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La prima volta

Fate come gli alberi: cambiate le foglie e conservatele radici. Quindi cambiate le idee, ma conservate i vostri principi (Victor Hugo).

La prima volta è l’emozione del nuovo che non conosci. È curiosità e paura, ansia di sapere e timore di restare deluso, resisti prima di lanciarti, poi chiudi gli occhi, prendi un bel respiro e ti butti senza pensare. Cerchi di assaporarla, mantenendo a lungo la sensazione, perché sai che è la prima e non vuoi consumarla troppo in fretta. Ancora di più, non vuoi che sia un’occasione persa, che sia la prima, ma non l’ultima. Oppure al contrario. Potresti volere che passi velocemente, che vada via senza lasciare traccia e senza fare troppi danni.

Perché la prima volta può essere travolgente come il primo amore o destabilizzante come la prima bocciatura. In ogni caso te la ricorderai per sempre. Potrebbe essere ingannevole, come la prima impressione, ma resterà quella, anche se proverai a cambiarla. E tu potresti trovarti a pensare, “tempo vai piano, è la prima volta!”

La prima volta in un luogo è una scoperta, la prima volta con qualcuno è la condivisione. La prima volta in un tempo è la novità, la prima volta senza qualcuno è il dolore di diventare grandi. Dopo la prima volta nulla sarà più come prima, ma tu devi ricordarti chi sei e cercare di rimanere lo stesso. Per questo la prima volta è crescere sperando di restare piccoli, è la vitalità della giovinezza che passa e non ritorna. Non ritorna più, proprio come la prima volta.

E adesso non c’è niente al mondo, che possa somigliare in fondo, a quello che eravamo, a quello che ora siamo, a come noi saremo un giorno...

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Di cani, di gatte e di lupi

Sull’ennesimo fatto di cronaca di quest’estate, ai sette cani di Palermo che hanno abusato della inerme gatta, Ermal Meta ha augurato in carcere di essere messi sotto dai lupi. Un auspicio che salvo qualche critica hanno trovato moltissimi estimatori, nei social e nei media in generale. Di fronte all’ennesimo fatto di violenza sulle donne, soprattutto di fronte alla ricostruzione di quello che è successo con tanto di affermazioni riprese dai telefonini, la voglia di vendetta, la richiesta di linciaggio è quasi scontata.

Io ho un figlio e una figlia. Francamente non so, dovendo scegliere, se preferirei essere il padre della vittima o quello di uno dei carnefici. Forse nel primo caso anch’io mi augurerei il linciaggio, pretenderei l’occhio per occhio, chiederei la castrazione chimica. Ma nel secondo caso? Mi sentirei responsabile, penserei di aver sbagliato tutto, di aver completamente fallito la mia vita e non so cosa mi augurerei per mio figlio.

Ci si redime dopo un crimine del genere? C’è davvero possibilità di cancellare quello che si è fatto, di tornare ad essere persone normali? Si può ancora fare progetti, sorridere alla vita, ricevere fiducia dagli altri dopo una cosa simile? Sono tutti ventenni o giù di lì. Se vent’anni di vita ti hanno portato ad essere così marcio da compiere uno schifo simile, quanti anni servirebbero per cambiare davvero, per riuscire a capire, per mettersi alle spalle l’orrore?

Sono domande a cui non so rispondere. Torno quindi all’affermazione inziale, alla generale richiesta di giustizia (che sa molto di vendetta). Essere sbranati dai lupi, servirebbe a qualcosa? Farebbe capire a quei sette degenerati la vigliacca oscenità di quello che hanno fatto? Eviterebbe che si ripetano fatti del genere? Se sulla capacità redentrice possiamo avere dei dubbi, se non altro la certezza della pena quanto meno dovrebbe funzionare da deterrente. Ma se non proviamo a cambiare qualcosa in quei vent’anni che hanno preceduto l’orrore, se non interveniamo sulla genesi e sui presupposti che lo hanno reso possibile, temo che nessuna pena sarà mai sufficiente e neanche capace di non far succedere di nuovo tragedie simili.

Un ultima cosa. Lasciamo stare cani, gatti e lupi. Nessun animale compirebbe simili mostruosità.

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Un nuovo terno per Ferragosto

Buongiorno e buon Ferragosto cari viaggiatori ermeneutici! State godendo il meritato riposo in qualche amena località di mare o di montagna? Il caldo imperversa, ma è sempre meglio del traffico nell’ora di punta, quindi gustiamoci questi momenti di relax, cercando di staccare la spina da ansie, preoccupazioni e problemi vari. Ci sarà tempo per quelli.

E così, riprendendo una vecchia consuetudine del blog che avevo trascurato negli ultimi tempi, per riempire i momenti di ozio di questi giorni, vi propongo tre vecchi post che a mio insindacabile giudizio vale la pena ritirare su. Il primo riguarda cose durature e cose passeggere . Il secondo parla dell’avere una seconda chance. Chiude questo tris un post per sorridere che vi intratterrà sulla robustezza degli attuali spermatozoi, che signora mia, non sono più quelli di una volta!

Buona lettura e buone vacanze a tutti!

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Pallida idea

Non è ho la più pallida idea, mi hai detto l’altro giorno. Ti avevo chiesto quando o dove, ora non ricordo. Però mi hai fatto sorridere che anche le idee possono essere pallide, come quelle persone che non prendono il sole. Sempre meglio di idee scottate. In quel caso chissà che crema potremmo metterci per lenire il dolore. D’altra parte se diventassero solo un po’ più colorite, come certe espressioni, potrebbero diventare idee sconvenienti.

E allora forse è meglio che restino pallide, come damine del 700, che all’epoca l’abbronzatura era una cosa disdicevole, tipica dei braccianti, mentre i nobili dovevano restare bianchi e immacolati. Un’idea pallida però dà idea di un qualcosa di malaticcio, di una magrezza insalubre, tutto il contrario di certe rotondità piene di vita e di salute. Allora sarebbero meglio le idee grasse e ripiene, dai contorni decisi, che le vedi da lontano. Ma in questi tempi di bodyshaming, anche le idee rotonde potrebbero essere derise, vilipese e messe all’indice.

Un’idea pallida è fragile, indecisa, stenta ad affermarsi. Non ha la presunzione di contenere la verità, di essere risolutiva, di riuscire a farti svoltare una volta per tutte. Ha una sua verità, una sua luce, ma è pallida, come quella della luna. Non puoi pensare che sia forte e chiara come il sole, ma può illuminarti nelle notti d’estate e farti vedere chiaramente avanti a te, nonostante il buio che ti circonda. Per questo bisogna tenercela stretta. E almeno fino al sorgere dell’alba, dovremo farcele bastare.

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Il canto delle cicale

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi. Ma poi non così saggi (Bukowski)

L’altro giorno raccontavo l’ansia degli ultimi giorni: quel senso di incompiutezza che mi prende ogni volta che sta per terminare qualcosa. Una sensazione che inevitabilmente ritorna ogni anno: molto più adesso che il 31 dicembre, perché non so a voi, ma a me sembra che l’anno in realtà finisca il 31 luglio o giù di lì.

E ci ricasco sempre e sempre allo stesso modo. Finiscono gli anni quando friniscono le cicale, immutabile colonna sonora dell’estate. A qualcuno non piace, a qualcuno addirittura urta i nervi. Io lo adoro. Alzo gli occhi sulla notte stellata, non tira un alito di vento, il caldo è ancora opprimente nonostante il buio. Ma ci sono loro, con il loro canto senza fine, urlato in faccia al mondo. Un frinire sfrenato, un entusiasmo inspiegabile e immotivato per degli esserini destinati a durare quanto il loro canto, appena il soffio di un’estate. Mica come quelle saggie delle formiche, che invece sgobbano tutto il giorno per mettere da parte le provviste per l’inverno. Le cicale no.

Le cicale bruciano presto, insieme al loro canto. E come diceva quel gran minchione di Bukowsky, mica diventano poi così sagge. Per qualcuno è solo un modo per continuare la specie, per me è un modo per ringraziare l’estate. O forse per ringraziare la loro buona stella. Quella che arricchisce le loro vite, che legge fra le righe, che coglie e raccoglie, restituendo il cento di quello che gli dai. Magari sul serio non diventano così sagge, né così risolutive come avrebbero sperato. Sono dilettevoli, forse proprio perché non sono utili, almeno quanto vorrebbero.

Anche loro si scontrano con l’incompiutezza dell’estate, che finisce sempre troppo presto e non ti dà modo di realizzare tutti i desideri che avevi. Ma nonostante tutto ci sono e continuano a cantare, per noi e per la buona stella. Come se non dovesse finire mai.

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In quasi tutti gli ultimi giorni

C’è un’intrinseca malinconia negli ultimi giorni delle cose. E’ quasi inevitabile. E neanche tutta l’aspettativa e l’attesa di quello che verrà dopo riesce a vincerla del tutto. Ricordo gli ultimi giorni di scuola, gli ultimi giorni di vacanza, gli ultimi giorni di un lavoro, gli ultimi giorni insieme a qualcuno. Anche se sai che domani sarà meglio, che la pagina che si va ad aprire sarà molto più bella di quella che si chiude, rimane questo senso di incompiutezza. Come mentre vedi scorrere i titoli di coda al cinema o quando accarezzi l’ultima pagina di un libro o ascolti le note dell’ultima traccia di un cd.

Quando arriva l’ultimo giorno puoi affrettarti quanto vuoi per cercare di fare il più possibile, puoi fare in modo che duri il più possibile, puoi centellinare quell’ultimo sorso, spremendolo fino alla fine, ma non arriverai mai a concludere quello che stai facendo con piena soddisfazione. Vorresti magari ci fosse un’altra scena, un’appendice alla storia, una traccia nascosta.

Ma invece sai che rimarranno i nodi irrisolti, i cerchi non chiusi, le questioni ancora aperte. Le rimanderai ad un altro inizio. Perché sai – dentro di te lo sai benissimo – che tanto non basterebbe un giorno, un mese, un anno in più per concludere veramente le cose. E’ così! Non te ne fai una ragione (perché mai dovremmo farcene una ragione?), continua a pungerti dentro, ma ci giri un po’ intorno, resti alzato fino a tardi, un po’ di più, vincendo la stanchezza e speri che domani almeno ci sia il sole.

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L’amore ritorna

Ormai dovremmo averlo imparato. Le azioni hanno conseguenze. Dalle più scontate alle più imprevedibili. Le prime sono facilmente ipotizzabili, potremmo scommettere su di loro. Ma solo un ingenuo può pensare che ce ne siano solo di questo tipo. La realtà è sempre molto più complessa, molto più articolata di quanto possiamo immaginare. Per questo le conseguenze delle nostre azioni possono avere echi lontani, che sfuggono ad ogni previsione.

Secondo Confucio il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Ma insomma, senza diventare per forza degli amanti degli involtini primavera, dobbiamo renderci conto che ogni gesto, ogni azione, può arrivare lontano.

E questo discorso solitamente viene fatto in negativo, per sottolineare come le malefatte hanno delle conseguenze, anche quando pensiamo non sia così. Il colpevole alla fine paga il conto. Ma non è questo che voglio evidenziare qui. Vale per il male, ma vale anche per il bene, grazie a Dio. Perché anche il bene, anche l’amore, soprattutto l’amore, ritorna. Non è un boomerang, quasi mai lo è. O meglio, non lo è come lo pensiamo noi. Può tornare subito indietro, ma può anche andare dritto per la sua strada e percorrere sentieri sconosciuti, che a loro volta andranno in direzioni inaspettate e infine, dopo varie curve della vita, si ripresenterà nel nostro cammino.

Avete spesso letto qui nel blog che la mia missione su questa terra è diffondere luce e dolcezza. Ed anche loro ritornano! Come e quando vogliono, perché noi siamo gli strumenti, ma loro sono la musica. Che suona attraverso di noi e come musica rotola via, viaggia nell’aria e arriva ad orecchi sconosciuti e sempre rotolando torna da noi mentre camminiamo per la strada e la ascoltiamo inavvertitamente.

Oggi una persona che conosco sul lavoro mi ha ringraziato per una questione che le ho risolto. Niente di chè, routine. Ma i suoi ringraziamenti mi sono arrivati in modo speciale e mi hanno riempito il cuore. Con lei la vita è stata particolarmente dura e per questo, seppur in modo superficiale, sono stato contento di esserle stato utile. Luce e dolcezza del resto arrivano in superficie, ma rimangono addosso sulla pelle. Rimbalzano e ritornano, come la musica, come l’ amore. Perchè l’amore ritorna, quando meno ce lo aspettiamo.

Roll, roll me away, I’m gonna roll me away tonight, Gotta keep rollin’, gotta keep ridin’ Keep searchin’ ‘til I find what’s right. And as the sunset faded I spoke to the faintest first starlight, And I said next time, Next time. We’ll get it right

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MoLiPiMa

Basta ataviche discriminazioni, basta ostracismi anacronistici! Contrastiamo queste disparità figlie di pregiudizi matriarcali! Abbattiamo la dittatura degli estrogeni!

Finché non sarà socialmente accettabile che un uomo vada in ufficio in sandali e pantaloncini non ci sarà mai una vera parità di genere.

Aderisci anche a tu al MoLiPiMa, Movimento di Liberazione del Piede Maschile!

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Il talento dei gabbiani

Tutte le cose che sappiamo in realtà sono come la superficie visibile di un iceberg sommerso. Ed ogni volta che accresciamo la nostra conoscenza comprendiamo meglio quanto in realtà non conosciamo, quanto ancora ci manca per arrivare a comprendere le cose, le situazioni, le persone. Tutto ciò che sappiamo non è che una percentuale infinitesimale di quel che potremmo e vorremmo conoscere. Però è “nostro”, è la confort zone, dove ci sentiamo a casa, lontani da brutte sorprese.

Tutte le cose che non sappiamo sono l’altro versante della luna, lo spazio aperto su cui lanciarsi, la strada da percorrere, la spinta ad andare avanti, ad andare oltre, a non accontentarsi di quel che già abbiamo. Tutto ciò che non sappiamo è il mondo che abbiamo di fronte, terreno sconosciuto, che forse non esploreremo mai, semplicemente perché non ci interessa. Perché in realtà forse tutte le cose che non sappiamo, sono proprie quelle che non vogliamo sapere, le situazioni che vogliamo evitare, le persone che non ci interessa conoscere.

E quindi, cari viaggiatori ermeneutici, che vogliamo fare: restiamo fra le cose, le situazioni, le persone già note o ci avventuriamo in quelle sconosciute? Restiamo nei confini o salpiamo in cerca delle Indie lontane? Ma soprattutto, la domanda che dobbiamo farci, abbiamo più voglia di vincere o più paura di perdere?

Come quei gabbiani in mezzo al mare, così stupidi da urlare, per la gioia di volare…

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Fra certezze e mancanze

Abbiamo poche certezze in questa vita. Voglio dire, a parte i lavori sulla Tiburtina, su cos’altro potete scommettere senza tema di smentita che le cose saranno così e non in un altro modo? Noi vorremmo avere sicurezze, vorremmo strade dritte avanti a noi, che ci permettano di guardare oltre e quindi pianificare le cose, senza sorprese. Ma oramai lo sappiamo, l’unica cosa che va secondo i piani è l’ascensore. E noi, ahimé, non siamo ascensori. E neanche le nostre vite.

Per paradossale che sia, una delle certezze su cu possiamo contare (oltre i già citati lavori stradali sulla Tiburtina) sono le mancanze. Le cose, le persone, le situazioni che avevamo e non abbiamo più creano un vuoto, una mancanza appunto. E più tenevamo a loro, più questa mancanza si fa sentire, ci fa male, ci crea disagio. Su questo non ci saranno sorprese: se perdi qualcuno a cui tieni, puoi star certo che ti mancherà. Ovviamente questa è una certezza inutile! Non è una certezza su cui potersi poggiare, su cui costruire o pianificare un futuro. Anzi, potrebbe diventare una certezza ansiogena. E però…

E però, questa insana certezza, ne contiene un’altra. Più piccola, più nascosta, più fragile forse, ma in realtà altrettanto inossidabile. La certezza della mancanza contiene in sé la certezza di quanto tieni a quella cosa/situazione/persona che hai perduto, perché proprio a partire dalla sua mancanza (non solo da quella, ovvio) hai la certezza del suo valore per te. E se ci tieni veramente, nulla e nessuno potrà mai realmente portartela via. Non la perderai mai perché questa certezza resterà sempre con te.

Quando la vita è dolce ringrazia e festeggia. E quando la vita è amara ringrazia e cresci (Shauna Niequist)