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La potenza della narrazione. 3/ C’è qualcuno là fuori?

La potenza della narrazione è tale che, come già ricordato nel primo post dedicato a questo argomento, chi scrive, insieme alla trama del suo racconto, spesso si ritrova anche a creare i destinatari della sua storia. Come chi lancia nel mare il classico messaggio nella bottiglia e si immagina chi sarà poi l’anonimo lettore che resterà prigioniero e insieme desiderato ospite, delle sue parole.

Il mio saggio amico (!) Wittgenstein in effetti diceva che “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”: in effetti sarebbe una regola di buon senso, se non fosse però continuamente smentita dai fatti. Se realmente applicata ci ridurrebbe al silenzio proprio su ciò che maggiormente vogliamo parlare. Come si fa a parlare di amore? Come si fa a parlare della morte, del significato della vita, di Dio? Ma allo stesso tempo, come potremmo non parlarne?

Chi racconta una storia presume di avere qualcosa da dire, presume ci sia qualcuno interessato ad ascoltarla, presume che qualcuno raccolga la bottiglia. Presume di avere la forza, la capacità, il permesso di parlare anche di ciò su cui si dovrebbe tacere. Siamo molto presuntuosi! Ma una volta finito il compito dovremmo fare un passo indietro, come i genitori rispetto ai figli. Il narratore si fa da parte ed il destinatario, il lettore della storia, ne entra a far parte, come elemento determinante, protagonista e non solo fruitore.

La scorsa settimana la mia amica Alice nel suo blog, parlava della differenza fra fra autori e scrittori. Non saprei bene come classificarmi, certamente quando scrivo cerco sempre di immaginare chi poi leggerà e inevitabilmente sono influenzato da questo dialogo a distanza con questo qualcuno lì fuori. E’ per questo che, comunque ci si voglia definire, rimango dell’idea che più di chi narra o di chi scrive, sia importante la narrazione. E’ lei che dovrebbe rimanere la protagonista assoluta.

Le presentazioni dei miei libri mi mettono sempre a disagio, forse proprio perché inevitabilmente sei al centro dell’attenzione, quando invece appunto, il protagonista dovrebbe essere la narrazione. Ed i lettori. Proprio la potenza della narrazione fa sì che siano molto più importanti i lettori rispetto al narratore: una storia non letta, una canzone non ascoltata, un filmato non visto, di fatto non esistono. Ma una volta narrata, la storia ha una vita propria, che si dipana e si arricchisce attraverso i lettori ed il narratore non ha più alcun potere su di essa. Deve solo sperare che qualcuno raccolta la bottiglia e tiri fuori la storia. Deve solo chiedersi, “c’è qualcuno là fuori?” E quando scopri che effettivamente qualcuno c’è, allora davvero puoi ritenerti soddisfatto.

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La potenza della narrazione. 2/A proposito di influencer

Recentemente, fra le vicenda dei pandori di Chiara Ferragni ed il tragico episodio relativo alla ristoratrice padovana, è tornato prepotentemente alla ribalta il tema degli influencer e dell’importanza della comunicazione. Uno di quei classici aforismi che girano nel web dice che “fare quello che ti piace è libertà, amare ciò che si fa è felicità”. Ed essere pagati per esprimere un’opinione allora?

Il web senza dubbio ha aperto possibilità quasi infinite, inimmaginabili fino a trent’anni fa. Possiamo documentarci su ogni cosa, lo scibile non ha confini: a parte quei poveretti della Treccani, penso chiunque sia più che soddisfatto di questo stato di cose. Solamente il fatto di avere la possibilità di conoscere qualsiasi dettaglio su qualsiasi argomento, ci dà il senso della libertà che il web ci ha regalato.

Ma come fare a gestire questa libertà? Uno spazio aperto senza limiti infatti si presta al prolificare di qualsiasi narrazione. Chiunque può esprimere un’opinione: il web è democratico per natura. Il professore universitario, lo scienziato, l’esperto conoscitore della materia, scrivono così come il millantatore, l’ignorante, il signor nessuno. Come valutare le informazioni che troviamo? Come distinguere il vero dal falso? Nell’impossibilità di discernere la qualità delle informazioni, ci affidiamo alle quantità. Per stabilire se in un certo posto si mangia bene, se quel film vale la pena vederlo, se quel viaggio è quello che cerchiamo, ci affidiamo ai giudizi altrui: più giudizi positivi ci sono, più siamo portati a credere ad una determinata informazione. Ma siamo sicuri che 100 mister X valgano più di 1 che magari ha studiato una vita su quella materia?

In un contesto in cui ci sono società dedite alle truffe on line, associazioni che sparano a zero contro questo o quello, gente convinta che la terra sia piatta, rischiamo davvero di rimpiangere tanta libertà. O di fidarci di esperti che poi tanto esperti non sono. Rischiamo di farci influenzare, nostro malgrado, da persone in grado di spostare voti, opinioni, acquisti di migliaia di persone. Già qualche decennio fa Orson Welles con lo scherzo radiofonico dell’atterraggio di extraterrestri sulla terra riuscì a scatenare il panico. Pensiamo a cosa può succedere se nella rete vengono veicolati messaggi fuorvianti (ricordiamoci cosa si scatenò durante la pandemia, a proposito dei vaccini).

A chi dobbiamo credere dunque? L’Autorità delle comunicazioni ha pensato di legiferare sugli influencer, cercando di porre un limite a questo fenomeno. D’altra parte, nel mio spazio privato (un profilo instagram, una pagina facebook, un blog) non posso essere libero di esprimere una preferenza? E se questa preferenza diventa un’indicazione, se migliaia di persone la seguono, debbo subire limitazioni o posso esprimere quello che voglio?

Personalmente mi fido poco degli influencer e ancora meno dei giudizi anonimi seppur numerosi. Cerco sempre di formarmi un’opinione sulla base della mia esperienza personale o su quella di persone fidate, ma non c’è dubbio che lo scenario in cui ci muoviamo è molto più complesso di prima. E forse, proprio noi boomer o comunque noi non nati digitali non abbiamo gli strumenti e le categorie logiche più adatte per muoverci bene in questo scenario.

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Il prima e il poi

E così chiudiamo anche questo duemilaventitrè, si avvicina Capodanno ed è tempo di bilanci. Un anno di nuove guerre e guerre vecchie. Di tragedie domestiche e trionfi sportivi, ognuno poi tiene a mente quello che più lo ha toccato. E’ strano questo momento in parte rivolto all’indietro a rivedere quello che è successo, in parte proiettato in avanti con il carico di buoni propositi e futuri impegni che già si materializzano.

Quando ero molto più giovane di oggi, Capodanno somigliava ad uno di quei momenti di svolta, in cui tutto cambia. Un esame, un appuntamento, una visita medica: mi immaginavo nella mia mente cosa poteva succedere dopo. Mi costruivo con l’immaginazione quel “poi” quando tutto sarebbe stato diverso, nel bene o nel male a seconda delle occasioni. Poteva essere una tragedia o un colpo di fortuna, la miccia che cambiava radicalmente la mia vita, che segnava esattamente il prima e il dopo. Assaporavo quella novità e tutte le conseguenze che ne potevano venire fuori come fosse un film in cui ero nello stesso tempo spettatore e protagonista.

Ovviamente sono molto rari i momenti di svolta radicale e a memoria, mai sono coincisi con un Capodanno. In quest’anno che se ne va nella mia vita ce n’è stato un momento così e non è stato per niente bello. Per l’anno nuovo quindi non voglio augurare ai viaggiatori ermeneutici nessun momento indimenticabile: auguro invece tanti momenti in cui si riescano a cogliere nuove opportunità. Non vi auguro un anno nuovo, ma un nuovo anno. Non per cambiare radicalmente le nostre vite, piuttosto per continuare a seminare per il futuro, raccogliendo quello che abbiamo seminato fino ad oggi.

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Assaporando Natale

Il colore del Natale è azzurro, azzurro e giallo come la mia lavalamp, con le bolle che salgono e scendono, creano e disfano, girano e tornano. Sempre uguali e sempre nuove, un po’ come le nostre giornate, un po’ come tutti i Natali. Anche se questo non potrà essere come gli altri, perché è il primo senza il mio papà e mi manca ed insieme lo sento accanto, come e più di prima.

L’odore di Natale è appena accennato, una traccia tenue ma assolutamente identificabile, che non puoi confondere con nessun altra. fa parte dell’odore di casa, dei ricordi più antichi, come quello dei mobili, delle cose, dei vestiti, qualcosa che appartiene al passato, ma che basta un attimo per far tornare nel presente. Un profumo che hai paura di dimenticare, ma che in realtà fa parte di te. Come l’ansia e la gioia della scoperta dei regali, il saccone di Juta che Babbo Natale immancabilmente lasciava in sala da pranzo, vicino ai biscotti sbriciolati e la tazza vuota della colazione che gli avevamo lasciato noi. L’odore di Natale è quello del sacco di Juta.

Il tocco di questo Natale è ruvido come la corteccia di un albero. La corteccia di un tronco altissimo e grande, che non riesci a circondare neanche allargando tutte le braccia. Grande e solido, che ti ci puoi appoggiare e scivolando fino a terra senti quel raschiamento piacevole, che aiuta a mandare via il prurito e il fastidio di tutto quello che ti provoca malessere. E’ proprio così che mi piacerebbe appoggiarmi a questo Natale, per grattare via la pelle vecchia ed insieme tutte le scorie di quest’anno difficile.

Il gusto del Natale è un sapore antico, che torna dopo tanto tempo. Durante il pranzo di Natale, fra gli antipasti, mamma preparava sempre questi fagioli al sugo. A memoria mia non li ho mai mangiati al di fuori del giorno di Natale. Tutti gli altri giorni dell’anno sparivano in un limbo, per riapparire uguali a se stessi l’anno dopo. Sono grossi e bianchi, al mercato quando ho cercato di spiegare cosa volessi, la fruttivendola mi ha detto “ah sì, i ciavattoni!”. Ecco, quest’anno ritornano i ciavattoni. Ma solo per un giorno, poi rispariranno!

Anche il suono del Natale è un ritorno al passato. Quest’anno niente Michael Bublè (Fuck Christmas! come ha detto lui stesso a febbraio quando siamo a sentirlo in concerto ad Assago), niente Abba che hanno accompagnato gli ultimi Natali. Quest’anno la musica che mi risuona dentro sono i Pink Floyd: un gruppo che ho amato moltissimo e poi ho lasciato da parte. Per molto tempo non sono più riuscito ad ascoltarli, per la tristezza che mi facevano tornare su. Forse serviva proprio un Natale un po’ malinconico come questo per farmici riappacificare.

In definitiva, cari lettori ermeneutici, vi auguro di assaporare questo Natale, questo periodo di stacco dalla quotidianità, in tutte le sfaccettature possibili!

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La questione è chiara. O no?

A volte ancora riesco a stupirmi. Che di per sè non è male, perché significa che ancora si può rimanere sorpresi, ci si imbatte in qualcosa di insolito. Non abbiamo visto o sentito tutto, esiste qualcosa di nuovo. In questa vicenda della Ferragni però, quello che mi stupisce è lo stupore delle persone. Ma davvero pensavate che la Ferragni sponsorizzasse panettoni, pandori o uova di pasqua per fare beneficienza? Sul serio avete creduto di fare voi beneficienza comprando quei prodotti? Siete rimasti realmente scioccati nel sapere che dietro tutto questo la suddetta Ferragni ci guadavagna un sacco di soldi? Forse allora è arrivato il momento di svelarvi che la fatina dei denti era vostra madre! O che Zukenberg se ne sbatte dei vostri divieti di utilizzare le foto che pubblicate su facebook!

Battute a parte, da sempre chi sbandiera la beneficienza che fa, per me si è già autodefinito. Fedez e la Ferragni hanno fatto della loro vita una vetrina, più o meno assortita, di cose da esporre per metterle in vendita, ma è insisto nei loro personaggi. Mi auguro, ma soprattutto gli auguro, che dietro il marchio Ferragnez, Chiara e Federico siano persone autentiche, che magari fanno anche buone cose (perché no, anche beneficienza), ma appunto, al di fuori dei personaggi che si sono costruiti.

Distinguere le persone dai personaggi non è facile ed anzi l’identificazione diventa quasi automatica, ma forse, come tutte le cose scontate non è veritiera, è una riduzione di complessità che non rende giustizia della vera natura delle cose o in questo caso delle persone. Certo, poi ti viene il dubbio: nell’ultima intervista chi avrà chiesto scusa, la persona Chiara o il personaggio Ferragni? Ma soprattutto, cambia realmente qualcosa? I Ferragnez sono una moneta da tre euro e tornando allo stupore iniziale, la cosa più stupefecente è che sia una moneta di valore, con la quale hanno costruito una vera fortuna. Se il prezzo da pagare per questo è aver nascosto, cancellato, definitivamente screditato la Chiara e il Federico che ci sono dietro, in fondo la responsabilità è solo ed esclusivamente loro.

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Gobbo il padre, gobba la madre…

Non lo sapevo mica che il 57 nella smorfia napoletana rappresentasse il gobbo. Così a pelle direi che non mi ispira molta simpatia. Il 57 dico, non il gobbo. Che poverino, già è gobbo, poi pure antipatico no! Comunque siamo arrivati fin qui e quindi me lo deve far andar bene, almeno per i prossimi dodici mesi. Che poi, come per altro ho già scritto l’anno scorso e anche l’anno prima, non riesco mica tanto bene a capacitarmi di avere l’età che ho. Ma dai su, come 57? Era ieri che ne compivo 40! Forse la settimana scorsa 30 e tutt’al più il mese scorso 20. Dai, no 57 mi sembrano veramente troppi! Come è successo? Quando, soprattutto?

E’ il quando il problema. Perché quando te ne rendi conto potresti far finta che non è vero, potresti dissimulare, diventando anche un po’ ridicolo. Come quelli che si tingono i capelli o si gonfiano di acido ianuronico per togliere le rughe. D’altra parte come già detto, il 57 è il gobbo. Ma il problema della gobba è che sta dietro di noi. E magari non la vediamo. Non vogliamo vederla.

Come già per altro aveva intuito il buon Hegel è l’autocoscienza il problema. La consapevolezza! Dei 57 o se volete, della gobba. Che poi in fondo è lo stesso.

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La radice del male

Non volevo scrivere nulla sulla tragica vicenda di Giulia. Non pensavo di riuscire ad aggiungere niente di nuovo al dolore e allo sdegno collettivo. Ieri però mi è capitato di ascoltare le parole del papà del ragazzo. Quello che mi ha colpito è stato il suo autentico disorientamento: “come ha fatto il mio cucciolo a diventare un mostro?“. Da papà di una splendida fanciulla, ovviamente, tremo di fronte alla cattiveria del mondo, alla cieca violenza che sembra sempre più presente nella nostra società e prego sempre l’Altissimo che non le accada mai nulla di così terribile. Ma da papà di un altrettanto splendido fanciullo, non può non colpirmi la domanda del papà di Filippo.

Giustamente ammetteva davanti ai microfoni i suoi errori, “qualcosa evidentemente abbiamo sbagliato“. Sì, certo, tutti noi genitori sbagliamo, ma cosa in particolare? Come si arirva a questo punto? Qui non ci troviamo di fronte a storie di emarginazione, di ignoranza, di droga o di violenza pregressa. La cronaca scava, gli sciacalli della falsa informazione sguazzano nel torbido per capire, per cercare un motivo, che però sembra non esserci. Un motivo che giustificherebbe, che darebbe una motivazione, seppur distorta e inaccettabile. Ma ancora più inaccettabile è proprio l’assenza di una qualsiasi radice che possa aver fatto crescere una pianta così malata.

Filippo sembra proprio uno degli amici dei miei figli, un ragazzo come tanti, che studia, fa sport. Come ha fatto a diventare così? Purtroppo non è nemmeno il caso isolato di un folle, perché dall’inizio dell’anno come ci ricordano i giornali, i casi di femminicidio sono moltissimi. Cosa stiamo sbagliando? Cosa possiamo fare per cambiare? Come dicevo nell’ultimo post sul bellissimo film della Cortellesi, sicuramente siamo figli di una cultura ancora troppo mascolinocentrica e per quanti progressi abbiamo fatto, tanti, troppi ancora ne dobbiamo fare. Ma non può essere solo quello.

Piero Pelù ha scritto “mi vergogno di essere uomo. Siamo tutti da rifare”. Sono d’accordo sul doversi ricostruire tutti quanti, un po’ meno sulla vergogna. Perché non basta, bisogna piuttosto assumersi responsabilità. La radice del male, che cresce anche in ambienti sani, che si nasconde dietro facce pulite, di ragazzi normali, non può essere solo la volontà di dominio del maschio tradito. Per quanto possa essere contraddetta dai fatti, io penso che la parità dei generi, soprattutto fra i giovani, sia un concetta condiviso. Se ti fermi a parlare con loro, che uomini e donne abbiano gli stessi diritti o che l’uomo non possa prevaricare la donna non è una cosa in discussione. Paradossalmente, forse neanche questo Filippo lo negherebbe. Qual è allora questa radice? Cos’è che non riusciamo far passare ai nostri figli per evitare queste tragedie?

Forse quello che non gli passiamo è quello che non abbiamo neanche noi. E non parlo del rispetto degli altri in generale e delle donne nello specifico. Parlo dell’accettare le sconfitte, i no, le delusioni, il fallimento. Accettare la fragilità delle nostre esistenze. Accettare che a volte le cose non vanno come vorremmo, che possiamo mettercela tutta, ma nonostante tutto il nostro impegno, tutti i nostri sforzi, possiamo fallire. Accettare, in fondo, che non solo non siamo padroni della vita degli altri (sopratutto di chi diciamo di amare), ma nemmeno padroni della nostra. Che questa vita, fallace, fallibile, fallita il puù delle volte, va accettata per quello che è. Gli insegniamo questo ai nostri figli? E prima di insegnarglielo, lo abbiamo compreso e accettato noi stessi?

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Paola, Giorgia e tutte le altre

E così sono andato anche io a vedere “E c’è ancora domani”. Bello, mi è piaciuto molto. Non sono e non voglio spacciarmi per un esperto di cinema, non so giudicare se sia davvero un omaggio al neorealismo, se la regia della Cortellesi sia stata eccellente o solo buona, ma sicuramente posso dire che è un gran bel film. Con una storia che ti prende, con un linguaggio che pur nella pesantezza dei temi riesce ad alleggerire l’atmosfera, con quel tocco di surreale che non guasta e soprattutto con un colpo di scena finale davvero ben riuscito. E mi fermo qui, perché non voglio spoilerare la trama per quei pochi che ancora non l’hanno visto. Ma andateci, perché ne vale la pena. Brava Paola! Mi piacevi prima e mi piaci ancora di più adesso.

Detto questo però la visione del film mi suggerisce alcuni pensieri di cui non riuscirei a fare una classifica dovessi dire quale sia quello più sconcertante. Ve li elenco senza ordine, miei cari viaggiatori ermeneutici, metteteli voi in fila come vi sembra più idoneo, rispondendo ad una semplice domanda: cosa vi sembra più stupefacente? Che meno di cent’anni fa le nostre nonne dovevano subire quello che viene così delicatamente, ma allo stesso tempo, crudelmente raccontato nel film? Che fino a 40 anni fa, con il delitto d’onore, uccidere la moglie adultera comportava una pena da 3 a 7 anni? Che ancora oggi in parecchie realtà, se la donna non sottostà ai voleri e agli umori del partner, rischia la vita (solo nel 2023 oltre novanta vittime)? Che ci sia una differenza così marcata fra le retribuzioni medie delle donne e degli uomini? Che nelle posizioni apicali delle aziende la percentuale femminile è sempre vicina allo zero? Che fare carriera significa quasi automaticamente rinunciare alla famiglia? O che l’unica donna che contraddice tutto quello che abbiamo detto sopra sia Giorgia Meloni?

Di Giorgia Meloni non condivido nulla. Non un pensiero, non un’idea, non un atteggiamento. Niente. Nè quando era all’opposizione, tantomeno oggi che ha l’incarico di governo. Ma in ottant’anni di storia repubblicana è l’unica donna ad essere diventata capo del governo. E proprio alla luce di quelle domande (che poi in realtà sono affermazioni incontrovertibili), non possiamo non essere contenti di lei. Ne seguiranno altre, probabilmente (o almeno io me lo auguro) migliori di lei, perché non è automatico che una donna sia migliore di un uomo. Non è automatico, ma forse, per certi versi sì. Perché sono abbastanza sicuro che se a capo di Russia e Ucraina o di Israele e di Hamas ci fossero state delle donne non staremmo dove siamo. Persino delle donne dello spessore politico della nostra Giorgia. Davvero quindi dobbiamo sperare che non sia troppo tardi e che ci sia ancora domani.

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Strani giorni, viviamo strani giorni

Nel giorno dei fantasmi e dei mostri, rispetto a zombi e vampiri, mi fanno molta più paura le persone che hanno soluzioni facili a problemi complessi. Chi ha la ragione dalla sua si sente autorizzato a qualsiasi atrocità, come la storia ormai ci avrebbe dovuto insegnare. Ma non impariamo mai.

D’altra parte, la notte delle streghe e dei morti viventi non è niente in confronto a una riforma costituzionale scritta da Giorgetta e company. Se siete amanti del brivido, se l’horror non vi spaventa, cari viaggiatori ermeneutici, fermatevi un attimo a pensare insieme la parola Costituzione e Salvini nella stessa frase. Altro che incubi!

E sempre a proposito di incubi, ieri notte, 30 ottobre, alle ore 23,30 a Roma c’erano 27 gradi. Magari non esattamente una mostruosità, ma neanche una bellezza.

E chiudiamo con una cosa che ho letto stamattina. A Padova, per la festa di Halloween, un alunno si è presentato a scuola vestito da nazista, con tanto di svastica, aquila e stivaloni. Ma la notizia non è questa. La notizia vera è che la giuria scolastica lo ha premiato per l’originalità del costume. I mostri sono vivi e lottano in mezzo a noi!

Mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave. Ma anche battaglie e massacri di uomini civili. L’uomo neozoico dell’era quaternaria. Strani giorni, viviamo strani giorni.

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Di storie tristi, fatti di cronaca, sdegno a comando

Vi racconto una storia.

Una storia contemporanea, che affonda però le sue radici in covinzioni antiche, in modi di pensare che andrebbero superati. Pregiudizi che ci portiamo dietro e che si fondono su ruoli prestabiliti. Quando il destino sembra già scritto e i protagonisti hanno ruoli già assegnati, come in un film. O forse sarebbe meglio dire in una tragedia.

Siamo al far del crepuscolo, tra poco sorgerà un nuovo giorno, su una via di periferia c’è una donna di trentacinque anni, italiana, che sta tornando a casa, dopo una nottata brava trascorsa fuori. La donna è palesemente ubriaca e il destino o chi per lui le fa incontrare sulla sua strada Boukare Guebre, trentanove anni, operaio, originario del Burkina Faso.

In quest’Italia che fa di Striscia la Notizia una fonte di informazione attendibile, che elegge Fabrizio Corona nuovo guru della comunicazione, ce lo immaginiamo come potrebbe proseguire il racconto di quella storia…l’extracomunitario ferma la donna e approfittandosi di lei la violenta, lasciandola esamine sul bordo della strada. Soccorsa dagli operatori del 118, morirà in ospedale. Forte sdegno del governo e delle istituzioni, l’opinione pubblica chiede pene esemplari, si organizzano cortei, manifestazioni e raccolte fondi per i familiari della vittima.

Ma nessuna storia è uguale a se stessa. E la vita a volte prende strada inaspettate, anche se altrettanto tragiche. La vera storia racconta di Boukare, padre di tre figli, in sella alla sua bicicletta, che si è alzato presto come sempre, per fare il primo turno nella fabbrica dove lavora. La donna, a cui hanno restituito da poco la patente ritirata per guida in stato di ebbrezza, a bordo della sua auto lo prende in pieno, lasciandolo esamine al bordo della strada. Soccorso dagli operatori del 118, morirà in ospedale. Lei non si ferma per aiutarlo o verificare come sta, non chiama i soccorsi, prosegue la sua corsa fino a quando non è costretta a fermarsi per rimuovere la bici, incastrata sotto la vettura.

Il fatto è successo circa due settimane fa. Per lo sdegno generale, la richiesta di pene esemplari, i cortei, le manifestazioni e le raccolte fondi forse non è la storia giusta. Forse l’informazione è troppo presa a sapere su Facebook come andrà a finire la relazione coniugale della premier con il suo compagno. Probabilmente bisognerà aspettare una storia più adatta.