè nero servito bollente in bicchierini particolari.

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Resoconto semiserio di un viaggio in Turchia / 3 Pammukkale, Efeso e Bursa

Lasciata la Cappadocia, ci aspetta nuovamente un lungo percorso in pullman per raggiungere le mete successive. Sulla strada verso Konia ci siamo fermati ad un Caravanserraglio Selgiuchide. Questi erano luoghi fortificati, costruiti lungo la via della seta, come stazioni di sosta per i viaggiatori.

Nel pomeriggio siamo arrivati a Pammukkale (che in Turco significa Castello di cotone). Un posto davvero straordinario! In questa regione infatti i movimenti tettonici hanno determinato la nascita di fonti termali con un’acqua molto ricca di carbonato di calcio. Il risultato dà luogo a delle formazioni rocciose molto particolari, costituite da strati bianchi di calcare lungo tutto il pendio della montagna, che sembra completamente innevata.

Queste sorgenti erano conosciute anche nell’antichità e molto apprezzate dagli antichi romani, che le ritenevano ricche di proprietà salutari (che in realtà non hanno). Non è un caso che proprio in prossimità delle sorgenti si trovava l’antica città di Hierapolis. Fra le rovine spicca il teatro, rimasto in uno stato di perfetta conservazione.

Il giorno successivo abbiamo continuato la parte archeologica del nostro viaggio, visitando le rovine della città di Efeso. Una vera e propria metropoli dell’antichità, che arrivò ad ospitare oltre 200 mila abitanti. Le rovine risalgono soprattutto al periodo augusteo, molto particolare la facciata della biblioteca di Celso, oltre a vari templi e numerosi stabilimenti di bagni pubblici.

Purtroppo del monumento più celebre di Efeso, Il tempio di Artemide, considerato il più grande edificio del mondo antico e inserito nelle 7 meraviglie del mondo, non rimane che una singola colonna (sormontata da un nido di cicogne!)

Molto caldo anche qui, siamo riusciti ad entrare alle 9, al momento dell’apertura, ma il termometro era già ben oltre i 35 gradi, alle 11 ci siamo rifugiati nel museo multimediale, che ricostruisce la storia della città nel corso dei secoli. Molto interessante e soprattutto un’oasi di fresco!

Nel pomeriggio abbiamo fatto una breve visita a Smirne, tappa intermedia verso Bursa, ultima meta del nostro viaggio prima del ritorno a Istanbul. Bursa è stata capitale dell’impero ottomano fino alla caduta di Costantinopoli, la sua attrazione principale (o forse unica) è la grande Moschea Verde (che poi, in realtà è soprattutto azzurra!)

Questa cosa della gonna mi stava sfuggendo di mano! Di fronte alla moschea c’è il mausoleo con le tombe di alcuni sultani ottomani: anche questo è chiamato mausoleo Verde, ma in realtà è blu. Mi stava venendo il dubbio che i turchi fossero daltonici, ma in realtà Umut ci ha spiegato che nel corso dei secoli le mattonelle originali verdi sono state sostituite da mattonelle prevalentemente azzurre.

E così siamo giunti alla fine del viaggio. Ci è piaciuto molto, nonostante il caldo e le distanze percorse, la bellezza dei luoghi ha fatto passare in secondo piano le difficoltà. Sicuramente Istanbul merita un tempo maggiore: troppe le cose da vedere in due giorni soltanto, ma ci ritorneremo.

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Resoconto semiserio di un viaggio in Turchia / 2 Cappadocia

Partiti da Istanbul la nostra tappa successiva è stata Ankara, capitale della Turchia a partire dalla prima metà del secolo scorso, oggi una città di oltre 5 milioni di abitanti, centro politico e amministrativo del Paese. Non c’è molto da vedere, è stata una tappa di avvicinamento alla Cappadocia, comunque abbiamo avuto modo di visitare il mausoleo di Mustafa Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna.

Una figura molto amata in tutto il Paese, il nostro Umut nonostante il suo cinismo ce l’ha descritto come un vero e proprio eroe, capace di rivoluzionare il Paese, ricostruendolo dalle ceneri dell’impero ottomano, uscito sconfitto e praticamente distrutto dopo la Prima Guerra Mondiale. In una quindicina d’anni, imponendo riforme profonde riuscì a risollevare la Turchia proiettandola nel future grazie a una visione moderna, laica e direi europea del Paese.

Da lì un’altra tappa di avvicinamento è stato Tuz Golu il Lago Salato. Un bacino enorme gran parte ormai secco da cui vengono estratti grandi quantità di sale. Un panorama davvero molto particolare!

E così, dopo parecchie ore di pullman, siamo arrivati finalmente in Cappadocia. “Ciao Lucio Licio, vieni dalla Tracia o dalla Cappadocia?” Per me fino ad oggi la Cappadocia era una posto quasi di fantasia, uno sciogli lingua usato da un personaggio di Alto Gradimento, la mitica trasmissione radiofonica di Arbore e Boncompagni che ascoltavo da ragazzo. Prima tappa, Goreme e le Chiese rupestri, paesaggio stile western con queste costruzioni scavate nella roccia dove trovarono rifugio i primi cristiani e poi successivamente anche le altre popolazioni del luogo, sempre esposte alle scorribande dei popoli vicini e lontani. All’interno di alcune grotte sono ancora ben conservati dipinti molto antichi di grande bellezza.

Il giorno dopo sveglia all’alba per una delle attrazioni principali di tutto il viaggio: la gita in mongolfiera! Un’esperienza davvero unica, assolutamente da fare almeno una volta nella vita. Molto cara (il prezzo varia a seconda dei periodi e delle persone presenti, ma è comunque molto elevato), noi abbiamo pagato 220 euro a testa, ma non ce ne siamo pentiti.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non c’è il problema delle vertigini. Un po’ come succede in aereo, se non c’è un contatto diretto con il suolo non si ha quella sensazione di vuoto e invece ci si gode un panorama dall’altro assolutamente fantastico.

La giornata è proseguita con la visita alle valli di Avcilar e Guvercinlik per ammirare i famosi Camini delle fate, delle formazioni rocciose determinate dai fenomeni atmosferici che nel corso dei millenni hanno determinano l’erosione delle rocce, creando degli effetti spettacolari.

Abbiamo concluso questa lunga (e bollente!) giornata con la visita della città sotterranea di Kayasehir. Anche queste costruzioni avevano lo scopo di preservare la popolazione dalle scorribande degli invasori, in Cappadocia ne sono stati scoperti oltre un centinaio di siti. Questa regione infatti si trova esattamente lungo la famosa via della seta e quindi nel corso dei secoli ha subito il passaggio di persiani, macedoni, romani, unni, selgiuchidi, mongoli, non sempre (anzi, direi quasi mai) con intenzioni pacifiche.

Almeno lì dentro il caldo ci ha dato una tregua! Consiglio per viaggi futuri: se volete visitare con tranquillità questi posti evitate luglio ed agosto. Una volta usciti da Istanbul abbiamo sofferto davvero tanto, sia in Cappadocia, sia nelle prossime tappe che vi racconterò nella terza ed ultima puntata del viaggio.

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Resoconto semiserio di un viaggio in Turchia / 1 Istanbul

Diciamo subito una cosa. Della Turchia avevo un’idea, condita da diversi pregiudizi, totalmente lontana dalla realtà. Sarò un retaggio culturale (“mamma li turchi!“), sarà l’identificazione automatica mussulmani=arabi, fatto sta che fin da subito, appena atterrati ad Istanbul, sono rimasto meravigliato dalla realtà che mi sono trovato di fronte. E durante tutto il viaggio, nelle varie tappe del nostro itinerario, ho avuto conferma di quelle prime impressioni. La Turchia è un Paese molto più europeo di quanto potessi immaginare: “il più orientale dei Paesi occidentali ed il più occidentale dei Paesi orientali“. Così Umut, la nostra guida, ce l’ha presentato e debbo dire che non saprei trovare una definizione più appropriata.

Umut, la nostra guida. Per la prima volta infatti siamo andati con un viaggio organizzato da un’agenzia (in realtà anche il nostro viaggio a Cuba era un viaggio organizzato con tanto di guida, ma lì come avevo raccontato eravamo solo noi e una coppia di amici, quindi non fu esattamente la stessa cosa). Fortunatamente siamo capitati con un bel gruppo di persone, tutte simpatiche e soprattutto senza nessun rompiscatole. Certo, a mente fredda posso dire che un viaggio del genere potrebbe benissimo essere organizzato anche autonomamente, con più libertà di movimento e di orari, ma è andata così. Se non altro ci siamo goduti degli alberghi a 5 stelle con tanto di Spa, piscina e – ovviamente – bagno turco!

Istanbul è più simile a Los Angeles che a Roma. 17 milioni di abitanti, di fatto tante città messe insieme, anche molto diverse fra loro. Noi abbiamo visitato i quartieri centrali, quelli più turistici, limitandoci alla parte Europea. Inevitabile considerato il tempo a disposizione, per visitarla per bene non sarebbe stata sufficiente una settimana intera, ma vorrà dire che ci torneremo!

Il nostro viaggio è iniziato con la prima di tante alzatacce prima dell’alba, questo però ci ha fatto guadagnare una mezza giornata che abbiamo trascorso iniziando a prendere confidenza con la grande città. Considerato che non era nel nostro programma siamo andati alla Torre Galata, una torre medievale di avvistamento che si affaccia sul corno d’oro (un canale che attraversa la parte europea della città, da non confondere con lo stretto del Bosforo, molto più ampio che invece divide la parte europea da quella asiatica).

Saremmo voluti salire, da lì c’è una bella visuale della città, ma una lunga fila e un biglietto di ingresso di 30 euro ci hanno fatto desistere. Così abbiamo iniziato a renderci conto di una spiacevole caratteristica locale: ogni attrazione è molto cara, molto al di là dei nostri standard. Musei, palazzi, chiese/moschee, tutto costa ben al di sopra di quanto siamo abituati da noi. Non parliamo poi delle escursioni che meritano un discorso a parte che farò in seguito. Abbiamo gironzolato un po’ nel quartiere di Beyoglu e poi siamo rientrati in albergo.

Il giorno dopo iniziava il tour vero e proprio, incentrato sulle attrazioni del quartiere di Sultanahmet, il cuore turistico della città. A pochi passi l’una dall’altra si trovano infatti il Palazzo Topkapi, Santa Sofia, la grande Moschea Blu e la Cisterna Basilica.

Iniziamo con Palazzo Topkapi, residenza ufficiale dei sultani dell’impero ottomano. Più che un palazzo una cittadella vera e propria, con palazzi e giardini che ospitavano un gran numero di persone e dominano la città da un punto sopraelevato.

Il mio amico Roberto ed io non potevamo proprio esimerci dall’immortalarci affianco a un giannizzero locale

Proprio di fronte al Palazzo sorge Hagia Sofia, la monumentale cattedrale bizantina di Santa Sofia, trasformata recentemente in Moschea dal simpatico Erdogan (“Umut, com’è Erdogan?” “Hai presente il vostro Berlusconi? Solo più ladro” Ecco, a posto così).

Mi resta il rammarico di non averla visitata. Ma a parte il costo del biglietto (anche questa 30 euro) da qualche anno l’accesso ai non mussulmani è molto limitato, si può entrare solamente da un’entrata in alto e quindi si possono vedere parzialmente i vari dipinti e mosaici. Alcune persone del gruppo che hanno voluto comunque acquistare il biglietto di ingresso mi hanno detto che non ne vale la pena. Peccato, ma speriamo che queste limitazioni vengano prima o poi rimosse.

Quindi dal palazzo Topkapi siamo andati alla Cisterna Basilica, un luogo straordinario, rimasto intatto nel corso dei secoli. Una gigantesca cisterna sotterranea, sorretta da una serie infinita di colonne provenienti principalmente da Efeso e da altri siti antichi come Hierapolis. Garantiva acqua alla città, anche in caso di lunghi assedi.

Dopo pranzo siamo stati a visitare la Moschea Blu, la più importante della città, creata ad immagine e somiglianza di Santa Sofia, proprio come risposta islamica della grande cattedrale cristiana. Molto bella, imponente, sicuramente affascinante, anche se, almeno personalmente, mi resta l’impressione che anche la più bella fra le moschee, essendo prive di immagini, non può competere con i capolavori presenti nelle chiese cristiane.

Notare la mia splendida gonna! Il resto del pomeriggio è stato dedicato agli acquisti. Prima nel Bazar Egiziano, meglio noto come mercato delle Spezie

E poi nel Gran Bazar, un mercato gigantesco, centro del mercato nero e del riciclaggio di denaro più grande d’Europa (almeno così ce l’ha raccontato il nostro Umut).

Ci sarebbe stato ancora in programma un giro per Piazza Taksim, il centro commerciale della città, ma eravamo tutti abbastanza cotti e abbiamo preferito rientrare in albergo. Al termine del nostro tour siamo tornati ad Istanbul per altre due mezze giornate. Nel pomeriggio abbiamo girato per il quartiere di Balat, con le sue case coloratissime. Quartiere molto vivace, pieno di vita e di locali.

L’ultima mattinata l’abbiamo dedicata alla visita di San Salvatore in Chorda, una Chiesa bizantina, tramutata in Museo e recentemente in Moschea che fortunatamente ha mantenuto intatti mosaici e dipinti medievali, che sono stati risparmiati dalla furia iconoclasta. E’ un po’ fuori dai giri turistici tradizionali, ma vale assolutamente la pena visitarla!

Fatto questo salto in avanti per completare la descrizione di Istanbul, riprendo il racconto del nostro itinerario, la cui prossima tappa è Ankara, l’attuale capitale della Turchia.

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Non è tanto il caldo

All’ombra dell’ultimo sole, s’era assopito un pescatore. E ti credo che si era assopito! Con questo caldo che fa! Che poi non è tanto il caldo alle due del pomeriggio, quando fanno 40 gradi. Piuttosto è quello delle due di notte, quando ne fanno 30.

Dicono che non è tanto il caldo, quanto l’umidità. Io in realtà non so bene cosa sia l’umidità. Me la immagino come un cremino squagliato sotto la maglietta, mentre tu sei più bagnato di un piede dentro uno scarpone da sci, e sudi stando fermo, sudi respirando, sudi battendo le ciglia, sudi sbadigliando, sudi anche senza muovere l’ombra di un muscolo. Infatti sudi anche all’ombra.

Ma non è tanto il caldo, quanto la puzza dei cassonetti per strada, che ti viene il dubbio che dentro quelli dell’umido evidentemente ci dev’essere finita la salma di un piccione morto dopo aver mangiato un panino con la mortadella andata a male. Per il caldo.

Non è tanto il caldo, quanto i consigli di giornali e tv che dicono di evitare le ore calde e bere molto. Un po’ come Calcutta che canta paracetamolo 500 se ne prendi due diventano 1000.

Non è tanto il caldo, quanto la Lazio che ha il mercato bloccato. E ora di cosa parleranno le radio per tutta l’estate?

Non è tanto il caldo, quanto Salvini che come Ministro dei Trasporti riesce a mandare in tilt i treni, gli aerei, i taxi. Fossi un noleggiatore di Risciò sarei molto preoccupato.

Non è tanto il caldo quanto la macchina parcheggiata al sole, che quando ti avvicini ricorda tanto quella santa donna di mamma che dice, “viè qua che nun te faccio niente“.

Non è tanto il caldo, quanto la gente che si agita, che corre di qua e di là e telefona, fissa riunioni, perché poi se no “se ne parla a settembre“. Ecco! Non è il caldo è l’incubo di settembre, stracolmo di tutte le cose che non riusciremo a fare prima.

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Quarant’anni è un battito di ciglia

Quarant’anni fa. Ci sono due teorie, due filosofie, due impostazioni di vita diametralmente opposte. Un po’ come destra sinistra, doccia o bagno, mamma o papà, mare o montagna: chi ama i “ritorni al passato”, chi ama ritrovare gli amici di un tempo per rivedere pezzi delle sue vite precedenti e chi invece odia tutto ciò.

Alcuni dicono “Ma se non ci siamo più visti da quarant’anni, ci sarà un motivo?” Logica stringente la loro, indubbiamente. Ma che come tutte le cose logiche e ragionevoli a me non convince. Ci possono essere cause occasionali o semplicemente casi della vita che ci allontanano. La vita è un treno in corsa, le situazioni cambiano, le cose e le persone sono in movimento. Eppure, alcune cose rimangono sempre uguali. Almeno per me. Sarò un’eccezione? Sarò un uomo con poca fantasia? Può darsi. Però.

Però se mi fermo a riflettere, non posso non riconoscere che, se escludo i figli, sono poche le cose o le persone veramente fondamentali che la vita mi ha aggiunto in questi ultimi quarant’anni. Amo la stessa donna (o quasi: a voler essere pignoli lei arrivò giusto un anno dopo), i miei amici, le persone a cui sono più legato sono le stesse, leggo ancora Tex, sono un filosofo della minchioneria e la Lazio è in grado ancora di esaltarmi o di deprimermi. Uomo di poca fantasia, senza dubbio.

Fatto sta che quarant’anni fa, in questo momento, probabilmente ero sui libri a studiare. Per la maturità. E così, in occasione di questo anniversario, ieri abbiamo organizzato una rimpatriata, cercando anche chi non avevamo più visto per tutto questo periodo. E se è vero che in realtà i compagni di classe con cui ero più legato continuo a sentirli (spesso) e a vederli (molto meno di quanto vorrei), però sono stato proprio felice di rivedere tutti gli altri. Persone che hanno fatto percorsi diversissimi, con cui però ho vissuto gli anni più belli della mia vita, quando il mondo era un quaderno bianco su cui scrivere, quando tutto era ancora possibile.

E il fatto di non avere rimpianti, il fatto di essere soddisfatto del percorso fatto da allora ad oggi, della storia scritta su quel quaderno, non toglie la nostalgia delle sensazioni che ho vissuto con loro quarant’anni fa. Non c’è contraddizione fra le due cose: possiamo essere pienamente realizzati, possiamo essere legittimamente orgogliosi di quello che abbiamo costruito e possiamo non avere alcun rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma nulla, nulla al mondo mi potrà impedire di sorridere sognante ed incantato, ripensando a quell’anno. A quel leggendario, straordinario, irripetibile, millenovecentottantacinque. I ragazzi stanno bene, come cantano i Negrita, ed è sufficiente ritrovarsi di nuovo insieme, chiudere gli occhi e tornare ad essere noi, perché quarant’anni posso essere cancellati con un battito di ciglia.

Ma non mi va di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare e voglio ridere, non mi va! Non ho tempo per brillare voglio esplodere, ché la vita è una poesia di storie uniche. E intanto vai, vai che andiamo dentro queste notti di stelle, con il cuore stretto in mano e con i tagli sulla pelle. Ma i ragazzi sono in strada, i ragazzi stanno bene, non ascoltano i consigli e hanno il fuoco nelle vene. Scaleranno le montagne e ammireranno la pianura. Che cos’è la libertà? Io credo: è non aver più paura.

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Giovani campioni in cerca di allori

Ieri l’astro nascente della Formula 1, il pilota Andrea Kimi Antonelli ha superato l’esame di maturità. Lo so, in tempi come questi, fra guerre, missili, finte tregue e tragedie autentiche, potrebbe ben figurare nei primissimi posti nell’elenco delle notizie del chissenefrega. Invece Giornali e tv hanno dato ampio spazio alla notizia, corredando il tutto con una foto del giovane fenomeno – giustamente festante – con indosso una corona di alloro. E qui si sono scatenati i social.

Ovviamente pieni di gente invidiosa e soprattutto nulla facente, che ha preso di mira il ragazzo, i più sereni invitandolo ad andare a lavorare, i più scalmanati abbandonandosi ad insulti di vario genere. Fra tutti, mi è saltato all’occhio l’opinione di una lettrice di Repubblica che commentava così “basta con questo buonismo, non è possibile che questo ignorante non sappia che la corona d’alloro è dedicata a chi si laurea, che c’entra con la maturità?

Sicuramente fin dall’antichità la pianta di alloro era simbolo di sapienza ed il legame tra la laurea e l’uso delle corone d’alloro è presente anche nella stessa origine del nome: il “laureato” è letteralmente, colui che è incoronato di alloro. Detto questo, ma in base a quale “buonismo” non dovremmo accettare che un giovane, che tra un’interrogazione e un compito in classe sfreccia a 300 km all’ora nei circuiti di mezzo mondo, possa festeggiare il suo esame di maturità come gli pare e piace? Perché non dovrebbe avere tutte le ragioni del mondo per ritenersi soddisfatto del suo risultato, per sentirsi campione, anche se per una volta non dietro a un volante?

E allora ho deciso che domani, per festeggiare il fatto che nonostante questo caldo verrò a lavorare, mi presenterò in ufficio con una corona d’alloro. E voglio vedere chi avrà da ridire!

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Fatevene una ragione: tifate il Roma e lasciateci in pace!

Ma sul serio c’era bisogno di nuovo di una polemica sul calcio? Ancora a parlare di Lazio e di Roma, mentre siamo travolti dai venti di guerra che soffiano da più parti? Forse no, ma forse sì. Perché proprio in questi giorni è scoppiata nuovamente una polemica sui social, nata da una battuta infelice di una comica in una trasmissione in TV, sull’equazione laziali fascisti.

In effetti questa Michela Giraud ha utilizzato un banalissimo luogo comune, smentito dai fatti, che non farebbe ridere neanche qualcuno colpito da una bombola di gas esilarante. Da qui una polemica stupida, che non meriterebbe commenti, né tanto meno gli onori della cronaca, utile forse solamente a chi l’ha sollevata per aumentare un po’ la propria notorietà. Personalmente non la conoscevo: quando ho letto il nome pensavo a un qualche collegamento con Giroud, l’ex giocatore del Milan, che però è scritto con la “o” e non con la “a”, ma come vedremo anche le vocali forse rientrano in un discorso più ampio.

Infatti, mentre la polemica in sé, è del tutto superflua, fa riemergere una questione più seria, di lunga data, che parte da un dato di fatto. La Lazio dà fastidio. E non da oggi, da quasi cent’anni ormai. Da quando qualcuno nelle stanze del potere (allora fascista, ma questo è un dettaglio se vogliamo ironico ed insieme trascurabile) decise che nella capitale ci doveva essere un’unica squadra di calcio. E’ comprensibile la frustrazione che questo qualcuno, e quindi poi di conseguenza tutti i suoi epigoni, hanno dovuto sopportare quando un’unica squadra, la più antica, la più importante, non aderì a questo progetto.

Come nelle leggende e nelle storie di diverse mitologie, ci sono dei fratelli più piccoli che si uniscono contro il più grande per toglierli la primogenitura. E non avendo avuto la possibilità di eliminarlo fanno partire una campagna denigratoria, mirata allo stesso obiettivo. Chi non tifa per la Roma non è di Roma, i laziali sono burini, quelli che non sono della città. C’è persino un vecchio filmato in bianco e nero, tratto da una pellicola di Sordi (ovviamente anche lui originario di fuori) che parla dei laziali “burini”. Fa sorridere pensare a una Elena Fabrizi (la famosa “sora Lella”), lei sì romana trasteverina, che candidamente diceva di essere della Lazio, perché quando era giovane lei, c’era solo la Lazio.

Ma il processo di rimozione continua. Oltre a negare l’identità cittadina, diamogli anche l’etichetta del cattivo. Da qui l’immaginario del laziale fascista, da cui anche la comica sconosciuta che dicevo attinge a piene mani. D’altra parte per loro è fin troppo facile l’identificazione della squadra con la città: stesso nome, stessi colori, stesso simbolo. Chi viene da fuori, per omologarsi alla nuova realtà, non può che aderire a questa identificazione.

Essere della Lazio è più complicato. Sia per chi è nato a Roma, sia soprattutto per chi non è nato qui. Ma questa complicazione per noi è il gusto della cosa, per loro invece è incomprensibile. D’altra parte l’aquila è solitaria, il lupo sta sempre in branco. E non importa se come presidente ci sta un personaggio discutibile, se la curva a volte prende posizioni discutibili, non importa nulla a chi tifa Lazio. La Lazio è altro, è tutt’altra cosa.

Anche la questione linguistica ha il suo peso. Fateci caso, qualsiasi squadra abbia il nome della città, è declinata al maschile, proprio per non ingenerare confusione con la città stessa. Vale per il Torino (squadra) che non va confusa con la città di Torino. Ma vale anche per città che hanno una desinenza femminile: il Parma, il Catania, il Vicenza, Il Bologna, il Pisa e potrei andare avanti. Le squadre di calcio che non hanno il nome della città, ovviamente, non creano confusione e quindi spesso sono femminili (la Juventus, l’Internazionale, la Fiorentina). C’è una sola squadra che ha il nome della città e la desinenza femminile: la squadra che vuole, che deve, che non può non essere confusa con la città.

Recentemente l’attore Piero Sermonti ha parlato di una conclamata egemonia culturale romanista nel mondo del cinema e della televisione. Se non sei romanista non sei visto bene, non rientri nei salotti buoni, nell’intellighenzia culturale nazional popolare. Ma è sempre stato così. Chi tifa la Lazio lo sa, l’ha vissuto nella pelle da sempre. Siamo minoranza scomoda. Talmente scomoda che ci dipingono più minoranza di quanto non siamo nella realtà. Non siamo glamour, non siamo mainstream, non riempiamo lo stadio con folle entusiastiche. Perché loro sono romani e romanisti prima di essere giornalisti, attori, scrittori, politici. L’ha ribadito persino quel finto saggio di Ranieri, rifiutando la panchina della nazionale, perché lui ama l’Italia, ma prima di tutto ama la Roma.

Però ve ne dovete fare una ragione. Noi siamo il resto che non rientra nella cifra tonda. Siamo il pezzetto del puzzle che non trova posto nel quadro complessivo. Maledetti laziali! Come recitava uno striscione in voga tempo fa. Mi dispiace per voi, ma l’equazione identitaria non si risolverà mai. Perché noi scegliemmo di restarne fuori, di essere qualcosa di diverso, non omologabile alle mode. Noi scegliemmo di non essere voi. Quindi, continuate a tifare il Roma e lasciate in pace noi!