Un pinguino all’equatore. Ovvero, ma che programma hai?

Avere un’idea alle dieci di sera è come essere un pinguino all’equatore. Soprattutto se il tuo amico, il tuo amico del cuore, è partito per il militare.

Così cantava Antonello quando ancora aveva i capelli e soprattutto qualcosa di interessante da dire. Effettivamente non so come la pensiate voi, ma trovo questa campagna elettorale di una bruttezza ontologica: al di là di insulti, attacchi ai “nemici”, slogan privi di collegamento con la realtà, promesse autentiche come monete da tre euro, cos’altro? C’è qualcuno che parla di idee, di programmi, di prospettive? Walt Disney diceva che la differenza fra un sogno e un obiettivo è una data. Ma qui non abbiamo neanche più i sogni!

E non ce li abbiamo più perché tutti parlano alla pancia degli elettori. Perché pensano che non ci sia più spazio per i sogni, che appunto quando ricevono una data diventano obiettivi. Molto più facile sparare sul bersaglio grosso: restituisco qua, taglio là, regalo questo, rimando a casa quelli. Slogan, promesse, insulti. Questa è oggi la politica italiana, almeno in buona parte.

Ma oggi non posso limitarmi a questo discorso, perché, come già vi ho raccontato, qualcuno mi ha tirato per la giacca e mi ha spedito proprio nel bel mezzo all’agone elettorale. E dunque, la domanda è, ma io che idee ho? Ce l’ho un programma? Potrei dirvi, sempre tornando alla citazione vendittiana iniziale, che il mio guaio è stato il fatto che il mio amico del cuore non è mai tornato dal militare, perché poi decise di mettere quella famosa firma. Però mi sa che non posso cavarmela così. E dunque, qual è il mio pinguino all’equatore?

Come ho già raccontato qui quello che mi si chiedeva in primo luogo era la condivisione di competenze. E dopo 25 anni passati ad occuparmi di consumerismo, tutela dei diritti, dialogo fra le parti sociali, strumenti di giustizia alternativa, questo potevo mettere in comune. Ma ho anche studiato! Le competenze delle Regioni sono una materia molto interessante, perché toccano degli ambiti essenziali nella vita quotidiani di tutti noi: dai trasporti alla sanità, dallo smaltimento dei rifiuti alla gestione dei servizi idrici. Settori strategici che devono essere gestiti con competenza e professionalità, bilanciando il costo per la collettività con la qualità dei servizi erogati.

E quindi, come dicevo, mi sono messo a studiare. Intanto (ma questo già lo sapevo), fra le tante cose fatte dalla giunta Zingaretti, proprio pochi mesi fa è stata rinnovata la legge regionale sulla tutela dei consumatori, che era ferma al 1992. E’ una buona legge, che dà poteri e strumenti di azione alle Associazioni. Ora si tratta di dargli piena applicazione. Come bisogna dare piena applicazione ad un’altra legge fondamentale, la n.244 del 2007, che all’art. 2 comma 461, prevedeva ed imponeva a tutti i gestori di servizi pubblici locali, di coinvolgere le Associazioni dei consumatori nell’individuazione degli standard del servizio, nel monitoraggio di questi standard e nella gestione del contenzioso attraverso procedure di Conciliazione. Nonostante i dieci anni trascorsi, legge ancora molto poco applicata (non solo nel Lazio, ma questo ci consola poco).

Insomma, in questo settore (ma in quanti altri come questo?) non dobbiamo inventarci nulla. Dobbiamo applicare le leggi che ci sono e dobbiamo fare in modo che ci siano le condizioni concrete per farle applicare. Tenendo conto del bene comune e di quel principio di inclusione che deve essere la stella polare per chiunque si trovi a gestire servizi di pubblica utilità. Coinvolgere le Associazioni che rappresentanto i consumatori, renderle interlocutori primari, significa aprire un canale diretto con i bisogni dei cittadini. Ma soprattutto significa avere una garanzia in più che ci siano condizioni che mettano tutti i cittadini in grado di avere accesso ai servizi, senza distinzioni di alcun genere.

Penso che questa esperienza, almeno a livello personale, si concluderà alle 23 di domenica 4 marzo. Tornerò al mio lavoro (che del resto non ho certo abbandonato!) e a scrivere cose un po’ più leggere sul blog. Ma al di là del risultato che otterrò, sono già soddisfatto così. E sono sempre più convinto che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe mettere a disposizione il proprio tempo, le energie e le proprie competenze per provare a dare un contributo alla costruzione di una società migliore. Perché come diceva Don Milani, “a che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca?

Non scopate coi fascisti!

Tutt’al più passate insieme lo straccio. Con la camicia nera, così non si vede se si sporca. O al massimo fatevi aiutare a spolverare. Con il Fez secondo me verrebbe via anche la polvere più nascosta. Potete stirare insieme o fare la lavatrice. Fatevi portare la spesa, fategli sparecchiare, stendere i panni, piegare i calzini, ma scopare niente, non se ne parla. Me l’immagino la scena, con il povero camerata privato degli affetti più cari:

  • Tesoro non fare così, dai, una volta ho persino votato per Saragat!
  • Orrore, orrore, allora sei pure socialdemocratico!
  • Ma no, dai non prenderla così. Alle elementari la maestra mi aveva pure insegnato Bella ciao!
  • Niente da fare, non m’incanti!
  • Pensa che da piccolo mio cugino mi ha pure regalato la squadra di subbuteo della Dinamo Mosca!
  • No, niente!
  • E in cameretta avevo pure il poster di Che Guevara!
  • Ho detto che non te la do!
  • Ma allora che devo fare? Dimmi, dimmi che devo fare!

P.S. Cara Cecilia. Io non ti conosco, ma non posso non volerti bene. Sei la figlia di Gino, una volta ho persino dato il 5 per mille ad Emergency, state in posti pericolosissimi, aiutate gli ultimi, ci siete là dove non c’è più nessuno, in mezzo ai malati, le bombe, le epidemie, la fame, la carestia. Siete degli eroi. Ma io dico: c’era proprio bisogno? Con questo clima avvelenato, con quei scemi che inneggiano a Tito e alle foibe, con Burlesquoni che torna in auge, Salvini che gioca a fare il leader, con la gente che ha paura, che è pronta a credere al primo imbecille che promette quello che non può mantenere. C’era proprio bisogno? Dice, ma era una battuta. Be’, non faceva ridere. Ma era una battuta! Cecilietta cara, per caso vuoi metterti a fare il comico? Mi pare che abbiamo bisogno di tante cose in questo Paese, di tantissime. Di comici no, ne abbiamo fin troppi.

PPSS. Ringrazio Alessandra del blog https://intempestivoviandante.wordpress.com/ e anche la Dama di https://ladamadistratta.wordpress.com/ che mi hanno fatto delle osservazioni utili ad esprimere meglio quello che avevo in testa. E quindi, sulla base anche di quello che discutevo con loro, cara Cecilia, se tu fossi mia figlia (quindi io sarei Gino Strada? Fico!) e quindi ai miei occhi fossi la più bella ragazza del mondo (come lo possono essere solo le figlie agli occhi dei padri) ti direi, “bella di papà, non farei tanto la schiffettosa. Lo dice pure il proverbio, chi disprezza compra. In fondo, puoi sempre provare a fargli cambiare idea. E magari davvero poi gli insegni Bella ciao”.

 

 

La forza del fare

La santità di una persona si misura dallo spessore delle sue attese (Don Tonino Bello)

Come qualcuno aveva intuito leggendo l’ultimo post, c’era qualcosa che bolliva in pentola. Effettivamente mi si è presentata l’occasione per un viaggio ermeneutico più originale del solito, un viaggio verso lidi sconosciuti, che mai avrei pensato di intraprendere. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che parlo di politica sul blog (c’è addirittura una sezione specifica per i viaggi politici). Di solito però ne parlo mantenendo quel tono minchione apparentemente leggero, che evita lo sbadiglio compulsivo a miei occasionali lettori. Stavolta però devo per forza fare la persona seria.

Mi presenterò alle prossime elezioni per la Regione Lazio, nella lista civica, Centro Solidale per Zingaretti. Mi fa una certa impressione scriverlo. Fino ad oggi mi sono tenuto lontano dalla politica attiva, considerandola poco meno peggio della peste bubbonica. Non penso sia la crisi dei 50 anni (ormai ne ho 51), né la ritrovata fiducia nei partiti. Piuttosto a farmi cambiare idea è stato il mio amico Amedeo Piva, un uomo per bene, come pochi ancora ce ne sono. E’ stato un progetto politico lontano dai partiti, che nel solco del lavoro fatto da Zingaretti in questi cinque anni, vuole coinvolgere il volontariato, le associazioni, la società civile, le competenze.

Questi venticinque anni di lavoro nel campo del consumerismo, come interlocutore delle organizzazioni che tutelano i diritti dei cittadini, penso possano essere utili se messi a disposizione in termini di idee, iniziative, progetti da realizzare in collaborazione con le Associazioni.

Cambiare realmente le cose, incidere concretamente nella realtà è una possibilità rara, complicata, faticosa. Molto più semplice, molto più comodo, inveire contro la politica corrotta, inutile e clientelare. Ma se è vero che nelle chiacchiere fra amici, al bar o nei blog, chiediamo una politica che sia inclusiva, che valorizzi le competenze più delle conoscenze, che sappia ascoltare i bisogni e proporre soluzioni, come si fa a tirarsi indietro se qualcuno ti chiede di impegnarti in prima persona per provare ad andare in questa direzione?

Sicuramente gli argomenti di chi non si attende più nulla, di chi pensa che le cose non cambieranno mai, avranno sempre ragioni molto convincenti. Al contrario invece, per indole, per natura, per incoscienza, io mi aspetto sempre molto: dagli altri, dalla vita, da me stesso. E l’aspettativa più grande è proprio quella che le cose possano cambiare.

 

Hai qualcosa da dire?

E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire o credi soltanto di aver qualcosa da dire? (Jack London)

Ognuno di noi pensa, più o meno coscientemente, di avere qualcosa da dire. Qualcosa fatto di parole, di immagini, di cose scritte, suonate, cantate, ballate, urlate, dipinte, calciate, nuotate. Ognuno. I più si limitano ad avere un profilo su qualche social network, quelli più presuntuosi scrivono su un blog.

Il saggio Socrate partiva dall’assunto “so di non sapere” e dalla sua presunta ignoranza cominciava ad interrogare il prossimo così da “far nascere” la verità nel corso del confronto e della discussione. Nella realtà di tutti i giorni però l’esperienza comune ci dice esattamente il contrario: il più delle volte gli ignoranti sono convinti di sapere e magari spesso chi invece conosce qualcosa ha quasi una sorta di timore, di deferenza, che gli fa fare un passo indietro che lo fa rimanere un po’ in disparte, magari proprio per non fare la figura del presuntuoso.

La realtà di tutti i giorni, in quasi tutti i contesti purtroppo, ci dice che le conoscenze personali valgono più delle competenze professionali, che gli ignoranti (che proprio in quanto tali, ignorano di esserlo) hanno molto più successo dei competenti. Il successo del Movimento 5 stelle mi sembra la parabola perfetta di questa impostazione. Del resto l’analfabetismo di ritorno e il dilagare delle fake news sui social network sono altri elementi strettamente connessi fra loro. Cent’anni fa l’analfabeta si affidava a chi aveva studiato: al farmacista, al parroco, al direttore dell’ufficio postale del Paese. Questo alimentava le diseguaglianze, comportava delle limitazioni nella crescita degli individui, ma certo l’ignorante di fine 800 non correva il rischio di non vaccinare i propri figli! O di farli ammalare facendoli diventare vegani. Ora l’ignorante ha internet, ha feisbuc. E lì forma le sue opinioni.

Come ci ricorda la saggia Povna in questo bel post, nel giovane Stato Italiano nel 1882 fu introdotta una legge elettorale che estendeva il diritto di voto a coloro che “avessero compiuto il ventunesimo anno d’età, sapessero leggere e scrivere e avessero uno dei seguenti requisiti: avere sostenuto con buon esito l’esperimento sulle materie comprese nel corso elementare obbligatorio (seconda elementare), oppure pagare annualmente per imposte dirette almeno lire 19,80“. 60 anni dopo arrivò il suffragio universale, nella convinzione (o nell’illusione?) che quelle conoscenze di base fossero ormai patrimonio comune. Non so se sia così. Non lo so davvero. Però dobbiamo crederci. Dobbiamo essere convinti che alla fine, come cantava De Gregori “la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.”

Forse la soluzione più nobile sarebbe il silenzio. O forse è ora di sporcarsi le mani. Di non tirarsi indietro e di parlare. Oppure tacere per sempre.

La tempesta perfetta

Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…” (B. Mussolini, 16 novembre 1922)

Un contesto politico internazionale molto confuso, legato a grandi trasformazioni e profonde crisi economiche, sociali, di valori. Che sia la fine della Grande Guerra, la caduta del Muro di Berlino o l’ondata migratoria legata ai cambiamenti climatici cambia poco.

La frammentazione delle forze politiche tradizionali, concentrate sulla gestione del potere e del malaffare, lontane dal dare risposte concrete ai problemi della gente comune. Che si chiami grande depressione, tangentopoli o altro cambia poco.

L’affermarsi di forze nuove, orgogliose della propria diversità rispetto al passato, ricche di promesse con soluzioni semplici e a portata di mano, legate alla figura del leader carismatico in grado di attrarre le folle con la sua eloquenza ed i suoi slogan risolutivi: autarchia, il milione di posti di lavoro, reddito di cittadinanza, aiutiamoli a casa loro, cambia poco.

Il Paese è sempre l’Italia, l’anno mettetelo voi, può essere il 1922, il 1991 o il 2018. Il risultato temo che cambi poco lo stesso.

La maglia di Anna Frank

Sarebbe bello pensare che si tratti di ignoranza, che quei 4 mentecatti che hanno messo quegli adesivi non sapessero la storia di una quindicenne morta in un campo di concentramento. Sarebbe comodo pensare che si tratti di un fenomeno confinato dentro le curve degli stadi, come se poi i 4 mentecatti negli altri sei giorni della settimana frequentassero oratori e biblioteche, magari servendo alle mense della Caritas. Per qualcuno poi è persino conveniente pensare che i 4 mentecatti in questione non possano che essere laziali, brutti e cattivi per default.

La verità è che le curve degli stadi, quelle di Lazio e Roma come quelle juventine (ricordate gli insulti ai morti di Superga?) o toriniste (il dileggio dei morti dell’Heysel) sono semplicemente la cartina di tornasole per capire a che livello siano arrivati i seminatori di odio. Altro ché ignoranza! I razzisti decerebrati conoscono benissimo la storia e coscientemente inneggiano all’orrore, dileggiano i morti e si vantano di voler distruggere l’avversario. Ma non è un fenomeno da stadio, perché lo si ritrova per le strade, nelle risse del sabato sera, nei barboni picchiati, negli insulti social a Bebe Vio, negli slogan razzisti di alcuni politici, non solo della Lega. Possiamo chiudere tutte le curve del mondo, troveranno altri palcoscenici, maschereranno il loro odio dietro nuovi slogan. Magari lascerebbero in pace la mia Lazio, ma questo temo sarebbe solo l’unico vantaggio.

Per questo non basta neanche più l’impegno giornaliero delle persone comuni: praticare atti di gentilezza a caso resta un imperativo categorico che ognuno di noi dovrebbe prefissarsi nell’arco della giornata. Alla lunga produrrà i suoi effetti, ma nel breve io penso che lo Stato debba cominciare a muoversi, debba cominciare a reprimere sul serio. Certe “opinioni” non possono essere più tollerate. Il 28 ottobre si avvicina, vogliamo far passare per goliardica anche la marcia su Roma? Vogliamo continuare a pensare che siano solo quei quattro poveri mentecatti di cui sopra? Sono certamente mentecatti, ma temo non siano più solamente in quattro e probabilmente, continuando a sminuire il fenomeno, o peggio a strumentalizzarlo, ce li ritroveremo in Parlamento, come già succede in Germania o in Austria.

E poi a partire da subito, il bonus cultura per i diciottenni lo impiegherei per una visita a Birkenau obbligatoria per tutte le ultime classi dei licei: non puoi fare la maturità se non sei stato una volta lì. Forse qualcosa comincerebbe a cambiare.

La paura e la speranza

La scena dello sgombero di Piazza Indipendenza con le cariche della polizia, il lancio di bombole, le madri che fuggono con i bracci i loro figli, è stata un cazzoto nello stomaco. E’ come se quegli idranti avessero colpito anche me: una guerriglia nel centro di Roma è l’immagine che qualcosa è saltato, gli equilibri (precari) sulla civile convivenza non ci sono più. E’ difficile stabilire responsabilità: è necessario, ma allo stesso tempo inutile. Necessario perché chi ha sbagliato (per negligenza, per omissione, per eccessi, per interessi di parte) deve pagare. Inutile perché probabilmente l’individuazione dei responsabili non porterà ad una soluzione.

Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli qui, chiudiamo le frontiere, accogliamo tutti: una soluzione reale, concreta, risolutiva, non c’è. C’è una massa di disperati, affamati, sfruttati, che si riversano qui. E noi non abbiamo i mezzi, la possibilità, le capacità di accoglierli senza che questo venga a modificare il nostro modo di vivere, senza toccare i nostri diritti (visto da noi) o forse i nostri privilegi (visto da loro).

Su questa situazione apparentemente irrisolvibile, su questo scontro di interessi inconciliabili, prolificano le mafie dei trafficanti di uomini, degli sfruttatori a tutti i livelli e si sviluppano gli estremismi dell’una e dell’altra parte. Ma se non vogliamo lasciare il campo a loro, se non vogliamo che l’ultima parola la dicano i vari Trump o i Califfi di sorta, facendo sì che questo conflitto diventi scontro di civiltà, servirebbero soluzioni nuove, radicali. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa, investimenti seri che nessun paese da solo riuscirebbe a realizzare, ma che l’Europa nel suo complesso non potrà non fare, se vuole sopravvivere.

Soprattutto bisognerebbe ridare una speranza a questa massa di derelitti. Per loro e per noi, perché contro la disperazione non ci saranno idranti, cannoni o muri che terranno. E non può essere la speranza di un’altra vita a farli sopportare quella di oggi: serve una nuova speranza in questa vita qui, per trasformare l’oggi in una promessa del futuro.

Infine penso che – anche solo come primo passo – nessuno dovrebbe dimenticare quel briciolo di umanità, sepolto nelle paure e diffidenze reciproche, ma che resta dentro di noi. Dentro ognuno di noi.

Lo ius soli spiegato con i baci perugina

I semi li porta il vento, ma i fiori sono del giardino in cui nascono

Da qualche mese nel nostro palazzo ha preso un appartamento in affitto una coppia di simpatici peruviani con una bimba di 5 anni. L’altra sera urla e strilli hanno fatto accorrere alcuni condomini che si sono trovati a dover separare i due coniugi. O meglio, hanno tolto dalle mani di lui la povera consorte che le stava prendendo di santa ragione, sotto gli occhi terrorizzati della figlia. “Da noi, se una moglie non si comporta come si deve il marito può picchiarla”, tentava di giustificarsi lui, quando sono riusciti a calmarlo. Ha detto che non lo farà più. Speriamo, però almeno ora sa che qualcuno ascolta ed eventualmente interviene.

Hanno tutti e due il permesso di soggiorno, lavorano entrambi, quindi resteranno in Italia chissà, forse per sempre. Parlano una lingua abbastanza simile a noi, recitano le nostre stesse preghiere, mangiano su per giù le stesse cose che magiamo noi. La questione è quindi questa. Quella bimba di 5 anni crescerà da straniera, convinta che un domani il marito potrà, anzi forse dovrà picchiarla se non fa quello che dice lui, o crescerà da italiana, convinta che potrà, anzi dovrà, mandarlo affanculo se solo si azzarda a sfiorarla con un dito?

E il bambino figlio dei negozianti cinesi da cui compriamo un po’ di tutto, continuerà a mandare i soldi in Cina o comincerà finalmente ad integrarsi. E il bambino arabo? Pregherà Allah indossando la maglia di Belotti e tifando gli azzurri o continuerà a sentirsi straniero, emarginato dalla miopia della nostra presunta diversità? Perché queste sono le questioni che affronta lo ius soli. Non stabilisce se questi ragazzi debbano essere qui o no. Non stabilisce se continueranno a rimanere qui in futuro. Quello è già una realtà non modificabile. Stabilisce solo il “come” rimaranno, stabilisce come cresceranno e come percepiranno il loro essere qui. Con noi o contro di noi?

La politica serve a dare risposte a problemi concreti e a realizzare cose possibili, altrimenti è solo demagogia. E il possibile è fatto di concretezza, di iniziative misurabili, che riguardano la realtà delle cose, non le intenzioni: “aiutiamoli a casa loro”, “prima gli italiani”, hanno lo stesso valore di un “taglieremo le tasse”, “onestà”, “tutti a casa”. Un po’ come se una storia d’amore si costruisse con i foglietti dei Baci Perugina. Ma noi elettori vogliamo proposte concrete o slogan rassicuranti? Non sarà che invece di cambiare i politici, bisognerebbe cominciare a cambiare gli elettori?

Piccoli gesti di inconsapevole ottimismo

E sarà che è venerdì sera, sarà che Lele ha fatto un goal da paura e ora siamo in finale (ma quanto sta diventando forte mio figlio? Ho qualche difficoltà ad ammetterlo, ma devo dire che a parità di età è nettamente più forte di me) ma la riflessione di stasera mi tocca personalmente. Siamo inguaribili ottimisti. E’ quello che ci frega, o forse che ci salva. Anche quelli che dicono “mai una gioia”, che si ritengono gli sfigati di turno, anche loro in fondo compiono atti di inconsapevole ottimismo. Anche quelli che non si aspettano più nulla dalla vita o dalle altre persone, anche loro però lavano la macchina ignorando le previsioni del tempo, incuranti dei tanti pennuti che svolazzano liberi nelle nostre città (altro che i passerotti di una volta, avete presente la quantità di cacca che è capace di fare un gabbiano? E scusate se ho detto quantità).

Anche loro comprano Gratta&Vinci e grattano, grattano, ma non vincono mai (se non quei premi minori che inducono la dipendenza, perché ti portano a prendere un altro tagliando a e continuare così). Che trovare un Gratta&Vinci milionario è come trovare un pagliaio dentro un cammello. No è come infilare un ago nella cruna di un cammello. No, neanche così, va be’ però avete capito. Ci vuole abilità, ma anche una bella botta di culo non guasterebbe.

Ma è proprio questa botta di culo la grande assente nelle nostre giornate. La grande assente, ma nello stesso tempo, la tanto auspicata. Come quelli che si ostinano a mettersi in macchina il sabato mattina per andare al mare (chissà partendo a quest’ora magari non c’è fila), oppure quelli che partecipano alle riunioni di condominio, nella recondita speranza che ci siano ancora un filo di ragionevolezza nei vicini. Che poi trovare ragionevolezza nei vicini è un po’ come andare a Notre Dame e sperare di incontrare il gobbo, oppure andare nella piazza di Velletri e pensare di incontrare Fracazzo.

Poi ci sono quelli che danno fiducia. In fondo sì, va be’, sembrerebbe un po’ stronzo, ha atteggiamenti da stronzo, dice cose da stronzo, si veste come uno stronzo, ha quell’aria da stronzo, però in fondo se lo conosci bene, se hai la pazienza di andare al di là delle apparenze, se lo aspetti e gli dai i suoi tempi, alla fine scopri che in realtà è proprio uno stronzo. Però tu gli dai un’altra possibilità. Perché speri sempre che gli altri ti sorprendano. Il mio regno per una sorpresa!

Vorrei, ma non posso. Non ci credo, però ci spero. Capita a tutti, perché a me mai? Queste sono un po’ le considerazioni che facciamo tutti noi incorreggibili ottimisti. Poi c’è anche chi scavalca a sinistra, come si diceva un tempo. Chi va al di là, chi non ha paura di oltrepassare i confini e andare oltre, gettando il cuore oltre l’ostacolo. C’è qualcuno che addirittura, perfino, financo pensa di fare un accordo elettorale con i 5 Stelle. E allora va be’, vale tutto.

 

Razzista a mia insaputa (ma in buona compagnia)

Stasera avevo proprio voglia di scrivere un post minchione. Sarà che il venerdì sera è sempre toda joya toda beleza, sarà che a fine mese ci pagano l’MBO (l’unica ragione per cui valga la pena farsi 40 km in mezzo al traffico della capitale 5 giorni alla settimana, 20 giorni al mese, 11 mesi l’anno), sarà che ho scoperto un cabernet niente male, sarà che Ai migliori anni c’è Alan Sorrenti sempre uguale con la sua voce da ricchione che canta le stesse canzoni di quando ero molto gggiovane, mi andava proprio di abbandonarmi a qualche argomento di infimo livello culturale tipo il lancio delle caccole, la puzza di ascelle o una gara di rutti. Ma come faccio a non commentare le frasi di Deboruccia nostra?

Deboruccia nostra sarebbe la Serracchiani. Che, con le sue dichiarazioni, ha sollevato un casino che metà bastava. E che cosa ha detto di così sconvolgente? Che uno stupro commesso da profughi sarebbe più odioso di uno stupro qualsiasi. Apriti cielo! Ecco il razzismo insito nella sinistra, il PD che rincorre la Lega, lo dicevo io che so tutti fasci…dotti, medici e sapienti si sono lanciati in profonde analisi politiche.

E forse hanno anche ragione. Ma sapete che c’è? Io sono assolutamente d’accordo con lei. In effetti già in questo post mi interrogavo sul fatto alla fin fine, il mio odio per qualsiasi forma razzismo non sia poi così indenne da colpe, perché l’integrazione è difficile e la totale identificazione con l’altro, con tutto il suo bagaglio di diversità, non è affatto banale o scontato.

Dunque devo arrendermi al fatto di essere un razzista latente, un intollerante a mia insaputa? Per fortuna ho amici molto più saggi di me. E soprattutto molto più istruiti. Ad esempio il mio amico Mauro. Che mi ha ricordato che il nostro padre Dante inserisce i “traditori degli ospiti” nel XXXIII canto dell’ Inferno (il penultimo) e i “traditori dei benefattori” nel XXXIV (l’ultimo) mettendoli in bocca a Lucifero, considerandoli fra tutti come i peccati peggiori, i più gravi e i più odiosi che si possano commettere. Chissà, forse era razzista anche lui. Magari a sua insaputa.