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Consigli di lettura non richiesti. 31 / Doerr, Whitehead, Wu Ming

“Agosto, lavoro mio non ti conosco”. E sarebbe bello se fosse davvero così! Ma insomma, se non proprio tutto il mese, un po’ di vacanze, cari viaggiatori ermeneutici, ve le farete? E quando si va in vacanza, non vuoi portarti un libro per farti compagnia? Potevo quindi dispensarvi dai miei preziosissimi consigli di lettura non richiesti? Basta domande e partiamo con i suggerimenti!

Il primo riguarda Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, romanzo ambientato a Saint Malò, (non vi nascondo che questo particolare ha influito sulla scelta, perché quando esattamente dieci anni fa andai in Bretagna, rimasi affascinato da questa splendida cittadina affacciata sull’Atlantico) durante la seconda guerra mondiale. Racconta le storie di due ragazzi, lui tedesco arruolato nella Wermacht giovanissimo, lei francese non vedente, che seppur lontani, attraverso le onde radio si ricongiungono. Una bella storia, ben raccontata, che apre un punto di vista originale sulle vicende della guerra.

Il secondo romanzo, La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, è invece ambientato negli Stati Uniti di metà ottocento. Attraverso le avventure di un’indomita fanciulla fuggita dalla piantagione in cui era nata, si racconta la storia di un’organizzazione clandestina che aiutava gli schiavi neri a fuggire dagli Stati del sud verso la libertà. Romanzo avvincente, ricco di colpi di scena, mi dicono ci sia stato tratto anche un film, che però non ho visto. Molto bello e scorrevolissimo!

L’ultimo è il più bizzaro di tutti, a partire dall’autore. O meglio dagli autori: Wu Ming infatti, contrariamente a quanto potrebbe pensarsi, non è un autore cinese. In realtà, non è un autore in generale, bensì una sigla dietro cui si cela un colletivo di scrittori che si mettono insieme per costruire delle storie corali. Confesso la mia ignoranza, non li conoscevo affatto, ma in realtà hanno scritto moltissimi romanzi, molto diversi fra loro. UFO 78 è ambientato in Italia nei giorni del rapimento Moro. A partire da presunti avvistamenti di extraterrestri, i fatti narrati, (storie di fantasia, ma molto verosimili), ripercorrono le vicende dell’epoca, con una ricostruzione minuziosa del clima di quegli anni. Gli anni di piombo, funestati dalla droga e dal terrorismo, (rosso e nero) in cui anche i giornalisti più attenti, facevano fatica a raccontare i fatti per come realmente accadevano, perché tutto era (volutamente) confuso. Molto, molto bello! Penso che tornerò a frequentare ancora questo esperimento letterario.

Che altro aggiungere, se non un buone ferie per chi le farà (andrò in vacanza anche io, ma il blog no!) e soprattutto, buona lettura!

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L’amore ritorna

Ormai dovremmo averlo imparato. Le azioni hanno conseguenze. Dalle più scontate alle più imprevedibili. Le prime sono facilmente ipotizzabili, potremmo scommettere su di loro. Ma solo un ingenuo può pensare che ce ne siano solo di questo tipo. La realtà è sempre molto più complessa, molto più articolata di quanto possiamo immaginare. Per questo le conseguenze delle nostre azioni possono avere echi lontani, che sfuggono ad ogni previsione.

Secondo Confucio il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Ma insomma, senza diventare per forza degli amanti degli involtini primavera, dobbiamo renderci conto che ogni gesto, ogni azione, può arrivare lontano.

E questo discorso solitamente viene fatto in negativo, per sottolineare come le malefatte hanno delle conseguenze, anche quando pensiamo non sia così. Il colpevole alla fine paga il conto. Ma non è questo che voglio evidenziare qui. Vale per il male, ma vale anche per il bene, grazie a Dio. Perché anche il bene, anche l’amore, soprattutto l’amore, ritorna. Non è un boomerang, quasi mai lo è. O meglio, non lo è come lo pensiamo noi. Può tornare subito indietro, ma può anche andare dritto per la sua strada e percorrere sentieri sconosciuti, che a loro volta andranno in direzioni inaspettate e infine, dopo varie curve della vita, si ripresenterà nel nostro cammino.

Avete spesso letto qui nel blog che la mia missione su questa terra è diffondere luce e dolcezza. Ed anche loro ritornano! Come e quando vogliono, perché noi siamo gli strumenti, ma loro sono la musica. Che suona attraverso di noi e come musica rotola via, viaggia nell’aria e arriva ad orecchi sconosciuti e sempre rotolando torna da noi mentre camminiamo per la strada e la ascoltiamo inavvertitamente.

Oggi una persona che conosco sul lavoro mi ha ringraziato per una questione che le ho risolto. Niente di chè, routine. Ma i suoi ringraziamenti mi sono arrivati in modo speciale e mi hanno riempito il cuore. Con lei la vita è stata particolarmente dura e per questo, seppur in modo superficiale, sono stato contento di esserle stato utile. Luce e dolcezza del resto arrivano in superficie, ma rimangono addosso sulla pelle. Rimbalzano e ritornano, come la musica, come l’ amore. Perchè l’amore ritorna, quando meno ce lo aspettiamo.

Roll, roll me away, I’m gonna roll me away tonight, Gotta keep rollin’, gotta keep ridin’ Keep searchin’ ‘til I find what’s right. And as the sunset faded I spoke to the faintest first starlight, And I said next time, Next time. We’ll get it right

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MoLiPiMa

Basta ataviche discriminazioni, basta ostracismi anacronistici! Contrastiamo queste disparità figlie di pregiudizi matriarcali! Abbattiamo la dittatura degli estrogeni!

Finché non sarà socialmente accettabile che un uomo vada in ufficio in sandali e pantaloncini non ci sarà mai una vera parità di genere.

Aderisci anche a tu al MoLiPiMa, Movimento di Liberazione del Piede Maschile!

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Arnaldo e la luna

Ci sono uomini che, anche loro malgrado, rappresentano un’epoca. A volte sono persone qualunque: il cinese di fronte ai carrarmati di Piazza Tienanmen, il marinaio americano che bacia la bella francesina in Normandia. A volte sono personaggi famosi, grandi condottieri che la storia l’hanno fatta in prima persona, con le loro vittorie. A volte però la storia ti dà in sorte la parte del perdente e tu, agli occhi di tutti, resterai come l’immagine di una sconfitta.

Forlani è stato per molti anni a capo della Democrazia Cristiana e ha governato il Paese ricoprendo ruoli importanti, fondamentali. Agli occhi di tutti però resterà l’immagine dell’uomo sotto accusa, chiuso all’angolo da Di Pietro, schiacciato alle sue responsabilità. Nel palcoscenico della storia lui rappresenta la caduta di un sistema, è l’immagine della sconfitta dei partiti travolti dalla marea di Mani Pulite.

Altri più bravi di me sapranno dare spiegazioni articolate su quel passaggio storico, sul ruolo politico che ricoprì la magistratura, con tutte le implicazioni che ne seguirono. Qualcuno giudicherà positivamente, qualcuno avrà delle riserve, ma qui mi limito ad analizzare quell’immagine. A volte diciamo che non possiamo fermarci a guardare il dito, quando punta alla luna: Forlani sulla sedia degli imputati rappresenta il crollo di un sistema ed è corretto guardare la luna, la prima repubblica che lascia spazio ad un nuovo assetto politico.

A differenza di altri, nei trent’anni successivi è scomparso da ogni consesso, autoconfinatosi nell’oblio, chiuso in un senso di colpa che gli ha fatto assumere su di sé la responsabilità di un sistema di cui sicuramente faceva parte, ma di cui non penso fosse l’unico artefice. Una volta tanto abbiamo tutti guardato la luna, dimenticando il dito. Dimenticando soprattutto, che in questo caso il dito era un uomo.

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Il mio amico Vincenzo

Anche Vincenzo. Il più piccolo, il cucciolo della compagnia, genio e sregolatezza. Apparentemente indolente, sempre con quell’andatura leggera, quasi a camminare sulle punte, a danzare sul campo di calcio come sulla vita.

Io sono convinto di una cosa, sarà paradossale, sarà una semplificazione della realtà, ma io ci credo: si gioca a pallone, come si è nella vita. C’è quello determinato, quello che con la tigna sopperisce alle scarse doti tecniche; c’è quello che sembra tranquillo e poi fa entrate da assassino; quello che punta solo sull’estetica, con poca sostanza, l’egoista nasto per il goal e quello che gode a far segnare gli altri. D’altra parte il calcio è la nostra metafora della vita, perché non dovrebbe essere così?

E quindi, anche se ci siamo parlati una sola volta, per strada, due minuti, qualche anno fa in via degli Scipioni e tu non eri più il cigno che incantava i miei pomeriggi allo stadio, io penso di conoscerti. Ho l’assurda pretesa di sapere com’eri. Genio e sregolatezza dicevamo, imprevedibile come un dribling, spiritoso come un tunnel, magari un po’ superficiale come una punizione buttata via senza convinzione. Uno con cui non era difficile diventare amici, perché sapevi sempre dove trovarlo, in campo, come nella vita: tu c’eri sempre, nella buona, come nella cattiva sorte, ci sei sempre stato.

Qualcuno dice che non si debba mai sfidare il destino. Andare in paradiso a dispetto dei santi può portare conseguenze imprevedibili, molto spesso negative. Ed effettivamente è così: raggiungere un obiettivo contro tutto e contro tutti può portare molte soddisfazioni, ma spesso sul medio e soprattutto sul lungo periodo, gli effetti che determina sfuggono alle nostre previsioni.

Quella banda di pazzi che circa cinquant’anni fa vinse lo scudetto, il primo scudetto nella storia della Lazio, sembra ricadere in pieno questa previsione. Una squadra nata dal nulla, con gli scarti di altri, che un tragico destino ha falcidiato nei modi più imprevedibili. Ma io non credo che sia così. Ed anzi, se vogliamo restare nelle metafore, Vincenzino se n’è andato il primo luglio, il primo giorno del calciomercato: forse il CT del paradiso aveva bisogno di genio e sregolatezza e tu non potevi far aspettare ancora Giorgio, Pino, Luciano, il mister Tommaso e tutti gli altri.

“Dagli aquilotti, nun te poi sbaja’. Su c’è er maestro, che ce sta a guarda’”

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Il talento dei gabbiani

Tutte le cose che sappiamo in realtà sono come la superficie visibile di un iceberg sommerso. Ed ogni volta che accresciamo la nostra conoscenza comprendiamo meglio quanto in realtà non conosciamo, quanto ancora ci manca per arrivare a comprendere le cose, le situazioni, le persone. Tutto ciò che sappiamo non è che una percentuale infinitesimale di quel che potremmo e vorremmo conoscere. Però è “nostro”, è la confort zone, dove ci sentiamo a casa, lontani da brutte sorprese.

Tutte le cose che non sappiamo sono l’altro versante della luna, lo spazio aperto su cui lanciarsi, la strada da percorrere, la spinta ad andare avanti, ad andare oltre, a non accontentarsi di quel che già abbiamo. Tutto ciò che non sappiamo è il mondo che abbiamo di fronte, terreno sconosciuto, che forse non esploreremo mai, semplicemente perché non ci interessa. Perché in realtà forse tutte le cose che non sappiamo, sono proprie quelle che non vogliamo sapere, le situazioni che vogliamo evitare, le persone che non ci interessa conoscere.

E quindi, cari viaggiatori ermeneutici, che vogliamo fare: restiamo fra le cose, le situazioni, le persone già note o ci avventuriamo in quelle sconosciute? Restiamo nei confini o salpiamo in cerca delle Indie lontane? Ma soprattutto, la domanda che dobbiamo farci, abbiamo più voglia di vincere o più paura di perdere?

Come quei gabbiani in mezzo al mare, così stupidi da urlare, per la gioia di volare…

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Fra certezze e mancanze

Abbiamo poche certezze in questa vita. Voglio dire, a parte i lavori sulla Tiburtina, su cos’altro potete scommettere senza tema di smentita che le cose saranno così e non in un altro modo? Noi vorremmo avere sicurezze, vorremmo strade dritte avanti a noi, che ci permettano di guardare oltre e quindi pianificare le cose, senza sorprese. Ma oramai lo sappiamo, l’unica cosa che va secondo i piani è l’ascensore. E noi, ahimé, non siamo ascensori. E neanche le nostre vite.

Per paradossale che sia, una delle certezze su cu possiamo contare (oltre i già citati lavori stradali sulla Tiburtina) sono le mancanze. Le cose, le persone, le situazioni che avevamo e non abbiamo più creano un vuoto, una mancanza appunto. E più tenevamo a loro, più questa mancanza si fa sentire, ci fa male, ci crea disagio. Su questo non ci saranno sorprese: se perdi qualcuno a cui tieni, puoi star certo che ti mancherà. Ovviamente questa è una certezza inutile! Non è una certezza su cui potersi poggiare, su cui costruire o pianificare un futuro. Anzi, potrebbe diventare una certezza ansiogena. E però…

E però, questa insana certezza, ne contiene un’altra. Più piccola, più nascosta, più fragile forse, ma in realtà altrettanto inossidabile. La certezza della mancanza contiene in sé la certezza di quanto tieni a quella cosa/situazione/persona che hai perduto, perché proprio a partire dalla sua mancanza (non solo da quella, ovvio) hai la certezza del suo valore per te. E se ci tieni veramente, nulla e nessuno potrà mai realmente portartela via. Non la perderai mai perché questa certezza resterà sempre con te.

Quando la vita è dolce ringrazia e festeggia. E quando la vita è amara ringrazia e cresci (Shauna Niequist)

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Sentite condoglianze

Ci sono certi argomenti che il sentire comune rifiuta. O edulcora. Nasconde. O ignora. Uno di questi, senza alcun dubbio, è la morte. Un’esperienza estrema, che ci tocca indistintamente tutti, ma che sempre di più viene rimossa, emarginata dentro i fatti di cronaca. Lì è onnipresente, c’è addirittura una sorta di curiosità morbosa nel mettere in risalto alcuni particolari dolorosi, che fa da contraltare al silenzio in cui invece è avvolta la morte quando si tratta di eventi personali, che ci toccano da vicino.

Quindi, della morte dei lontani si può anzi si deve parlare, di quella dei vicini meglio evitare, del fatto che prima o poi toccherà anche a noi, silenzio assoluto. Non so se il non parlarne implica il non pensarci. Sono propenso a credere che non sia così, ma poi ognuno fa i conti con se stesso, con questa come con altre esperienze fondanti. Certo, anche alla luce di quello che mi è capitato di recente con la scomparsa di papà, posso dire che è molto singolare vedere la reazione di chi ti sta intorno. Sicuramente, comprendi bene chi ti è realmente vicino o su chi puoi davvero contare.

E poi ci sono tutti gli altri. Chi vorrebbe ma non ce la fa. Chi proprio non sa cosa dire o fare, chi si defila e chi non si presenta affatto. Se le parole hanno un senso, bisognerebbe scrivere un decalogo di quello che non si dovrebbe dire in queste occasioni. Ma non perché ci siano parole o frasi più o meno adatte, ma perché se vuoi esserci, se vuoi mostrare la tua vicinanza, certe cose non andrebbero proprio dette.

I saluti sono cordiali, gli auguri affettuosi, le condoglianze (etimologicamente, il con-dolersi, il partecipare al dolore dell’altro) sono sentite. Perché? Perché sottolineare l’aspetto del sentire? E’ come a dire, “credimi, anche io sento il tuo dolore“. Ma poi sarà davvero così?

Qui finiva inizialmente questo post. Ma poi succede che muore anche Berlusconi (ah quante volte ci avevo scherzato con papà che non lo poteva vedere neanche dipinto!) E allora non potevo non fare una postilla. Chissà se davvero tutti coloro che piangono Berlusconi in questi giorni sentono il dolore dei suoi congiunti, compartecipano alle loro doglianze?

Si può condolere della morte dell’uomo che ha messo in pratica punto per punto il programma della P2, che ha avuto fra i suoi più stretti collaboratori persone legate alla mafia, che ha mercificato la figura della donna senza nascondere una spiccata predilezione per le minorenni? Poi, per carità, “ha fatto anche cose buone“, come si diceva per un altro protagonista della nostra storia. Se avesse pagato per le sue scorrettezze e illegalità, avremmo potuto forse sottolineare i successi in politica, nelle TV, nello sport, avremmo potuto riconoscere le sue indubbie capacità imprenditoriali. Insomma potremmo esaltare il bene, se il male, almeno in parte, fosse stato punito.

Ma così non è andata. Perché la giustizia non è riuscita ad arrivare dove doveva, perché Berlusconi ha fatto in modo di rendersi intoccabile. E oggi dobbiamo riconoscere che è morto un uomo che ha sempre fatto quello che voleva senza pagare dazio. Persino la sua morte è sfuggita alla normalità. Anche qui è riuscito ad andare oltre, coinvolgendo tutti ad un lutto nazionale, come neanche i più grandi padri della patria. Possiamo con-dolerci quindi, possiamo tacere, nel rispetto dovuto di fronte alla morte. Ma quanto sentite saranno queste con-doglianze lasciamolo giudicare ai suoi stretti congiunti. Il resto invece lasciamolo giudicare alla Storia.

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Caro Diario

Abbiamo sempre saputo che papà aveva un agenda su cui segnava le cose. Ogni anno sotto Natale, fra le mille incombenze a cui mi sottoponeva, c’era anche quella della ricerca dell’agenda: doveva essere giornaliera e non settimanale, preferibilmente con l’indicazione dei santi, non tanto grande, né tanto piccola perché doveva entrare in uno specifico porta agenda in pelle.

Cosa realmente segnasse su queste agende però non era molto chiaro. Sicuramente i compleanni e gli anniversari: si ricordava di tutti e per ognuno era sempre il primo a telefonare per fare gli auguri. Poi sapevamo che segnava le cose che doveva comprare, o meglio, le cose che io dovevo comprargli! Dalle medicine alle cose da mangiare, liste della spesa per ogni cosa. Poi le partite nazionali e internazionali, con i risultati, meglio di tutto il calcio minuto per minuto.

Mettendo a posto le sue cose mi sono capitate anche queste famose agende. Tutte messe in fila una dopo l’altra, almeno quelle degli ultimi quindi anni. Ma a questo punto dico, peccato che abbia buttato le precedenti. Perché in realtà sono dei veri e propri diari della sua vita. Ci sono commenti su quello che accadeva, sui fatti di cronaca, sugli eventi sportivi. Ci sono particolarità da Settimana Enigmistica, curiosità e cose che segnava per chiedere spiegazioni poi a qualcuno. Parole in inglese scritte come si pronunciano, oppure termini tecnici a lui sconosciuti. Oltre ovviamente ai commenti su quello che accadeva a noi, ai nipoti, quello che aveva mangiato a casa di tizio o di caio, se era andato al bagno, se quel giorno aveva piovuto o se faceva molto caldo.

E così, sfogliandole fra un sorriso e una lacrima, mi scorre davanti la quotidianità delle sue giornate: le partite di calcio viste in Tv, quelle a carte con noi, con i nipoti o con gli amici del centro anziani. Uno dei suoi rammarichi più grandi era stato quello di non avere imparato ad usare il computer. Ma queste agende mi fanno rivalutare il mondo analogico e restituiscono una fotografia della sua vita che nessun computer, neanche il più potente, avrebbe potuto ricreare.

Laura Pausini è dimagrita di 16 chili. Renzi bischero. Bar Voce gelato 3,30 (ladri). Eris Dio della discordia. Megastore, negozio gigantesco. San Sebastiano, grande festa in India. Mohamed e Blanco festival S. Remo. PNRR Piano nazionale di ripresa e resilienza. Novembre 2008 visita ad Arcevia. Misogeno che non ama le donne. Salvini Meloni due ragazzi che giocano con la storia. 23 anni Halland norvegese 100 milioni. SLA grave forma di sclerosi. S. Pietroburgo la Neva fiume grande come il Volga. Pisicologia la scienza dell’anima. Cumulonembi nuvole dei temporali (viola). Mancini sbruffone Gnonto italiano in Svizzera. Matteo Zuppi Cei. Uganda Tanzania oleodotto. Crisma olio per la cresima. Spremuta di melograno. Monza in serie A Berlusconi. Smach colpo di tennis

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Non avrei voluto parlare di calcio

Soprattutto non avrei voluto parlare dell’ennesima finale persa dai cugini. Non sono dell’umore giusto per ironizzare. E poi, fra loro ci sono degli amici fraterni che non è bello veder soffrire. Qualcuno di loro aveva a stento superato quello che successe il 30 maggio di 39 anni fa: vincere questa non poteva certo ripagarli, ma certo perdere nuovamente ai rigori, riapre ferite antiche.

Il calcio è crudele, meritocratico solo fino a un certo punto e ama ripetere percorsi già compiuti. La tradizione ha il suo peso, così come la scaramanzia, o la casualità di un pallone che entra o esce per pochi centimetri. Per questo lo amiamo e per questo ci fa perdere il sonno, in modi spesso esagerati, immotivati, irragionevoli. La vittoria ti manda in estasi, ma anche la sconfitta ha una sua retorica e un suo fascino crudele.

E’ per questo che se escludiamo Malagò e il suo aereo dei vip, Damiano e i suoi capelli tinti, il padre di Marta che non va alla laurea della figlia, “andiamo a Budapest Beppe”, Alberto Rimedio, il pulman rimasto in garage, i tatuaggi che non si cancellano facilmente, Barigelli e la sua Gazzetta, gli Igli della Lypa, la faccia di Mangiante, i maxi schermi e “er sordaut”, Mou che arringa e istiga il grande popolo credulone, debbo confessare che un pochino mi dispiace. Ma solo un pochino.

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più. (Bill Shankly)