Il tempo che ci vuole

Quando ero piccolo, come tutti i ragazzini, ero assai cacacazzi (non che ora invece…). In particolare non ero capace di pazientare, di attendere le cose o le situazioni (non che ora invece…). “Quanto manca?” era una mia domanda ricorrente: quanto manca ad arrivare al mare? Quanto manca alle vacanze? Quanto manca alla cena? E via così a cercare di misurare la distanza temporale fra il presente e l’evento atteso.

Ci sono bambini che si fissano con i perché, con i motivi delle cose, ti snervano e ti sfiniscono fino a che non gli spieghi le cause e gli effetti, la concatenazione delle cose, le ragioni per cui qualcosa è così e non in altro modo. Io no, la mia preoccupazione invece era cronologica. E più la distanza era indefinita, più saliva l’attesa e la voglia di stabilirne le misura.

Una misura non sempre significativa. Non è vero che tutte le ore sono uguali, ma neanche tutti i minuti durano allo stesso modo. Questa è una cosa che ho imparato abbastanza presto: “partiamo la prossima settimana“, oppure “mangiamo tra due ore“, “il tuo compleanno è tra un mese“. Ma che vuol dire in realtà? Oltre l’orologio, c’è uno strumento, magari meno preciso, ma più significativo per misurare il tempo? In chili? In chilometri? Oppure semplicemente in quante altre volte dovrò chiederti quanto manca? 

Una misura non sempre possibile. Quanto tempo ci vuole per diventare amici?

Poi ad un certo punto della vita ti accorgi che quest’ansia del futuro, questa aspettativa per quello che verrà, che a volte neanche ti fa apprezzare veramente quello che stai vivendo ora, si attenua e diventa nostalgia per quello che è passato, per quello che hai vissuto.

Tra l’attesa del futuro e il ricordo del passato, la domanda più importante allora è quanto tempo ci vuole a vivere fino in fondo ed apprezzare il presente. Ed ogni volta mi torna in mente una risposta ricorrente di mia madre. Una risposta che mi faceva innervosire non poco, perché mi sembrava semplicemente un modo per eludere la domanda. Ma forse non era così, forse quella era l’unica risposta giusta. Quanto manca, o meglio, quanto tempo ci vuole ancora? Ci vuole il tempo che ci vuole.

Domani ci sarà altra gente
Occhi diversi e voci
E un cuore per segnare le ore lente
E gli anni veloci
Noi domani andremo un po’ più in fretta
Riprenderemo fiato
Dentro un’altra sigaretta
E domani è passato

Aspettando la manna dal cielo

Ma che fai, stai lì che aspetti la manna dal cielo?

Eh già. Proprio così. Una volta che ho lasciato l’Egitto, terra di schiavitù, ma anche di vacche grasse e pance piene, una volta che ho preso armi e bagagli e mi sono incamminato in mezzo al deserto, un volta che ho affrontato e sconfitto il Faraone, una volta che ho attraversato il mar Rosso in modo che le acque erano un muro alla mia destra e alla mia sinistra, una volta che mi sono lasciato alle spalle cavalli e cavalieri che mi stavano inseguendo. Allora e solo allora mi sembra giusto, anzi quasi doveroso, fermarsi e aspettare la manna dal cielo.

C’è chi non ce la fa a lasciare le proprie comode schiavitù. E c’è chi non se la sente di affrontare il nemico. C’è poi chi non trova la forza di avventurarsi in terreni sconosciuti. Ma soprattutto, chi trova il coraggio per fare tutte queste cose, a volte non ha la fiducia o l’incoscienza di fermarsi ad aspettare un dono inaspettato. In fondo chi sarebbe così pazzo da fermarsi in mezzo al deserto sperando che gli piova dal cielo la salvezza?

Eppure se hai avuto tanto coraggio per metterti in viaggio prima e hai tanta follia di fermarti ad aspettare dopo, allora la manna arriva. Ti arriva dal cielo, improvvisa, inaspettata, non capisci neanche bene cosa sia, ma è esattamente quella che volevi, quello di cui avevi bisogno.

Hai dunque risolto tutti i problemi? Neanche per sogno. Perché altrimenti sarebbe tutto troppo semplice. E invece a noi le cose troppo semplici mica ci piacciono. La manna non può essere conservata: dura un giorno e solo uno.  Tutte le sicurezze, tutte le riserve che avevi accumulato per i giorni che verranno, improvvisamente non valgono più. Devi continuare ad avere fiducia. Il giorno dopo devi sperare che ne arrivi altra. Perché ogni notte si azzera tutto e domani è un nuovo giorno. O un giorno nuovo.

Ecco, innamorarsi e rimanere innamorati per cento anni penso sia un po’ così.