Lunedì 1 settembre, il lunedì più luneidoso dell’anno.
Qualcuno pensa che le vacanze siano belle anche perché finiscono e poi si torna alla vita di tutti i giorni.
Io no.

Se sei preoccupato del domani, impara a ballare sotto la pioggia
Se hai paura della pioggia, cancella ogni traccia di invidia dentro di te
Se proprio sei invidioso di qualcuno, sii invidioso di chi affronta la sconfitta sorridendo
Se vuoi imparare a sorridere nella sconfitta, devi essere capace di essere soddisfatto di te stesso
Se vuoi essere soddisfatto di te stesso, impara a maneggiare le aspettative degli altri
Se vuoi essere capace di maneggiare le aspettative degli altri, impara a non pretendere nulla
Se vuoi imparare a non pretendere nulla, devi esercitarti notte e giorno senza stancarti
Se poi ad un certo punto ti viene sonno, cerca almeno di fare sogni grandi
Se vuoi sognare in grande, ricordati di non prendere scorciatoie
Se trovi una scorciatoia, allora come minimo deve portarti sulla luna
Se fossi sulla luna, sicuramente ci starei abbracciato a te
Se stessi sotto braccio a te, sulla terra o sulla luna non avrei più nessuna preoccupazione
Ma se invece sei ancora preoccupato per il domani, impara a ballare sotto la pioggia
I found a dream, that I could speak to, a dream that I can call my own, I found a thrill to rest my cheek toa thrill that I have never known
Come il mio amico Topper, non sono solito seguire i suggerimenti di WordPress, ma effettivamente per un cinefilo amante delle liste come me, la tentazione era troppo grande e allo stesso tempo innocua. E chi sono io per oppormi alle tentazioni? Dunque procediamo con la lista:
Mi rendo conto che, almeno alcuni, non sono proprio dei capolavori assoluti, non avrebbero un posto d’onore nella storia del cinema, ma la domanda era legata al gusto soggettivo ed è questo che ho seguito fedelmente! Non a caso sono quasi tutti film degli anni 80, quelli della mia adolescenza, il tempo in cui anche un film riesce a farti sognare!
Ve l’avevo promesso che sarei tonato presto con altri consigli di lettura e dopo il post monografico su Panowich, stavolta vi suggerisco diversi autori, che spaziano su generi differenti, per rendere le vacanze (e le letture) più varie possibile,
Partiamo con l’inglese Jonathan Coe e la sua La banda dei brocchi, un bell’affresco sull’Inghilterra degli anni 70, fra lotte sindacali, attentati dell’Ira, gruppi rock emergenti. La storia di un gruppo di amici che terminato il liceo cercano la loro strada di riscatto sociale. Se la storia vi appassiona ha anche un seguito, altrettanto bello come il primo romanzo.
Il secondo consiglio riguarda Gabrielle Zevin ed il suo Tomorrow, Tomorrow, Tomorrow. Una storia d’amore molto particolare, una storia di amicizie soprattutto, che racconta di come il genio a volte riesce a farsi concreto, per far sì che un gioco, una passione (in questo caso quella dei videogiochi) possa diventare occasione di crescita umana e professionale.
Elizabeth Gonzalez James con Le cento vite di Antonio Sonoro ci racconta un western atipico, ambientato in Messico fra la fine dell’800 e la metà degli anni 60 del 900. Tra mito e realtà, angeli e demoni, violenza, passione, avventura si snodano le avventure del protagonista che davvero sembra avere molte vite, come dice il titolo. Perché in realtà i protagonisti della storia sono più d’uno e forse le colpe dei padri che si trasmettono ai figli diventano la chiave per comprendere davvero la storia.
Chiudo con Percivall Everett ed il suo James. Avete mai letto Le avventure di Huck Finn di Mark Twain? Vi ricordate lo schiavo che fugge insieme al protagonista? Si chiamava Jim, ma qui cambia il suo nome in James. Nel libro di Twain lo perdiamo di vista e qui l’autore riprende la sua storia e ci racconta le sue avventure verso la libertà. Bellissimo!
Stavolta avete ampia scelta, buona lettura dunque!




Non è che non credo al Ponte sullo Stretto. In realtà è lui che non crede in me! Anzi non crede in nessuno di noi. D’altra parte è anche vero che sono più di cent’anni che ogni tanto qualcuno lo tira fuori e poi non se ne fa niente, anche lui si sarà pure stufato.
E non è neanche vero che non sarebbe una cosa bella. Anzi, sarebbe bellissimo! Un po’ come il Profiterol. Io adoro il Profiterol! Soprattutto quello con la cioccolata amara e i bignè alla crema pasticcera (quelli con la panna mangiateveli voi!). Però se uno stesse morendo di fame, magari preferirebbe un piatto di pasta al pomodoro. O un panino con la mortadella. Una bistecca alla brace. O un bel piatto di pasta e fagioli. Il Profiterol va bene, quando hai già la pancia piena. Perché come dice la mia saggia amica Jò, laddove manca lo stretto necessario, il Ponte sullo Stretto non è necessario.
Comunque, voglio fare fare come la Regina di Alice nel Paese delle Meraviglie e prima di Ferragosto ho deciso di credere che prima del Ponte riusciremo a costruire sei cose impossibili, che vado qui ad elencare:
– Hansel & Gretel che fanno case di marzapane
– L’altalena attaccata alle nuvole di Heidi
– La strada con un gancio in mezzo al cielo di Baglioni
– Jovanotti che costruisce case di pane per riunioni di rane
– La casa in via dei matti numero 0, dove non si poteva fare pipì
– Il Ponte di Baracca, sotto il quale c’è sempre cattivo odore
Dite che sarà difficile costruirle tutte? Sì, probabile, ma sicuramente sarà più semplice che riuscire a costruire questo benedetto Ponte sullo Stretto!
Alice rise: È inutile che ci provi, non si può credere a una cosa impossibile. “Oserei dire che non ti sei allenata molto”, ribatté la Regina. “Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.”

Estate del ’79, Santa Severa e la spiaggia di sassi. Non sono più un bambino, ma non sono ancora qualcos’altro. Ancora mi devo mettere la crema solare, ma posso togliere quelle scarpette di gomma colorate che poi mi fanno abbronzare i piedi a strisce. Ancora non posso andare sull’Aurelia con la bicicletta, ma la sera posso rimanere fuori fino a mezzanotte. Ancora devo andare con i miei a messa, ma posso andare al cinema con gli amici.
E’ tutta l’estate che ti vengo dietro. E tu lo sai. Gioco a pallone e quando segno guardo verso di te per vedere se mi hai visto. In spiaggia ti guardo da lontano e tu guardi me che ti guardo. Poi è arrivato lui. Più grande, più alto, più biondo. E tu non guardi più nessun altro. Meglio pensare alla pesca con i vermi della tremolina che scappano dal secchiello e la mollica con il pecorino che ti lascia le mani puzzolenti per ore. A tredici anni il cuore è giovane e le ferite le rimargina velocemente.
Fino alla notte di San Lorenzo, con il fuoco sulla spiaggia e i sacchi a pelo per vedere le stelle e aspettare l’alba. Tu sei l’unica donna per me, canta Alan Sorrenti, Gloria, manchi tu nell’aria gli fa eco Umberto Tozzi. E anche senza di te I will survive mi suggerisce Gloria Gaynor. Senza di te che stai lì vicino al fuoco senza di lui. Senza di te che piangi e mi guardi. Senza di te, che senza una parola ti infili nel mio sacco a pelo.
Senza di te che il giorno dopo sei di nuovo fra le sue braccia e non mi degni neanche di uno sguardo.
Tredici anni, quando aspettavo il venerdì e tornavo prima dalla spiaggia per ascoltare la Hit Parade alla radio e sentire se lei era ancora al primo posto o era scesa in classifica. Perché è lei e solo lei il mio amore. Perché lei è come me, ha un cuore di vetro, che però non si rompe, resisterà al tempo, alla distanza e alle difficoltà. Ed ancora oggi che non sono più un bambino, ma ancora non so cosa sono, la ascolto e con un tuffo carpiato all’indietro mi ritrovo in quella calda estate del ’79.
Che strana estate dico io. La più calda di sempre, dicevano loro, ma poi mica è vero. L’anticiclone delle Azzorre non c’è più, anzi no, è tornato. Cambia il tempo, ora la sera fa quasi fresco e appena riprendi fiato torna il caldo bollente. L’anticiclone africano ci cuocerà tutti, anzi no, ancora per quest’anno forse ci salviamo.
Tutto l’anno ad aspettare le vacanze, a sognare l’estate, il mare, il sole e poi eccolo che arriva tutto insieme e ci travolge. Esagera, ci assale e ci lascia storditi e senza forze. Poi improvvisamente cambia tutto, piove, diluvia, trombe d’aria, mareggiate, sembra inverno. Ma non cadono le foglie, cadono direttamente gli alberi. Insieme alle nostre certezze: forse era meglio una tiepida primavera o un placido autunno?
E’ mutevole quest’estate, come le opinioni. Cambiamento climatico sì, cambiamento climatico no. Genocidio sì, genocidio no, ma intanto le persone, i bambini continuano a morire. E non di caldo, no. Di fame. Come mille anni fa, come nell’età della pietra. Forse stiamo tornando lì. Allora è vero che non è cambiato nulla: non cambia il tempo, non cambiano le persone.
Ma invece le persone cambiano, anche se in fondo rimangono le stesse. Con le stesse paure, con gli stessi sogni, con le stesse miserie e gli stessi slanci. Riescono ancora a stupirmi, per fortuna. Un po’ come il tempo. Si può prevedere, ma fino ad un certo punto. Si alza il vento e cambia tutto. Assapori il tepore del sole, ma basta un brivido e ritorna l’inquietudine, per quello che ci aspetta e che non si può pronosticare.
Non sono perfette le persone. Come non lo è il tempo, come non lo è questa estate. Nulla è perfetto, ma d’altra parte la bellezza non va quasi mai d’accordo con la perfezione. E noi siamo esattamente qui, fra una previsione attendibile ed una pianificazione incerta, per gustarci quello che abbiamo e cercare di non soffrire troppo per quello che non c’è più. Siamo in quest’estate imperfetta, ma bella da morire. Anzi, bella da vivere. Bella da vivere fino in fondo.
In bilico, tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio, che mi lascia qui, sul filo di un rasoio, a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò. Non senti che, tremo mentre canto nascondo questa stupida allegria quando mi guardi e non senti che, tremo mentre canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai.
“Agosto lavoro mio non ti conosco!” Non è proprio così, ma sicuramente ci avviamo ad un tempo di vacanze e cosa fare di meglio se non tuffarsi nelle letture, compagne fidate del nostro tempo libero? Ecco quindi che torna questa rubrichetta in cui vi do qualche suggerimento, assolutamente non richiesto, sui miei autori preferiti.
Solitamente vi segnalo autori diversi, magari farò a breve un nuovo richiamo, ma oggi mi concentro su un unico autore che secondo me vale assolutamente la pena approfondire, seguendo cronologicamente le sue opere. Si tratta di Brian Panowich, autore americano che ambienta i suoi romanzi in un’America poco conosciuta, fuori dalle rotte turistiche, ma anche da quelle già raccontate da Hollywood: la regione degli Appalachi, fra la Georgia e il Sud Carolina. Storie di emarginazione, l’altra faccia dell’America o se vogliamo, quella più autentica, fuori dalle grandi metropoli, nella quale convivono tradizioni contadine, povertà, delinquenza e pregiudizi razziali. Insomma, posti da cui è difficile fuggire, ma che raccontano di riscatti individuali e di redenzioni impossibili.
Il primo romanzo della serie è Bull Mountain, dove si seguono le vicende di una famiglia di spacciatori, prima di alcolici, quindi di stupefacenti, nella quale il protagonista ha la forza di intraprendere una strada diversa, diventano lo sceriffo della contea. La storia viene raccontata dal punto di vista di vari personaggi, dalla metà degli anni 50, fino ai giorni nostri. Un romanzo appassionante, che potrebbe ricordare in qualche modo le saghe delle famiglie mafiose e che ti tiene incollato alla lettura verso un epilogo inevitabile, ma allo stesso tempo inaspettato.
Il secondo romanzo, Come leoni. Ritorno a Bull Mountain, inizia dove finisce il primo, riprendendo alcuni fili della trama solo accennati nel precedente romanzo, ma proseguendo nella storia e svelando un altro scenario che dà un senso diverso anche al racconto iniziale. In effetti poteva essere tranquillamente un unico romanzo, fatto appunto di due parti.
Nel terzo capitolo, Hard Cash Valley. All’ombra di Bull Mountain, c’è un nuovo protagonista che si muove nello stesso territorio, con la stessa ambientazione, ma sviluppa una vicenda completamente nuova. Nuovi personaggi, legati sempre alla storia originaria, che viene narrata con il ritmo incalzante e coinvolgente dei primi romanzi.
Che succede quando una storia ha concluso le sue trame, ma i personaggi hanno ancora tanto da raccontare? Ci si sposta indietro nel tempo! Con Nient’altro che ossa, l’autore ci porta ad un prequel delle prime due storie narrate, partendo da un personaggio solo accennato negli altri romanzi, ma che ha una sua vicenda importante all’interno della saga complessiva. In effetti, anche se è l’ultimo uscito, si potrebbe iniziare la lettura proprio da qui.
Quattro romanzi che però, come dicevo, potrebbero essere quattro capitoli della stessa storia, che tiene il lettore incollato con la voglia di saperne di più, per capire come proseguiranno le vicende della famiglia Burroughs terribile e affascinante al tempo stesso. Per capire se in tutto quel male, in tutta quella violenza, alla fine c’è una luce e una speranza di redenzione. Se iniziate vedrete che probabilmente passerete agosto in loro esclusiva compagnia, con l’unico rammarico che – almeno per il momento – non ci sia un seguito ulteriore.
Buona lettura!




Al termine di questo resoconto mi sono reso conto (!) che in realtà ho tralasciato di raccontarvi qualche curiosità e di aggiungere qualche suggerimento per chi volesse seguire le nostre orme.
Prima di tutto parliamo di soldi. La lira turca non vale una lira (oggi sono in vena di giochi di parole!). Hanno un’inflazione galoppante, quindi il valore odierno (1 euro vale circa 45 lire), potrebbe essere molto diverso rispetto a quando andrete voi: controllate! Non è possibile cambiare le lire in Italia, bisogna farlo lì e conviene farlo ad Istanbul. Per darvi un’idea in aeroporto c’era il cambio 1 euro 42 lire, in città abbiamo cambiato a 47. Non parliamo di grandi cifre, però comunque…In ogni caso l’euro viene accettato ovunque, anche nelle bancarelle più sperdute, però ovviamente il cambio è sempre svantaggioso.
Contrattate sempre! Sembra una cosa scontata, ma davvero ogni cosa ha un prezzo nominale ed uno reale. Ma questo non vale solo ai mercati o ai bazar, perfino con i taxi! Il tassametro è un optional che non tutti hanno: per darvi un’idea, dal centro città in albergo una volta un taxi ci ha chiesto 40 euro. Gliene abbiamo dati 15 e siamo stati anche generosi: ci provano sempre, anche in maniera spudorata!
Come già detto nelle puntate precedenti, il biglietto per la visita alle attrazioni della città è molto caro. Per dare un’idea, la già menzionata Santa Sofia che come vi dicevo noi turisti possiamo vedere solo parzialmente, costa 30 euro: l’ingresso al Colosseo costa 18. Bisogna aggiungere altro? In questi giri organizzati ti propongono sempre delle gite. Abbiamo evitato il giro in nave sul Bosforo (costava 60 euro) e chi l’ha fatto ci ha detto che abbiamo fatto bene a risparmiare quei soldi. Bello, ma niente di straordinario. Come vi dicevo invece vale la pena fare il giro in mongolfiera, ma qui si può risparmiare un bel po’ prenotandolo direttamente dall’Italia. Altri che erano con noi, prenotandolo online prima di partire, hanno risparmiato fino alla metà del prezzo. Ad averlo saputo prima!
Oltre ai musei e alle Chiese ho trovato particolarmente cari gli alcolici: bersi una birra la sera è un lusso, quasi 10 euro per una piccola da 33 cl. Si tratta evidentemente di un retaggio culturale legato al divieto di bere alcolici per i mussulmani. Anche se, ci raccontava Umut, che nel Corano non c’è menzione di un divieto assoluto di berli, così come non c’è un divieto di mangiare carne di maiale. Sono prescrizioni successive, nate all’interno della tradizione mussulmana, che però non hanno una base nel sacro libro dell’islam. In compenso, giustificando il detto “fumi come un turco“, le sigarette costano meno della metà rispetto a noi.
Come in altre parti del mondo (direi in quasi tutte!), scordatevi il caffè espresso. Io non ne riesco a fare a meno, ma debbo dire che raramente ne ho bevuti di così cattivi, il più delle volte davvero imbevibili. In compenso un po’ ovunque si trova (lo offrono anche nei negozi dove semplicemente entri a guardare qualcosa) un tè di diversi tipi, spesso alla mela, che viene servito freddo, oppure il classico tè nero servito bollente in bicchierini particolari.
Lasciata la Cappadocia, ci aspetta nuovamente un lungo percorso in pullman per raggiungere le mete successive. Sulla strada verso Konia ci siamo fermati ad un Caravanserraglio Selgiuchide. Questi erano luoghi fortificati, costruiti lungo la via della seta, come stazioni di sosta per i viaggiatori.
Nel pomeriggio siamo arrivati a Pammukkale (che in Turco significa Castello di cotone). Un posto davvero straordinario! In questa regione infatti i movimenti tettonici hanno determinato la nascita di fonti termali con un’acqua molto ricca di carbonato di calcio. Il risultato dà luogo a delle formazioni rocciose molto particolari, costituite da strati bianchi di calcare lungo tutto il pendio della montagna, che sembra completamente innevata.



Queste sorgenti erano conosciute anche nell’antichità e molto apprezzate dagli antichi romani, che le ritenevano ricche di proprietà salutari (che in realtà non hanno). Non è un caso che proprio in prossimità delle sorgenti si trovava l’antica città di Hierapolis. Fra le rovine spicca il teatro, rimasto in uno stato di perfetta conservazione.

Il giorno successivo abbiamo continuato la parte archeologica del nostro viaggio, visitando le rovine della città di Efeso. Una vera e propria metropoli dell’antichità, che arrivò ad ospitare oltre 200 mila abitanti. Le rovine risalgono soprattutto al periodo augusteo, molto particolare la facciata della biblioteca di Celso, oltre a vari templi e numerosi stabilimenti di bagni pubblici.


Purtroppo del monumento più celebre di Efeso, Il tempio di Artemide, considerato il più grande edificio del mondo antico e inserito nelle 7 meraviglie del mondo, non rimane che una singola colonna (sormontata da un nido di cicogne!)


Molto caldo anche qui, siamo riusciti ad entrare alle 9, al momento dell’apertura, ma il termometro era già ben oltre i 35 gradi, alle 11 ci siamo rifugiati nel museo multimediale, che ricostruisce la storia della città nel corso dei secoli. Molto interessante e soprattutto un’oasi di fresco!
Nel pomeriggio abbiamo fatto una breve visita a Smirne, tappa intermedia verso Bursa, ultima meta del nostro viaggio prima del ritorno a Istanbul. Bursa è stata capitale dell’impero ottomano fino alla caduta di Costantinopoli, la sua attrazione principale (o forse unica) è la grande Moschea Verde (che poi, in realtà è soprattutto azzurra!)


Questa cosa della gonna mi stava sfuggendo di mano! Di fronte alla moschea c’è il mausoleo con le tombe di alcuni sultani ottomani: anche questo è chiamato mausoleo Verde, ma in realtà è blu. Mi stava venendo il dubbio che i turchi fossero daltonici, ma in realtà Umut ci ha spiegato che nel corso dei secoli le mattonelle originali verdi sono state sostituite da mattonelle prevalentemente azzurre.


E così siamo giunti alla fine del viaggio. Ci è piaciuto molto, nonostante il caldo e le distanze percorse, la bellezza dei luoghi ha fatto passare in secondo piano le difficoltà. Sicuramente Istanbul merita un tempo maggiore: troppe le cose da vedere in due giorni soltanto, ma ci ritorneremo.
