La Flat Tax spiegata a mia figlia (o è lei che la spiega a me?)

Interno sera. Tavola apparecchiata, TG1 delle 20. “Salvini ripropone la Flat Tax, cercando l’appoggio dei 5 stelle”

Io. Aridaje, ci riprovano con questa Flat Tax!

Mia figlia. Che cos’è la Flat Tax?

Io. Una furbata! Vogliono mettere un’aliquota di tasse unica, a prescindere dal redditto.

Mia figlia. Ma che vuol dire un’aliquota unica?

Io. Hai presente quando vai a mangiare la pizza con gli amici? Tu prendi una pizza margherita e l’amica tua si prende un piatto di carbonara, un filetto grana e rucola, le melanzane alla parmigiana e quando andate a pagare il conto ti propone di fare alla romana. Ecco, questa è la Flat Tax. Ti pare giusto?

Interno notte. Divano, luce soffusa, cane accucciato, libro.

Mia Figlia. Scusa papà, ma noi saremmo quelli che mangiano la pizza o quelli del filetto?

E niente, i giovani riescono sempre a vedere le cose da una prospettiva diversa.

Mi innamorerò di te (forse sì o forse no)

“Il gioco è un invito rivolto a un altro soggetto, che liberamente sceglie se accoglierlo o rifiutarlo; un volta stabilita la relazione, l’identità di ogni partecipante è messa in discussione: il soggetto si abbandona, si perde e può ritrovarsi unicamente interagendo con gli altri.”

Quello che scrive il mio amico Redbavon sul gioco, potrebbe essere replicato per le relazioni amorose. Quando ti innamori di un’altra persona la scegli, lei su un milione e speri che a sua volta lei ti scelga. Per attrazione, per stima, per affetto, perché hai dei valori condivisi, delle prospettive simili, degli obiettivi comuni. Anche solo per affinità. E quando scatta questa scintilla reciproca ci si abbandona alla relazione, si perdono le rispettive identità per costruirne insieme una nuova che valga per entrambi.

Ma quanto siamo disposti a perdere del nostro per creare insieme all’altro qualcosa di nuovo? Quanto possiamo venire incontro alle esigenze altrui, mettendo da parte le nostre? Quanto vogliamo persino rinnegare vecchie scelte, convinzioni ataviche, pur di stabilire questa nuova identità? “La donna sposa l’uomo sperando che cambi. E invece l’uomo non cambia. L’uomo sposa la donna sperando che non cambi. E invece cambia“. Così scriveva il compianto Luigi De Filippo e non aveva molti torti.

Perché va bene il venirsi incontro, va bene rimettersi in discussione, ma in fin dei conti, se davvero ti sei scelto fra un milione e sei stato scelto tra un milione, questa scelta era fatta sulla base di quel che eri, non di quello che potevi diventare dopo. Altrimenti il rischio è che un giorno ci potremmo guardare allo specchio e non riconoscerci più.

Vale sicuramente nelle relazioni fra persone. O almeno, fra persone adulte. Certo, per i bambini non vale.

Votantonio, votantonio, votantonio

Italiani! (Ho sempre sognato esordire in un post in questo modo. Anzi direi che già solo per questo posso considerarmi soddisfatto di questa esperienza elettorale!).

A dire il vero ultimamente questo blog sta diventando un po’ monotematico (e anche molto meno minchione del solito), così come successe quando ero andato a Cuba e poi ve le avevo triturate ben benino con quattro post sull’argomento. L’unica differenza è che a Cuba ci tornerei anche domani, mentre la campagna elettorale, un po’ come Venezia, è bella ma non ci vivrei. Una volta nella vita è più che sufficiente.

Che poi, lo sapete, già l’ho scritto altre volte, a me chiedere non è che proprio mi faccia impazzire. E in campagna elettorale tutti si aspettano che tu chieda il voto, magari offrendo in cambio chissà cosa. Mirabolanti promesse, laute cene, raccomandazioni. Quelli del calcetto – molto morigerati – si sono limitati a dire che quando mai venissi eletto devo pagare il campo da qui fino a giugno. E va bene, ci sta, comunque mi costerebbe meno che chiedere qualcosa. Figuriamoci il voto!

Poi ho scoperto una cosa abbastanza fastidiosa: quando sei in campagna elettorale le persone che incontri tendono ad ammiccare. Che vorranno dire? Tranquillo, io ti voto. Oppure: tranquillo, col cavolo che ti voto. O anche: tranquillo, tu pensi che io ti voterò, ma invece….Insomma, l’ammiccamento è ambiguo! Perché tanto mica lo sai chi ti ha votato e chi no. Che poi non so mica se sia un male! Perché se invece si votasse per alzata di mano tu sapresti che Tizio vuole un favore, Caio ha quel problema della zia, Sempronio vuole cambiare nome (e come dargli torto) e contano tutti su di te e ti hanno votato e quindi tu devi aiutarli. Invece è segreto! Così non devi niente a nessuno. Oppure devi qualcosa a tutti.

Comunque sia, sarà la crisi dei 50 anni, sarà che mai dire mai nella vita, in questo duemiladiciotto sto facendo cose che mai avrei pensato nella vita: imparare a nuotare (già mi tengo a galla e vado dove non tocco!), fare le iniezioni a mio padre, candidarmi alle elezioni. Da qui a fine anno magari potrei segnarmi ad una scuola di tango, oppure ad un corso di paracadutismo! Ma ora scusate che domani comincia il silenzio elettorale ed io vado a chiudermi in bagno con un imbuto per megafono…

Un pinguino all’equatore. Ovvero, ma che programma hai?

Avere un’idea alle dieci di sera è come essere un pinguino all’equatore. Soprattutto se il tuo amico, il tuo amico del cuore, è partito per il militare.

Così cantava Antonello quando ancora aveva i capelli e soprattutto qualcosa di interessante da dire. Effettivamente non so come la pensiate voi, ma trovo questa campagna elettorale di una bruttezza ontologica: al di là di insulti, attacchi ai “nemici”, slogan privi di collegamento con la realtà, promesse autentiche come monete da tre euro, cos’altro? C’è qualcuno che parla di idee, di programmi, di prospettive? Walt Disney diceva che la differenza fra un sogno e un obiettivo è una data. Ma qui non abbiamo neanche più i sogni!

E non ce li abbiamo più perché tutti parlano alla pancia degli elettori. Perché pensano che non ci sia più spazio per i sogni, che appunto quando ricevono una data diventano obiettivi. Molto più facile sparare sul bersaglio grosso: restituisco qua, taglio là, regalo questo, rimando a casa quelli. Slogan, promesse, insulti. Questa è oggi la politica italiana, almeno in buona parte.

Ma oggi non posso limitarmi a questo discorso, perché, come già vi ho raccontato, qualcuno mi ha tirato per la giacca e mi ha spedito proprio nel bel mezzo all’agone elettorale. E dunque, la domanda è, ma io che idee ho? Ce l’ho un programma? Potrei dirvi, sempre tornando alla citazione vendittiana iniziale, che il mio guaio è stato il fatto che il mio amico del cuore non è mai tornato dal militare, perché poi decise di mettere quella famosa firma. Però mi sa che non posso cavarmela così. E dunque, qual è il mio pinguino all’equatore?

Come ho già raccontato qui quello che mi si chiedeva in primo luogo era la condivisione di competenze. E dopo 25 anni passati ad occuparmi di consumerismo, tutela dei diritti, dialogo fra le parti sociali, strumenti di giustizia alternativa, questo potevo mettere in comune. Ma ho anche studiato! Le competenze delle Regioni sono una materia molto interessante, perché toccano degli ambiti essenziali nella vita quotidiani di tutti noi: dai trasporti alla sanità, dallo smaltimento dei rifiuti alla gestione dei servizi idrici. Settori strategici che devono essere gestiti con competenza e professionalità, bilanciando il costo per la collettività con la qualità dei servizi erogati.

E quindi, come dicevo, mi sono messo a studiare. Intanto (ma questo già lo sapevo), fra le tante cose fatte dalla giunta Zingaretti, proprio pochi mesi fa è stata rinnovata la legge regionale sulla tutela dei consumatori, che era ferma al 1992. E’ una buona legge, che dà poteri e strumenti di azione alle Associazioni. Ora si tratta di dargli piena applicazione. Come bisogna dare piena applicazione ad un’altra legge fondamentale, la n.244 del 2007, che all’art. 2 comma 461, prevedeva ed imponeva a tutti i gestori di servizi pubblici locali, di coinvolgere le Associazioni dei consumatori nell’individuazione degli standard del servizio, nel monitoraggio di questi standard e nella gestione del contenzioso attraverso procedure di Conciliazione. Nonostante i dieci anni trascorsi, legge ancora molto poco applicata (non solo nel Lazio, ma questo ci consola poco).

Insomma, in questo settore (ma in quanti altri come questo?) non dobbiamo inventarci nulla. Dobbiamo applicare le leggi che ci sono e dobbiamo fare in modo che ci siano le condizioni concrete per farle applicare. Tenendo conto del bene comune e di quel principio di inclusione che deve essere la stella polare per chiunque si trovi a gestire servizi di pubblica utilità. Coinvolgere le Associazioni che rappresentanto i consumatori, renderle interlocutori primari, significa aprire un canale diretto con i bisogni dei cittadini. Ma soprattutto significa avere una garanzia in più che ci siano condizioni che mettano tutti i cittadini in grado di avere accesso ai servizi, senza distinzioni di alcun genere.

Penso che questa esperienza, almeno a livello personale, si concluderà alle 23 di domenica 4 marzo. Tornerò al mio lavoro (che del resto non ho certo abbandonato!) e a scrivere cose un po’ più leggere sul blog. Ma al di là del risultato che otterrò, sono già soddisfatto così. E sono sempre più convinto che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe mettere a disposizione il proprio tempo, le energie e le proprie competenze per provare a dare un contributo alla costruzione di una società migliore. Perché come diceva Don Milani, “a che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca?

Non scopate coi fascisti!

Tutt’al più passate insieme lo straccio. Con la camicia nera, così non si vede se si sporca. O al massimo fatevi aiutare a spolverare. Con il Fez secondo me verrebbe via anche la polvere più nascosta. Potete stirare insieme o fare la lavatrice. Fatevi portare la spesa, fategli sparecchiare, stendere i panni, piegare i calzini, ma scopare niente, non se ne parla. Me l’immagino la scena, con il povero camerata privato degli affetti più cari:

  • Tesoro non fare così, dai, una volta ho persino votato per Saragat!
  • Orrore, orrore, allora sei pure socialdemocratico!
  • Ma no, dai non prenderla così. Alle elementari la maestra mi aveva pure insegnato Bella ciao!
  • Niente da fare, non m’incanti!
  • Pensa che da piccolo mio cugino mi ha pure regalato la squadra di subbuteo della Dinamo Mosca!
  • No, niente!
  • E in cameretta avevo pure il poster di Che Guevara!
  • Ho detto che non te la do!
  • Ma allora che devo fare? Dimmi, dimmi che devo fare!

P.S. Cara Cecilia. Io non ti conosco, ma non posso non volerti bene. Sei la figlia di Gino, una volta ho persino dato il 5 per mille ad Emergency, state in posti pericolosissimi, aiutate gli ultimi, ci siete là dove non c’è più nessuno, in mezzo ai malati, le bombe, le epidemie, la fame, la carestia. Siete degli eroi. Ma io dico: c’era proprio bisogno? Con questo clima avvelenato, con quei scemi che inneggiano a Tito e alle foibe, con Burlesquoni che torna in auge, Salvini che gioca a fare il leader, con la gente che ha paura, che è pronta a credere al primo imbecille che promette quello che non può mantenere. C’era proprio bisogno? Dice, ma era una battuta. Be’, non faceva ridere. Ma era una battuta! Cecilietta cara, per caso vuoi metterti a fare il comico? Mi pare che abbiamo bisogno di tante cose in questo Paese, di tantissime. Di comici no, ne abbiamo fin troppi.

PPSS. Ringrazio Alessandra del blog https://intempestivoviandante.wordpress.com/ e anche la Dama di https://ladamadistratta.wordpress.com/ che mi hanno fatto delle osservazioni utili ad esprimere meglio quello che avevo in testa. E quindi, sulla base anche di quello che discutevo con loro, cara Cecilia, se tu fossi mia figlia (quindi io sarei Gino Strada? Fico!) e quindi ai miei occhi fossi la più bella ragazza del mondo (come lo possono essere solo le figlie agli occhi dei padri) ti direi, “bella di papà, non farei tanto la schiffettosa. Lo dice pure il proverbio, chi disprezza compra. In fondo, puoi sempre provare a fargli cambiare idea. E magari davvero poi gli insegni Bella ciao”.

 

 

La forza del fare

La santità di una persona si misura dallo spessore delle sue attese (Don Tonino Bello)

Come qualcuno aveva intuito leggendo l’ultimo post, c’era qualcosa che bolliva in pentola. Effettivamente mi si è presentata l’occasione per un viaggio ermeneutico più originale del solito, un viaggio verso lidi sconosciuti, che mai avrei pensato di intraprendere. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che parlo di politica sul blog (c’è addirittura una sezione specifica per i viaggi politici). Di solito però ne parlo mantenendo quel tono minchione apparentemente leggero, che evita lo sbadiglio compulsivo a miei occasionali lettori. Stavolta però devo per forza fare la persona seria.

Mi presenterò alle prossime elezioni per la Regione Lazio, nella lista civica, Centro Solidale per Zingaretti. Mi fa una certa impressione scriverlo. Fino ad oggi mi sono tenuto lontano dalla politica attiva, considerandola poco meno peggio della peste bubbonica. Non penso sia la crisi dei 50 anni (ormai ne ho 51), né la ritrovata fiducia nei partiti. Piuttosto a farmi cambiare idea è stato il mio amico Amedeo Piva, un uomo per bene, come pochi ancora ce ne sono. E’ stato un progetto politico lontano dai partiti, che nel solco del lavoro fatto da Zingaretti in questi cinque anni, vuole coinvolgere il volontariato, le associazioni, la società civile, le competenze.

Questi venticinque anni di lavoro nel campo del consumerismo, come interlocutore delle organizzazioni che tutelano i diritti dei cittadini, penso possano essere utili se messi a disposizione in termini di idee, iniziative, progetti da realizzare in collaborazione con le Associazioni.

Cambiare realmente le cose, incidere concretamente nella realtà è una possibilità rara, complicata, faticosa. Molto più semplice, molto più comodo, inveire contro la politica corrotta, inutile e clientelare. Ma se è vero che nelle chiacchiere fra amici, al bar o nei blog, chiediamo una politica che sia inclusiva, che valorizzi le competenze più delle conoscenze, che sappia ascoltare i bisogni e proporre soluzioni, come si fa a tirarsi indietro se qualcuno ti chiede di impegnarti in prima persona per provare ad andare in questa direzione?

Sicuramente gli argomenti di chi non si attende più nulla, di chi pensa che le cose non cambieranno mai, avranno sempre ragioni molto convincenti. Al contrario invece, per indole, per natura, per incoscienza, io mi aspetto sempre molto: dagli altri, dalla vita, da me stesso. E l’aspettativa più grande è proprio quella che le cose possano cambiare.

 

Hai qualcosa da dire?

E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire o credi soltanto di aver qualcosa da dire? (Jack London)

Ognuno di noi pensa, più o meno coscientemente, di avere qualcosa da dire. Qualcosa fatto di parole, di immagini, di cose scritte, suonate, cantate, ballate, urlate, dipinte, calciate, nuotate. Ognuno. I più si limitano ad avere un profilo su qualche social network, quelli più presuntuosi scrivono su un blog.

Il saggio Socrate partiva dall’assunto “so di non sapere” e dalla sua presunta ignoranza cominciava ad interrogare il prossimo così da “far nascere” la verità nel corso del confronto e della discussione. Nella realtà di tutti i giorni però l’esperienza comune ci dice esattamente il contrario: il più delle volte gli ignoranti sono convinti di sapere e magari spesso chi invece conosce qualcosa ha quasi una sorta di timore, di deferenza, che gli fa fare un passo indietro che lo fa rimanere un po’ in disparte, magari proprio per non fare la figura del presuntuoso.

La realtà di tutti i giorni, in quasi tutti i contesti purtroppo, ci dice che le conoscenze personali valgono più delle competenze professionali, che gli ignoranti (che proprio in quanto tali, ignorano di esserlo) hanno molto più successo dei competenti. Il successo del Movimento 5 stelle mi sembra la parabola perfetta di questa impostazione. Del resto l’analfabetismo di ritorno e il dilagare delle fake news sui social network sono altri elementi strettamente connessi fra loro. Cent’anni fa l’analfabeta si affidava a chi aveva studiato: al farmacista, al parroco, al direttore dell’ufficio postale del Paese. Questo alimentava le diseguaglianze, comportava delle limitazioni nella crescita degli individui, ma certo l’ignorante di fine 800 non correva il rischio di non vaccinare i propri figli! O di farli ammalare facendoli diventare vegani. Ora l’ignorante ha internet, ha feisbuc. E lì forma le sue opinioni.

Come ci ricorda la saggia Povna in questo bel post, nel giovane Stato Italiano nel 1882 fu introdotta una legge elettorale che estendeva il diritto di voto a coloro che “avessero compiuto il ventunesimo anno d’età, sapessero leggere e scrivere e avessero uno dei seguenti requisiti: avere sostenuto con buon esito l’esperimento sulle materie comprese nel corso elementare obbligatorio (seconda elementare), oppure pagare annualmente per imposte dirette almeno lire 19,80“. 60 anni dopo arrivò il suffragio universale, nella convinzione (o nell’illusione?) che quelle conoscenze di base fossero ormai patrimonio comune. Non so se sia così. Non lo so davvero. Però dobbiamo crederci. Dobbiamo essere convinti che alla fine, come cantava De Gregori “la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.”

Forse la soluzione più nobile sarebbe il silenzio. O forse è ora di sporcarsi le mani. Di non tirarsi indietro e di parlare. Oppure tacere per sempre.