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Fallimento, battaglie giuste e sensi di colpa

Sun Tzu, ne L’arte della guerra, afferma che bisogna intraprendere solamente le battaglie che possiamo vincere. E in linea generale sono abbastanza d’accordo con lui. Come già sapete, cari viaggiatori ermeneutici, sono fondamentalmente pigro, figuriamoci quindi se ho voglia di impegnarmi in battaglie di principio, il cui esito è inesorabilmente scontato. Eppure.

Eppure, anche nella mia trascendentale pigrizia, riconosco che ci sono battaglie che vale la pena intraprendere a prescindere dal possibile esito.

La Flotilla era un’idea fallimentare. E questo, fin dall’inizio era il suo esito scontato: il fallimento. Ma solo attraverso questo fallimento è emersa un’assurdità: l’idea che portare cibo e acqua a 2 milioni di persone che muoiono di fame sia un atto criminale.

Non sono andati a portare viveri, ovviamente non era quello l’obiettivo. Sono andati di fronte alla nostra cattiva coscienza, di fronte ai sensi di colpa dell’occidente per costringerci ad aprire gli occhi.

Un estremo, disperato, fallimentare tentativo per risvegliare le coscienze. Quando il potere normalizza l’orrore, ovvero rende ragionevole ciò che in realtà sarebbe assurdo, l’unico gesto che rimane è fallire così clamorosamente da rendere assurdo ciò che dovrebbe essere ragionevole.

Non lo so se questo fallimento aiuterà a risolvere la situazione. Non so se contribuirà a fermare il massacro. Invidio molto quelli che in questa situazione hanno certezze e sono sicuri di sapere dove sia la ragione e il torto. Ma questo tentativo andava fatto.

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L’argomento Croce Armani

Esattamente 40 anni fa (oddio mamma come vola il tempo!), giovane studente appena iscritto alla facoltà di filosofia, iniziai a frequentare le lezioni a Villa Mirafiori, la meravigliosa sede dell’Università, con professori che avevano fatto prima e o faranno parte in seguito dell’elite culturale e politica italiana. Giannantoni era stato deputato, insieme a lui Capizzi era al centro del dibattito politico (ovviamente soprattutto a sinistra), De Mauro divenne ministro qualche anno dopo, anche Colletti fu deputato. Per non parlare del mio compianto professor Olivetti, con cui mi sarei laureato qualche anno dopo: una delle menti più brillanti che abbia mai conosciuto. Insomma, non potevamo certo lamentarci del livello della nostra Università.

Eppure proprio in quei primi giorni cominciai a sentire una tesi (non ricordo se formulata da De Mauro o forse da Garroni, che era il titolare della cattedra di Estetica) non proprio lusinghiera sul livello culturale del nostro Paese: il cosiddetto argomento Croce Armani, secondo cui, dal dopoguerra fino a quei giorni lì, le uniche eccellenze culturali che il nostro Paese avesse offerto all’Europa e al mondo erano state Benedetto Croce e Giorgio Armani.

Non so se fosse un iperbole, un’esagerazione che esprimeva la voglia di spingere noi giovani virgulti a dare qualcosa in più, a non accontentarci delle strade già battute o esprimesse davvero la cruda verità. E francamente non sono neanche in grado di dire se 40 anni dopo possiamo aggiungere qualcuno appaiandolo e questi due grandi giganti. In ogni caso mi tornava oggi in mente questo argomento per sottolineare la grandezza di un personaggio che, al di là del suo campo specifico, ha davvero scritto la storia culturale del nostro Paese.

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La malattia del ritorno

E se ci venisse il dubbio di aver sbagliato una scelta importante? Se ci venisse la tentazione di pensare che la nostra vita sarebbe stata migliore scegliendo un’altra strada? Fino a quando va mantenuta la coerenza o forse meglio, la fedeltà ad una scelta, quando pensiamo sia errata?

Rivedendo una situazione a distanza di tempo, a volte a distanza di anni, il dubbio di aver intrapreso la strada sbagliata, può venire naturale. Alla luce di quello che è successo dopo, ovviamente, abbiamo molti elementi in più per valutare le situazioni. Elementi che al momento della scelta non avevamo o forse semplicemente avevamo valutato in modo superficiale e che ora invece assumono tutt’altro significato.

Ma ogni scelta è legata al qui ed ora. Potremmo anche ripercorrere le strade che ci hanno portato lì, potremmo forse anche ricostruire i percorsi e gli elementi che avevamo in quel momento e decidere che avremmo dovuto fare scelte diverse, ma sarebbe del tutto inutile. Perché prima di tutto noi non siamo più gli stessi. Perché noi siamo arrivati ad essere quello che siamo proprio sulla base delle scelte che abbiamo fatto e quindi è il primo presupposto ad essere diverso: noi, il soggetto che ha compiuto quella scelta.

Possiamo imparare dal passato, possiamo/dobbiamo imparare dalle scelte (anche, anzi soprattutto) sbagliate che abbiamo fatto, per farne di diverse. Ma non possiamo tornare indietro e cambiare quello che è stato. E infatti, tutto le volte che ci proviamo combiniamo disastri. Forse non è un caso che la parola nostalgia, etimologicamente, significa malattia del ritorno. L’illusione di tornare è un errore, una malattia.

Pennac dice che l’unica cosa certa del futuro è che non sarà come ce l’eravamo immaginato, ma paradossalmente questo vale anche per il passato. Non possiamo immaginarcelo diverso da quello che è stato. Possiamo farlo come esercizio di stile. Come quando raccontiamo delle favole, magari creando un lieto fine che non c’è stato. Ma probabilmente non ci sarebbe stato neanche se allora avessimo fatto scelte diverse e comunque non possiamo saperlo perché non saremmo noi, qui ed ora, ad analizzare quelle scelte. Saremmo altre persone.

Lasciamo stare il passato e impariamo a vivere l’oggi, con le sue miserie e le sue grandezze, con le giornate noiose e gli entusiasmi imprevisti. C’è ancora tanto da scrivere.

And the worst part of a good day is the one thing you don’t say
And you don’t know how but you wish there was some way
So you pull down the shades and you shut out the light
Because somehow we mixed up goodbye and goodnight

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Ballando sotto la pioggia

Se sei preoccupato del domani, impara a ballare sotto la pioggia

Se hai paura della pioggia, cancella ogni traccia di invidia dentro di te

Se proprio sei invidioso di qualcuno, sii invidioso di chi affronta la sconfitta sorridendo

Se vuoi imparare a sorridere nella sconfitta, devi essere capace di essere soddisfatto di te stesso

Se vuoi essere soddisfatto di te stesso, impara a maneggiare le aspettative degli altri

Se vuoi essere capace di maneggiare le aspettative degli altri, impara a non pretendere nulla

Se vuoi imparare a non pretendere nulla, devi esercitarti notte e giorno senza stancarti

Se poi ad un certo punto ti viene sonno, cerca almeno di fare sogni grandi

Se vuoi sognare in grande, ricordati di non prendere scorciatoie

Se trovi una scorciatoia, allora come minimo deve portarti sulla luna

Se fossi sulla luna, sicuramente ci starei abbracciato a te

Se stessi sotto braccio a te, sulla terra o sulla luna non avrei più nessuna preoccupazione

Ma se invece sei ancora preoccupato per il domani, impara a ballare sotto la pioggia

I found a dream, that I could speak to, a dream that I can call my own, I found a thrill to rest my cheek toa thrill that I have never known

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I miei dieci film preferiti

Come il mio amico Topper, non sono solito seguire i suggerimenti di WordPress, ma effettivamente per un cinefilo amante delle liste come me, la tentazione era troppo grande e allo stesso tempo innocua. E chi sono io per oppormi alle tentazioni? Dunque procediamo con la lista:

  • Al primo posto senza dubbio metto L’Attimo Fuggente. Perché c’è il mio attore preferito, perché la poesia e il messaggio del film sono secondo me impareggiabili, perché l’avrò visto mille volte, ma ogni volta riesce a commuovermi.
  • Subito a seguire Forrest Gump. C’è il mio secondo attore preferito, la trama è bellissima, così come la colonna sonora.
  • E a proposito di colonne sonore, il terzo posto lo assegno a Il Grande Freddo, anche qui per un musica insuperabile, ma anche per la storia sul valore dell’amicizia.
  • Al 4 posto ci metto C’era una volta in America, capolavoro assoluto, rivisto da poco, ma anche in questo caso, non smette mai di catturarti.
  • Al 5 posto, in rappresentanza del genere commedie romantiche, ci metto Harry ti presento Sally, perché oltre la trama molto carina, ha delle battute fulminanti e delle scene impareggiabili.
  • E a proposito di battute il, “Sono troppo vecchio per queste stronzate” fa entrare in classifica al 6 posto Arma Letale (il secondo episodio secondo me è il più bello della saga, anche perché c’è Patsy Kensit), in rappresentanza dei polizieschi.
  • In rappresentanza dei film musicali (ma questo è molto di più) al 7 posto non può mancare i Blues Brothers, colonna sonora inarrivabile, battute che fanno parte ormai del mio bagaglio culturale.
  • All’8 posto Schlinder List, perché Spielberg è forse il mio regista preferito e avrei potuto mettere molti dei suoi film, ma poi la storia che racconta non può non essere ricordata
  • Al 9 posto metto Frankenstein Junior, trama leggera e un po’ sconclusionata, ma anche qui battute memorabili.
  • Non ce n’è neanche uno italiano. I gusti sono gusti, però al 10 posto uno in rappresentanza non può mancare e quindi chiudo l’elenco con il Marchese del Grillo, anche questo visto un milione di volte, ma sempre esilarante.

Mi rendo conto che, almeno alcuni, non sono proprio dei capolavori assoluti, non avrebbero un posto d’onore nella storia del cinema, ma la domanda era legata al gusto soggettivo ed è questo che ho seguito fedelmente! Non a caso sono quasi tutti film degli anni 80, quelli della mia adolescenza, il tempo in cui anche un film riesce a farti sognare!

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L’estate imperfetta

Che strana estate dico io. La più calda di sempre, dicevano loro, ma poi mica è vero. L’anticiclone delle Azzorre non c’è più, anzi no, è tornato. Cambia il tempo, ora la sera fa quasi fresco e appena riprendi fiato torna il caldo bollente. L’anticiclone africano ci cuocerà tutti, anzi no, ancora per quest’anno forse ci salviamo.

Tutto l’anno ad aspettare le vacanze, a sognare l’estate, il mare, il sole e poi eccolo che arriva tutto insieme e ci travolge. Esagera, ci assale e ci lascia storditi e senza forze. Poi improvvisamente cambia tutto, piove, diluvia, trombe d’aria, mareggiate, sembra inverno. Ma non cadono le foglie, cadono direttamente gli alberi. Insieme alle nostre certezze: forse era meglio una tiepida primavera o un placido autunno?

E’ mutevole quest’estate, come le opinioni. Cambiamento climatico sì, cambiamento climatico no. Genocidio sì, genocidio no, ma intanto le persone, i bambini continuano a morire. E non di caldo, no. Di fame. Come mille anni fa, come nell’età della pietra. Forse stiamo tornando lì. Allora è vero che non è cambiato nulla: non cambia il tempo, non cambiano le persone.

Ma invece le persone cambiano, anche se in fondo rimangono le stesse. Con le stesse paure, con gli stessi sogni, con le stesse miserie e gli stessi slanci. Riescono ancora a stupirmi, per fortuna. Un po’ come il tempo. Si può prevedere, ma fino ad un certo punto. Si alza il vento e cambia tutto. Assapori il tepore del sole, ma basta un brivido e ritorna l’inquietudine, per quello che ci aspetta e che non si può pronosticare.

Non sono perfette le persone. Come non lo è il tempo, come non lo è questa estate. Nulla è perfetto, ma d’altra parte la bellezza non va quasi mai d’accordo con la perfezione. E noi siamo esattamente qui, fra una previsione attendibile ed una pianificazione incerta, per gustarci quello che abbiamo e cercare di non soffrire troppo per quello che non c’è più. Siamo in quest’estate imperfetta, ma bella da morire. Anzi, bella da vivere. Bella da vivere fino in fondo.

In bilico, tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio, che mi lascia qui, sul filo di un rasoio, a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò. Non senti che, tremo mentre canto nascondo questa stupida allegria quando mi guardi e non senti che, tremo mentre canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai.

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A proposito dell’arrivare primi, di spermatozoi, ovuli e ultima parola

Gironzolando su FB l’altro giorno ho letto una cosa che mi ha fatto riflettere. A proposito del nascere, tutto il processo della fecondazione, l’ovulo, gli spermatozoi, in effetti è evidente che tutta la storia viene raccontata (come sempre accade, direbbe qualcuno, anzi qualcuna) dal punto di vista maschile. Anche la vignetta iniziale, come tante altre simili, sottolineano quest’unica prospettiva.

Si parla di quest’unico ovulo che se ne sta lì passivo e anche un po’ sconsolato, come una seduta al ballo di fine anno, in attesa che arrivi qualcuno, il più veloce, ma potremmo dire il più fico, che la invita a ballare. Quasi inevitabilmente ci identifichiamo con quell’unico spermatozoo che ce l’ha fatta. Ma noi non siamo (solo) quello spermatozoo! Noi siamo la combinazione dei due e come leggevo appunto l’attività dell’ovulo è tutt’altro che passiva o semplicemente marginale. In realtà infatti sembra proprio che sia l’ovulo a scegliere lo spermatozoo, rilasciando dei segnali chimici che attirano quello ritenuto più idoneo. Anche il muco cervicale svolge un’azione di filtro, selezionando a monte e bloccando gli spermatozoi indesiderati.

Insomma, già da quel momento iniziale, fin dal livello molecolare, è la parte femminile che sceglie, che decide, che individua e seleziona, escludendo tutto il resto. Quindi la fecondazione non è una gara e soprattutto non vince chi arriva prima o quello che è più fico degli altri. E’ piuttosto un incontro per stabilire compatibilità, è come un colloquio di lavoro in cui qualcuno presenta le proprie attitudini, cercando di sottolineare i propri pregi e le proprie virtù, ma poi c’è qualcun altro che sceglie, qualcuno che ha l’ultima parola perché ha il potere di decidere. E c’è forse qualcuno che ha dei dubbi su chi avrebbe avuto l’ultima parola?

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Non è tutto loro quello che luccica

When the rain is blowing in your face, and the whole world is on your case, I could offer you a warm embrace, to make you feel my love

L’altro giorno in macchina, ascoltando questa meravigliosa canzone di Bob Dylan (ricantata un po’ da tutti, da Adele, ma anche dal mio amato Billy Joel) riflettevo che mi sento in una fase in cui non me ne vorrei più andare. E dove poi? E da chi? Quindi mi sento di fare un augurio a tutti i viaggiatori ermeneutici che è anche un auspicio. Apriamo gli occhi!

E’ vero, siamo come foglie portate dal vento, in grado di arrivare dove neanche avremmo potuto immaginare, ma allo stesso tempo non perdiamo mai la magia che ci fa restare. Non ci facciamo abbagliare da luci fatue o da mete illusorie: l’oro non è solo loro e non è solo altrove. Detto meglio, “non so cosa sia la magia, ma so che inizia sempre quando non ne te vuoi più andare. Dai luoghi, dai pensieri, dalle persone (Cesare Pavese)

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Dell’amicizia e degli inganni del tempo

Giunti a questo punto potremmo essere vittime di un’impressione, un’idea che pian piano si consolida con i giorni, i mesi, gli anni. L’impressione è un dubbio che ti assale: l’idea che in fondo il passato non è poi così come effettivamente ce lo ricordiamo. Come fosse il riflesso luminoso di una stella estinta chissà quanti secoli fa. Ma non è così. La verità invece è che la tua vita da ragazzo, chi eri, quello che provavi, è molto più prossima di quanto avresti mai potuto credere. Nessun errore, nessun inganno: sei sempre tu, sei ancora qui.

Certo, sei diverso, sei evoluto (o involuto), ma il cambiamento, più o meno coerente con le premesse, non fa di te qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che eri. Perché puoi ingannare chiunque: amici, parenti, gente con cui lavori gomito a gomito tutti i giorni, persone appena conosciute. Puoi ingannare anche te stesso. Ma non puoi ingannare chi ti ha visto fare ginnastica in palestra in una tuta acetata o arrampicati sugli specchi durante l’interrogazione di greco. Per quanto possa sembrare strano, illogico, persino ingiusto, difficilmente troverai persone che ti conoscono meglio.

E allora arrivi a capire una grande verità. Invecchiare non significa un bel niente. Puoi cambiare i connotati, puoi diminuire i capelli, puoi ingrassare o riempirti di rughe, ma alla fine dei conti, quel che sei veramente rimane inalterato. I desideri, le paure, le piccole o grandi ansie della vita. Ed è proprio con loro che te ne accorgi. Su di loro e su te stesso.

E quando te ne accorgi non puoi non volergli un bene dell’anima. Anche se le vedi poco o mai, anche se apparentemente sono diventati dei quasi sconosciuti. Persino se puoi arrivare a pensare che se le incontrassi oggi mai e poi mai ci diventeresti amico. Non importa. Loro sanno chi sei, ti conoscono per quello che sei nel tuo intimo, in ragione di esperienze irripetibili. Per aver condiviso con te il foglio bianco della tua vita, quando tutto era ancora possibile, prima che tu compissi le scelte che poi ti hanno portato ad essere quelle che sei oggi.

Per essere felici, come per amare incondizionatamente, ci vuole carattere, ci vuole voglia, costanza. Forse però dobbiamo renderci conto che la felicità, come l’amore, non si trova in ciò che abbiamo raggiunto, ma in quello che siamo riusciti a mantenere, in ciò che non abbiamo perduto.

Amico è bello, Amico è tutto, è l’eternità! E’ quello che non passa, mentre tutto va! Amico! Amico! Amico!
Il più fico amico, è chi resisterà! Chi resisterà! Chi di noi, chi di noi resisterà!!!