Io, noi, tutti

Stasera mi va di raccontare una vecchia storia. Spesso ci vogliamo sentire simili agli altri, ci vogliamo omologare, quasi per forza, per non sentirci esclusi. A volte, al contrario, ci piace marcare le differenze. Pensarci diversi ci aiuta a sentirci migliori. Ma a volte non è così semplice stabilirlo in modo netto e somiglianze e differenze rischiano di confondersi.

C’era una volta un uomo che odiava il razzismo.

Disprezzava i razzisti e non perdeva occasione per prenderli in giro, per sottolineare tutto il suo disprezzo verso le loro idee. “Odio i nazisti dell’Illinois” era una delle sue citazioni preferite. Perché lui credeva fermamente che l’uguaglianza fra gli uomini fosse un principio assoluto ed universale. Era profondamente convinto che tutti gli uomini avevano gli stessi diritti senza alcuna differenza di sesso, di razza, di religione. Così aveva cresciuto i propri figli.

Persino a livello grammaticale non sopportava il modo di dire “noi altri”, che presupponeva sempre un “voi altri”, quasi a voler sottolineare l’estraneità del “voi” rispetto al “noi”.

Un giorno nella sua città ci fu un delitto orrendo: un uomo e sua figlia di pochi mesi, furono barbaramente uccisi. Il nostro uomo, come sempre, partecipò allo sdegno generale. Provò molta pena per quell’uomo ucciso ed il fatto che fosse straniero non aggiunse e non tolse nulla a quel sentimento. Pensare che una bimba di pochi mesi potesse morire così, per pochi soldi era orribile, intollerabile.

Gli assassini furono presto individuati: erano stati ripresi da alcune telecamere e avevano lasciato tracce di dna sulla refurtiva. Anche loro erano stranieri. Quando lo seppe il nostro uomo, per un attimo tirò un sospiro di sollievo. Fu solamente un istante. Quel breve lasso di tempo in cui le emozioni arrivano prima dei ragionamenti. Come la luce prima del suono. Un momento soltanto. Quell’uomo capì che c’era ancora molta strada da fare.