Che ne è stato delle estati?

E così mi attacco anche io a questa catena, lanciata dal mitico Barone Rosso e proseguita dall’altrettanto mitologico Zeus, per raccontare quel che succedeva qualche tempo addietro, quando le estati duravano quattro mesi e noi rientravamo in classe agli inizi di ottobre, non prima di aver tolto gli ultimi granelli di sabbia dai polpacci. Ovviamente non seguirò assolutamente nessuna delle regole del tag, ma mi limiterò a seguire la traccia dei miei illustri predecessori, con qualche piccola personale variazione (anch’essa molto arbitraria).

Gioco in cortile

Giocavamo in cortile? Mah! In realtà no, non in senso stretto. E così chiariamo subito la location delle mie vacanze infinite. Tra i 6 ed i 14 anni, per otto estati consecutivamente le nostre vacanze si svolgevano in una località senza nome, fra Santa Severa e Santa Marinella. Una manciata di case, palazzine, villette lungo il litorale a nord di Roma, comprese fra l’Aurelia e il mare, una striscia di terra lunga e stretta, fra prati e strade non asfaltate. Mio padre e mia madre, entrambi impiegati, si costringevano a ferie separate pur di lasciarci lì due mesi interi, anche con il supporto di zie e nonne. Un posto abbastanza selvaggio allora (chissà ora com’è diventato, sono più di trent’anni che non ci vado più), che però dava a noi ragazzi una libertà infinita. Quindi altro che cortile, noi giocavamo in questi spazi aperti dove scorazzavamo in bicicletta senza vincoli né confini. Anzi, all’interno di due confini precisi, come già detto, il mare e la statale Aurelia, entrambi invalicabili. Su quelle stradine bianche giocavamo a qualsiasi cosa, dal nascondino, al pallone, muovendoci sempre in bicicletta da una casa all’altra. Organizzammo anche una specie di Olimpiadi un anno, con tutte le discipline, dalle corse, ai lanci e ai salti con tanto di medaglie di premiazione. Poi c’erano ben due campetti di calcio, creati in due prati incolti sopravvissuti al cemento, dove si svolgevano delle sfide clamorose, che potevano durare ore ed ore.

Gioco in spiaggia

la particolarità di quel posto è che la spiaggia non ha sabbia. O meglio la sabbia c’è, ma sotto uno strato di sassi, che rendono l’acqua del mare trasparente, ma impediscono qualsiasi gioco di movimento. Infatti l’unico modo di spostarsi in spiaggia erano quelle scarpette di gomma dai colori fluo, dette “ragnetti” perché davano un’abbronzatura variegata ai piedi, simili a ragni. Anche i famosi castelli di sabbia per noi avevano l’insolita variante di essere fatti di pietre, non facilmente assemblabili fra loro. A cosa giocavamo quindi in spiaggia? Andavamo a pesca, sia con la canna, sia con le fiocine per prendere i polpi. Ce n’erano molti, anche vicino alla riva, nascosti appunto sotto i sassi, insieme ad una quantità sproporzionata di granchi. Con la canna invece si prendeva ben poco. Mi ricordo che come esca preparavamo un pappone con la mollica del pane ed il pecorino che ti lasciava le mani puzzolenti per giorni e secondo me faceva schifo anche ai pesci, visto che non prendevamo praticamente mai nulla.

Fumetto

In quell’epoca (ma perché ora invece?) ero un vero patito, sia dei super eroi della Marvel, all’epoca pubblicati dall’editoriale Corno, sia soprattutto degli eroi di casa Bonelli. I pomeriggi dopo pranzo, quando c’era l’obbligo materno del coprifuoco, almeno fino alle 4, divoravo volumi e volumi di Tex, Zagor, Mister No, Comandante Mark, e poi l’Uomo Ragno, Capitan America, I Fantastici 4, Thor. Quelle letture mi rapivano totalmente e a volte quasi non volevo uscire per finire qualche storia in sospeso. A Santa Severa poi c’era un’edicola che aveva molti arretrati di Tex (il mio preferito!) e quindi ogni occasione per andare in paese diventava tappa obbligata per acquistare qualche vecchio numero. Ce li ho ancora, la collezione completa dal numero 1 all’attuale 693, tutti belli stipati dentro scatole di Ikea sotto al letto, unico posto consentito dalla dolce metà e dalle dimensioni della casa!

Cibo

La particolarità ed uno dei ricordi più belli di quelle vacanze erano i picnic organizzati dai parenti. Noi in effetti eravamo arrivati in quel posto perché avevano acquistato delle case una sorella ed un fratello di mia madre, che passavano le vacanze lì con le rispettive famiglie. Famiglie molto numerose, quindi capitava anche abbastanza spesso che ci trovavamo insieme ad uno stuolo di zii, cugini, affini e andavamo sui prati delle colline di Tolfa (un paesino che sta nell’entroterra di quel litorale), organizzando dei barbecue pantagruelici. Il piatto forte era la carne alla brace, preparata all’argentina, il cosiddetto “asado”, retaggio degli anni passati dall’altra parte dell’oceano dai nonni materni (ma chi ha letto il mio ultimo romanzo qualcosa dovrebbe sapere!). Un’altra particolarità di queste gite in collina era la raccolta di more: ce n’era una quantità industriale, di tutte le dimensioni e ne mangiavamo fino a sentirci male. Un ultimo ricordo legato al cibo erano le lumache. Si sa, quando piove al mare, non c’è da essere felici, però noi già pregustavamo sia la raccolta (comunque divertente), sia soprattutto la mangiata successiva. La moglie di uno zio, originaria di Foligno, cucinava queste lumache in una maniera divina, con un sugo dal sapore impareggiabile.

Libro

Mi ricordo quelli di Salgari, l’epopea di Sandokan, tornata d’attualità con la serie televisiva di Kabir Bedy ed anche i gialli per ragazzi, una serie di libricini che si trovavano anche in edicola. Ricordo che ce n’erano di diversi tipi: a me piacevano in particolare quelli della serie dei Tre Detective. Ne leggevo parecchi, ma certo non regge il paragone con i fumetti

Film

A Santa Severa c’era un arena all’aperto, ma ci andavamo poco. Mi ricordo però l’estate che uscì Grease, che praticamente rimanemmo dalle 15 fino all’ora di cena, rivedendolo tre volte di seguito. Allora era consentito. Saremmo ancora rimasti lì, incantati da Sandy, che da quel momento sarebbe diventato l’ideale della bellezza femminile, etereo ed irraggiungibile.

Gioco da tavolo

Nelle già ricordate giornate di pioggia due giochi ci tenevano incollati al tavolino per ore ed ore: Monopoli e Risiko, in rigoroso ordine cronologico, perché il primo, più antico, fu poi soppiantato dal secondo. E soprattutto quelle grandi sfide a Risiko sono un ricordo piacevole, perché in fondo chi è che non ha mai sognato di invadere la Kamtchaka? L’altro gioco da tavola che ci appassionava molto, anche nelle belle giornate, era il ping pong. Lì emergeva una delle distinzioni ontologiche più significative fra noi: i pallettari e gli schiacciatori. I primi difensivisti giocavano sull’errore dell’avversario, gli altri votati all’attacco, volevano chiudere il punto con acrobatiche schiacciate. Possiamo dire che era la trasposizione sportiva della distinzione fra formiche e cicale, fra  chi affronta la vita cercando di adeguarsi alle situazioni e chi vuole prenderla per le corna e domarla ai suoi voleri.  Inutile dire che se questi ultimi non erano particolarmente bravi, pur essendo sicuramente più esteti e belli da vedere, erano destinati alla sconfitta.

Televisione

Semplicemente non esisteva, non era contemplata nelle mie giornate. A parte qualche partita dei mondiali di calcio e qualche epica partita di tennis del torneo di Wimbledon che allora (incredibile a dirsi ora) era mandata in onda dalla Rai. Mi ricordo bene la finale del 74 Germania Olanda, dove a parte il sottoscritto tifavano tutti per gli “orange”, belli e perdenti. Un altro ricordo nitido erano le sfide Borg McEnroe, anche se il mio campione preferito era Jimbo Connors, un mancino pazzo e spericolato, forse meno forte dei primi due, ma sicuramente più simpatico. Altre cose in TV non me ne vengono in mente

Canzone

Qui si potrebbe scrivere un post a parte. Il ricordo nitido che ho si riferisce al venerdì verso mezzogiorno e mezzo quando immancabilmente ci sintonizzavamo alla radio per ascoltare la Hit Parade e poi commentavamo la classifica, chi era cresciuto, le nuove entrate, le uscite, neanche fosse la classifica del campionato del mondo. Mi ricordo il riepilogo dal 10 al 2 posto e poi la proclamazione del vincitore della settimana e il brivido quando si trattava di una new entry che in soli 7 giorni aveva scalzato tutti, entrando direttamente al primo posto. Era l’epoca delle radio libere, ma sicuramente Radio 1 con quella trasmissione penso abbia fatto dei record di ascolto mai più raggiunti in seguito. Se devo ricordare qualche canzone in particolare, non posso non citare Heart of Glass dei Blondie, che ancora oggi appena la sento mi fa ritornare lì nella spiaggia dei sassi di Santa Severa. Poi ci sarebbe da citare il mitico Umberto Tozzi, che ogni anno arrivava inevitabilmente al primo posto con il suo “giro di do” e qualche parola buttata lì a caso: Ti amo, Tu, Gloria, Stella stai, hanno scandito le estati di una generazione.

Life

E che life poteva esserci secondo voi? Non c’era neanche una bar, se volevi comperare una rosetta o un litro di latte, un giornale o semplicemente un gelato dovevi comunque prendere la macchina ed arrivare a Santa Severa. Per noi ragazzi era precluso qualsiasi contatto con il mondo al di fuori. Qualche ardito si avventurava di nascosto sull’Aurelia in bicicletta, la distanza non era molta, non più di un paio di chilometri, ma obiettivamente il pericolo era davvero reale, perché si tratta di una statale trafficatissima. Infatti quel posto da paradiso per ragazzini diventò inevitabilmente una prigione per adolescenti. Infatti ricordo l’estate del passaggio fra le medie ed il liceo, con grande insofferenza. Non a caso, non solo per le mie intemperanze, fu l’ultima che passammo lì. Era l’estate delle Olimpiadi delle polemiche, quella senza gli Americani, che le boicottarono per l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS. L’estate della strage di Bologna. Ricordo perfettamente quel 2 agosto, eravamo in spiaggia, quando arrivò quella notizia terribile. Fu un’estate strana, con tante inquietudini anche per vicende familiari e così l’anno dopo decidemmo per un posto diverso e per una serie di circostanze non tornammo più lì.

Potendo tornare indietro, che cosa porteresti oggi? 

Che ne è stato di quelle estati? Tanti bei ricordi, alcune amicizie che durano ancora oggi, la consapevolezza acquisita con gli anni, di riuscire a vivere ogni momento come irripetibile. Perché poi la vita va avanti, cambiano i periodi, le situazioni, la percezione stessa delle cose, le persone che ci stanno intorno e purtroppo corriamo il rischio di vedercele sfilare via come un treno in corsa, senza apprezzarle veramente. Non ho nostalgie particolari, ma se potessi mi piacerebbe recuperare l’espressione curiosa del me stesso ragazzino di questa foto. Se ben ricordo risale all’estate del 79, alla premiazione di quelle Olimpiadi di cui dicevo prima. A rivederlo ora mi sembra proprio l’espressione soddisfatta, un po’ ironica ed un po’ interrogativa di uno che è curioso. Ecco, se potessi tornare indietro, mi porterei oggi la curiosità di allora.

E concludiamo così con i tag. Mi piacerebbe proprio leggere i ricordi di LucyIomeTiffanyFlò, ma chiunque altro voglia collegarsi alla catena è ben accetto!

10 futili motivi di felicità

L’Italia è stata eliminata. E anch’io non mi sento tanto bene. E allora, perché non dedicarsi a un bel post minchione, della serie le 10 cose che? 10 motivi per essere felici. Chi non vuole essere felice? Ma qui non si parlerà di motivi seri per essere felici: troppo facile elencare, che so, lo svegliarsi a fianco della persona che ami, vedere la partita di calcio di tuo figlio, essere d’aiuto ad un amico.

Non voglio nominare neanche quei motivi che pur non essendo seri, comunque riescono a dare il verso a una giornata, tipo una vittoria della Lazio, fare una passeggiata in montagna, oppure l’uscire dall’ufficio il venerdì pomeriggio. No questa è un classifica minchiona e quindi elencherò quei motivi futili, quelle cause occasionali, che possono esserci oppure no, che ti capitano, non ti vai a cercare, che però hanno la capacità di colorare le giornate, di dargli quella lieve sfumatura che ben ti predispone e che ti aiuta ad affrontare le sfracassature varie che ogni giorno dobbiamo affrontare.

La prima cosa che mi viene in mente è l’uscita mensile di Tex. Da circa 4o anni a questa parte, da quel numero 118 uscito nel dicembre del 73, per me è un appuntamento fisso. E lo so che non è più quello di una volta. E lo so che le storie non mi prendono più come allora. Ma il fatto di entrare dal giornalaio e trovarlo lì fra tutte le altre cose, il fatto di prenderlo, di averlo fra le mani, con quel dorso biancoazzurro, quelle pagine bianche e nere, sentirne l’odore, andare a vedere la copertina del prossimo numero…troppo bello!

Un secondo motivo è sentire il profumo del ryncospermum. E voi vi chiederete, echecazz’è il ryncospermum? In effetti ha un nome improbabile, sembra qualcosa di viscido, ma in realtà è quella pianta rampicante con i fiorellini bianchi di cui è piena Roma (ma penso anche altre città). Quando fiorisce il profumo dei suoi fiori è l’annuncio dell’arrivo della primavera. Magari poi ancora farà freddo, forse pioverà, ma quel profumo è un segnale inequivocabile…ci siamo, la bella stagione sta per tornare!

Poi, continuando nella scia dei profumi, metterei l’apertura della scatola dei biscotti Gentilini. Fate colazione con qualcos’altro? Magari con quelli del Mulino Bianco? Non conoscete i Gentilini? Non avete mai provato i Vittorio, quelli a sigaretta con il profuno di limone o gli Osvego al miele? E va be’, continuiamo così, facciamoci del male (cit).

Ci sono poi quei futili motivi di felicità che si annidano dentro sfighe clamorose. Entra l’ora legale? Però almeno le giornate si allungano. Ritorna l’ora solare? Però almeno si dorme un’ora in più. E’ un po’ la filosofia del “could be worse…could be raining!“. Effettivamente già quando non piove uno dovrebbe essere felice. Ma c’è un futile motivo per essere felici anche a novembre? Anche quando piove e le giornate si accorciano? Quando devi tirar fuori i cappotti e hai davanti a te 5 mesi di brutto tempo? A volerlo trovare sì che c’è. Una bella bottiglia di rosso novello.

Un altro motivo neanche troppo futile (almeno in certe zone di Roma) è il trovare parcheggio. Ma al di là delle implicazioni pratiche, mi dà gusto l’idea in sé, l’ontologia del posto libero. Il fatto che giri e rigiri, cerchi e ricerchi e proprio quando sei lì semidisperato, che imprechi contro il fatto di aver voluto prendere la macchina, contro il sindaco di turno, contro il destino cinico e baro… eccolo lì! Un posto! Incredibile, solo soletto che aspetta solo te.

Comprare la Settimana Enigmistica. Che rigorosamente a casa mia compare a metà giugno e scompare a fine agosto. Io poi faccio solo due giochi: la ricerca di parole crociate e le cornici concentriche, quando ci riesco. Al limite, a volte anche il Sudoku, ma proprio se non ho niente da fare. In compenso però leggo tutte quelle cazzatelle tipo “forse non tutti sanno che” o “strano ma vero”. Niente ha il gusto dell’estate più di quello.

Svegliarsi presto la domenica mattina. Senza la sveglia, senza alcun motivo, senza niente da fare. Ma questa cosa già l’ho raccontata, esattamente qui  https://giacani.wordpress.com/2013/10/06/leggera-come-la-domenica-mattina/

Ci sono poi piacere ambivalenti, in cui è bello questo, ma anche quello, una cosa e il suo esatto contrario. Ad esempio. Partire, ma anche tornare. Non tanto per il viaggio in sè, neanche per la meta. Basta l’idea, la pianificazione, perdere mezza giornata guardando siti, immaginando itinerari, controllando le distanze. E pensare poi che comunque c’è anche un ritorno.

L’altro futile motivo di felicità ambivalente è il sapere cosa farà, ma anche essere sorpresi. Conoscere così bene una persona, nei suoi pregi, nei suoi difetti tanto da poter ripetere nella mente le parole esatte che dirà in quella precisa situazione, sapere senza ombra di dubbio come reagirà a quella cosa che stai facendo. Ma anche il contrario. Rimanere completamente spiazzati, disorientati e confusi di fronte ad una reazione inaspettata, mai vista prima, del tutto imprevedibile.

Riuscire a “chiamarsi” le cose. Pensare ad una cosa, ma così senza pensarci troppo e quella accade. Pensare a qualcuno ed ecco arriva un messaggino su What’s up. Canticchiare una canzone la mattina e poi nel pomeriggio ascoltarla accidentalmente in una situazione inaspettata, magari come suoneria del telefonino di uno che incontri per caso…e la radio che passa Neil Young, sembra avere capito chi sei. (qui il copyright è della pluricitata I. ma anche se magari lei non ci crederà, questa cosa l’avevo scritta prima che lei me la raccontasse esattamente così come l’ho scritta. Ma io e lei siamo sintonizzati, quindi nulla di strano).

In effetti dieci sono pochi.  Me ne vengono in mente tanti altri. Mi verrebbe da dire ad esempio l’entrare in qualsiasi libreria, soprattutto se non hai niente da comprare (ma tanto sai già che qualcosa prenderai lo stesso), segnare un goal il giovedì sera (un gusto effettivamente unico, che forse va anche al di là dei futili motivi), bere un caffè al vetro, accendersi una sigaretta dopo che sono mesi che non fumi, vedere un nuovo episodio di Grey’s Anatomy, andare a correre, leggere un post dei tuoi blogger preferiti, comprare la Repubblica la domenica mattina e leggere il fondo di Scalfari pensando quanto sia pesante, retorico un vero trombone, ma quanto ti piace, trovare finalmente le ciliege al mercato, magari quelle bianche toste e asprigne di Ravenna, cucinare il pesce, il profumo del basilico, tornare dalla spiaggia e prepararsi un aperitivo con il Punto e Mes e tanto ghiaccio, la colazione di Pasqua con il salame, la cioccolata e la gara a coccetta delle uova sode, la faccia dei ragazzi la mattina di Natale davanti ai regali, addormentarsi nel letto con le lenzuola pulite appena messe (non quelle di un albergo, che si presume lo siano. No, quelle di casa, che hanno quel profumo che non trovi altrove), passeggiare per viale Libia il sabato mattina, le mattine d’estate quando improvvisamente c’è quell’arietta fresca e quelle giornate di sole quando in pieno inverno sembra quasi fare caldo, preparare la brace per il barbecue. Forse però, dovessi aggiungerne una sola cosa ai futili motivi, allora metterei il rivedere per l’ennesima volta uno dei tanti episodi di Stanlio & Ollio e ripete le battute ridendo prima ancora che le dicono. “Stanlio, tu che ne pensi dell’amore a priva vista?” “Che fa risparmiare tempo”.

 

stanlio e olio

Per i miei 50 anni

Se volessi scrivere la mia vita in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse. Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta biancoceleste. Se ci potessi mettere una musica di sottofondo, probabilmente sceglierei i Genesis. E se avesse uno scopo, sarebbe quello di fare felici le persone che amo.

A cinque anni. Ero un bimbo felice. Ero coccolato da una tribù di cugini e avevo un fratellino da coccolare. E una palla da rincorre in giardino, immaginando che sarei diventato un gran calciatore. Ero già stato alla stadio una volta e ovviamente ero già della Lazio!

A dieci anni. Era già iniziata la collezione di Tex, avevo tanti soldatini ed ero un drago a Subbuteo. Ero già un filosofo e avevo già incontrato l’amore della mia vita: ma ancora non sapevo nessuna di queste due cose! Ero abbonato in Tribuna Tevere non numerata e avevo visto la mia Lazio in cima al mondo.

A quindici anni. Giocavo a pallone in media 4 volte al giorno, anche se cominciavo a capire che qualcosa di più bello del calcio poteva anche esserci. Sapevo di greco e di latino più di quanto avrei mai saputo in vita mia, ascoltavo i Genesis, i Pink Floyd e i Supertramp fino allo stordimento. Allo stadio in curva nord facevo gli stessi cori che si facevano ai comizi in Piazza del popolo. Ma a quell’età sono sfumature che ti sembrano ininfluenti.

A vent’anni. Avevo scoperto di essere un filosofo e incontrato l’amore della mia vita. Avevo in mente un sacco di idee, di capelli e tanti amici: nuovi, vecchi, appena arrivati e tornati dopo tanto tempo. Fra i gruppi troskysti nelle assemblee a Villa Mirafiori, scoprii di essere molto meno di destra di quanto avessi mai pensato. La Lazio c’è sempre, ma un po’ in secondo piano.

A venticinque anni. Perdi un amico e anche quello ti fa capire che la filosofia è bella, ma la vita è ancora più bella. Mai dire mai a questo mondo. E da filosofo sono diventato un impiegato modello. I consumatori si affacciano nella mia vita, scopro che la montagna è un posto meraviglioso e un inglese pazzo mi fa un’altra volta innamorare della Lazio.

A trent’anni. Tempo di primi bilanci. Mi sono sposato, ho fatto in tempo a vedere le Torri Gemelle, ho percorso le strade polverose dell’Arizona, sono sempre appresso ai consumatori ed è arrivato il nostro primogenito peloso. Quando penso di essere diventato grande mi accorgo che ancora aspetto con ansia l’uscita mensile di Tex e che la cosa che mi fa più perdere la calma è seguire una partita di calcio. No, decisamente non sono ancora cresciuto.

A trentacinque anni. Sono arrivati i miei due gioielli, la cosa più bella che abbia mai combinato nella vita, dopo quella di aver sposato Ale. Ho lasciato la Telecom e sono arrivato alle Poste, la Lazio ha perso uno scudetto probabile e ne ha vinto uno impossibile, insieme a tante di quelle coppe, quante mai ne avevamo viste dalle nostre parti. Ho pubblicato anche i miei racconti e da lassù penso proprio che la mia mamma sia contenta per me.

A quarantanni. Mi è cresciuta un po’ di pancetta, ho qualche capello in meno, però in compenso sono tornato a vivere a Montesacro. La cosa più difficile è stato trovare posto ai 550 Tex, ma anche stavolta ce l’ho fatta. Non sono più abbonato allo stadio, in compenso urlo davanti alla Tv satellitare e non è mica un gran miglioramento. Ah, tra l’altro sono anche diventato dirigente…le Poste sono cadute proprio in basso.

A cinquantanni. Come novità c’è una meravigliosa cagnetta e una casa nel paese più bello dell’appennino abruzzese. Una figlia maggiorenne ed un figlio molto più bravo di me a calcio (e non solo in quello). Ora la domenica non è più solo la Lazio a farmi palpitare. Caduta dei capelli e aumento della circonferenza sembrano ormai essersi attestati. In compenso ho affrontato il Ciciarampa e ho provato per la prima volta gli oppiacei: non male, se non fossi stato in ospedale con una gamba rotta. Ah, nel frattempo ho anche capito che Milano poi, alla fin fine, non è poi così male.

In conclusione di questo breve resoconto se mi guardo indietro posso dire tranquillamente di non aver rimpianti. Forse avrei potuto avere più amici, ma certo non più amiche di quante ne ho. Avrei potuto avere più figli, ma certamente non ne avrei potuti avere più meravigliosi di così. Non credo che avrei potuto fare più soldi: comunque essere comunista è un lusso che ancora non mi posso permettere. Probabilmente avrei potuto scrivere racconti più divertenti, ma certo non mi sarei potuto divertire di più a scriverne. Sicuramente avrei potuto tifare per una squadra più vincente, ma allora non mi avrebbe somigliato così tanto.

Insomma, avrei potuto fare cose diverse e sarei potuto essere una persona differente. Ma dico grazie a Dio che sia andata com’è andata: non avrei potuto essere più fortunato di così, perché ho amato e sono stato amato più di quanto sarebbe stato lecito sperare e logico immaginare. La vita è un’avventura meravigliosa. Almeno finché ci sarà un nuovo numero di Tex da leggere ogni mese!

 

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