Ground Control to Major Tom

Un altro San Lorenzo, un’altra notte in cerca di stelle, un’altra lista di desideri. Ma in questi strani tempi che stiamo vivendo, rischiamo di non essere più tanto sicuri dei desideri che vorremmo si avverassero. E a volte, come cantava David Bowie, stare a contatto con le stelle può farci perdere la bussola. Che voleva fare quell’esibizionista del maggiore Tommaso? Tutto contento di essere in mondo visione, a guardare la terra tutta blu dall’alto dei cieli: all’inizio non aveva paura di perdersi, l’infinità dello spazio non lo metteva a disagio. Ma poi?

I desideri sono roba che scotta. Vanno maneggiati con cura: dimmi che desideri e ti dirò chi sei. Perché in fondo è proprio così, i desideri ci qualificano, dicono di noi, molto, forse anche troppo. Tutti desideriamo che questa maledetta pandemia se ne vada per sempre. Ma siamo sicuri che poi vorremmo tornare alla vita di prima? Certo, ci mancano gli abbracci, il contatto fisico, i volti senza mascherine (di maschere per la verità ce ne erano già molte prima, a volte anche più grandi di quelle di stoffa), ma siamo sicuri che vorremmo tornare indietro esattamente com’eravamo? E soprattutto, come probabilmente aveva capito il Major Tom, siamo sicuri che sarebbe un desiderio realizzabile?

This is Major Tom to Ground Control, I’m stepping through the door and I’m floating in a most peculiar way. And the stars look very different today.

Mi viene lo stesso dubbio di Linus: se non possiamo portarcele a casa dentro un secchiello, allora vale la pena lo stesso starsene con il naso all’insù aspettando che le stelle ci degnino della loro attenzione? O al contrario, non sarà invece che dobbiamo buttare via il nostro secchiello e smettere di tentare di portarci via le stelle che cadono? In altre parole, non sarà forse che dobbiamo cominciare a costruirci un futuro diverso da desiderare?

Space Cow Boy

– Le vede signore?
– Quando sono apparse sui monitor?
– Esattamente 22 minuti fa.
– Non riusciamo ad inquadrarle meglio?
– Negativo signore. Arrivano dalla direzione di Alfa Centauri e si portano dietro detriti spaziali tali da impedire un’esatta identificazione.
– Ma da lì, che cosa possono essere?
– Forse faremmo meglio a chiederci chi possono essere…
– Quando entreranno nella nostra atmosfera?
– Calcolando una velocità costante direi tra 12 ore, 29 minuti e…
– Va bene. Ci risparmi i secondi tenente, temo siano importanti anche quelli.
Il colonnello Jackdogs, responsabile del Centro Unico di Osservazione Terrestre, era molto preoccupato. La polvere delle stelle non rendeva nitida l’immagine, ma dai radar era chiaro che tre veicoli sconosciuti si avvicinavano all’atmosfera terrestre a tutta velocità. E ora che doveva fare? Quanto avrebbe potuto tenere nascosta quella notizia prima che fosse di dominio pubblico? Doveva parlare con il presidente degli Stati Uniti Terrestri e doveva farlo al più presto.
– Ho terminato ora con il presidente e con tutti i responsabili della sicurezza. Non devono entrare nella nostra atmosfera: prima si spara, poi chiediamo chi è. Non possiamo correre rischi. E del resto se avessero intenzioni pacifiche non si sarebbero precipitati qui a quella velocità.
– D’accordo Colonnello, li affrontiamo con l’Air Force One e gli spariamo addosso delle testate nucleari. Non avranno nemmeno il tempo di dire buon giorno!
E così fu. Le bombe al plutonio gli andarono incontro, centrandoli con millimetrica precisione, non ne restò neanche il più piccolo detrito.
Di loro nessuno seppe più nulla.
Certo, questo era uno scherzo del destino! Proprio lui, il Cow Boy dello spazio, che aveva attraversato tutti i mondi conosciuti e le stelle più lontane, proprio lui che aveva sempre sognato di incontrare forme di vita aliene, doveva scontrarsi con degli extraterrestri lì, a due passi da casa e distruggerli prima ancora di conoscerli, di capire, di sapere. Che strano destino!
Ma ora che il pericolo era passato, quella era la prova inoppugnabile che esistevano altre forme di vita e bisognava andare a cercarle, capire da che pianeta venissero.
Così il colonnello Jackdogs riuscì ad ottenere fondi e permessi per organizzare una nuova missione spaziale. La Nina, la Pinta e la Santa Maria partirono in direzione Alfa Centauri in una fresca mattina di aprile. Jackdogs coronava il suo sogno: nuovamente in viaggio per scoprire i misteri dell’universo, in cerca di mondi sconosciuti, di cieli e terre nuove. Viaggiarono per giorni e giorni e i giorni divennero settimane, le settimane mesi, i mesi anni: il tempo correva ed insieme sembrava fermo per loro. Videro cose straordinarie, stelle bellissime e pianeti dai mille colori, ma nessun essere che in qualche modo potesse far pensare ad altre forme di vita. Fecero il giro intero della galassia, in cerca della nuova India da colonizzare, rischiando più volte di perdersi nell’oceano dell’infinito. Ma le apparecchiature di bordo non potevano sbagliare: concluso il giro automaticamente li avrebbero riportati a casa. Ed eccola Itaca, il pianeta azzurro, mai così bello, mai così familiare. Ma invece delle fanfare e delle bandiere a dargli il benvenuto, in quella fresca mattina di aprile, fu l’Air Force One. Che senza alcun avviso gli tirò addosso tre testate nucleari.
Di loro nessuno seppe più nulla.