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La questione è chiara. O no?

A volte ancora riesco a stupirmi. Che di per sè non è male, perché significa che ancora si può rimanere sorpresi, ci si imbatte in qualcosa di insolito. Non abbiamo visto o sentito tutto, esiste qualcosa di nuovo. In questa vicenda della Ferragni però, quello che mi stupisce è lo stupore delle persone. Ma davvero pensavate che la Ferragni sponsorizzasse panettoni, pandori o uova di pasqua per fare beneficienza? Sul serio avete creduto di fare voi beneficienza comprando quei prodotti? Siete rimasti realmente scioccati nel sapere che dietro tutto questo la suddetta Ferragni ci guadavagna un sacco di soldi? Forse allora è arrivato il momento di svelarvi che la fatina dei denti era vostra madre! O che Zukenberg se ne sbatte dei vostri divieti di utilizzare le foto che pubblicate su facebook!

Battute a parte, da sempre chi sbandiera la beneficienza che fa, per me si è già autodefinito. Fedez e la Ferragni hanno fatto della loro vita una vetrina, più o meno assortita, di cose da esporre per metterle in vendita, ma è insisto nei loro personaggi. Mi auguro, ma soprattutto gli auguro, che dietro il marchio Ferragnez, Chiara e Federico siano persone autentiche, che magari fanno anche buone cose (perché no, anche beneficienza), ma appunto, al di fuori dei personaggi che si sono costruiti.

Distinguere le persone dai personaggi non è facile ed anzi l’identificazione diventa quasi automatica, ma forse, come tutte le cose scontate non è veritiera, è una riduzione di complessità che non rende giustizia della vera natura delle cose o in questo caso delle persone. Certo, poi ti viene il dubbio: nell’ultima intervista chi avrà chiesto scusa, la persona Chiara o il personaggio Ferragni? Ma soprattutto, cambia realmente qualcosa? I Ferragnez sono una moneta da tre euro e tornando allo stupore iniziale, la cosa più stupefecente è che sia una moneta di valore, con la quale hanno costruito una vera fortuna. Se il prezzo da pagare per questo è aver nascosto, cancellato, definitivamente screditato la Chiara e il Federico che ci sono dietro, in fondo la responsabilità è solo ed esclusivamente loro.

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Gobbo il padre, gobba la madre…

Non lo sapevo mica che il 57 nella smorfia napoletana rappresentasse il gobbo. Così a pelle direi che non mi ispira molta simpatia. Il 57 dico, non il gobbo. Che poverino, già è gobbo, poi pure antipatico no! Comunque siamo arrivati fin qui e quindi me lo deve far andar bene, almeno per i prossimi dodici mesi. Che poi, come per altro ho già scritto l’anno scorso e anche l’anno prima, non riesco mica tanto bene a capacitarmi di avere l’età che ho. Ma dai su, come 57? Era ieri che ne compivo 40! Forse la settimana scorsa 30 e tutt’al più il mese scorso 20. Dai, no 57 mi sembrano veramente troppi! Come è successo? Quando, soprattutto?

E’ il quando il problema. Perché quando te ne rendi conto potresti far finta che non è vero, potresti dissimulare, diventando anche un po’ ridicolo. Come quelli che si tingono i capelli o si gonfiano di acido ianuronico per togliere le rughe. D’altra parte come già detto, il 57 è il gobbo. Ma il problema della gobba è che sta dietro di noi. E magari non la vediamo. Non vogliamo vederla.

Come già per altro aveva intuito il buon Hegel è l’autocoscienza il problema. La consapevolezza! Dei 57 o se volete, della gobba. Che poi in fondo è lo stesso.

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La radice del male

Non volevo scrivere nulla sulla tragica vicenda di Giulia. Non pensavo di riuscire ad aggiungere niente di nuovo al dolore e allo sdegno collettivo. Ieri però mi è capitato di ascoltare le parole del papà del ragazzo. Quello che mi ha colpito è stato il suo autentico disorientamento: “come ha fatto il mio cucciolo a diventare un mostro?“. Da papà di una splendida fanciulla, ovviamente, tremo di fronte alla cattiveria del mondo, alla cieca violenza che sembra sempre più presente nella nostra società e prego sempre l’Altissimo che non le accada mai nulla di così terribile. Ma da papà di un altrettanto splendido fanciullo, non può non colpirmi la domanda del papà di Filippo.

Giustamente ammetteva davanti ai microfoni i suoi errori, “qualcosa evidentemente abbiamo sbagliato“. Sì, certo, tutti noi genitori sbagliamo, ma cosa in particolare? Come si arirva a questo punto? Qui non ci troviamo di fronte a storie di emarginazione, di ignoranza, di droga o di violenza pregressa. La cronaca scava, gli sciacalli della falsa informazione sguazzano nel torbido per capire, per cercare un motivo, che però sembra non esserci. Un motivo che giustificherebbe, che darebbe una motivazione, seppur distorta e inaccettabile. Ma ancora più inaccettabile è proprio l’assenza di una qualsiasi radice che possa aver fatto crescere una pianta così malata.

Filippo sembra proprio uno degli amici dei miei figli, un ragazzo come tanti, che studia, fa sport. Come ha fatto a diventare così? Purtroppo non è nemmeno il caso isolato di un folle, perché dall’inizio dell’anno come ci ricordano i giornali, i casi di femminicidio sono moltissimi. Cosa stiamo sbagliando? Cosa possiamo fare per cambiare? Come dicevo nell’ultimo post sul bellissimo film della Cortellesi, sicuramente siamo figli di una cultura ancora troppo mascolinocentrica e per quanti progressi abbiamo fatto, tanti, troppi ancora ne dobbiamo fare. Ma non può essere solo quello.

Piero Pelù ha scritto “mi vergogno di essere uomo. Siamo tutti da rifare”. Sono d’accordo sul doversi ricostruire tutti quanti, un po’ meno sulla vergogna. Perché non basta, bisogna piuttosto assumersi responsabilità. La radice del male, che cresce anche in ambienti sani, che si nasconde dietro facce pulite, di ragazzi normali, non può essere solo la volontà di dominio del maschio tradito. Per quanto possa essere contraddetta dai fatti, io penso che la parità dei generi, soprattutto fra i giovani, sia un concetta condiviso. Se ti fermi a parlare con loro, che uomini e donne abbiano gli stessi diritti o che l’uomo non possa prevaricare la donna non è una cosa in discussione. Paradossalmente, forse neanche questo Filippo lo negherebbe. Qual è allora questa radice? Cos’è che non riusciamo far passare ai nostri figli per evitare queste tragedie?

Forse quello che non gli passiamo è quello che non abbiamo neanche noi. E non parlo del rispetto degli altri in generale e delle donne nello specifico. Parlo dell’accettare le sconfitte, i no, le delusioni, il fallimento. Accettare la fragilità delle nostre esistenze. Accettare che a volte le cose non vanno come vorremmo, che possiamo mettercela tutta, ma nonostante tutto il nostro impegno, tutti i nostri sforzi, possiamo fallire. Accettare, in fondo, che non solo non siamo padroni della vita degli altri (sopratutto di chi diciamo di amare), ma nemmeno padroni della nostra. Che questa vita, fallace, fallibile, fallita il puù delle volte, va accettata per quello che è. Gli insegniamo questo ai nostri figli? E prima di insegnarglielo, lo abbiamo compreso e accettato noi stessi?

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Paola, Giorgia e tutte le altre

E così sono andato anche io a vedere “E c’è ancora domani”. Bello, mi è piaciuto molto. Non sono e non voglio spacciarmi per un esperto di cinema, non so giudicare se sia davvero un omaggio al neorealismo, se la regia della Cortellesi sia stata eccellente o solo buona, ma sicuramente posso dire che è un gran bel film. Con una storia che ti prende, con un linguaggio che pur nella pesantezza dei temi riesce ad alleggerire l’atmosfera, con quel tocco di surreale che non guasta e soprattutto con un colpo di scena finale davvero ben riuscito. E mi fermo qui, perché non voglio spoilerare la trama per quei pochi che ancora non l’hanno visto. Ma andateci, perché ne vale la pena. Brava Paola! Mi piacevi prima e mi piaci ancora di più adesso.

Detto questo però la visione del film mi suggerisce alcuni pensieri di cui non riuscirei a fare una classifica dovessi dire quale sia quello più sconcertante. Ve li elenco senza ordine, miei cari viaggiatori ermeneutici, metteteli voi in fila come vi sembra più idoneo, rispondendo ad una semplice domanda: cosa vi sembra più stupefacente? Che meno di cent’anni fa le nostre nonne dovevano subire quello che viene così delicatamente, ma allo stesso tempo, crudelmente raccontato nel film? Che fino a 40 anni fa, con il delitto d’onore, uccidere la moglie adultera comportava una pena da 3 a 7 anni? Che ancora oggi in parecchie realtà, se la donna non sottostà ai voleri e agli umori del partner, rischia la vita (solo nel 2023 oltre novanta vittime)? Che ci sia una differenza così marcata fra le retribuzioni medie delle donne e degli uomini? Che nelle posizioni apicali delle aziende la percentuale femminile è sempre vicina allo zero? Che fare carriera significa quasi automaticamente rinunciare alla famiglia? O che l’unica donna che contraddice tutto quello che abbiamo detto sopra sia Giorgia Meloni?

Di Giorgia Meloni non condivido nulla. Non un pensiero, non un’idea, non un atteggiamento. Niente. Nè quando era all’opposizione, tantomeno oggi che ha l’incarico di governo. Ma in ottant’anni di storia repubblicana è l’unica donna ad essere diventata capo del governo. E proprio alla luce di quelle domande (che poi in realtà sono affermazioni incontrovertibili), non possiamo non essere contenti di lei. Ne seguiranno altre, probabilmente (o almeno io me lo auguro) migliori di lei, perché non è automatico che una donna sia migliore di un uomo. Non è automatico, ma forse, per certi versi sì. Perché sono abbastanza sicuro che se a capo di Russia e Ucraina o di Israele e di Hamas ci fossero state delle donne non staremmo dove siamo. Persino delle donne dello spessore politico della nostra Giorgia. Davvero quindi dobbiamo sperare che non sia troppo tardi e che ci sia ancora domani.

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Strani giorni, viviamo strani giorni

Nel giorno dei fantasmi e dei mostri, rispetto a zombi e vampiri, mi fanno molta più paura le persone che hanno soluzioni facili a problemi complessi. Chi ha la ragione dalla sua si sente autorizzato a qualsiasi atrocità, come la storia ormai ci avrebbe dovuto insegnare. Ma non impariamo mai.

D’altra parte, la notte delle streghe e dei morti viventi non è niente in confronto a una riforma costituzionale scritta da Giorgetta e company. Se siete amanti del brivido, se l’horror non vi spaventa, cari viaggiatori ermeneutici, fermatevi un attimo a pensare insieme la parola Costituzione e Salvini nella stessa frase. Altro che incubi!

E sempre a proposito di incubi, ieri notte, 30 ottobre, alle ore 23,30 a Roma c’erano 27 gradi. Magari non esattamente una mostruosità, ma neanche una bellezza.

E chiudiamo con una cosa che ho letto stamattina. A Padova, per la festa di Halloween, un alunno si è presentato a scuola vestito da nazista, con tanto di svastica, aquila e stivaloni. Ma la notizia non è questa. La notizia vera è che la giuria scolastica lo ha premiato per l’originalità del costume. I mostri sono vivi e lottano in mezzo a noi!

Mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave. Ma anche battaglie e massacri di uomini civili. L’uomo neozoico dell’era quaternaria. Strani giorni, viviamo strani giorni.

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Di storie tristi, fatti di cronaca, sdegno a comando

Vi racconto una storia.

Una storia contemporanea, che affonda però le sue radici in covinzioni antiche, in modi di pensare che andrebbero superati. Pregiudizi che ci portiamo dietro e che si fondono su ruoli prestabiliti. Quando il destino sembra già scritto e i protagonisti hanno ruoli già assegnati, come in un film. O forse sarebbe meglio dire in una tragedia.

Siamo al far del crepuscolo, tra poco sorgerà un nuovo giorno, su una via di periferia c’è una donna di trentacinque anni, italiana, che sta tornando a casa, dopo una nottata brava trascorsa fuori. La donna è palesemente ubriaca e il destino o chi per lui le fa incontrare sulla sua strada Boukare Guebre, trentanove anni, operaio, originario del Burkina Faso.

In quest’Italia che fa di Striscia la Notizia una fonte di informazione attendibile, che elegge Fabrizio Corona nuovo guru della comunicazione, ce lo immaginiamo come potrebbe proseguire il racconto di quella storia…l’extracomunitario ferma la donna e approfittandosi di lei la violenta, lasciandola esamine sul bordo della strada. Soccorsa dagli operatori del 118, morirà in ospedale. Forte sdegno del governo e delle istituzioni, l’opinione pubblica chiede pene esemplari, si organizzano cortei, manifestazioni e raccolte fondi per i familiari della vittima.

Ma nessuna storia è uguale a se stessa. E la vita a volte prende strada inaspettate, anche se altrettanto tragiche. La vera storia racconta di Boukare, padre di tre figli, in sella alla sua bicicletta, che si è alzato presto come sempre, per fare il primo turno nella fabbrica dove lavora. La donna, a cui hanno restituito da poco la patente ritirata per guida in stato di ebbrezza, a bordo della sua auto lo prende in pieno, lasciandolo esamine al bordo della strada. Soccorso dagli operatori del 118, morirà in ospedale. Lei non si ferma per aiutarlo o verificare come sta, non chiama i soccorsi, prosegue la sua corsa fino a quando non è costretta a fermarsi per rimuovere la bici, incastrata sotto la vettura.

Il fatto è successo circa due settimane fa. Per lo sdegno generale, la richiesta di pene esemplari, i cortei, le manifestazioni e le raccolte fondi forse non è la storia giusta. Forse l’informazione è troppo presa a sapere su Facebook come andrà a finire la relazione coniugale della premier con il suo compagno. Probabilmente bisognerà aspettare una storia più adatta.

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La pesca della discordia

Sta facendo molto discutere lo spot dell’Esselunga della pesca e la bambina. Grande dibattito (a tutto vantaggio dello spot, che comunque lo si giudichi ha raggiunto alla grande il suo scopo di far parlare di sé e della società che l’ha commissionato) fortemente influenzato, secondo me, dalla vecchia polemica che qualche anno fa contrapponeva Esselunga e le Coop, per ragioni politiche. Ci piacciono queste semplificazioni della realtà, sono comode, aiutano e facilitano il senso di appartenenza, come essere della Roma o della Lazio (o forse vista la localizzazione geografica, sarebbe meglio dire Milan e Inter).

Quindi se vai alla Esselunga sei di destra, lo spot è fico perché dà addosso a quelli sciagurati dei divorziati che fanno tanto soffrire i poveri bambini. Al contrario, vai alla Coop, sei di sinistra, lo spot è una merda perché propone vecchi stereotipi superati dal tempo, i bambini dei separati sono felici o infelici esattamente come tutti gli altri bambini, non mi faccio mica venire i sensi di colpa per uno spot!

Viviamo di dibattiti e polemiche, qua e là ho letto anche spunti interessanti che ne sono venuti fuori (oltre a delle battute esilaranti, tipo questa)

O quest’altra

Ma come spesso accade, articolando troppo le discussioni, cercando metasignificati e allusioni complicate, si rischia di perdere il significato più autentico dei messaggi, la sua sorprendente semplicità: la bambina spera di risolvere la crisi coniugale dei genitori offrendo al papà una pesca, spacciandola come un regalo della mamma. E’ un sotterfugio, nella vita vera non ha alcuna possibilità di andare in porto, come il bacio del principe che risveglia Biancaneve, o la zucca di Cenerentola che diventa carrozza. Lo spot mette la realtà fra parentesi ed esalta la fantasia, niente di più e niente di meno.

Nella realtà (se fosse ambientato a Roma), il papà gli avrebbe forse risposto “a regazzì, mo taa buco sta pesca“, oppure sarebbe stata la bambina che dandogliela avrebbe detto “papà, ma lo sai chi te la manda questa pesca, tantissimo?” ma qui giochiamo su un altro campo. Qui siamo sull’Isola che non c’è, nel paese lontano, lontano, ci sono specchi delle mie brame, armadi fatati e conigli parlanti. Che diamine c’entrano le discussioni sulle famiglie più o meno rovinate?

Se un bambino ti passa una tazzina vuota tu devi bere. Questo è il messaggio dello spot, il cui esito finale non potrà che essere “e vissero tutti felici e contenti“, perché così finiscono le favole. E magari, seppur raramente, a volte anche la realtà.

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Settembre e la strana felicità

Il passaggio da una stagione ad un’altra è uno di quegli argomenti divisivi tipo i gusti del gelato. C’è chi odia il caldo, l’afa, le zanzare e quindi detesta l’estate. E chi pensa che in realtà esista solo l’estate e le altre stagioni le girino intorno: l’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia.

L’estate è eccessiva, per il caldo, per la luce, per le vacanze: come un amico che si ubriaca può metterti in difficoltà, ma certamente non ti farà annoiare. Potresti vergognarti di lui, ma a volte piacerebbe anche a te ballare sui tavoli e saper urlare di felicità.

Ed ora che se n’è andata puoi rimanere nella nostalgia delle sue bravate oppure metterti lì ad aspettare il suo ritorno. C’è chi comincia a fare il conto alla rovescia per Natale (tre mesi, hai voglia a contare!). Io invece voglio seguire Jovanotti e “prima che il vento si porti via tutto e che settembre ci porti una strana felicità, pensando a cieli infuocati, ai brevi amori infiniti, respira questa libertà!”

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10 anni di blog

Ebbene sì, viaggi ermeneutici compie 10 anni. Mi fa strano pensare che sia passato tutto questo tempo, per una cosa nata un po’ per caso, un po’ per necessità. Quando aprii il blog mi serviva un posto dove mettere le cose che mi passavano per la testa, condividendole soprattutto con gli amici di FB, perché era soprattutto lì che scrivevo. Un’estensione virtuale del social, che pian piano ha preso piede ed è diventata un’altra cosa. O forse no, perché in realtà è sempre quello scatolone dove vanno a finire pensieri, sfoghi, ricordi che altrimenti non avrebbero un luogo unico dove poi andare a recuperarli.

In dieci anni sono cambiate tante cose e tante sono rimaste le stesse. Come me, come chi frequenta abitualmente questo posto, uguale e diverso com’è in fondo la vita in generale. In questi dieci anni ho scritto poco meno di mille articoli, si sono iscritti al blog poco più di duemila persone, ci sono state oltre 200 mila visualizzazioni fatte da 135 mila visitatori (gli abitanti di Ferrara o di Salerno). Umberto Eco diceva che l’unica cosa che si scrive solo per se stessi è la lista della spesa, quindi è scontato (anche se qualcuno mentendo anche a se stesso può dire il contrario) che quando scriviamo qualcosa, soprattutto in uno spazio “aperto” com’è il blog, è per condividere i propri pensieri, nell’auspicio che qualcuno lo legga.

Se così è, posso ritenermi più che soddisfatto. Il blog è stata l’occasione per conoscere tante belle persone, per stringere amicizie autentiche, per confrontarmi con gente vicina e lontana che ha viaggiato con me in questi anni. Ringrazio tutti: i viaggiatori abituali, quelli saltuari, gli occasionali, tutti voi che ci siete stati qui dentro e più in generale nella mia vita in questi dieci anni. Avete la responsabilità di aver fatto crescere la mia presunzione (chi scrive presume di avere qualcosa da dire e quindi, come tutti gli scrittori o pseudo tali, sono presuntuoso), ma spero almeno in minima parte di essere riuscito a regalarvi un po’ di luce e dolcezza, che come ormai sapete è la mia missione su questa terra.

Soprattutto però il blog è stato il modo per viaggiare con me stesso e per ricordarmi ogni volta il come, il quando, il dove e il perché di quello che accade intorno a me. A questo prima di ogni altra cosa serviva questo blog. Chi mi conosce personalmente lo sa, non sono intonato e quindi è meglio che evito di cantare. Però, facendo mie le parole di Brunori sas, se togliamo canzoni e mettiamo articoli, posso dire anche io…Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e in tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone, solo una stupida canzone. A ricordarti chi sei.

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Any given Thursday

Il 1986 è uno dei miei anni del cuore. A vent’anni tutto è bello, il futuro è un libro bianco tutto da scrivere, ogni sogno, ogni progetto, ogni prospettiva sono ancora da provare. Tornando indietro assapori ancora quella sensazione di spazio aperto. Puoi cadere nella nostalgia di quei momenti, puoi rammaricarti per certe scelte compiute, oppure ringraziare la tua buona stella per quelle che hanno dato buoni frutti.

Nell’estate di quell’anno cominciai una storia d’amore che continua anche oggi e ovviamente quella resta in assoluta la scelta migliore della mia vita, da cui a cascata discendono quasi tutte le altre. Ma non voglio parlarvi di questo, cari viaggiatori ermeneutici. Piuttosto voglio raccontarvi un’altra scelta, anche questa nata un po’ per caso, che prosegue ancora oggi. Non c’entra nulla con la prima, non ha neanche lontanamente la stessa importanza, ma se vogliamo è anch’essa una storia d’amore ed esattamente come tutte le storie d’amore che si rispettino, prosegue uguale a se stessa, proprio nella sua capacità di rinnovarsi, di rigenerarsi, di scoprirsi sempre nuova.

Prima c’era stata la scuola, le medie, il liceo. Nel nostro istituto c’erano molti campi sportivi ed è lì che giocavo a calcio con gli amici. Terminato quello, con l’inizio dell’Università, altri interessi, altre attività avevano preso il sopravvento, ma la voglia di tirare calci ad un pallone era rimasta inalterata. Così, al termine di quell’estate fantastica, quando alcuni amici della parrocchia mi invitarono a giocare con loro, accettai con entusiasmo. Erano ragazzi più grandi di me, giocavano il giovedì sera in un circolo sulla Nomentana che aveva anche campi coperti.

Sono passati 37 anni, di quel gruppo iniziale non gioca più nessuno, negli anni si sono succedute tante persone. Alcuni per una partita solamente, altri per periodi più lunghi. Alcuni che cominciarono a giocare solo qualche anno dopo sono ancora con me, dal più giovane che ero sono diventato fra i più vecchi. In questi anni abbiamo arruolato gente di tutti i tipi: loschi figuri, poeti, santi, navigatori, persino i nostri figli. La cosa più bella è che siamo invecchiati insieme, gli acciacchi il venerdì mattina aumentano, abbiamo cambiato circolo, ma la voglia e la magia per le Volpi del giovedì (così ci chiamiamo da qualche anno, in onore dell’impresa del Leicester!) rimangono gli stessi.

Ogni benedetto giovedì, noi ci siamo, almeno finché “ci regge la pompa“. E chi non ce la fa più è comunque parte integrante del gruppo nelle cene sociali che spesso concludono le serate sportive. Continuiamo nelle nostre classifiche per stabilire il vincitore di fine anno (a cui spetta la pizza gratis nella cena conclusiva) e il cucchiaio di legno, ambito trofeo per chi arriva ultimo. Continuiamo ogni venerdì a scrivere esilaranti resoconti della partita appena giocata, che restano a futura memoria per ricordare imprese e disgrazie della serata precedente.

Stasera inizieremo il nuovo anno con un velo di tristezza, perché uno fra coloro che iniziarono con me, il mitico Silvano, purtroppo non c’è più. Pur non giocando più da tempo, era stato nominato Presidente onorario ed era lui che assegnava i trofei con tanto di certificato autografato. Ci mancherà molto, ma stasera dopo la partita brinderemo a lui, con la consueta goliardia che ci ha sempre contraddistinto.

Stamattina raccontavo ad un collega questa magica atmosfera che nonostante gli acciacchi continua ad animarci come fossimo ragazzini. “Giocate ancora a calcetto alla vostra età? Ma siete pazzi? Ma perché non vi drogate come fanno tutti?” Forse potrei dire che la nostra droga è il calcetto. In effetti dopo oltre trent’anni è acclarato che crei dipendenza. Ma in realtà è molto di più. E’ una storia d’amore, che si rinnova ogni settimana, con il sole o sotto l’acqua, nonostante il freddo umido o il caldo afoso. Una storia che spero non finisca mai. Lunga vita alle Volpi!