Ricordati il caricabatteria

Leggevo il racconto di alcuni operatori del 118. Testimonianze drammatiche, storie che ti lasciano il segno: entrare nel dolore e nella paura, prima ancora che nelle case delle persone, non penso sia un’esperienza che potrai mai dimenticare. Uno dei volontari raccontava appunto che la prima cosa da fare è tranquillizzare il malato ed i familiari, diminuire la tensione, evitare il panico che può prendere chi si appresta a lasciare i propri cari verso un futuro incerto e pieno di paure.

Si ricordi di prendere il caricabatteria“. Questa è una delle frasi più ricorrenti: fra tutte le cose che conviene portarsi in ospedale, la cosa a cui molti non pensano è però essenziale, perché darà la possibilità di mantenere vivo l’unico contatto che avranno con l’esterno e con i propri cari.

Ma in effetti, al di là di questa drammatica circostanza, capita spesso così. Come quando da piccoli portavamo in vacanza la radio, ma dimenticavamo le pile, oppure prendevamo le biciclette e lasciavamo a casa la pompa per gonfiare le ruote. Succede, perché c’è sempre qualcuno che si prende la scena, che per scelta o per natura è destinato a stare sotto i riflettori, ad essere il protagonista. Ed è giusto così.

Io invece ho sempre subito il fascino discreto di chi nella sua indispensabilità riesce a stare un passo indietro: chi è condizione di possibilità, la chiave per far azionare il meccanismo. E lo fa con naturalezza, senza prendersi la copertina, fondamentale senza darlo a vedere, essenziale anche lontano dalla luce dei riflettori. E bella come l’ultima traccia di un album.

 

Tra il dire e il fare

Tra il dire e il fare. Quante volte ve lo siete sentiti dire? Quante volte questa divaricazione voleva essere la saggia linea di demarcazione tra i nostri desideri e la realtà? Tra i buoni propositi e le cocenti delusione? Tra la conferma delle promesse e il loro inevitabile tradimento? Il confine tra le grandi aspettative di chi guarda avanti e i “te l’avevo detto” e gli “io lo sapevo” di chi si volta indietro.

Che poi che vorrebbe dire? Fai quel che dico non quel che faccio? E allora? Almeno qualcuno che dice le cose giuste ci dovrà pur essere. Poi lascia stare se le fa o no. Stai a guardare i dettagli. Intanto te l’ha dette, ti pare poco? In fondo come è sopravvissuto per duemila anni il cristianesimo? Certo, per lo Spirito Santo. Sicuramente grazie al sangue dei martiri. Ma io, francamente lo Spirito Santo in 50 anni di vita quante volte l’ho incontrato? E quanti martiri ho conosciuto? Invece ho incontrato qualche uomo di buona volontà, che diceva cose giuste. Sul metterle in pratica possiamo discuterne, ma almeno sapeva dire con chiarezza quello che era giusto fare. Come sempre, tra il dire e il fare.

C’è di mezzo il mare, ci dice il proverbio. Ma quale mare poi? Un mare di guai? Il mar dei Sargassi, quello dei quattro pirati che andavano su una zattera fatta di assi? Il mare d’inverno che è come un film in bianco e nero visto alla tv? Un mare in tempesta o un mare calmo come una tavola? Un mar piccolo come quello di Taranto, dove ci stanno le cozze pelose? O un mare grande come un oceano da attraversare per arrivare fino alle Indie che poi si rivelano essere l’America e tu la scopri e trecento anni dopo quei coglioni fanno diventare Donald belli capelli l’uomo più potente del mondo?

Be’ allora sapete che vi dico? Fanculo i proverbi. Fanculo il mare, fanculo soprattutto belli capelli. Il dire diventa fare quando le possibilità diventano realtà. Ma se la distanza tra il dire e il fare ti spaventa al punto da non farti più dire, al punto da non farti più fare, ricordati che ogni giorno ha le sue possibilità e sta a te tramutarle in realtà. Dipende da te e solo da te, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”. E nient’altro. Fino a prova contraria.

You sit on a swing in the dark with a girl, and she tells you she wanted to kiss you, and you know the worst part of a good day is hearing yourself say goodbye to one more possibility day. It goes on and on