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E fu sera e fu mattino. Teogonia trumpiana

Lunedì. Ci riprenderemo il canale di Panama
Martedì. Annetteremo la Groenlandia
Mercoledì. Il Canada diventerà il cinquantunesimo Stato
Giovedì. Occuperemo Gaza e ne faremo la riviera del Medio Oriente
Venerdì. Faremo finire la guerra in Ucraina in cambio di 500 miliardi di terre rare Sabato. Metteremo i dazi con la Cina, il Messico, l’Unione Europea

La domenica, con un abbronzatura da far invidia a Carlo Conti, si riposò per andare i vedere il Superbowl. Peccato che i suoi Kansas City Chiefs persero in finale contro gli Eagles Philadelphia. Ma questo solo perché lui si era limitato a tifare e non era sceso in campo.

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E allora le foibe? E altre indignazioni a comando

Non so voi, ma io non sopporto più quest’uso strumentale di una tragedia, queste indignazioni a comando, che si accendono e si spengono a seconda di dove tira il vento. E ahimè questo vezzo viene indistintamente da destra e da sinistra, in un’assurda gara a chi ha la colpa maggiore (gli altri) e chi più merita solidarietà (noi o più in generale, i nostri). Perché non condannare ogni sopruso, ogni violenza, senza trovare una giustificazione? Proprio non riusciamo a solidarizzare con le vittime senza distinzioni?

Ma trovare giustificazioni, creare parallelismi o pensare ci siano nessi di causa ed effetto è sbagliato. E’ sempre sbagliato. E’ sempre un giustificare l’ingiustificabile. Nessuno è meno colpevole delle sue azioni solo perché ce ne sono state altre prima. Non c’è motivazione che tenga di fronte all’orrore. E ricordarne solo alcuni, dimenticandone coscientemente altri, non aiuta a ristabilire la verità o la giustizia.

O ancora meglio la com-passione. Perché invece è questo che dovremmo fare: sentire su di noi la passione per l’altro, ebreo, palestinese, giuliano dalmata, tibetano, armeno, libanese, curdo, kossovaro e tutti gli altri. Nessuno escluso. Nessuno accettabile, nessuno giustificabile, nessuno ammissibile. Perché se solo ne giustificassimo uno, se solo ammettessimo che sì, in fondo hanno ragione loro a fare quello che fanno, nessuno sarebbe più innocente. Ma invece il carnefice ha sempre torto, sempre, in qualsiasi contesto, anche fosse stato a suo volta vittima in precedenza. Giustificarne uno significherebbe cancellare con un colpo di spugna anche tutti gli altri. Ma è tanto difficile capirlo?

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Message in a Bottle

Per chi scriviamo nei nostri blog? Ho letto tante volte e tanti blogger interrogarsi sul perché e sul per chi si scrive nella blogsfera. Ognuno ha le sue motivazioni e le sue ragioni, nessuna migliore di altri. Chi scrive per se stesso, chi scrive scientemente per qualcuno, chi lo fa per sfogarsi, chi per raccontarsi e chi per nascondersi. Per essere davvero se stessi o al contrario, per provare ad essere qualcun altro. Qualcuno semplicemente perché non ha nulla di meglio da fare. I motivi possono essere tanti e soprattutto possono cambiare nel tempo, soprattutto per chi come me, scrive sul blog da tanti anni.

Il blog è una cosa intima, un luogo tutto nostro. Per me, come ho già scritto altre volte, è come un baule dove mettere e ritrovare pensieri, emozioni, opinioni, che altrimenti andrebbero perdute. Scrivo per chi ha voglia di leggermi, ma anche e soprattutto per me se stesso. E’ il mio spazio, ma questo è vero fino ad un certo punto, perché poi di fatto è uno spazio aperto, dove chiunque può venire a curiosare.

Infatti, come ogni altro blog, ho lettori assidui, qualcuno molto assiduo, ma anche molti lettori occasionali. Viaggiatori con l’abbonamento e viaggiatori con un biglietto di sola andata. Qualcuno si palesa, commenta, qualcun altro passa senza lasciare traccia. Mi fa sempre una certa impressione chi mi dice, “ah ho letto sul tuo blog questo o quello“, magari persone che mai avrei pensato potessero capitare qui. Il più delle volte fa piacere, a volte però ti fa rimanere spiazzato, perché capisci che hai dato un’impressione senza magari esserne completamente consapevole. Hai lanciato un messaggio dentro una bottiglia e il mare aperto del web l’ha portata chissà dove e chissà a chi.

E poi succedono fenomeni strani, direi quasi inspiegabili. Come stamattina. Guardando le statistiche mi sono accorto (il buon wordpress quando capitano cosa del genere ha la compiacenza di avvisarti) che dalle 7 alle 12 ci sono stati oltre 300 accessi, quasi tutti su un solo post (per completezza di cronaca, questo qui). Un post che sicuramente è piaciuto più di altri e che ha sempre molte visite, ma com’è possibile che oltre 300 persone si siano decise a leggerlo nell’arco di una mattinata? In passato è capitato qualcuno che, evidentemente con molto tempo a disposizione, si è messo a leggere tutto il blog, facendo da solo centinaia di accessi, ma in questi dieci anni mai era successo che così tante persone si concentrassero su un unico post in un tempo così ridotto.

Ci sarà stato un concorso a premi a mia insaputa? Faceva parte di una caccia al tesoro o di una penitenza? E’ entrato a far parte di una lezione universitaria dal titolo “come non scrivere un post su un blog”? Non riesco a darne una spiegazione, magari però è capitato anche ad altri blogger. Se qualcuno me ne sa dare una magari mi levo questa curiosità!

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Del sale fino, sospendere il giudizio e diventare più indulgenti

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi, ma poi non così saggi. (C. Bukowsky)

Da dove viene questa tendenza a non voler esprimere un giudizio definitivo in molti ambiti della vita? Mi racconto che in fondo la sospensione del giudizio, il socratico sapere di non sapere, è segno di saggezza, ma so benissimo che è una mezza verità. Se non altro perché mi ricordo bene che fino a qualche tempo fa non era così.

Mantengo dei punti fermi inossidabili: idee, convinzioni, persone che sono dei veri e proprio punti cardinali su cui ho sempre orientato le mie scelte, ma a differenza di un tempo, mi ritrovo sempre più spesso in altre situazioni in cui non mi sento di prendere posizione. Paura di sbagliare? Neanche per sogno. Ci sono cose che mi spaventano, ma forse sono troppo presuntuoso per aver paura di sbagliare. Piuttosto per la consapevolezza che raramente ci si trova davanti una soluzione univoca. Per la sensazione, sempre più forte, che molto spesso c’è un altro punto di vista, un’altra prospettiva che getta una luce diversa sulle situazioni, che mina le sicurezze e apre possibilità alternative, a volte diametralmente opposte a quelle che avremmo dato per scontate.

Soprattutto sulle persone mi viene sempre più naturale sospendere il giudizio perché ogni giorno di più scopro la ricchezza delle sfaccettature che ci portiamo dentro. Perché ogni giudizio è una riduzione di complessità, necessaria, ma allo stesso tempo arbitraria. Mamma diceva che per imparare a conoscere qualcuno ci dovevi aver mangiato insieme almeno un chilo di sale fino. Pensavo fosse una esagerazione, ma forse non è così.

Una volta che impari a sospendere il giudizio potresti essere vittima della diffidenza: non saper esprimere un’opinione definitiva sulle situazioni o sulle persone potrebbe portarti a dubitare di tutti, a non poterti più fidare realmente di nessuno. Invece, esattamente al contrario, può aiutarti a diventare più tollerante, meno esigente. Più curioso per cercare la luce anche dove sembra esserci solo buio, meno rigido per abbassarsi a raccogliere anche i piccoli pezzi che andrebbero perduti. Ma soprattutto più indulgente. Sia con gli altri, sia, perché no, con se stessi.

Eh sì. Mi sa che sto invecchiando.

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A proposito dello sci (ma anche dei vecchi amici)

L’altro giorno sono stato con mia figlia a sciare. Lo sci è come gli amici del liceo: puoi non vederti per anni, ma dopo qualche minuto, finiti i come stai/che fai/il lavoro/i figli, ti ritrovi a ricordare i vecchi fatti e a ridere per le stesse battute. Sulle piste da sci è lo stesso. Trent’anni fa, come oggi, scendo senza stile e con poca grazia, ma senza paura in qualsiasi pista. Certo, trent’anni fa non c’erano quelli sullo snowboard, ma d’altra parte si sa, con l’età qualche acciacco viene fuori (io infatti li acciaccherei molto volentieri).

Lo sci, come il rivedere i vecchi amici, riesce a farmi sentire leggero, libero di fluttuare, di scorrere sulle difficoltà. Mi mette nelle condizioni di valutare meglio le situazioni, di dare il giusto peso ai problemi, come fosse un tempo sospeso, una pausa alle preoccupazioni, una pit stop nel quale ricaricare le batterie.

Sugli sci riscopri la robustezza dell’aria di montagna, che ti entra nei polmoni a fare pulizia delle incrostazioni e delle meschinità che ti avvelenano le giornate. Quel freddo pungente che ti risveglia e ti dice ancora ce la fai, ancora è possibile. Per sciare bisogna vincere la paura, bisogna avere equilibrio, ma bisogna sapersi buttare. Bisogna bilanciare il peso, senza mai esagerare da una parte o dall’altra. Si può correre a per di fiato o si può scendere dolcemente, si può andare da soli, ma trovare qualcuno che abbia il tuo stesso passo è molto più bello. Bisogna stare ben saldi attaccati al terreno, ma con lo sguardo rivolto in avanti.

Soprattutto, le esperienze accumulate non si disperdono col tempo, ma fanno parte di noi: i successi, le cadute, quello che abbiamo faticosamente imparato, è il nostro bagaglio, siamo noi, è la nostra vita. Con dei benefici incidentali e accessori, ma non per questo meno graditi, come il ritrovarsi una leggera tintarella in pieno gennaio. Ma in effetti, non ci sentiamo esattamente così, quando rivediamo i nostri amici di sempre?

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Blue Monday

Il lunedì blu ha cieli grigi e umor nero. Anche il verde delle piante sembra sbiadito, il giallo del cielo è coperto dalle nuvole e difficilmente avremo un tramonto rosso. Ma se non fosse stato per il blues, perché mai associare il più bel colore che c’è alla tristezza?

Vista dallo spazio, nell’oscurità più profonda spicca la Terra, che è un punto blu, luminoso e appariscente. E poi ci sono i blues jeans, i pantaloni per tutte le occasioni. Il blu Savoia, nonostante il tricolore, contraddistingue i nostri in ogni competizione sportiva. C’è il bracco blu d’auvergne, cane da caccia intelligente e con un fiuto eccezionale, il blu di Russia, gatto vivace e bellissimo.

Chi è che non si vuol perdere nel blu dipinto di blu, perché è il colore del cielo, del mare, dei sogni. C’è il bluetooth che ci collega al resto del mondo e ci sono i cordon bleu che piacciono a grandi e piccini. Senza dimenticare Lisa dagli occhi blu, perché come si fa a non innamorarsi degli occhi di quel colore?

E quindi, forse sarà anche il lunedì più triste dell’anno, siamo a gennaio, le vacanze sono lontane, piove e fa freddo, ma per fortuna possiamo sempre circondarci di blu. Le giornate torneranno ad allungarsi, arriverà la Candelora, che dall’inverno semo fora, ci sarà Carnevale, in un baleno sarà Pasqua. Perché al di là delle nuvole, il cielo è sempre più blu!

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La nostra salvezza è nelle vostre mani

I nostri bastioni sono sotto assedio da tutti i lati. Le nostre riserve di munizioni sono quasi esaurite. La nostra salvezza è nelle vostre mani. (J. M. Barrie)

Così ci si può sentire a volte. I nostri bastioni sono le sicurezza costruite nel tempo, i punti fermi, le persone su cui contiamo, le situazioni che sappiamo gestire, le prospettive già delineate con tutti i presupposti verificati, la nostra zona di conforto, quella dove ci sentiamo a casa.

Ci sentiamo al sicuro lì, ma sappiamo bene che al di fuori ci sono i pirati: gli imprevisti, i pericoli, le minacce, che ci stringono d’assedio e potrebbero minare questa situazione. Perché le munizioni che difendono i bastioni sembrano sempre lì lì per esaurirsi. La forza di affrontare le difficoltà, la pazienza di accettarle, l’energia di saper andare oltre, la fiducia in noi stessi e negli altri. Sono risorse infinite, ma allo stesso tempo sembrano sempre non bastare.

Difesi dai bastioni, ma nello stesso tempo assediati dai pirati. Con riserve di munizioni, ma allo stesso tempo in via di esaurimento. L’oscillazione fra questi estremi descrive bene la precarietà in cui ci troviamo. Una precarietà irriducibile, che dobbiamo accettare, perché fa parte di noi, perché è la nostra natura più autentica. Ma soprattutto perché, come dice Peter Pan ai Bambini sperduti di Neverland, la nostra salvezza dai pirati sta nelle mani di qualcun altro. Nell’Isola che non c’è, o in qualsiasi altro posto, che tu sia una fata o un indiano, per fortuna o per sventura chissà, in ogni caso, nessuno si salva da solo.

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Del saper leggere i segni

La nostra cucciola Didi, nell’esuberanza dei suoi otto mesi, non riesce ancora a capire bene come relazionarsi con gli altri, cani o persone che siano. Oggi per lei è bianco o nero: ogni cane è un amico da baciare, festeggiare, neanche fosse il fratello perduto che non vede da anni. Delle persone invece diffida, non si fa accarezzare e a volte è persino aggressiva. Deve crescere, evidentemente, e capire che a volte gli altri cani non vogliono giocare e che invece il più delle volte le persone vorrebbero coccolarla. Imparerà a leggere i messaggi e a capire le situazioni e i comportamenti più opportuni.

E crescendo magari imparerà pure che non è sempre così semplice interpretare i segnali, capire come reagire, perché non sono sempre univoci. Non sempre le nuvole portano la pioggia, non sempre un sorriso vuol dire benvenuto. A volte si attacca per difenderci, a volte facciamo i forti quando siamo deboli.

Cinque anni fa (mamma mia, già sono passati 5 anni!) chi riuscì a capire subito che stavamo per affrontare un cataclisma come quello? Quanti sottovalutarono quelle strane influenze, quei sintomi insoliti? E tre anni fa, chi aveva capito che stava per riaccendersi una guerra nel cuore dell’Europa, settant’anni dopo il conflitto mondiale? E possibile che nemmeno il più scaltro e il più organizzato servizio di intelligence del mondo aveva capito che Hamas stava per scatenare un’aggressione come quella del 7 ottobre? Eppure in tutte queste situazioni i segnali c’erano stati, anche abbastanza chiari a saperli leggere.

Ma come dicevo prima i segnali sono spesso equivoci: la bravura, l’intuito, l’intelligenza delle persone si potrebbero misurare proprio dalla capacità di saperli interpretare prima e bene. Perché chi riesce a comprenderli in tempi rapidi ha un grande vantaggio, un bonus importante da riscuotere nelle situazioni della vita, nelle situazioni quotidiane, come nelle vicende importanti.

E oggi quali segnali potremmo cogliere che forse stiamo trascurando? Cari viaggiatori ermeneutici, non avete anche voi la sensazione che a volte ci stia sfuggendo qualcosa? Qualcosa che sta lì sotto i nostri occhi, nel non detto, che invece dovremmo assolutamente affrontare per farcene carico?

Cosa significa ascoltare? Vuol dire capire quello che l’altro non dice (Carl Rogers)

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Inseguendo la felicità

Cosa possiamo augurarci per questo duemilaventicinque alle porte? Che finiscano le guerre, che le persone imparino a riconoscere ciò che veramente conta nella vita, ma soprattutto che non si stanchino di inseguire la felicità. Sì, l’augurio principale che voglio fare è proprio di ricercare la felicità. Perché la felicità è contagiosa e soprattutto non può essere vissuta da soli, perché esiste solo se la condividi con qualcuno.

Auguri a chi non dorme per inseguire la felicità, a chi corre per rimanere in forma e a chi balla perché ha dentro la musica. Auguri a chi si gusta un bicchiere di vino e a chi si scorda i torti ricevuti. Auguri a chi sa andare avanti, a chi volta pagina e a chi si coccola con un bel ricordo.

Auguri a chi viaggia, con la mente e con il corpo, a chi vuole vedere mondi nuovi a chi si meraviglia, a chi accoglie le diversità. Auguri a chi si preoccupa, a chi ci mette il cuore a chi non ha paura della pioggia, ma preferisce il sole. Inseguiamo la felicità, perché non c’è altro modo per raggiungerla. E poi, perché come ho già detto altre volte, preferisco vivere da ottimista e sbagliarmi, che vivere da pessimista e avere sempre ragione.

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One of us

If God had a name, what would it be?
And would you call it to His face
If you were faced with Him in all His glory?
What would you ask if you had just one question?

Se Dio non fosse uno di noi come potrebbe capire il prurito dopo un pizzico di zanzara? Come potrebbe capire che dopo che è passato il Natale bisogna aspettare un anno intero prima che ritorni? Se non fosse uno di noi non potrebbe comprendere l’ansia prima di un esame e nemmeno i ricordi che rivengono fuori ogni volta che ascolti una canzone della tua adolescenza.

Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe la paura del vuoto e lo spavento che viene quando il cielo diventa viola. Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe la noia stare in fila col traffico nelle giornate di pioggia e nemmeno le sottile ironie che stanno dietro certe situazioni. Se Dio non fosse uno di noi non potrebbe ridere fino a riempirsi di lacrime, né piangere fino a restarne senza.

Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe l’imbarazzo che ti prende quando cerchi un bagno troppo lontano, né la gioia di un goal all’ultimo minuto. Non capirebbe la delusione che ti assale di fronte alle meschinità, né l’esaltazione che può dare la velocità.

Se Dio non fosse uno di noi non saprebbe fare una carezza ad un cagnolino, né cucinare uno spaghetto con le vongole. Non capirebbe perché quando ascolti certe canzoni ti viene voglia di salire su un tavolo e cominciare a ballare.

Se Dio non fosse uno di noi non avrebbe pianto per un amico che non c’è più, non avrebbe disobbedito ai genitori e alle autorità, non avrebbe deluso chi pensava fosse qualcun altro. Non avrebbe bevuto vino, né mangiato cose alla brace. Non avrebbe sudato quando faceva caldo e non si sarebbe bagnato sotto la pioggia.

Ma ci raccontano che invece ha fatto tutte queste cose. E per questo, nonostante Trump, nonostante Putin, nonostante i fanatici dell’Islam, nonostante il clima che cambia e minaccia di cancellare il mondo così come lo conosciamo, nonostante il tempo che passa e noi che invecchiamo, nonostante tutte queste cose abbiamo ancora una speranza. Buon Natale a tutti, cari lettori ermeneutici.