Se volessi scrivere la mia vita in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse. Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta biancoceleste. Se ci potessi mett…
Sorgente: Per i miei 50 anni
Se volessi scrivere la mia vita in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse. Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta biancoceleste. Se ci potessi mett…
Sorgente: Per i miei 50 anni
Gli adulti non capiscono mai niente da soli ed è una noia che i bambini siano sempre eternamente costretti a spiegar loro le cose (Saint Exupery)
E’ proprio vero. Noi adulti non capiamo mai niente da soli e avolte, per capire le cose bisogna risalire ai bambini.
C’era volta un bambino triste. In effetti non si sa con precisione se davvero fosse triste. Che un giorno però fosse stato bambino questo è certo. Il vostro narratore immagina fosse triste e probabilmente senza amore. Forse i genitori avevano altro da fare che stare appresso a lui. Forse non ce li aveva proprio i genitori. Chi lo sa. Sta di fatto che per quell’uomo che è diventato poi, certamente possiamo presumere che non ebbe un’infanzia felice.
E c’era una volta invece un bambino felice. Qui il vostro narratore può spingersi anche un po’ oltre. Può dirvi che quest’altro bambino aveva una bella famiglia, due genitori che gli volevano bene, tanti fratelli: un bell’ambiente insomma, dove questo bambino faceva grandi sogni, disegni meravigliosi, progetti importanti.
Il bambino triste diventò un uomo cattivo. Pensava che ogni cosa avesse un prezzo. E soprattutto pensava di dover comprare ogni cosa, perché nessuno gli aveva mai regalato nulla. Il problema però è che i soldi finiscono spesso prima delle cose che vogliamo.
Il bambino felice diventò un uomo buono. Continuava a sognare, ma soprattutto aveva imparato a disegnare i suoi sogni per renderli veri. Stava costruendo un progetto importante, regalando la sua vita agli altri, perché aveva capito che le cose più importanti in questa vita, non hanno prezzo e non le puoi comprare.
Era destino che si incontrassero. Chissà, fosse successo anni fa, il bambino felice avrebbe potuto cambiare il destino di quello triste. Anzi, ne sono sicuro. Ma in fondo ognuno è padrone del proprio destino. Si incontrarono da grandi ed il bambino triste, che era diventato un uomo cattivo, provò a comprare la felicità dell’uomo buono. Quando si accorse che non era possibile provò a distruggerlo, trascinandolo in basso, nel fango in cui lui era ormai sommerso.
L’uomo buono finì sulla bocca di tutti, persino sui giornali, perché si sa, la calunnia è un venticello che fa presto a diventare burrasca, tornado che abbatte e fa cadere i miti. E purtroppo la gente perdona molte cose, ma raramente la felicità altrui. C’è un diabolico cupio dissolvi a vedere infangato chi vuole realizzare i propri sogni, chi ha imparato a renderli concreti. L’uomo buono non capiva come fosse possibile: non riusciva a spiegarsi il perché, tutto quell’odio, quella diffidenza. Non era più il bambino felice di un tempo, ma tenne la barra dritta, confidando che la verità prima o poi sarebbe venuta fuori.
Questa storia potrebbe anche finire qui. Perché quello che successe dopo non ne cambiò il finale. Ovviamente arrivò il giorno in cui la verità venne fuori. E ovviamente tutte le bugie furono smascherate e tutte le menzogne e le cattiverie sull’uomo buono si sciolsero come neve al sole. I giornali, che avevano sbattuto la notizia in prima pagina, dedicarono alla smentita giusto una scarna mezza paginetta. Ma anche questo sarebbe stato facile prevederlo. La verità cambiò poco l’esito della storia, perché in realtà chi l’aveva conosciuto veramente, non aveva mai avuto dubbi su di lui, nemmeno per un istante. Sembra un paradosso, ma la verità aggiunge poco all’uomo buono. Perché come dice San Paolo, il giusto vivrà per fede. Io però ho una speranza: se non è servita all’uomo, che almeno serva al bambino, per farlo tornare a disegnare i suoi sogni felice.
E così siamo giunti all’ultimo episodio di questa chiacchierata con Tiffany e come tradizione vuole, abbiamo lasciato il dolce per ultimo…il dolce far niente, ovviamente!
Lui. Partiamo da un presupposto inoppugnabile: il primo uomo pigro della storia inventò la ruota. Su questo nessuno potrà contraddirmi. Dovessimo fare una classifica, certamente quest’ultimo vizio capitale è quello a cui proprio non riesco a resistere. D’altra parte, come ho detto illustrando gli altri, forse è anche quello che mi salva dagli altri 6! Sono troppo pigro per arrabbiarmi o per dedicarmi alla lussuria, per abbandonarmi alla gola o all’invidia.
Lei. Frasi must, presenti all’appello come il prezzemolo: “Lo faccio dopo” o – variante ancora più svogliata – “Domani chiamo”. Dovrebbero chiamarlo doMAI, non domani; potremmo suggerirlo all’Accademia della Crusca, in effetti. Le cose che non mi va di fare, sono un milione. Mi impigrisco solo al pensiero di digitare quei numeretti o di controllare quella cosa. Non mi va di lavarmi i denti dopo pranzo a lavoro, mi prende un’indolenza che neanche il bradipo nei periodi invernali; quando la sera metto le natiche su quei cuscini morbidi in sala vorrei che si fermasse il mondo. Anzi, vorrei che arrivasse qualcuno a infilarmi il pigiama e nel letto. Dove sta scritto che solo i bimbi debbano essere dei privilegiati? Potrebbe essere un nuovo lavoro; dopo i reggi-cappotto alle star, i metti-a-nanna gli apatici.
Lui. In effetti poi, essendo naturalmente contraddittorio, sviluppo delle forme di frenesia che apparentemente sono l’opposto della pigrizia. Adoro alzarmi presto la mattina. Fatemi stare chiuso in casa nel week end e divento idrofobo. Essere pigri ha lo svantaggio che hai la sensazione di perderti un sacco di cose. Poi magari non è così, però a volte mi prende quest’ansia di fare che confligge con la mia consueta cultura dell’ozio.
Lei Anche a me acchiappano delle botte di adrenalina da guinness dei privati, anzi spesso pensano che sia questo il mio lato dominante. Mi piace: correre la mattina alle 7, stare per ore in giro all’aria aperta, organizzare feste con 1000 persone (naturalmente non cucino io), salire sugli aerei e dimenticare chi sono per qualche giorno. La mia è Pelle di plaid avvolgente incastonata in divano confortevole, ma il sangue é sangria con vodka e cannella, tendente al giallo ocra-bollicine-di-champagne. Un bel casino davvero.
Lui. Questi risvegli dall’ozio a volte mi prendono leggendo i CV di persone famose, ministri, capitani di industria, premi Nobel, che hanno la mia stessa età, o anche più piccoli. Allora capita di chiedermi: ma mentre questi diventavano amministratori delegati o presidenti del consiglio, io, a parte scrivere post minchioni sul blog, che stavo a fa? A Rò, non sarà ora che te dai ‘na svejata? Poi in fondo mi dico, che (in modo un po’ più serio di quanto abbia trattato l’argomento qualche post addietro) è sempre una questione di priorità. E allora diciamo che la mia innata pigrizia a volte può essere stata una pi – grazia, perché mi ha permesso di scegliere le cose veramente importanti, facendomi dedicare a quelle, trascurandone altre. Le mie priorità non sono quelle che il mondo, la persone, la società ritiene tali? Pazienza! Me ne farò una ragione. In conclusione di questa scorribanda lungo i sette vizi, per quanto mi riguarda, sono sempre più dell’idea che ormai prossimo alla fatidica soglia dei cinquanta, amici miei cari, questo sono, con i miei vizi e le mie virtù. Difficilmente si migliora. Piuttosto, quello che non bisogna mai smettere di provare, è essere la migliore versione di se stessi!
Lei. Ciò non toglie che io sia una vera fan dell’ozio, Lentezza e noia per me sono i motori della creatività. Ricordo ancora quei pomeriggi di bambina in cui i minuti scorrevano lenti e inventavamo giochi che Mattel scanzate. Quando invece vedo oggi quei poveri ragazzini che passano dal basket al piano al teatro prende a me l’attacco di panico! Che poi neanche io riesco ad annoiarmi più di tanto ormai, nei momenti morti fisso il cellulare, mi metto su fb, cazzeggio su wapp.. e mi perdo i momenti migliori. Ed è per questo che vi consiglio questo libro, che ho adorato e mi sono ripromessa di rileggere ogni tanto. Perché “l’arte del dolce far niente altro non è se non l’arte di vivere”.
Nel quartiere la Cachimba si è creato un gran casino
Sono venuti i pompieri con le loro campane e le loro sirene
Ahi mamma, che è successo?
La stanza di Tula ha preso fuoco
Si è addormentata e non ha spento la candela
Chiamate Ibrahim Ferrer, chiamate i pompieri!
Credo che Tula non vuole che le spengano il fuoco
Tula stava soffocando dal caldo nella sua stanza al primo piano. L’Avana in quel fine agosto del 59 era una fornace di giorno ed un pozzo umido di notte. Julian era scivolato via dal suo letto mentre lei ancora dormiva. Non era ancora l’alba, ma lei era già sveglia. Da quando passava le notti con lui non dormiva quasi più.
Arrivava appena lei aveva preso sonno, in quell’ora più corta dove non è più giorno e non è ancora notte. In quell’ora in cui le ombre sono più lunghe e i contorni indefiniti. Arrivava come un vento leggero e si infilava nelle pieghe delle lenzuola e poi fra le sue braccia, nei seni, fra le gambe. Partiva una musica, prima appena accennata, sommessa poi via via prendeva ritmo, più forte, sempre di più, di più, diventava un onda e allora partiva anche la danza ed insieme si riaccendeva la fiamma. Come una candela, poi un’altra e ancora una e un’altra ancora e il caldo aumentava e il sudore scendeva dalla fronte, nelle braccia, tutto il corpo era bagnato e bollente.
Tula era sommersa, avvolta e trascinata via. Non sentiva più nulla, solo la musica e il caldo, sempre più forte, sempre più avvolgente. Non sentiva più le malelingue, che le dicevano che ormai si era spenta, che ormai era vecchia, che era inutile sognare, che doveva arrendersi.
Dio se lui potesse restare, se insieme potessero costruire un futuro diverso, fatto di giorni oltre che di notti. Se si fossero incontrati prima, se fossero stati più giovani. Chissà come avrebbe potuto essere se lui non avesse avuto un’altra casa, un’altra famiglia. Da quando passava le notti con lui, il futuro poteva anche sembrare più complicato, ma il mondo era certamente un posto più bello. Chissà come avrebbe potuto essere se lui non fosse morto trent’anni prima. Ma intanto la fiamma cresceva, si alimentava, bruciava, tutto bruciava e soprattutto Tuna, che non voleva più essere spenta. Mai, mai più.
Vigilia del voto, giorno di silenzio non si dovrebbe fare campagna elettorale. E quindi io, da buon minchione, mi limito a fornirvi gli scenari palusibili (!) su ciò che accadrà dopo la consultazione referendaria. Ecco su per giù quello che succederà.
Se vince il Sì
Se vince il No
E ora buon voto a tutti!
Lo so, lo so…più e più volte vi ho detto che non mi piacciono le alternative nette, le scelte che escludono. Sono molto più per l’et et che per l’aut aut. Ho ripetuto spesso che quando una domanda ti fa scegliere uno per escludere l’altro, non c’è una risposta giusta, ma una domanda sbagliata. E però a volte non si può proprio fare altrimenti. A volte la vita ti mette davanti ad un bivio. E lì scopri quali sono le tue priorità, quali sono le cose davvero importanti, quelle che contano veramente: la carriera o la famiglia, i soldi o gli affetti, il gelato o la grappa. E’ ovvio, lo ribadisco, dovremmo provare sempre a mediare, dovremmo cercare la coincidentia oppositorum. Perché spesso non c’è una strada giusta ed una sbagliata, spesso è solo la nostra mancanza di inventiva che ci fa arrendere a scegliere una delle due.
Ma a volte invece non si può proprio fare altrimenti. Sceglierle entrambe non è possibile, devi dare la priorità alle cose a cui tieni sul serio.
Domenica c’è il referendum. E c’è il derby. Se arrivasse il famoso genio della lampada e dicesse scegli! Hai questa alternativa, o l’uno o l’altro. Tu che preferiresti? Vincere con tre goal di scarto o su autogoal all’ultimo minuto?
Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminando gioiosi verso l’avvenire. (Ernesto Guevara)
Com’è strana la vita. Lotti per un obiettivo, spendi tutto te stesso, contro tutti, contro la logica, contro il buon senso, rischi la vita, quella dei tuoi cari e alla fine raggiungi il tuo obiettivo. Ma la lotta non finisce, anzi i nemici diventano più forti, più numerosi, tu però non ti arrendi. Vuoi fare del bene, sai di essere nel giusto, non vuoi nulla per te stesso, rifiuti ogni privilegio, rimani uno come gli altri. Il tempo passa e quello che hai costruito sembra non stare al passo con i cambiamenti, ma tu insisti, rimani solo contro tutti. Solo la tua gente è con te, perché loro, tutti loro, sono i tuoi figli e tu ti prenderai cura di loro.
Ma prorpio come ai figli, a che serve avergli dato l’istruzione, se poi non possono avere una loro opinione? Che serve aver curato le loro malattie, se non lasci loro la libertà di sbagliare? Hai preservato i tuoi figli, li hai difesi sempre, nella tua terra non c’è un’arma, non c’è droga, ma tutto questo che senso ha se non gli lasci la possibilità di scegliere? E tu, che hai sempre lottato per liberare le persone, finisci per sembrare un tiranno, tu rivoluzionario passi per dittatore.
“Voi mi condannate, ma la storia mi assolverà“. Io penso che, come spesso ti capitava, avevi ragione: come quando 40 anni fa immaginasti un presidente degli Usa nero e un papa sudamericano. La storia ristabilirà la verità. Perché la storia non finisce certo oggi. Che la terra ti sia lieve e tu possa riposare in pace, nel paradiso degli eroi.
Si dovrebbe poter comprendere che le cose sono senza speranza ed essere tuttavia decisi a cambiarle (F. Scott Fitzgerald)
La scorsa settimana sono stato ad un convegno in cui, fra gli altri, sono intervenuti i rappresentanti di una società di comunicazione di Torino con uno strano nome: taxi 1729. Introducendo il loro intervento hanno accennato che il nome faceva riferimento ad un particolare episodio legato in qualche modo alla matematica, ma non hanno aggiunto altro. La cosa ovviamente ha scatenato la mia incurabile curiosità e così (grazie Wikipedia!) posso raccontarvi questa storia molto singolare.
Tutto nasce dall’amicizia fra Godfrey Harold Hardy e Ramanujan Srinivasa: il primo è un ricco nobile inglese il secondo un povero bramino indiano. L’unica cosa che li unisce è una passione sfrenata per la matematica. Sono due geni, in particolare l’indiano, che fin da piccolo dimostra un talento davvero straordinario. Si racconta un particolare episodio che li riguarda: Hardy andò a trovare in ospedale Ramanujan (che infatti morì molto giovane, forse di tubercolosi, forse di un’altra malattia infettiva) e facendo quelle classiche conversazioni per riempire il tempo gli raccontò che il taxi che lo aveva portato lì, era il 1729, un numero insignificante. “Invece è un numero molto interessante” gli replicò Ramanujan “è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi: 1729 = 10³ + 9³, 1729 = 12³ + 1³”. Da allora il numero 1729 è diventato un numero fondamentale in matematica, chiamato appunto numero Taxi-cab, oppure di Hardy-Ramanujan.
Non ho le conoscenze specifiche per confermarvi che effettivamente questa cosa possa aver in qualche modo rivoluzionato la matematica contemporanea: se mi aveste chiesto che so, dell’appercezione trascendentale di Kant o della intuizione eidetica di Husserl, avrei sicuramente saputo dirvi qualcosa in più. Ma su questo fatidico 1729 non avrei molto altro da aggiungere. Però sono stato proprio contento di aver seguito la mia vena da scimmia curiosa, per almeno due motivi.
Il primo è la storia di questo povero bramino indiano, che riesce a tirarsi fuori dal contesto poverissimo in cui nasce e seguendo il suo genio arriva fino al Trinity College di Londra e diventa il più grande matematico indiano. Tutto questo alla fine dell’800, senza telefono, internet e altri mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione oggi. E voi mi direte, va be’, ma se uno è un genio alla fine emerge.
E qui nasce l’altro motivo per cui secondo me vale la pena raccontare questa storia. Quanti fra noi si sentono 1729? Quanti pensano di essere numeri comuni, insignificanti, diversi, ma allo stesso tempo uguali a milioni di altri? Invece no! Ognuno di noi è l’insieme di calcoli e di operazioni più o meno complicate. Dentro di noi ci sono divisioni, moltiplicazioni, radici quadrate e potenze, equazioni e tangenti. Neanche noi stessi le conosciamo fino in fondo. Anzi, per capirle spesso c’è bisogno dell’intuizione di qualcuno. Di qualcuno che sappia leggere fra le righe, che sappia trovare collegamenti e vedere connessioni al di là dei semplici numeri. Qualcuno che non aggiunga e non tolga nulla, semplicemente riesca a ricomporre i numeri, svelando le proprietà uniche che ognuno di noi ha dentro di sé.
Questa storia ci racconta che per emergere non è necessario essere un genio. Basta un insignificante millesettecentoventinove qualsiasi.
A grande non richiesta tornano i consigli di lettura non richiesti. Del resto, se fossero richiesti sarebbero a pagamento: sono gratis, dunque arrivano quando meno ve li aspettate! Stavolta però più che indicare libri, vi parlo di autori, perché indicare un singolo libro mi sembrerebbe riduttivo.
Il primo è uno svizzero. E già questa è una novità! Vi risulta che gli svizzeri scrivano libri? E vi risulta che scrivano bei libri? Infine, vi risulta che scrivano bei libri ambientati in America, alla pari di un qualsiasi autore americano? A me tutte queste cose non risultavano affato. E quando un mio amico mi aveva consigliato questo Joel Dicker ero molto scettico. Invece, uno dietro l’altro mi sono letteralmente tracannato sia La verità sul caso Harry Quebert, sia questo nuovo appena uscito, Il libro dei Baltimore. Due gran bei romanzi, gialli, ma non troppo, di ampio respiro, con dei personaggi sempre interessanti, sorprendenti ed insieme molto credibili. L’unica pecca, se vogliamo trovargliene una, è che avendo lo stesso protagonista ci si aspetterebbe un collegamento fra i due. Invece niente, come se appunto non ci fosse nessun comune denominatore. Comincerei con il primo, ma vedrete che finerete per andare a leggere anche l’altro.
Il secondo consiglio invece è per uno dei miei autori italiani contemporanei preferiti. Alessandro Piperno, riesce meglio di qualsiasi altro a raccontare la Roma in cui sono nato e cresciuto. Oltre qualche saggio e diversi articoli ha scritto 4 romanzi, tutti ambientati nell’ambiente bene di Roma nord: l’ambiente ideale della buona borghesia illuminata, che tifa Lazio ed è moderatamente di sinistra. Nei suoi personaggi ritrovo storie realmente vissute, personalmente o da amici, perché in effetti i protagonisti potrebbero essere dei miei vecchi compagni di scuola, che abitano sulla Cassia o sulla Flaminia e frequentano i bar dei Parioli o del Coppedé. Con in più una grande, direi anzi determinante, peculiarità: Piperno (come suggerisce il nome) è ebreo ed ebrei sono tutti i suoi personaggi. Le sue storie, i il contesto in cui si muovono i personaggi è fortemente legato a questa matrice culturale, che si ricollega direttamente ad un grande filone transnazionale della letteratura europa. Lo spunto per questo consiglio me lo dà il nuovo romanzo Dove la storia finisce, assolutamente all’altezza dei suoi precedenti. Se non avete letto nulla però vi consiglio di partire con il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni, che per me fu una vera e propria folgorazione. Non meno belli (anzi, forse…) i due romanzi Persecuzione e Inseparabili, che formano il dittico (infatti sono uno il seguito dell’altro), “il fuoco amico dei ricordi”, sottotitolo comune ad entrambi.
i consigli torneranno prima di Natale, giusto in tempo per gli ultimi regali, intanto buona lettura!