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Sunshine Blog Award 2018

Era un po’ che non venivo insignito di uno di questi premi che girano per WordPress. Ringrazio quindi la cara Laura, che mi ha coinvolto in questo giochino e passo subito a rispondere alle sue domande.

1) Perchè un blog e quanto ti lega?

Il blog è la scatola dove metto dentro tutto quello che mi passa per la testa. Non mi lega per niente: quando ho qualcosa da dire (ovvero da scrivere) aggiungo post, quando non ho nulla da dire, taccio.

2) Cosa ti aspetti da chi ti segue?

Che si diverta a leggermi

3) Cosa ti attrae da un libro o da un blog, e cosa preferisci leggere e perchè?

Preferisco leggere fumetti, romanzi e blog che raccontino emozioni reali. No poesie, no ricette, no fantascienza

4) Il tuo Hobby a parte scrivere

Giocare a pallone

5) Cosa cambieresti se fossi un giorno al potere? (Ovviamente non nel mio blog 😂😂)

Abolirei il suffragio elettorale, il debito fra le nazioni e l’aglio nella carbonara

6) Quale canzone canticchi più volentieri?

Sicuramente il dadaunpa

7) Essere un umano ha degli svantaggi?

Parecchi. A volte vorrei essere il mio cane

8) L’amore cos’è per te e secondo te ha età?

L’amore non ha età, non ha scadenza, non ha obiettivi, né motivi. Ed è l’unica, l’unica cosa che conta

9) Costretto a scegliere tra andare al cinema, alla partita o a ballare, cosa scegli?

Senza dubbio alla partita (sono abbonato allo stadio!)

10) Qual’è il luogo e la stagione che preferisci?

La montagna d’estate

11) Se non ti avessi nominato, avresti partecipato lo stesso?

Penso di no. O forse sì. Chi lo sa?

E passiamo ora alle nomination. Per questo prestigiosissiamo award nomino, https://suzieq11.wordpress.com/, https://alemarcotti.wordpress.com/, https://redbavon.wordpress.com/, https://donnaemadre.wordpress.com/, https://unapasteisperbene.wordpress.com/, https://lucythewombat.com/, https://esetidicessiche.wordpress.com/, https://diariodiunascrittricefallitaeinnamorata.wordpress.com/, https://traitaliaefinlandia.com/, https://parolealacoque.wordpress.com/, https://shockanafilattico.wordpress.com/

Lor signori dovranno rispondere alle seguenti domande:

  1. Il libro che porteresti in un’isola deserta
  2. La canzone che porteresti in un’isola deserta
  3. Se non avessi un blog dove scriveresti?
  4. Come ti vedi tra 10 anni
  5. Saresti soddisfatto del tuo blog se
  6. Perché hai aperto il blog
  7. Il tuo ricordo più bello
  8. Il tuo più grande rammarico
  9. Ti regalano 10 mila euro, ma devi spenderle entro 24 ore
  10. Con una bacchetta magica ti danno la possibilità di cambiare un evento della storia
  11. Ora mi spieghi cosa ti ha spinto a rispondere a queste domande

E buon divertimento!

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Attenti all’argenteria

Se quest’estate andremo al mare, solo i soldi e tanto amore e vivremo nel terrore che ci rubino l’argenteria, è più prosa che poesia (R. Gaetano, 1978)

Io mi ricordo quando andavo alle elementari e a Piazza Talenti c’era fissa una camionetta dei carabinieri, mi ricordo gli scontri fra i rossi del Nomentano e i neri dell’Orazio, fra i rossi dell’Orazio e i neri del Nomentano, l’odore acre dei lacrimogeni. Mi ricordo le cariche della polizia, le scritte di odio sui muri, mi ricordo Angelo Mancia, Valerio Verbano, Paolo Di Nella, solo qualche anno più grandi di me e i fiori per strada lasciati a ricordo di dove sono stati ammazzati.

Mi ricordo quando andando al prato con i cani dovevamo stare attenti a non farci pungere dalle siringhe lasciate in bella mostra per terra o attaccate sugli alberi. Mi ricordo i tossici sbandati per strada, gente che vomitava alla fermata degli autobus, che ti si avvicinava con aria sconvolta, “che c’hai cento lire?“, senza speranza né convinzione.

Mi ricordo i telegiornali, con le facce impaurite degli stessi telecronisti che raccontavano i nuovi sviluppi della guerra allo Stato proclamata dai brigatisti, le lettere con i pezzi di orecchio o con le dita delle vittime dell’anonima sequestri. Mi ricordo che sparavano al Papa, che rapivano presidenti del consiglio, che mettevano bombe sui treni, sulle piazze, sulle stazioni e non passava giorno che non incontravi posti di blocco con la polizia con i mitra spianati.

Mi ricordo andando allo stadio il clima di odio e di paura, il dover nascondere la sciarpa, il guardarsi intorno per capire la mala parata e di nuovo, le cariche della polizia, i lacrimogeni, le corse a per di fiato. Mi ricordo al concerto degli Spandau Ballet al Palaeur quella banda che rubava catenine e piumini Moncler e chi fiatava prendeva anche gli schiaffi.

Succedeva 40 anni fa o giù di lì. Ma me lo ricordo solo io? Certo, di stranieri in giro se ne vedevano molti di meno. Ma pensate sul serio che eravamo più sicuri? Eppure nessuno aveva mai fatto una campagna elettorale e vinto le elezioni promettendo un’arma per tutti. Forse perché i pericoli erano talmente reali, concreti, quotidiani, che nessuno avrebbe puntato a cavalcare le paure ataviche ed irrazionali dell’altro, del diverso. Nessuno aveva mai pensato di scrivere un Decreto Sicurezza, perché la sicurezza per decreto non te la garantisce nessuno.

Chi non vorrebbe vivere sicuro? Anche l’uomo primitivo si univa ad altri uomini per difendersi dagli attacchi dei nemici e proteggere i suoi cari. Ma ci siamo evoluti e già gli antichi romani avevano capito che si è più sicuri includendo i vicini, piuttosto che combattendo i nemici. E la storia, in qualsiasi epoca, ci insegna che per essere sicuri bisogna costruire alleanze, allargare le comunità, sostenere lo sviluppo altrui, non per buonismo, ma proprio per migliorare la sicurezza. Vive più sicuro chi non ha nemici di chi costruisce muri.

Non credo sia difficile capirlo. Invece mi sembra che qui si preferisca stabilire i turni per difendere i confini della propria caverna. Visto mai, dovessero rubarci l’argenteria.

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Interviste con laziali notevoli/5. Romolo Giacani

Grazie a Pank per questa bella intervista sulla nostra comune passione per i colori biancocelesti!

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Una delle manie di molti, nel raccontare le storie romane legate al tifo, è attribuire a romanisti e laziali alcune caratteristiche storiche, sempre accollando al “vincente” la parte del romanista, che in effetti, poi, non vince mai niente, sul campo. Per questo a prima vista sembra quasi strano che uno che si chiama Romolo sia tifoso della Lazio, che alcuni associano a Remo, al quale viene affibbiata l’immagine di perdente. Senza entrare nel merito del mito, possiamo tranquillamente rivendicare il nome di Romolo alla Lazio, che è la più antica squadra di Roma, fondata a Piazza della Libertà, come dicono i documenti storici. Certezze inesistenti di là dal Tevere. Romolo Giacani è un innamorato della penna: ha scritto 4 romanzi, e tiene da anni un blog molto seguito, Viaggi ermeneutici, in cui si diletta a scrivere gustosi post minchioni, come li definisce lui. Uomo dalla penna delicata…

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Mark Twain chi? Ovvero le dieci migliori citazioni di Mark Twain

Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.

Chi se fa l’affari sua, torna sano a casa sua.

Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso. E pubblica il falso.

Alle tende da sole ho sempre preferito le tende da compagnia.

Un banchiere è uno che ti presta il suo ombrello quando c’è il sole, ma lo rivuole indietro appena inizia a piovere.

Cristoforo Colombo ha scoperto l’America. Ma in realtà avrebbe voluto scoprire il reddito di cittadinanza.

Smettere di fumare è la cosa più facile al mondo. Lo so perché l’ho fatto migliaia di volte.

Chi è questo Babbo Natale che si presenta ogni anno? Quanti voti ha preso? Chi l’ha eletto? E allora i Marò?

Se raccogliete un cane affamato e lo nutrirete non vi morderà. Ecco la differenza tra l’uomo ed il cane.

Il PD aveva intenzione di mettere una tassa su tua mamma, tua sorella, il cane, il gatto, il topo, l’elefante, non manca più nessuno, solo non si vedono i due leocorni. Se anche tu sei indignato contro la tassazione dei leocorni , fai copia-incolla e diventerai Mark Twain per un giorno.

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Del parlare, dell’ascoltare, del perdersi e del pensarsi

Ed io che vorrei solo averti più vicino
Cascare nei tuoi occhi e poi vedere se cammino
Che sono grandi come i dubbi che mi fanno male
Ma sono belli come il sole dopo un temporale
E poi ti penserò
E poi ti penserò
E poi ti perderò
E poi ti perderò

Nel dubbio, parla. Esprimi, tira fuori, perché le parole non dette accumulate dentro diventano dubbi, incertezze e succhi gastrici che scavano gallerie come talpe motorizzate. E poi diventa più difficile tirarle fuori, farle emergere con lo stesso aspetto di quando sono nate. Perché dentro quelle gallerie si trasformano, crescono, diventano altro.

In effetti, come canta questo giovane cantautore di San Basilio, tra pensarsi e perdersi la distanza non è poi molta. E questa distanza a volte è fatta delle parole non dette, delle occasioni mancate, di quelle date per scontate: bisogna diffidare delle cose scontate. Sono ingannevoli, ci fanno credere di essere un’occasione, ma alla fine ci costano molto di più di quelle a prezzo pieno. Parlare può essere faticoso, nel tentare di spiegarci a volte facciamo più danni, ma è un rischio che non possiamo evitare.

Allo stesso modo dobbiamo essere altrettanto (se non più) bravi ad ascoltare. A cogliere quello che gli altri ci vogliono (ma volte non riescono a) dire. Perché anche non ascoltare fa sì che dentro di noi le talpe motorizzare comincino a scavare le loro gallerie fatte di congetture, di spiegazioni, di ragionamenti masturbati dalle nostre frenetiche menti, che spesso non hanno alcuna attinenza con la realtà. Ascoltare che non è solo stare a sentire, ma essere aperti per accogliere quello che l’altro vuole dirci. E a differenza del parlare, ascoltare non ha alcuna controindicazione. Nessun fraintendimento, qualche fatica certo, ma nessun rischio.

Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare (S. King, Stand by Me)

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A proposito di BlackFriday, volontarie rapite e altre amenità

(sottotitolo: Voi che preferireste, un figlio che va volontario a Uomini e Donne o che va a fare volontariato in Africa?)

Fra tutte le americanate che periodicamente siamo (quasi) costretti a sorbirci, devo dire la verità, questo BlackFriday mi sembrava una cosa intelligente. In una classifica ideale lo metterei a metà fra la musica country (top) e Halloween (gran cagata). In effetti mi sono sempre chiesto che senso avesse mettere gli sconti dopo Natale, quando uno ha già comprato tutto quello che doveva comprare o regalare. Una giornata di sconti prima delle feste poteva essere una ghiotta occasione.

Certo, una volta sbarcata nel bel Paese, ecco che questa occasione di fare buoni acquisti a prezzi ridotti, diventa l’ennesima sòla: come hanno accuratamente documentato i miei amici dell’Unione Consumatori, qualcuno (a cui non voglio fare pubblicità) ha approfittato per aumentare i prezzi così da poterli poi proporre poi con uno sconto straordinario. Niente di nuovo sotto il sole purtroppo! Effettivamente è tutta una questione di aspettative. Se tu abbassi le aspettative, gli altri non si aspettano da te nulla di straordinario e quindi accetteranno ogni cosa che gli proponi. Se invece ti presenti per quello che sei, allora pretenderanno uno sconto.

E così, passando di palo in frasca (ve l’ho sempre detto che è un blog minchione, mica penserete davvero che c’è una logica in quello che scrivo!), parliamo di questa fanciulla rapita mentre era in Africa come volontaria. Leggendo i soliti fasciorazzisti da tastiera lasciarsi andare a considerazioni del tipo “se l’è cercata, poteva impegnarsi nella mensa Caritas dietro casa, invece di andare a mettersi nei casini in uno sperduto villaggio africano”, mi veniva in mente che questa brava e bella fanciulla avrebbe forse dovuto fare come il Black Friday de noantri. Che so, magari invece di dire che andava a fare la volontaria fra gli ultimi degli ultimi, avesse detto che andava a comprare i diamanti per conto della Lega, forse ora diventava un’eroina nazionale.

 

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Non dipende tutto da noi

L’interruttore della luce della mia cantina è leggermente difettoso. Non s’accende quasi mai. O meglio, a volte sì, a volte no. Quando va a lui. Spingi, premi, imprechi, spingi a ripetizione, premi a lungo. Niente. Imprechi un’altra volta, ricominci a pigiare come un forsennato, neanche dovessi spostare una montagna. Niente. Lo prendi con le buone, provi qualche tocchettino leggero come se volessi provare una specie di convincimento psicologico. Niente.

Ti riprometti di chiamare l’elettricista, imprechi per la terza volta, perdi le speranze e ti accingi a proseguire al buio, quando, improvvisamente, inspiegabilmente, senza alcun motivo, lo stronzo decide di funzionare. E si accende la luce. A volte le cose accadono senza un motivo. Ti impegni, ti sforzi, ce la metti tutta. Eppure non ottieni un bel niente. A volte invece le cose vanno per il verso giusto senza che tu faccia nulla. Naturalmente.

Forse bisogna solo saperle prendere. O forse è solo questione di culo. Soprattutto bisogna rassegnarsi all’ineluttabile realtà che non tutto dipende da noi. Possiamo studiare strategie, lavorarci su, analizzare a fondo, approfondire cause, valutare conseguenze, possiamo impegnarci, spenderci del tempo, della fatica, delle risorse. Possiamo perfino mettercela tutta. Ma non dipende tutto da noi.

Allora possiamo rilassarci. Il mondo va avanti lo stesso. A volte, persino meglio.

 

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A proposito di figli, storie e camaleonti

La cosa più buffa che ti può capitare quando scrivi una storia è quando ti accorgi che ha preso una strada che tu non avevi previsto. Come se i personaggi andassero in una direzione scelta da loro, creando situazioni inaspettate. A me è capitato spesso. E’ come se io scrivendo gli avessi creato l’ambientazione, preparato la scena, ma poi loro autonomamente avessero deciso dove andare o cosa fare.

Questa cosa viene fuori in modo assolutamente chiaro quando poi qualcun altro legge quella storia. Perché ti accorgi che ognuno che la legge coglie sfumature a cui tu non avevi pensato, crea collegamenti che non avevi colto e trova significati nuovi. Che non erano esattamente quelli che tu volevi dire, ma hanno la stessa dignità dei tuoi. Perché, un po’ come i nostri figli, noi li mettiamo al mondo, gli diamo delle direttive, cerchiamo di metterci tutto il nostro impegno per passargli qualcosa che a noi sembra importante, ma poi la vita è la loro. Sono loro che devono camminare autonomamente.

Le nostre storie, come i nostri figli, in realtà non sono nostri. I significati che hanno sono i loro. Noi possiamo e anzi dobbiamo fare in modo che abbiano tutti gli strumenti per andare avanti, ma poi la strada che compieranno non dipende più da noi. E magari ci sorprenderanno, ci lasceranno confusi e perplessi come camaleonti dentro una scatola di smarties, perché prenderanno strade impreviste. Ma questa è la vita. E forse, per i figli come per le storie, la soddisfazione più bella è proprio sentir parlare di loro da altri. E ritrovarsi in quello che dicono di loro ed insieme rimanere sorpresi. Perdersi e ritrovarsi. Nelle storie, come nella vita.

 

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Questione di fiducia

Riprendendo il post dell’altro giorno qualcuno mi faceva notare che forse quegli estranei che vediamo in metropolitana con i loro tic e le piccole manie, chiusi nel loro scudo di difesa impenetrabile, non sono realmente così. Probabilmente si mostrano in un certo modo proprio per il contesto in cui si trovano.

Ma come siamo realmente? O forse, la domanda giusta è, con chi siamo disposti a mostrarci per quello che siamo realmente? Di chi ci fidiamo al punto da abbandonare maschere, scudi, corazze, tic e manie varie?

Già una volta (E tu quanto ti fidi?) avevo provato a buttare giù una classifica dei livelli di fiducia, ma qui la questione ritorna su un aspetto particolare. Se solitamente, di fronte al resto del mondo generico, appariamo in un modo che forse neanche noi conosciamo e governiamo fino in fondo, a che punto dobbiamo fidarci per mostrare veramente come siamo?

A me veniva in mente il barbiere. Perché per un miope come me, andare dal barbiere è un atto di fiducia estremo: una volta che mi ha tolto gli occhiali, con un paio di forbici in mano, potrebbe fare qualsiasi cosa. Potrebbe farmi diventare un mohicano. Potrebbe tirar fuori un ciuffo alla Little Tony, o una cresta tipo Billy Idol. Mi potrei ritrovare con i capelli verdi, oppure totalmente pelato. Ce l’abbiamo una persona così?

Non bisogna rispondere subito, però secondo me è bene pensarci. E soprattutto, se abbiamo un barbiere di fiducia, teniamocelo stretto.

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Fatti i tic tuoi!

Andare in metropolitana (attività che ho ripreso con continuità, arrendendomi all’assoluta ingestibilità del traffico cittadino) permette di leggere di più. E già questo è un bel vantaggio. In più, quando leggere è impossibile per la troppa gente o semplicemente perché vuoi fare una pausa, hai un punto di osservazione straordinario sulle persone. Perché la metro è uno di quei luoghi in cui una massa di persone riesce ad essere sola: chiunque viaggia in quel “trasporta poveri” che è la metropolitana, ha imparato che isolarsi è una necessità di sopravvivenza. Chi legge, chi ascolta la musica, chi dorme ad occhi aperti, ognuno ha il suo metodo per essere solo in mezzo a tanti.

Se per un attimo si esce dalla propria bolla e si comincia a guardarsi intorno, si possono osservare gli altri come se fossero in perfetta solitudine (la stessa cosa succede in macchina: per questo al semaforo vedi gente che si trucca o che va alla ricerca di tesori perduti dentro le proprie narici). E si possono vedere i piccoli tic o le manie che ognuno di noi ha, quei gesti inconsci che tendiamo a ripetere senza rendercene conto. Chi alza gli occhi o il sopracciglio, chi si gira i pollici, chi si aggiusta i capelli, chi si mangia le unghie e chi si tocca la barba. Senza accorgercene perché i tic sono come il solletico: su se stessi non funzionano, non esistono, solo gli altri possono farlo.

E non possiamo farci nulla, non possiamo nasconderli, perché fanno parte di quella modalità di presentarsi agli altri che non abbiamo scelto, ma che utilizziamo automaticamente. Forse per nascondere quello che siamo veramente? Perché noi siamo convinti di non avere tic (a parte Nadal, forse!) Ma allora chi siamo veramente? Forse, se riuscissimo a uscire da noi stessi e osservarci con gli occhi degli altri, stenteremmo a riconoscerci. Una volta di più le cose, le persone, la realtà, non sono quello che sembrano. Eliminati i tic, tolte maschere e scudi, almeno noi, lo sappiamo chi siamo realmente?

Troppe domande, mi sa che mi rimetto a leggere.