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18 (+ 40), ovvero come essere supereroi

Conte dice che il Movimento 5 Stelle non è di sinistra, ma sta in Europa in un gruppo che si chiama “The Left”. Non è nemmeno di destra anche se sulla vicenda Ucraina ha la stessa opinione di Salvini, Orban, le Pen. Qualcuno potrebbe pensare che lui, come in generale tutto il Movimento 5 Stelle (non dimentichiamoci che abbiamo avuto come Ministro degli esteri Giggino Di Maio e come Ministro dei trasporti Toninelli!), sia la dimostrazione che viviamo in un mondo meraviglioso, dove ognuno può arrivare ad essere chiunque voglia. Un po’ come il draghetto Grisou che voleva diventare pompiere.

In realtà, quello che non è stato subito chiaro è che lui ci sta indicando una strada, un modo di vivere. Ci sta dicendo, smettetela di preoccuparvi se non sapete se andare in vacanza al mare o in montagna. Lasciate da parte le ansie quando non sapete quale facoltà scegliere dopo il liceo o quale lavoro sia meglio per voi. E forse anche la scelta dell’uomo o della donna con cui vivere insieme, sono alla fine sopravvalutati!

Possiamo essere chi vogliamo! Oggi avvocati, domani primi ballerini del Bolshoi, la prossima settimana predicatori neopentacostali e il mese prossimo pescatori di alici. D’altra parte avreste mai pensato che uno con i capelli di Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti, non una, addirittura due volte? Dai, è un mondo meraviglioso! Questo ci vuole dire l’esimio avvocato Conte: possiamo essere supereroi! Ma io ho sempre preferito Peter Parker all’uomo ragno. Non mi va di essere un supereroe, troppo faticoso. però in compenso ho deciso che oggi compio 18 anni!

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My City of Ruins

Da un paio di mesi ho ripreso a prendere la metropolitana per andare in ufficio. Il tempo è su per giù lo stesso (un’ora) che ci impiego con la macchina, ma il traffico autunnale/natalizio a volte è in grado di dilatarlo anche fino al doppio. In realtà il tragitto in metropolitana sarebbe di circa trenta minuti, aggiungiamo dieci minuti per raggiungerla da casa, dovrei impiegarci di meno. Peccato che il tratto di metropolitana che debbo prendere ha un’attesa che arriva anche a venti minuti, se disgraziatamente te ne passa una sotto il naso. Venti minuti sono tempi da treno, più che da metropolitana, ma ormai ci siamo abituati.

Da oltre dieci giorni la via in cui abito e le due perpendicolari sono totalmente al buio. Questo nonostante le segnalazioni, i solleciti, persino l’intervento di un’Associazione dei consumatori che ha scritto una PEC per chiedere un intervento. Dieci giorni al buio in un incrocio pericoloso, in una zona residenziale, senza negozi, quindi dalle 17 del pomeriggio, con la necessità di camminare con il cellulare a fare da torcia. Ormai ci siamo abituati.

La raccolta differenziata con i cassonetti in strada non funziona. A turno succede che si riempia quello dell’indifferenziato o quello della plastica, oppure quello della carta e si cominciano a vedere i cumuli per strada. Non parliamo della puzza insopportabile quando succede al residuo organico. Stamattina ho visto un bel topone che si arrampicava in mezzo ai cumuli di sporcizia abbandonati. Ecco, a quello ancora non mi sono abituato.

Tre esempi, ma potrei farne degli altri. Tutto questo alle soglie del Giubileo, un evento che porterà a Roma milioni di turisti. Milioni di persone in una città che è già al collasso, dove potrebbe diventare sindaco Gesù Bambino o forse sarebbe meglio Iron Man, ma non cambierebbe la situazione. Negli ultimi quindici anni si sono alternati alla guida della città tutti gli schieramenti politici: nessuno se n’è accorto perché non è cambiato praticamente nulla, se non il nostro livello di sopportazione.

E’ ovvio che gestire una città con 2500 anni di storia, che è praticamente un museo a cielo aperto, non sia una passeggiata, ma è possibile che tutto ciò che è in mano al Comune non funziona? Nessun servizio ha standard di qualità anche solo appena sufficienti. E ripeto, non è un problema di colore politico, perché di fatto li abbiamo provati tutti. E tutti hanno miseramente fallito. Perché è proprio la politica come gestione della polis che ha fallito e continua a non dare risposte.

Ci si abitua quasi a tutto, è vero. Ed è un bene per il colon irritabile, ma un male per il nostro essere cittadini con dei diritti. E che succede quando la politica non dà più risposte? Non sono un complottista (anzi, io odio i complottisti), ma questa situazione sarebbe la premessa perfetta se qualcuno avesse mire autoritarie. Si portano all’esasperazione le persone, poi a fronte della soluzione dei problemi, si chiede di rinunciare a qualcosa. Facciamo degli esempi? Il diritto di sciopero, la tutela della privacy, la libera circolazione, delle retribuzioni all’altezza delle esigenze. Non dico che sia così, anzi, non ci credo affatto. Ma forse almeno così questa situazione avrebbe un senso.

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Make America Great Another Time

Ho grande fiducia negli altri, quando parliamo di singole persone. Ho scarsissima fiducia negli altri, quando parliamo di massa di persone. Il singolo di fronte alle grandi scelte è capace di slanci inimmaginabili, è in grado di volare alto e superare le contingenze e le particolarità, sceglie di testa, ma a volte anche di cuore. La massa è solitamente prevedibile, egoista, cerca il suo personale tornaconto in modo miope, guarda l’oggi e ignora il domani, sceglie di testa, ma soprattutto di pancia.

Sia da soli, che in gruppo raramente però le persone fanno scelte stupide e forse, a ben guardare, scelgono il meno peggio. Come dice giustamente De Gregori, la gente quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare, quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare. Quindi mi sembra inutile (nel senso etimologico, non ha nessuna utilità) interrogarsi scandalizzati del perché gli americani abbiano scelto, per la seconda volta, un personaggio impresentabile come Trump. Molto più utile è interrogarsi del come abbiano fatto i democratici a non individuare un’alternativa valida.

Che poi, pari pari, sono gli stessi discorsi che possiamo fare qui da noi. Ma che non sapevamo chi era Berlusconi, quali interessi portava avanti, le sue bugie, le sue frequentazioni? Non sapevamo che i 5 stelle non avevano la benché minima competenza in qualsiasi settore? Non sapevamo lo spessore politico del duo Meloni Salvini? Ma se hanno vinto è perché, evidentemente, le alternative non erano valide, non avevano saputo convincere, non avevano intercettato i veri bisogni delle persone. I populisti, ad ogni latitudine, sanno benissimo parlare alle masse, perché parlano alla pancia della gente. I progressisti devono riuscire a parlare ai singoli, perché devono parlare al cuore. Altrimenti?

Altrimenti continuiamo a pensare che le persone siano stupide, continuiamo a ritenerci migliori degli altri, ritiriamoci nei rifugi dorati a Capalbio o ai Parioli (oppure nel Rhode Island) e rassegniamoci a perdere le prossime elezioni.

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A chi l’ora solare? A noi!

E così ci appropinquiamo di nuovo a questa stratosferica rottura d scatole del cambio dell’ora. Ho già scritto altre volte che odio l’ora solare, il buio alle quattro del pomeriggio, l’idea che poi tra qualche tempo dovremo tornare all’ora legale e starò rimbambito per due settimane per la sveglia anticipata, il dover cambiare l’orologio della macchina che ogni volta mi impicco a capire come si fa.

Quest’anno però, per tenere alto l’umore dei cittadini e confermare il suo gradimento nell’elettorato, la nostra grande premier ha lanciato l’iniziativa, “spostiamole insieme”. Le lancette, ovviamente. Anche perché ultimamente in altri tipi di spostamenti non le è andata troppo bene. C’è tempo fino alle a stanotte alle 24, è sufficiente compilare il modulo presente nel sito della presidenza del consiglio e fra tutti i partecipanti verrà estratto a sorte un fortunato vincitore.

Cosa si vince? Un nuovo ministro della cultura? Ma no, molto di più! Il fortunato vincitore si vedrà bussare alla porta stanotte alle 2 e 59, dalla premier in persona che verrà a spostare tutti gli orologi di casa di un’ora indietro. D’altra parte lei è una che ama guardare indietro, molto indietro, quindi perché stupirci?

Ma non è un’idea fantastica? Non ve lo aspettavate eh! Dopo aver offerto la colazione a tutti, dico tutti i pensionati d’Italia (3 euro, cappuccino e cornetto) ecco quest’altra fantastica iniziativa. Dall’altra parte dell’oceano Elon Musk fa una lotteria da un milione di dollari fra tutti gli elettori di Trump, poteva l’italico ingegno essere da meno?

Quindi se sarete svegliati nel cuore della notte, non vi preoccupate. A chi l’ora solare? A noi!

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(Not) in my name

Tre anni fa Paola Egonu fu scelta come portabandiera della nostra nazionale olimpica. Con grande disappunto di qualcuno che non la riteneva abbastanza rappresentativa delle genti italiche. Non potevo non dire la mia e oggi mi pare opportuno ricondividere quelle considerazioni.

Il portabandiera è un simbolo. Un’immagine che rappresenta tutti, che racchiude in sè una moltitudine di individui. Tutti diversi, ma tutti riuniti, tutti compresi all’interno di un insieme.

Una volta era in battaglia, oggi per fortuna solo alle Olimpiadi, ma comunque seppure solo ai giochi, il portabandiera è il rappresentante di una nazione. Ci rappresenta tutti perchè tutti ci possiamo riconoscere in lui. Ma oltre il portabandiera nazionale ci sono poi quelli olimpici, che non rappresentanto il singolo Paese, ma tutto il mondo, tutte le nazioni insieme.

Ma ora ditemi, con tutta l’apertura mentale possibile, come faccio a riconoscermi in Paola Egonu? Fatemi capire, l’avete scelta come portabandiera perchè rappresentasse non solo tutti gli italiani, ma tutti i cittadini del mondo? Ma l’avete mai sentita parlare? Come potrei mai riconoscermi in lei? Come potrei mai sentirmi rappresentato da una come lei? Una che parla con quel dialetto Veneto? E dai su, non scherziamo!

P.S. Invece sto a scherza’ Paole’. Faje vede’ chi sei! Sentire Adinolfi e tutti i nazisti dell’Illinois de noantri che schiumano rabbia non ha prezzo…..daje Paoletta, daje!

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Il tappo della discordia

Siamo arrivati a fare una polemica sui tappi. E no, stavolta Brunetta non c’entra. Lui ormai si è sistemato al Cnel, un istituto utile su per giù come un calendario dell’anno scorso, ma almeno non fa danni, né problemi. La polemica nasce da una norma introdotta pochi giorni fa dall’Unione Europea che impone alle fabbriche di bottiglie di plastica di inserire dei tappi che dopo l’apertura non possano staccarsi dalla bottiglia.

Una rottura di palle senza uguali, ammettiamolo. Che però evita il disseminamento dei tappi in giro per l’ambiente. In Olanda la norma è già operativa da tempo. I coltivatori di tulipani hanno calcolato che negli ultimi anni erano stati ritrovati nelle spiagge oltre 20 milioni di tappi di plastica, numero che si è ridotto di oltre il 70% grazie all’introduzione di questo accorgimento.

La norma ha dato l’opportunità a Salvini per dimostrare per l’ennesima volta il suo quoziente intellettivo. nell’ultima demenziale campagna elettorale per le europee infatti, lo slogan “meno Europa, più Italia” veniva reso graficamente proprio dall’immagine di un minus habens che non riusciva a bere per colpa del tappo attaccato alla bottiglia.

Interrogarsi sul quoziente intellettivo di chi vota Lega è del tutto superfluo, quindi passerei oltre. Piuttosto però mi interrogo sulla vicenda in generale. Perché in effetti, al di là di chi è contrario o di chi è favorevole ad una norma simile, la domanda vera è un’altra. Possibile che per tutelare l’ambiente, per far capire alle persone che l’inquinamento è già oggi una minaccia per il nostro futuro più di qualsiasi guerra, pandemia o sciagura ci possa capitare, dobbiamo essere costretti da una legge a non buttare via il tappo di plastica delle bottiglie? Peggio di bambini capricciosi, possibile che se non ci impediscono di fare qualcosa con la coercizione, non riusciamo a evitare di fare danni irreparabili per noi e per le generazioni future?

Ma ovviamente quando il dito indica il futuro, il leghista si ferma al tappo.

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Moglie e buoi

Moglie e buoi dei paesi tuoi! E così questa Elena Donazzan ha pensato bene di rispolverare l’antico adagio per farne il suo manifesto elettorale in vista delle prossime europee. D’altra parte quell’altro genio di Salvini adotta lo slogan “Più Italia meno Europa”, che per elezioni europee mi sembra più esilarante di una battuta di Stanlio & Ollio, quindi perché stupirci.

Peccato che io non mi sia voluto cimentare in quest’agone elettorale, altrimenti avrei certamente preso spunto da questa Donazzan. Però sarei andato più a fondo, al vero nocciolo del problema. Perché non c’è dubbio che i matrimoni misti siano una vera calamità, un’autentica piaga sociale, ma la questione veramente spinosa non è quella fra cattolici mussulmani. Ma quando mai!

I peggiori, a livello di conseguenze future, per le civili convivenze e per l’equilibrio psicofisico dei figli, quelli che potenzialmente possono fare danni seri e irrecuperabili, cari viaggiatori ermeneutici, sono i matrimoni misti tra laziali e romanisti!

P.S. Quando sento questi cialtroni ogni volta i miei buoni propositi di non andare più a votare vengono traditi. Niente da fare, mi tocca andare anche questa volta!

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Liberazione

Non sei mica fascista?” – mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. “Lo siamo tutti, care Cate, – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta è già un fascista“. (Cesare Pavese, “La casa in collina”).

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Compagna luna

Agli inizi di marzo è morta Barbara Balzerani, leader storica della colonna romana delle Brigate Rosse, coinvolta nel rapimento Moro e in altri fatti di sangue di quel periodo, fu una delle ultime ad essere catturata. Figura controversa, come molti brigatisti, pur non essendosi mai pentita, né dissociata dal terrorismo, dichiarò conclusa quell’epoca e prese le distanze dai fatti di sangue successivi compiuti dalle cosiddette nuove Brigate Rosse. Scontata la pena aveva cominciato un’intensa attività di scrittrice, con 8 libri al suo attivo.

Ho vissuto quel periodo nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ricordo bene l’aria avvelenata che si respirava, le tensioni, gli scontri, forse per quello sono sempre stato molto interessato a quelle vicende, sia per i tanti lati oscuri che ancora ci sono, sia perché fanno parte della nostra storia e nel bene o nel male ne hanno determinato l’evoluzione che ci ha portato alla situazione attuale.

Così mi è venuta voglia di leggere il suo libro più famoso, Compagna Luna, una sorta di autobiografia nella quale racconta la sua storia, soffermandosi proprio sulle scelte più importanti e più tragiche di quegli anni. Una lettura non facile, scritta a volte in terza persona, a volte in prima, a volte con un linguaggio poetico, spesso, ahimè, con quella oscura verbosità tipica di quegli anni e di quegli ambienti: mi sembrava quasi di essere tornato fra le aule di villa Mirafiori, in qualcuna di quelle innumerevoli assemblee dei gruppi Troskisti che ancora nei tardi anni 80 erano presenti nella mia facoltà di Filosofia (la stessa in cui si laureò la Balzerani).

Un libro che purtroppo non aggiunge e non chiarisce nulla di quel periodo. Da una parte sottolinea le ingiustizie sociali, la povertà, le disparità economiche, dall’altra l’aspirazione ad un mondo migliore, l’idea di portare avanti una guerra di liberazione contro lo Stato, con la pretesa di proseguire in qualche modo la lotta portata avanti dalla Resistenza. Da qui la “necessità” di prendere le armi, l’inevitabilità di uccidere i nemici. Tra le righe si legge l’amarezza della sconfitta ed il rammarico per le vite spezzate. Anche nei confronti di Moro, emerge un qualche rimpianto, ma la sua tragica fine nella sua ricostruzione sembra quasi un fatto ineluttabile, una cosa già scritta dagli eventi, soprattutto dal non voler trattare da parte dello Stato. E in ogni caso non c’è traccia di dubbio: furono sconfitti, ma quella guerra era giusta e andava fatta. Ma perché?

Una volta di più, rimanendo ai ricordi universitari, devo dare ragione al mio professore di Filosofia del linguaggio, il compianto Tullio De Mauro: il linguaggio influenza il pensiero, lo determina. Se non riusciamo ad esprimere è perché non abbiamo le idee chiare. E la Compagna Luna, così come molti dei brigatisti di cui mi è capitato di leggere, non ce le aveva le idee chiare o comunque non è stata capace di esprimerle. Ed è un peccato, uno spreco, un’occasione mancata. Perché quell’entusiasmo, quella rabbia verso le ingiustizie, quella voglia di cambiare il mondo, la mia generazione non ce l’ha mai avuta così forte, così trascinante. Anzi, probabilmente proprio la deriva autodistruttiva e gli esiti catastrofici di quelle aspirazioni, hanno portato al disincanto e al disimpegno delle generazioni successive.

Se quell’entusiasmo fosse stato indirizzato diversamente, se si fosse incanalato per sentieri più chiari, per obiettivi più raggiungibili chissà come sarebbe andata la storia. Mi resta la sensazione che qualcuno fece di tutto invece perché le cose andassero esattamente così come sono andate. Così come mi rimane la convinzione che per quanto alti possano essere gli obiettivi, per quanto importanti le finalità, ci sono buone ragioni per dare la propria vita per raggiungerli, molte meno per toglierla a qualcun altro.

Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato dal fumo delle barricate? Compagno di scuola, compagno per niente, ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

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Ultima chiamata

Quando anni fa i miei figli parteciparono (non per loro iniziativa personale, ma semplicemente per essercisi trovati) alle occupazioni scolastiche mi ricordo che provai a mettermi in ascolto delle ragioni delle proteste studentesche. Ne dedussi che in estrema sintesi avevano la coscienza politica di un koala su un eucalipto. Sono cresciuti, ma il loro impegno politico continua ad essere pari a zero. Mi conforta il fatto che sono invece molto interessati ai temi legati ai diritti e su questi hanno un’intransigenza tipica dell’età giovanile. Sulla politica però continuano ad avere una distanza siderale. Non concepiscono proprio il collegamento, né lo vogliono cercare, anzi sono infastiditi dall’idea che la politica possa entrare nella sfera dei diritti individuali.

Non credo che sia una prerogativa dei miei due giovin virgulti, anzi penso sia un discorso molto generalizzato, basta vedere le percentuali di voto e le suddivisioni che emergono dalle analisi di tutte le ultime votazioni. Discorsi sentiti mille volte. Poi succede che per una volta che il contesto internazionale li porta ad uscire dal loro guscio, a prendere una posizione, a scendere in piazza, qualcuno si becca una manganellata dal poliziotto di turno. D’altra parte tutti a rimpiangere i grandi ideali del passato, i sogni di un mondo migliore, l’impegno politico attivo, ma me li ricordo solo io gli scontri degli anni 70? I lacrimogeni, le cariche, i morti sulle strade?

Qualcuno potrà dirmi che quelle erano esagerazioni da combattere, che non sono necessariamente collegate con la passione politica. Può essere. Sta di fatto che paradossalmente dobbiamo riconoscere che ci voleva un governo di destra e autoritario per riavvicinare i giovani alla politica. Ed ora la questione potrebbe diventare decisiva: quando e se mai volessero passare dalla protesta alla proposta, chi sarà in grado di intercettare le loro istanze e i loro bisogni? Esiste qualcuno in grado di elaborare un progetto politico che li coinvolga? Perché questa potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per la politica, per non perdere definitivamente il senso della sua stessa esistenza.