Quando una stella muore

Non dipende sempre tutto da noi. Quello che ci circonda a volte è determinante più di quanto vorremmo. E se intorno a noi è buio pesto, possiamo anche avere una vista da aquile, possiamo avere dieci decimi di diottrie, comunque non vedremo nulla. Quando il buio ti avvolge è inutile mettersi gli occhiali, è inutile provare a strizzare gli occhi. E non vedrai nulla neanche se sei rinomato per la tua mira infallibile.

Sembra una banalità, sembra una cosa scontata, ma invece troppe volte quando siamo al buio invece di cercare di accendere una luce, proviamo a vedere sforzando la nostra vista. Soprattutto dobbiamo capire che quando è buio non è colpa nostra se non vediamo. Non abbiamo sbagliato niente e non c’entra nulla che davanti alla tabella dell’oculista riuscivamo a vedere anche l’ultima fila delle lettere. Se è buio vedere non dipende da noi. Come, d’altra parte, se viviamo nella luce e vediamo benissimo non è merito nostro.

Dopo averci provato in tutti i modi, dovremmo prendere atto che non è colpa nostra. Dovremmo accettare che vedere o non vedere non dipende sempre e solo da noi. L’unica speranza è che qualcuno accenda una luce per noi, altrimenti continueremo a sforzarci inutilmente. Ma come dicevo all’inizio, non dipende sempre tutto da noi.

In questa storia triste c’è una sola consolazione, al buio le stelle sono più luminose e ci guardano da lassù, più brillanti che mai.

Quando una stella muore, che brucia ma non vuole. Un bacio se ne va, l’universo se ne accorgerà. Quando una stella muore, fa male, a metà tra il destino e casa mia, arriverà la certezza che non è stata colpa mia.

 

The King is dead, long live the King

Partiamo dai leccaculo. Una razza molto diffusa, che infesta ogni ambiente, in ogni età. Dalla scuola elementare, fino all’ospizio, dallo sport al lavoro: la ruffianeria (perché leccaculagine suona male) mira ad ingraziarsi i potenti o comunque quelli da cui si spera di ricevere poi un qualcosa. Captatio benevolentiae la chiamavano i latini, perché, appunto, è un atteggiamento vecchio come il mondo.

Il guaio è che spesso gli adulati sono gran tromboni, che si esaltano nelle lusinghe, si sentono appagati dalle attenzioni e dai complimenti altrui, anche quando sono palesemente falsi o sfacciatamente strumentali.

Pur disprezzando dal profondo sia l’uno, sia l’altro bisogna dire che sono entrambi atteggiamento comprensibili. Basati sulla falsità, sul bieco do ut des, ma comunque con una loro logica.

Quello che proprio non capisco invece è lo stupore dei potenti caduti in disgrazia, che si meravigliano del vuoto che si crea intorno a loro. Cominciano a imprecare contro l’ingratitudine altrui, contro il destino cinico e baro. Cadendo dalle stelle alle stalle il Re si accorge di essere solo, perché tutti i leccaculi si sono dileguati. Ma che c’è da meravigliarsi? Sul serio pensavi di essere simpatico? Credevi davvero che le tue barzellette fossero divertenti? Pensavi veramente che ti apprezzassero? Davvero credevi che ti volessero bene?

Ed è in quei momenti che tu che non facevi parte della sua corte di nani e ballerine, di puttane e lacché. Tu che non lo hai mai omaggiato, che non gli hai mai dato, né mai chiesto niente. Proprio tu provi un moto dell’anima. Chiamarla simpatia sarebbe sbagliato. Compassione forse è troppo. Il trombone trombato ti ispira tenerezza. Un po’ come un criceto bagnato. Il Re è morto, lunga vita al Re.