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Ciò che fa la differenza sono le stelle che ti accolgono

Trovo bellissimo e molto veritiero quest’epigramma di Marziale riportato in una delle bellissime stanze affrescate di Palazzo Te a Mantova. Di solito viene citato riguardo l’influsso dell’astrologia nelle nostre vite. Come se nascere sotto il segno dei pesci o del sagittario fosse in qualche modo determinante per quello che saremo o che ci accadrà nella vita. E quindi, per esempio, siccome Salvini è nato sotto il segno dei pesci, tutti i pesci avrebbero questo stigma dalla nascita. Poveretti, dai!

Però, al di là appunto delle implicazioni astrologiche, è indubitabile che le stelle che ci accolgono, quelle che ci illuminano facendosi presenti nella nostra vita, che interagiscono con noi, siano una variante determinante. Stelle cadenti che lasciano una scia e stelle così calde da regalarci un po’ di tepore anche nelle notti più fredde. Stelle che ci conquistano e stelle che riusciamo a conquistare, stelle che rimangono fisse o stelle che capitano per caso, che arrivano e poi vanno via, stelle brillanti in modo quasi accecante o con una tenue luce diffusa.

Se ripercorro la mia vita sono in grado di riconoscerle abbastanza chiaramente: quelle che hanno lasciato un segno permanente, ma anche quelle più fugaci, che però hanno indirizzato il corso delle cose. Quelle che ci sono state, ci sono e ci saranno e quelle che apparentemente non ci sono più, ma in realtà sono sempre con me. E se ci penso un po’ più a lungo, la gratitudine mi commuove.

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Sei tutti i limiti che superi

“Avete anche voi la pessima abitudine di partire prevenuti e auto-sabotarvi?” Così chiude il suo ultimo post la mia amica blogger Alice. Come scrivevo da lei, la mia presunzione mi porterebbe in automatico a rispondere negativamente. Arrivato fin qui conosco abbastanza bene i miei limiti e riconosco abbastanza bene quali sono le imprese in cui vale la pena impegnarsi. Lao Tzu ne L’Arte della guerra, dice che dobbiamo impegnarci solo nelle battaglie in cui sappiamo di poter vincere e penso sia una buona regola, che converrebbe seguire (con le dovute eccezioni…penso che ci siano battaglie che valga la pena fare a prescindere dall’esito).

E’ anche vero però che così rischiamo di sederci sugli allori di vittorie facili, in competizioni poco sfidanti, di fatto autolimitandoci. Quindi in realtà anche io sono prevenuto nei confronti di me stesso. Ma non è tanto la paura di perdere, quanto la fatica che dovrei impiegare per essere almeno un po’ competitivo, che mi scoraggia da affrontare certe sfide. E’ la pigrizia il mio vero limite, lo so, ma se mi metto in testa qualcosa, di solito la porto a casa. Come ho già raccontato in qualche viaggio precedente, ho sempre avuto paura dell’acqua, non sapevo nuotare e non avevo nessuna voglia di imparare, finché un giorno, all’alba dei cinquant’anni, senza un particolare motivo, mi è venuta questa voglia. Improvvisamente, senza pensarci troppo, mi sono buttato (letteralmente) e in effetti ce l’ho fatta. Adesso sicuramente non farei la traversata della manica a nuoto, ma almeno riesco a rimanere a galla e a fare un bagno come si deve.

Quello che dovremo riuscire a fare è imparare dagli errori. Questo in fondo è il vero modo per non autolimitarci, spostando il limite ogni volta un pezzettino in avanti. Ma sarà davvero possibile? L’avaro avrà slanci di generosità? L’iracondo riuscirà ad essere mansueto e il geloso si fiderà della persona che gli sta accanto? Il pigro diventerà più attivo e il goloso farà a meno di quell’invitante pasticcino alla crema? E potremmo continuare, l’elenco non si esaurisce. Imparare dai percorsi sbagliati per trovare la via giusta, quella che ci porta al di là della collina delle nostre paure e delle nostre insicurezze.

Perché poi, come dice giustamente quella saggia giovane donna di mia figlia, è proprio vero il motto che “Sei tutti i limiti che superi”.

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Montesacro 66, tutto cominciava

Si dice sempre che una grande città come Roma sia molto dispersiva e spersonalizzante. E’ parzialmente vero: la grande città è fatta di piccole realtà, che a volte somigliano molto ad un Paese. Dove tutti conoscono tutti o almeno conoscono qualcuno che conosce qualsiasi altro. Sul web si parla dei 5 gradi di separazione che riuscirebbero a mettere in contatto il mondo intero: in un quartiere come Montesacro il grado di separazione è prossimo allo zero.

E così quando viene a mancare qualcuno, scopri una rete di relazioni invisibili che riunisce insieme persone, storie di vita, ricordi, che non avresti mai pensato fossero collegati fra loro. Ma invece è così. Tutto è interconnesso, facciamo parte di una realtà di rapporti di amicizia, legami di parentela, intrecci involontari che costituiscono un tessuto uniforme. Come fossimo api di un unico alveare siamo figli di una stessa storia, abbiamo ricordi comuni di fatti e situazioni, che magari abbiamo vissuto separatamente e che su ognuno di noi hanno avuto effetti differenti, ma quelli sono!

All’interno di questa meravigliosa tela ognuno di noi ha un posto, come pezzi di un unico puzzle, che si incastrano armonicamente tra loro. Ogni pezzetto con la sua storia, che però è la stessa di quella del pezzo vicino, magari declinata in maniera solo leggermente differente. Ognuno con il suo posto, ognuno con la sua importanza, ognuno interconnesso agli altri. E in quest’ottica non ce n’è uno più importante degli altri e allo stesso modo non si può fare a meno di nessuno, perché senza anche un singolo pezzo ci sarebbe un posto vuoto.

Una tela fatta di persone che ci sono oggi, ma anche di persone che non ci sono più. Che in realtà però ci sono ancora. Non potremo più incontrarle per le strade del quartiere, ma saranno lo stesso con noi, continueranno a far parte della nostra storia, con il loro posto ben definito.

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The Dead Horse Theory

Il problema è che spesso ci innamoriamo delle nostre idee. O forse sono le idee che si innamorano di noi. Ci fanno prigionieri delle loro (buone e meno buone) argomentazioni. E non ci lasciano più andare. Ma non solo delle idee, anche delle persone (buone e meno buone). Che poi il concetto di buona idea o persona buona è evidentemente soggettivo. Non solo perché non vale per tutti, ma anche perché non vale per sempre. Quella che oggi è una buona idea potrebbe non esserlo tra un anno. Quella che è una relazione sana oggi, potrebbe non esserlo più fra qualche tempo.

La “Teoria del Cavallo Morto” è una metafora usata per illustrare la tendenza a persistere con strategie, progetti o processi inefficaci, anche quando sono chiaramente falliti o non più sostenibili. Il concetto deriva da un proverbio dei nativi americani che dice: “Quando scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la strategia migliore è smontare”.

Strategia migliore che però spesso non riusciamo ad adottare. Perché invece spesso tendiamo ad aggrapparci al passato, a persone, progetti, metodi già sperimentati: per orgoglio, paura di cambiare, o per l’investimento (affettivo, monetario o di qualsiasi altro tipo) già fatto. Purtroppo, ciò che una volta funzionava può non funzionare più e continuare a insistere su soluzioni inefficaci non fa che aumentare la frustrazione e rallentare i progressi.

E voi, viaggiatori ermeneutici, sapete riconoscere i cavalli morti? Avete la forza di lasciarli andare e proseguire, a costo di andare a piedi? Perché invece il rischio è quello di far finta di nulla. Di limitarci a cambiare sella. O magari a provare a rianimare il cavallo con qualche zuccherino. Dando la colpa alle buche sul terreno, al destino cinico e baro, ad altri cavalli: tutto pur di non ammettere l’evidenza. Ma non riconoscere il proprio “cavallo morto” impedisce di andare avanti. Dobbiamo convincerci che lasciare andare, voltare pagina non è un fallimento, ma un atto di maturità. È capire che non sempre si può costruire il futuro aggrappandosi al passato.

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Chi sono io? Chi siete voi? Chi siamo tutti?

Non so se ci avete fatto caso, con uno degli ultimi aggiornamenti di sistema del vostro cellulare, dovrebbe essere apparsa sulla schermata di Whatsapp una nuova funzionalità di Meta, legata all’intelligenza artificiale. Tu domandi e quello risponde, in base alle informazioni che riesce a reperire sul web. Niente di particolarmente nuovo, né di particolarmente intelligente in realtà. Semplicemente una compilazione di dati, un’aggregazione di notizie con un filo più o meno logico. Più veloce di quanto avremmo potuto fare noi nelle ricerche fatte a scuola con le Enciclopedie, ma non tanto più approfondito. Però sapete, cari viaggiatori ermeneutici, quanto io sia curioso. E così gli ho chiesto di dirmi chi ero io.

Romolo Giacani è uno scrittore, comunicatore e relatore italiano, nato a Roma nel 1966. Dopo la laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma, ha intrapreso una carriera nella comunicazione e nelle relazioni istituzionali, lavorando per importanti aziende come Telecom Italia e Poste Italiane. Oltre alla sua attività professionale, Giacani è anche uno scrittore prolifico, autore di diversi romanzi e articoli. Il suo blog personale, “Viaggi Ermeneutici”, è un’espressione della sua passione per la scrittura e la riflessione. Giacani è anche un relatore esperto in materia di comunicazione e relazioni istituzionali, e ha partecipato a importanti eventi come il Netcomm Forum. La sua esperienza e la sua competenza nel campo della comunicazione e delle relazioni istituzionali lo rendono un punto di riferimento importante nel suo settore.

Tutto vero, nulla da dire. Ma sono davvero io quello lì? E’ chiaro che l’IA tira fuori solamente quelle parti di noi che in qualche modo sono state rese pubbliche, quindi è inevitabilmente parziale, ma rileggendo quelle righe ho una sensazione di voluta estraneità. Un po’ come il Benigni di Johnny Stecchino che si ostinava a dire “non mi somiglia per niente” di fronte al suo sosia. Ma davvero io non sono (solo) quello! Non dice che ho una moglie e due figli, non cita la Lazio, il calcetto del giovedì, il mio amore per la montagna, per i viaggi. Non parla di quello che mi piace e di quello che non sopporto, insomma non dice nulla di realmente importante, tralascia tutto l’essenziale!

Sarà pure una gran comodità, probabilmente non se ne potrà fare a meno, tra qualche anno ne faremo un uso molto più esteso e pervasivo, arriverà ad essere presente nella nostra quotidianità molto più di quanto riusciamo solo a immaginare oggi, ma ho forte la sensazione che l’intelligenza artificiale rimarrà comunque senz’anima. Un’intelligenza mentale forse, ma poco cardiaca, per nulla viscerale. Alla fine, direi, un’intelligenza poco intelligente.

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Come la trama di un romanzo

Non vi piacerebbe vivere in una trama di un romanzo? Per quanto possiamo essere poliedrici, sfaccettati, multidirezionali, abbiamo un limite insuperabile: la nostra vita. Per quanto possa piacerci (a me la mia piace molto), per quanto possa essere ricca e piena di cose, sarà sempre e solo quella. D’altra parte, per quanto possiamo essere empatici, per quanto ci sforziamo di comprendere gli altri, di metterci nei loro panni, in ogni caso non ci è permesso vivere la vita altrui.

Pensate invece per un attimo se fosse una cosa possibile. Come accade nei romanzi, la trama lascia da parte per qualche pagina il personaggio principale e inizia a seguire le vicende di un altro personaggio. E tu inizi a seguire la storia con i suoi occhi, prendi il suo punto di vista e capisci magari quanto sia distante da quello del protagonista. In fondo è questa la grandezza delle storie che leggiamo o che vediamo al cinema, non sono quasi mai unidimensionali, ma ci aprono a mondi diversi, a possibilità alternative.

Sarebbe davvero una cosa fantastica. Perché, ammesso e non concesso che siamo noi i protagonisti della nostra vita, in ogni caso la trama di una storia comprende tutti i personaggi, quelli più importanti, ma anche quelli marginali. E la sua ricchezza è data proprio dalla coralità delle diverse vicende, raccontate dalle diverse voci, a partire dai diversi punti di vista. La sua ricchezza, la sua complessità ed il suo significato, che se non riusciamo a fare il salto dal singolo personaggio alla trama generale non coglieremo mai fino in fondo.

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Da quant’è che non ci sentiamo?

Da piccolo suonavo il pianoforte. Ho preso lezioni per diversi anni, senza raggiungere risultati eccelsi, però acquisendo almeno una buona conoscenza della musica classica. Forse avrei dovuto metterci un impegno maggiore, probabilmente avrei dovuto avere un orecchio che non ho, fatto sta che intorno ai 16 anni mollai tutto e da allora non ho più messo le mani su una tastiera.

Chissà, magari in una vita futura mi verrà voglia di riprovarci, non si sa mai. Ma non è questo il tema. Il tema è che da allora ho anche smesso di ascoltare la musica classica. In fatto di musica posso dire di essere onnivoro, ne ascolto tanta e dei generi più diversi. Amo il rock, soprattutto, ma mi piacciono molto anche i cantautori, la musica country, lo swing, ma anche cose più particolari tipo la musica andina o quella irlandese. Senza un vero motivo però, tranne sporadiche occasioni di concerti, per quarant’anni non ho più ascoltato i grandi classici.

E senza un vero motivo, improvvisamente (santa Spotify) quest’inverno ho ricominciato ad ascoltare Mozart. E come mi capita spesso con ogni tipo di musica, sono passato da 0 a 100, tuffandomi in modo compulsivo nell’ascolto, in ogni momento possibile. E’ come ritrovare un vecchio amico che non frequenti da anni, un amico con cui avevi un feeling particolare, che poi le cose della vita ti hanno fatto perdere di vista. Può capitare a volte con un autore di cui hai letto molti libri e che ritrovi dopo averlo dimenticato, oppure un posto, una spiaggia, dove andavi in vacanza da piccolo e poi non sei più stato, oppure un locale, un ristorante che ti fa ritrovare sapori dimenticati.

E così ti ritrovi a pensare, “ma perché non ci siamo più sentiti?” e il più delle volte non c’è un vero motivo, semplicemente succede. Quante cose (o persone) ci perdiamo così? E’ per questo che a volte più che scoprire cose nuove, dovremmo essere capaci di ricordare e poi recuperare quello che avevamo.

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Saturno contro

Credi all’oroscopo? Mi hai chiesto. Ma come faccio? Cioè, dovrei credere che stelle e pianeti si dispongono in modo tale da influenzare quello che mi capita? Posso ammettere che quello che fai tu o il vicino di casa, le dichiarazioni di Salvini, il risultato della Lazio, incidano sull’umore, i fatti e le circostanze della giornata. Ma la luna mi sembra troppo distante. Per non parlare di Saturno.

Una volta mi capitava di leggere l’oroscopo, sperando sempre in qualche auspicio benefico. D’altra parte, voi preferireste cominciare la giornata leggendo qualcuno che vi preannuncia il riacutizzarsi dei diverticoli oppure qualcuno che è pronto a giurare che vincerete un milione al superenalotto? Risposta esatta. Alla fine penso che sia questo il motivo per cui tanti leggono l’oroscopo. In fondo speriamo sempre in una pacca su una spalla, in un incoraggiamento. Oppure, se le cose non vanno come dovrebbero, per trovare il vero colpevole: l’anima gemella tarda? I soldi sono pochi e i problemi tanti? Colpa di quel fetente di Saturno, lo sapevo io che oggi conveniva rimanere a dormire.

D’altra parte la predisposizione d’animo che ci rende aperti alla possibilità che le circostanze possano migliorare, che in fondo anche a noi possa capitare che i pianeti si allineino come si deve, non è da disprezzare. C’è chi crede al ponte sullo stretto, chi pensa di poter andare a sciare a Roccaraso, a questo povero Saturno, non gli vogliamo dare neanche una possibilità? Ma poi pensate la comodità: se la mattina svegliandosi il leone e la gazzella, leggessero l’oroscopo e sapessero già come va a finire, magari eviterebbero di correre.

Quindi d’accordo, posso anche provare a credere nell’oroscopo. Ma come minimo, lui deve credere in me!

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Message in a Bottle

Per chi scriviamo nei nostri blog? Ho letto tante volte e tanti blogger interrogarsi sul perché e sul per chi si scrive nella blogsfera. Ognuno ha le sue motivazioni e le sue ragioni, nessuna migliore di altri. Chi scrive per se stesso, chi scrive scientemente per qualcuno, chi lo fa per sfogarsi, chi per raccontarsi e chi per nascondersi. Per essere davvero se stessi o al contrario, per provare ad essere qualcun altro. Qualcuno semplicemente perché non ha nulla di meglio da fare. I motivi possono essere tanti e soprattutto possono cambiare nel tempo, soprattutto per chi come me, scrive sul blog da tanti anni.

Il blog è una cosa intima, un luogo tutto nostro. Per me, come ho già scritto altre volte, è come un baule dove mettere e ritrovare pensieri, emozioni, opinioni, che altrimenti andrebbero perdute. Scrivo per chi ha voglia di leggermi, ma anche e soprattutto per me se stesso. E’ il mio spazio, ma questo è vero fino ad un certo punto, perché poi di fatto è uno spazio aperto, dove chiunque può venire a curiosare.

Infatti, come ogni altro blog, ho lettori assidui, qualcuno molto assiduo, ma anche molti lettori occasionali. Viaggiatori con l’abbonamento e viaggiatori con un biglietto di sola andata. Qualcuno si palesa, commenta, qualcun altro passa senza lasciare traccia. Mi fa sempre una certa impressione chi mi dice, “ah ho letto sul tuo blog questo o quello“, magari persone che mai avrei pensato potessero capitare qui. Il più delle volte fa piacere, a volte però ti fa rimanere spiazzato, perché capisci che hai dato un’impressione senza magari esserne completamente consapevole. Hai lanciato un messaggio dentro una bottiglia e il mare aperto del web l’ha portata chissà dove e chissà a chi.

E poi succedono fenomeni strani, direi quasi inspiegabili. Come stamattina. Guardando le statistiche mi sono accorto (il buon wordpress quando capitano cosa del genere ha la compiacenza di avvisarti) che dalle 7 alle 12 ci sono stati oltre 300 accessi, quasi tutti su un solo post (per completezza di cronaca, questo qui). Un post che sicuramente è piaciuto più di altri e che ha sempre molte visite, ma com’è possibile che oltre 300 persone si siano decise a leggerlo nell’arco di una mattinata? In passato è capitato qualcuno che, evidentemente con molto tempo a disposizione, si è messo a leggere tutto il blog, facendo da solo centinaia di accessi, ma in questi dieci anni mai era successo che così tante persone si concentrassero su un unico post in un tempo così ridotto.

Ci sarà stato un concorso a premi a mia insaputa? Faceva parte di una caccia al tesoro o di una penitenza? E’ entrato a far parte di una lezione universitaria dal titolo “come non scrivere un post su un blog”? Non riesco a darne una spiegazione, magari però è capitato anche ad altri blogger. Se qualcuno me ne sa dare una magari mi levo questa curiosità!

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Del sale fino, sospendere il giudizio e diventare più indulgenti

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi, ma poi non così saggi. (C. Bukowsky)

Da dove viene questa tendenza a non voler esprimere un giudizio definitivo in molti ambiti della vita? Mi racconto che in fondo la sospensione del giudizio, il socratico sapere di non sapere, è segno di saggezza, ma so benissimo che è una mezza verità. Se non altro perché mi ricordo bene che fino a qualche tempo fa non era così.

Mantengo dei punti fermi inossidabili: idee, convinzioni, persone che sono dei veri e proprio punti cardinali su cui ho sempre orientato le mie scelte, ma a differenza di un tempo, mi ritrovo sempre più spesso in altre situazioni in cui non mi sento di prendere posizione. Paura di sbagliare? Neanche per sogno. Ci sono cose che mi spaventano, ma forse sono troppo presuntuoso per aver paura di sbagliare. Piuttosto per la consapevolezza che raramente ci si trova davanti una soluzione univoca. Per la sensazione, sempre più forte, che molto spesso c’è un altro punto di vista, un’altra prospettiva che getta una luce diversa sulle situazioni, che mina le sicurezze e apre possibilità alternative, a volte diametralmente opposte a quelle che avremmo dato per scontate.

Soprattutto sulle persone mi viene sempre più naturale sospendere il giudizio perché ogni giorno di più scopro la ricchezza delle sfaccettature che ci portiamo dentro. Perché ogni giudizio è una riduzione di complessità, necessaria, ma allo stesso tempo arbitraria. Mamma diceva che per imparare a conoscere qualcuno ci dovevi aver mangiato insieme almeno un chilo di sale fino. Pensavo fosse una esagerazione, ma forse non è così.

Una volta che impari a sospendere il giudizio potresti essere vittima della diffidenza: non saper esprimere un’opinione definitiva sulle situazioni o sulle persone potrebbe portarti a dubitare di tutti, a non poterti più fidare realmente di nessuno. Invece, esattamente al contrario, può aiutarti a diventare più tollerante, meno esigente. Più curioso per cercare la luce anche dove sembra esserci solo buio, meno rigido per abbassarsi a raccogliere anche i piccoli pezzi che andrebbero perduti. Ma soprattutto più indulgente. Sia con gli altri, sia, perché no, con se stessi.

Eh sì. Mi sa che sto invecchiando.