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Accetta il mistero

Così mi ha scritto un’amica su FB (una che da quello che leggo, se aprisse un blog varrebbe la pena seguire….se lo fa ve lo dico, promesso). Va be’ la sua era una citazione ed il senso era indubbiamente ironico, ma non mi pare un suggerimento così peregrino.

Accetta il mistero. Certe cose effettivamente non vale mica la pena comprenderle. Per esempio la stupidità. O la presunzione, che in fondo ne è una declinazione. Che stai lì a perder tempo per cercare di capire o di spiegare. Ma anche la bellezza. Il fascino, l’attrazione che sentiamo per qualcuno. Dobbiamo per forza trovarne una ragione?

Accetta il mistero. Così com’è, tutto intero, nella sua rotonda imperscrutabilità. Che poi in fondo, per noi cattolici romani, inattuali e estranei alle logiche del principe del mondo, in attesa della beata speranza che tarda ad arrivare, l’incompleta ragionevolezza della realtà, dovrebbe essere quasi un dato scontato.

E invece non è così. Non dormiamo la notte, soffriamo di gastrite di giorno, abbiamo ansie e insofferenze. Perchè i misteri vanno svelati. Perchè il mistero sembra defraudarci di qualcosa, sembra quasi un insulto, un’offesa alla nostra intelligenza. Ma come campiamo male! Accettiamo il mistero. Anzi lasciamoci avvolgere dal mistero. Partiamo insieme al tricheco, all’ippopotamo, al gallo e al coniglio per il magico viaggio nel mistero!

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10 domande sulla felicità

“A scuola mi domandarono cosa volessi essere da grande nella vita. Io scrissi “Essere felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito. Ma forse erano loro che non avevano capito la vita.” (John Lennon)

Si può morire a causa della felicità? Essere felici può essere una colpa? Si può nascondere la felicità, facendo finta che non esiste? La felicità è un diritto/dovere un po’ come il voto? Essere felici vuol dire fare un torto a qualcuno? E voi, di fronte all’infelicità altrui, vi siete mai sentiti colpevoli di essere felici? La felicità degli altri vi provoca mai infelicità? Esattamente al contrario, cosa c’è che può renderci più felici della felicità di chi amiamo? E invece, non pensate che sia impossibile, quasi una contraddizione in termini, essere felici da soli? Ed infine, posto che fino a prova contraria, in qualche modo si deve morire, non pensate sia una bella morte, morire col sorriso sulle labbra?

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Il revenge porn questo sconosciuto

E voi, simpatici lettori ermeneutici magari vi state chiedendo: “ma che cazz’è il revenge porn?” Sarà una nuova tecnica di accoppiamento mutuata dai canguri? Sarà forse un gioco erotico ispirato a giochi senza frontiere? O un profumo cin presunte doti afrodisiache…”cara spruzzati un po’ di revenge porn, vedrai il risultato!” Oppure magari è un nuovo canale sky per adulti basato sugli episodi dei Teletubbies? Niente di tutto questo!

Il revenge porn è una pratica schifosa messa in atto da gente abietta e spregevole che per vendicarsi di chissà quali torti amorosi subiti, diffonde sulla rete immagini intime e private di qualcuno (principalmente ex). Il classico comportamento da repressi frustrati che però rischia seriamente di marchiare a vita qualcuno. Un crimine odioso, penserete voi miei cari lettori. Invece no. I nostri geniali governanti hanno appena declassificato la cosa. Non è un crimine perseguibile. Se qualcuno vi entra in giardino per rubarvi una mela potete tranquillamente sparargli, ma se invece qualcun altro diffonde foto o video di qualche incauto adolescente a cui verrà probabilmente rovinata la vita per sempre, non succederà nulla.

Ora, considerato che siamo persone educate, che rifuggiamo il turpiloquio, che non alziamo mai i toni e che all’insulto preferiamo argomentare, possiamo dire, garbatamente, con tatto e delicatezza, che questo governo di fascisti di merda ha veramente rotto il cazzo?

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Che fretta c’era, benedetta primavera

Prima le donne poi i bambini, prima pagina, prima l’uovo o la gallina, prima classe, prima il dovere poi il piacere, prima linea, prima la frutta poi il dolce, prima serata, prima il nome poi il cognome, prima alla scala, prima legge della termodinamica, prima lettera ai Corinzi, prima guerra mondiale, prima la musica poi le parole, prima i tuoi poi gli altri se puoi, prima noi, prima io.

Cos’è questa smania di arrivare prima? Da dove ci viene? Sarà il retaggio della corsa di quell’unico spermatozoo tra migliaia? Sarà quella paura di rimanere esclusi che ci spinge fin da bambini a fare classifiche mettendo in fila le cose, le persone, i valori? Ma questa non è una gara, non vince chi arriva prima. Tutt’al più vince chi lo capisce prima. Chi capisce che in realtà più che al prima dovremmo pensare al dopo. A chi verrà poi, a quelli che sono appena partiti, anzi a chi ancora deve partire.

E così, mentre c’è chi blatera sul prima gli Italiani, dobbiamo ringraziare un bambino egiziano per aver evitato la peggior tragedia che potesse succedere dalla fine della seconda guerra ad oggi sul suolo italiano. Allora adesso via, di corsa a dargli la cittadinanza, contro quelle assurde, perverse, illogiche norme che loro stessi hanno messo. Presto, diamogliela prima degli altri! Meno male che finalmente, senza fretta e con i suoi tempi, come sempre, è arrivata la primavera. La prima vera bella notizia di questa settimana.

 

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Onora il padre

Com’è difficile restare padri quando i figli crescono e le mamme imbiancano…

Così cantava Battiato quando, forse non a caso, sventolava bandiera bianca sulle intemperie della vita. Non riesco a dire, obiettivamente, se fare il padre sia più difficile rispetto ad altri ruoli. Se soprattutto, una volta che lo sei, sia così difficile restarlo. Perché invece, secondo me, la cosa più difficile è proprio diventarlo. Ma una volta che lo sei anzi, il più è fatto. Sarà un luogo comune, sarà una banalità facilmente smentibile dalle mille esperienze che potremmo citare, ma c’è un fondo di verità nell’idea che le donne nascano mamme, mentre noi uomini diventiamo padri. Come già dicevo in questo post essere padre non è scontato, non ci nasci già predisposto. Il ché chiaramente non significa che poi non ci siano figure paterne meravigliose. Ma ognuno di noi che ha avuto il privilegio di avere dei figli, sa che la propria paternità è frutto di un percorso.

Un percorso fatto di tappe, non sempre lineari, tappe che ti mettono in discussione, spesso in contrapposizione anche forte. Un percorso in cui si cade spesso nella tentazione di proiettare su di loro i nostri desideri, di provare a renderli strumenti per raggiungere quello che non siamo riusciti ad essere noi. Un percorso che forse, prima ancora di riuscire a farti diventare padre, ti aiuta a capire meglio il tuo di papà.

Su FB ho messo una bella immagine che ricorda che i passi dei padri sono quelli dei figli, ma appunto, questo a volte può essere un limite. Siamo guide, siamo esempi, a volte da seguire, a volte al contrario, da evitare. Ed è giusto che sia così. D’altra parte si impara sbagliando: a volte si impara dai propri errori, a volte da quelli degli altri. E chi meglio dei papà è in grado di farci capire questa cosa? Chi meglio di loro può farci da specchio per capire i riflessi positivi e le distorsioni che possiamo dare? L’importante è riconoscerli questi errori. Perché invece a volte siamo portati a ripeterli pari pari, come se l’esperienza non ci avesse insegnato nulla.

Personalmente, al di là dei valori che mi ha trasmesso, al di là degli insegnamenti, delle pratiche e delle teorie, se dovessi dire una sola cosa che ho imparato da figlio e che vorrei passare da padre (a parte la fede calcistica, ovviamente) è la capacità di dare il giusto peso alle cose. La leggerezza nei pensieri e la pesantezza dei sentimenti. E ammesso e non concesso che io l’abbia imparata (ma non si finisce mai di farlo) sono riuscito a farlo spesso seguendo i suoi passi, ma a volte discostandomene profondamente. Sono riuscito a farlo litigando, molto più che essendo d’accordo con lui. Con la percezione forte però di averlo sempre dalla mia parte, anche quando avevamo opinioni diametralmente opposte.

Perché in fondo questo deve fare un padre, più di qualsiasi altra cosa. Troppo facile essere con i figli nei trionfi o quando hanno le nostre stesse idee (più o meno corrette). Bisogna essere lì nelle sconfitte. E bisogna esserci senza farle passare per vittorie, continuando a sottolineare le cose che non ci piacciono, ma rimanendo lì. Rimanendo padri fino in fondo.

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Resoconto semiserio di 4 giorni a Gerusalemme – Seconda parte

Era tantissimo tempo che avremmo voluto andare in Terra Santa e come scrivevo nel post precedente, l’occasione del trasferimento lì di Filippo, nostro amico carissimo, ci ha dato l’occasione giusta. Partendo presto il venerdì e tornando tardi il lunedì siamo riusciti a fare 4 giorni pieni, visitando Gerusalemme quasi da cima a fondo.

La cupola dorata della grande Moschea al tramonto

Per il trasferimento dall’aeroporto di Tel Aviv abbiamo preso lo Sherut, una sorta di taxi collettivo, che parte una volta riempiti i dieci posti a disposizione e poi ti lascia in città nel punto richiesto. Soluzione economica (circa 15 euro a persona), ma non comodissima a livello di tempi: sarebbe stato meglio prendere il treno che stanno allestendo, ma che ancora ha orari provvisori e giust’appunto il venerdì ha ancora poche corse. Con lo Sherut bisogna calcolare circa un’ora e mezza, perché oltre i chilometri c’è la variabile traffico: per capirne il livello a Gerusalemme posso affermare tranquillamente che al confronto Roma sembra Bolzano, un po’ più ordinata!

Piatto tipico, verdure speziate e al centro l’immancabile Humus di ceci

Gerusalemme si può idealmente dividere in tre zone: la parte propriamente israeliana, simile in tutto ad una moderna città occidentale, la parte araba in cui solitamente i turisti non vanno, né al di qua, né tanto meno al di là del muro e poi la città vecchia, circondata da mura in pietra risalenti alla dominazione ottomana, che racchiude buona parte delle cose da visitare. A sua volta la città vecchia è suddivisa in 4 zone: il quartiere cristiano, quello arabo, quello israeliano e quello armeno. Il vantaggio di visitare un luogo con una persona che ci abita ti permette di vedere cose che un turista normale magari non riesce a vedere e soprattutto di vivere la città, assaporando le sensazioni autentiche delle persone che la vivono tutti i giorni.

Porta di Damasco, una delle principali per entrare nella città vecchia

Al di fuori e proprio di fronte alla città vecchia si trova poi il monte degli ulivi, oggi confine con la parte araba, teatro di scontri violenti, ma luogo cardine di tutte e tre le religioni. Lì i vangeli raccontano eventi determinanti della storia di Gesù, anche in questo caso segnati da una serie di Chiese, ma quello è anche il luogo dove, sia secondo l’Islam, sia secondo l’ebraismo, ci sarà il giudizio finale della fine del mondo. Infatti, non a caso, è pieno di tombe di fedeli – soprattutto ebrei – che da tutto il mondo vogliono essere sotterrati lì per essere presenti quando succederà.

Ognuno di quei puntini bianchi è una tomba!

Anche qui, il vantaggio di essere fuori dai percorsi più propriamente turistici, ci ha dato modo di girovagare un po’ anche nella zona araba vera e propria. Nessun monumento, ma la vita di tutti i giorni di uomini e donne che vanno a lavoro, ragazzi che vanno a scuola e vivono all’apparenza una vita normale. Poi basta girare lo sguardo in qualche angolo e vedi gruppi di militari con i mitra spianati e capisci che la guerra non è mai finita. Poveretti che vivendo al di là del muro sono costretti ad ore di fila ai check point, che a volte chiudono senza motivo. Il muro ha diminuito drasticamente gli attentati, ma ha diviso in maniera brutale le persone, che si trovano divise dagli affetti o dal lavoro e che per andare in posti che in linea d’aria sono a cinque minuti di cammino, devono fare ore di viaggio.

Il “pinnacolo” del tempio, l’angolo delle mura più elevato visto dal monte degli ulivi

Sulla città vecchia ci sarebbe da parlare per ore, ma come ormai sapete questi sono resoconti semiseri, mica penserete di trovarci itinerari già pronti! La cosa più bella è girovagare per i vicoletti, passando dal suk arabo, alla parte israeliana, partendo dalla porta di Davide in alto, scendendo verso il già citato Kotel che si trova alla fine della città vecchia, sotto la spianata delle moschee di cui ho già parlato nel post precedente, così come della basilica del Santo Sepolcro. Oltre a questi la città vecchia ha una serie impressionanti di luoghi e riferimenti storici, soprattutto cristiani: si ha la possibilità di ripercorrere tappa su tappa tutto un insieme di eventi narrati nel Vangeli, con le varie stratificazioni storiche che si sono susseguite nei secoli.

Il suk arabo nella città vecchia

Dai romani, agli arabi, dai crociati ai turchi, tutti quelli che hanno avuto il controllo della città hanno lasciato tracce, spesso affastellate l’una su l’altra. Questa da una parte ha fatto sì che l’identificazione dei luoghi sia molto attendibile, dall’altra ha creato delle sovrapposizioni strane, in cui a volte si perde il senso del luogo originario. Non per voler parlare solo di quello, ma certo, anche in questo caso, la basilica del Santo Sepolcro è davvero emblematica. Si fa fatica ad immaginare la collina, l’orto, la tomba, dentro quest’insieme di cappelle, archi, monumenti, quadri. Ma per fortuna, come già detto, la nostra guida d’eccezione, ci ha portato in un posto fuori dalle mura in cui si trova la tomba della famiglia del Re Erode il grande, contemporaneo quindi di Gesù. E qui si capiscono davvero come dovevano essere i luoghi originari.

 

 

 

 

 

“Chi ci sposterà la pietra?”

 

In 4 giorni il mio solerte smartphone mi ha testimoniato che abbiamo percorso 56 km, ma comunque ti rimane la sensazione di essere riusciti a malapena a vedere solo le cose principali. Girare da soli ovviamente ci ha agevolato anche se dalla domenica abbiamo avuto la piacevole compagnia di un gruppo di ferraresi a cui il nostro amico Filippo doveva fare da guida. Con loro abbiamo visitato le basiliche presenti nel monte degli Ulivi che ricordano i momenti chiave della fede cristiana e degli ultimi giorni della vita di Gesù. Non è mancato neanche un giro a Mamilla Avenue e Jaffa Street nella parte più propriamente israeliana, piene di negozi del tutto simili a quelli che si trovano in ogni capitale europea, ma anche luoghi di incontri fuori dal comune, tipo quelli fotografati qui sotto.

Un Sefardita (a sinistra, originario della Spagna) e un Ashkenazita (originario dell’est europa)

Come forse avrete intuito è un posto che ti rapisce e che ti entra dentro. Non a caso è la città santa da migliaia di anni e per miliardi di persone. Troverà mai la pace? Domanda difficile, un po’ come chiedersi se gli uomini la troveranno mai. Se la troveremo mai noi! Nelle nostre vite, con i desideri inespressi e le ansie quotidiane, vincendo le nostre paure, mettendo da parte le voglie di rivalsa, i rimorsi ed i rimpianti. Mi vengono in mente le parole dell’Apocalisse, perché dobbiamo crederci che arriverà quel giorno, ma non penso sia ancora molto vicino.

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. (Ap 21, 1-4)

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Resoconto semiserio di 4 giorni a Gerusalemme – Prima parte

Vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere, vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere, vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere…

Non sapevo proprio come iniziare questo resoconto semiserio (minchione non ci sta bene vicino a Gerusalemme, per tutto quello che scriverò dopo), ma in effetti la filastrocca dell’infanzia non è così campata per aria per descrivere un posto unico al mondo, che nel bene e nel male non può essere paragonato con nessun altro. Quando poi uno dei tuoi migliori amici si trasferisce lì e ha la possibilità di farti da guida per qualche giorno, capite bene che è un’occasione da non perdere.

Un luogo – o forse si potrebbe dire meglio il luogo – in cui tutto è possibile: il ridere ed il piangere, la pace e la guerra, la santità e l’abiezione. All’interno di Gerusalemme ci sono tutte le contraddizioni del mondo, esasperate fino ai massimi livelli. La sacralità di quel luogo la si avverte anche solo camminando per i vicoli, l’aurea mistica che avvolge la città penso possa essere avvertita anche dal visitatore più laico o miscredente. Accanto, anzi, mischiato a questo però, si avvertono una serie infinita di conflitti non risolti, una contrapposizione permanente degli uni contro gli altri, che non fa sconti a nessuno. Arabi e ebrei, arabi cristiani e arabi mussulmani, ebrei ortodossi ed ebrei laici, cristiani latini e cristiani ortodossi e poi armeni e copti, siriani, evangelici. Riuscire solamente ad individuare le mille sfaccettature religiose presenti non è cosa semplice.

Fra le vie della Gerusalemme israeliana, metropoli occidentale a tutti gli effetti e le strade dissestate e confusionarie della Gerusalemme araba ci sono un paio di chilometri. Quelli che separano due continenti o se preferite due mondi incomunicabili. La segregazione razziale che si vede in maniera eclatante con la costruzione del muro ti fa tornare alla mente altri orrori. Com’è possibile che un Paese nato da quell’odio, un popolo devastato da quella malvagità, abbia potuto ripercorrere le stesse vie (se si escludono i campi di sterminio) per diventare da vittima a carnefice?

Ma tralasciando per un attimo il conflitto arabo israeliano, concentrandoci sulla parte cristiana, è emblematica la situazione della basilica del Santo Sepolcro. Il luogo più sacro e più importante della nostra fede, dove secondo una tradizione antichissima e molto attendibile, si trova il Golgota, la collina della crocifissione ed insieme il sepolcro dove fu deposto il corpo e dove avvenne la resurrezione, è un luogo dove le varie confessioni cristiane convivono a fatica. L’unico modo per non litigare è una ripartizione dei luoghi rigorosissima, fissata nel 1852 quando l’allora sultano mussulmano, stufo delle continue diatribe, stabilì il cosiddetto “status quo”. Da allora nulla può essere modificato, la ripartizione dei luoghi (ogni cappella commemorativa, ogni altare, ogni piccolo posto all’interno della basilica) e degli orari (lì dentro e solamente lì non entra nemmeno in vigore l’ora legale per non mutare gli equilibri) viene gestito dall’una o dall’altra confessione. E per sancire tutto ciò, mentre ortodossi, cattolici e armeni si alternano alle varie funzioni, le uniche chiavi della basilica ce le ha un guardiano mussulmano.

A pochi passi di lì gli ebrei vanno a pregare in un non luogo. Quello che comunemente chiamiamo “muro del pianto” o “muro occidentale”, (per loro semplicemente Kotel) è il contrafforte costruito per reggere la spianata dove c’era il tempio distrutto dai romani del 70 d.c. e dove ora si trova la Cupola della Roccia, la moschea con la Cupola dorata. Quel muro è il luogo più vicino a dove si trovava il sancta sanctorum all’interno del tempio. Proprio lì, secondo la tradizione Abramo stava per sacrificare Isacco e per i mussulmani, in quello stesso punto Maometto fu rapito in cielo. Non c’è un punto più sacro, sia per gli uni che per gli altri. Ma anche lì, invece di pregare insieme seppur in modi diversi, lo stesso unico Dio, se potessero si scannerebbero senza troppi complimenti.

D’altra parte le contraddizioni non sono solamente legate a eventi cruenti. Proprio il giorno del nostro arrivo abbiamo potuto assistere all’inizio dello Shabat (che cominci al tramonto del venerdì) ed è uno spettacolo emozionante perché capisci sul serio quanto per loro sia tenue il confine fra sacro e profano, fra vita quotidiana e credo religioso. Le contemplazione delle letture, con quel dondolio che indica il coinvolgimento del corpo alla mente in preghiera si alternano a girotondi, cori da stadio e lancio di caramelle, come fosse una festa per bambini. Lo Shabat è il giorno di festa. E loro festeggiano. Senza neanche un goccio d’alcol! Ma perché non potremmo stare tutti insieme, tranquilli, pregando ognuno il nostro Dio, senza star troppo a pensare a quello del nostro vicino?

Mi rendo conto di non aver fatto un resoconto autentico, ma che volete? se avete bisogno di una guida ce ne sono a bizzeffe! Domani però proseguo e prometto che vi racconto qualche dettaglio più pertinente al viaggio vero e proprio.

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L’8 marcio

Ho spesso sognato di poter fare un post muto. Senza parole, solamente il titolo, un’immagine e una musica di sottofondo. Il titolo c’è, la musica pure, per l’immagine ringrazio la Lega Salvini Premier di Crotone. Lo so, già fa ridere così (e infatti il post verrà inserito anche nella sezione “viaggi umoristici”), perché se non facesse tristezza, effettivamente potrebbe anche far ridere. Ma del resto se per omaggiare le donne una delle più grandi aziende del Paese fa una campagna di fidelity regalando addirittura una caramella (hanno preso alla lettera il “basta il pensiero”), di cosa ci stupiamo? C’è molto strada da fare. Non saprei bene verso dove, ma sicuramente lontano da quest’Italia del duemiladiciannove.

Insomma, non sono riuscito a stare zitto neanche stavolta. Ma del resto non posso non fare tanti auguri a tutte le splendide donne che mi circondano: lettrici, compagne, amiche, colleghe, familiari, consanguinee, acquisite, adottate. Consoliamoci con la musica, quella non tradisce mai.

 

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Amare significa non dover mai dire mi dispiace

Forse la citazione più celebre di “Love Story“, uno dei film più famosi (e più tristi) degli anni 70. Ma sul serio? Che poi, il più delle volte chi dice “mi dispiace” in realtà non si dispiace affatto. Tipico ad esempio chi dice, “mi dispiace ma”. In quel “ma” è detto tutto. Quel “ma” è l’esatta contraddizione del dispiacere, perché in realtà sta a significare, “non me ne frega proprio un bel niente che tu possa dispiacerti di questa cosa, io la faccio ugualmente“. Un po’ come il chiedere scusa, anche questo il più delle volte detto tanto per dire, per dare aria alla bocca, senza un minimo di sincerità o comunque di trasporto.

Eppure, se fossero autentici, reali, sentiti nel profondo, le scuse o il dispiacersi per qualcosa/qualcuno, sarebbero sentimenti molto nobili. Perché allora sarebbero incompatibili con l’amare? Forse vorrebbe dire che amare qualcuno significa non sbagliare mai nei suoi confronti e quindi non doversi dispiacere di nulla. Ma quando mai sarebbe possibile un amore del genere! Dove mai si è visto? Amare significa sbagliare ogni giorno e continuare ad amare lo stesso, significa come ho già scritto altrove amare perché, ma anche amare nonostante. E dentro quel nonostante ci stanno tutte le mancanze, tutte le imperfezioni e gli errori dell’altro e di se stessi.

Eppure credo che la frase non sia del tutto errata. Dispiacersi degli errori o delle omissioni fatte nel corso di una vita passata insieme è normale, ma dire “mi dispiace” appunto, potrebbe lasciare il tempo che trova, proprio per i motivi che dicevamo sopra. Mi dispiace, ma in fondo io sono così, proverò a migliorare, ma tu sai meglio di me che in fondo sono questo. E allora? Ci arrendiamo all’esistente, senza provare a migliorarci? Neanche questo sarebbe giusto, ma migliorarsi è un percorso lungo, basato sui fatti più che sulle parole. Forse allora, amare significa non dover mai dire mi dispiace, perché invece significa dire “grazie”. Grazie che ci sei e che rimani, che mi sopporti nonostante tutto.

 

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Anche i blogger hanno ansie da prestazione?

Riflettevo sul post di ieri. In particolare mi veniva in mente un’osservazione relativa alle statistiche del blog. Voi le guardate? Quanta gente ci legge, quante visualizzazioni, da dove, chi, perché? Io sì, è una cosa che fin dal primo giorno di blog, ha stuzzicato la mia curiosità. Qui torniamo sull’annosa questione dell’importanza del lettore per chi scrive. Come ho già citato altrove, se il sommo Umberto Eco diceva che l’unica cosa che scriviamo per noi stessi è la lista della spesa, perché non riconoscere che avere lettori è uno dei piaceri dello scrivere? Certo non è solo quello. Non è solo per quello che scriviamo, ma in ogni caso avere un riscontro, più o meno numeroso, più o meno positivo è un fattore importante per chiunque si espone nella scrittura.

Ebbene, da quando ho fatto l’upgrade del blog, passando al nuovo dominio, mi sono accorto che i lettori del blog sono più che dimezzati. Ci ho messo un po’ per collegare le cose. All’inizio anzi non riuscivo a capire perché da una media giornaliera fra i 60 ed i 70 lettori, in breve tempo fossi arrivato a meno di 30. Mi sono chiesto: magari i miei post hanno stufato i più. Può essere. Forse prima scrivevo cose più interessanti. Non è da escludere. Però la cosa strana era che i lettori abituali, i commenti, i like ai post, erano rimasti pressoché inalterati. Non sono un esperto di computer (e forse tra voi blogger c’è chi ne capisce di più e può darmi la sua interpretazione), ma penso che cambiare il nome e quindi il dominio al blog sia stato un po’ come azzerare certi percorsi che dai motori di ricerca portavano i lettori casuali qui.

Non so se è questa spiegazione sia stato un modo per placare l’ansia da prestazione scrittoria: non so dirlo, anche perché non credo di averla mai avuta. Però sarei curioso di sapere se è capitato anche a qualcun altro e se questa teoria è corretta, oppure davvero, più banalmente, la maggior parte dei lettori si è stufata di leggere le mie minchiate!