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Come stare fuori dal tempo

Oggi ho incontrato dei compagni delle elementari, amici che non vedevo esattamente da 42 anni. Una di quelle rimpatriate favorite dai social network, che possono rivelarsi grandi occasioni per riscoprire piacevoli ricordi o tristi occasioni di confronto con un passato remoto ormai dimenticato. Fortunatamente per noi si è trattato del primo caso! Siamo stati bene, ci siamo riscoperti e ritrovati, diversi, ma in fondo simili a quelli che eravamo.

Soprattutto è stato buffo confrontare l’idea che loro avevano di me, in base ai loro ricordi, con l’io attuale, le similitudini e le differenze che i percorsi della vita ci hanno fatto fare. La memoria non appartiene alla mente, perché i ricordi sono etimologicamente ri-cordi. Il muscolo protagonista è il cardio, il cuore. Per questo i ricordi più autentici sono i sentimenti che ti assalgono, ti circondano e piegano le tue resistenze. Rivedi quei volti, ascolti i loro ricordi e improvvisamente hai di nuovo undici anni. E tutto sembra bello.

Prima di ogni scelta, prima di ogni bivio, prima di ogni sbaglio. Tutta sembra bello. Hai tanta confusione in testa, ma insieme l’entusiasmo folle di sentirti padrone della tua vita. Quando è più forte la voglia di provarci della paura di fallire, perché il futuro è una pagina bianca e tu hai fretta di cominciare a scrivere. Tutto sembra bello.

Tu stesso sei uno sconosciuto, che potrebbe diventare chiunque. Ancora non conosci la musica che farà da colonna sonora alla tua vita, non conosci gli autori che cambieranno il tuo modo di pensare, non hai incontrato le persone che accompagneranno la tua vita, eppure paradossalmente sono già lì accanto a te. E tutto sembra bello.

  • Ciao!
  • Ciao. E tu chi sei?
  • Io sarei tu. So che può suonare strano, ma io e te siamo la stessa persona. Io sono quello che sarai tu fra 40 anni.
  • Se va be’, mi stai prendendo in giro!
  • Ero così diffidente a 11 anni? Mica mi ricordo. Però certo, mamma mia com’ero piccolo!
  • Ehi! Non è che sei diventato tanto più alto eh!
  • Anche questo è vero! Ora sì che mi riconosco.
  • Insomma, tu verresti dal futuro? Ma sul serio?
  • Sul serio
  • E dimmi, com’è?
  • Incasinato.
  • Allora è come adesso
  • Peggio! Non puoi avere un’idea! Il traffico è impossibile
  • Sì, perché ora invece? Se tu sei me, dovresti ricordarti com’era
  • Ti assicuro che poi sarà peggio
  • E poi? Che mi puoi dire del futuro?
  • Tutti abbiamo un telefono e
  • Ma anche ora tutti abbiamo il telefono!
  • No, non hai capito! Tutti abbiamo un telefono portatile, che però non è un semplice telefono. Puoi leggerci qualsiasi notizia, puoi scrivere messaggi, ascoltare musica, vedere le partite
  • Abbiamo vinto qualche altro scudetto?
  • Sì! E pure una Coppa delle Coppe e diverse Coppe Italia
  • Dai! Fico
  • Sì, ma siamo anche andati in serie B e ci sono capitate una quantità di sventure che forse ti converrebbe diventare della Juve. Sei ancora in tempo
  • Che sei scemo? Della Juve…figuriamoci!
  • Va be’, hai ragione, sei me, come potresti fare una scelta così logica?
  • Che vuoi dire? Che non farò scelte logiche nella vita?
  • Sì, cioè no. Va be’, è complicato spiegarlo a un ragazzino di 11, anche se quel ragazzino sono io
  • Mica mi hai convinto tanto su questa cosa. Ma oltre questi telefoni magici, poi che avete fatto. Le macchine volano? L’avete trovata una cura contro il cancro?
  • Ancora no, però ci stanno provando. Ma poi ci stanno tante novità, non ci sarà più la lira, ma una moneta unica in tutta Europa, tutti i partiti che conosci ora spariranno e ce ne saranno di nuovi
  • Ok, ma per esempio, Tex ci sarà ancora?
  • Certo! E continuerai a comprarlo, tutti i mesi. A che numero sei arrivato?
  • 159
  • Qualche giorno fa ho comprato il 701. L’unico problema è che non so dove metterli! Mia moglie mi ha obbligato a tenerli dentro delle scatole che teniamo sotto il letto
  • Allora mi sono sposato! E chi è?
  • Meglio che non te lo dico. Lo scoprirai pian piano
  • Ma già la conosco ora?
  • Non te lo dico!
  • E che lavoro farò? Mi sono laureato in archeologia?
  • Ah sì, mi ricordo che avevo quell’idea! No, poi hai fatto altre scelte, ma non ti dico neanche questo, non voglio influenzarti
  • Senti, ma in vacanza andiamo sempre a Santa Severa? Sono diventato bravo a suonare il piano? E ho imparato a nuotare?
  • A Santa Severa no, anzi da un po’ di anni ci siamo spostati in montagna. Il piano l’hai suonato per 8 anni, poi però ti sei stufato e invece a nuotare hai imparato, giusto l’anno scorso
  • Ma come? 8 anni e poi ho lasciato perdere…e il nuoto ho imparato a 50 anni?
  • Te l’ho detto che non farai sempre le scelte più logiche
  • E senti, loro ci stanno ancora?
  • Neanche questo penso sia giusto dirti ora. Qualcuno ormai non c’è più, ma qualcuno è arrivato e riempe la tua vita, su questo puoi stare tranquillo. E poi ancora giochi a pallone, tutte le settimane e sei ancora bravino
  • Sì va be’, ma insomma, non mi dici le cose più importanti. E poi anche il futuro che racconti, non è poi così entusiasmante. In sintesi, cosa puoi dirmi che potrebbe servirmi?
  • Eh, non è facile…così su due piedi…
  • Mica ti ho detto io di tornare dal futuro!
  • Allora qualcosa te la dico. La prima è che non devi avere paura
  • Va be’, questo me lo dice pure papà.
  • Lo so, me lo ricordo. Però ha ragione lui. E invece altre volte non ce l’ha, come forse hai già capito da solo. Ma qui ha davvero ragione: non devi aver paura. Soprattutto di restare solo, perché invece scoprirai che si può star bene anche da soli. Anche se a dir la verità non ci starai mai.
  • E poi?
  • Poi scoprirai quant’è bello avere un cane.
  • Un cane? Ma io non voglio un cane
  • Me lo ricordo. Adesso è così, ma quando succederà capirai che è una delle cose più belle che possa succederti
  • E terzo?
  • Non c’è un terzo
  • Ma di solito sono sempre tre le cose no? Un po’ come i desideri di Aladino
  • Terzo ascolterai sempre tanta bella musica. E ricordando questi momenti tutto sembrerà bello. Persino le canzoni di Gianni Togni.
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Il passo indietro (dedicato a DDR, ma non solo)

Quant’è difficile dire “è finita”! Ammettere che una storia si chiude, che una carriera è conclusa, che un compito finisce, che un obiettivo è raggiunto. Riconoscere, prima di tutto con se stessi, che è inutile insistere, andare avanti, far finta che ci sia altro tempo da spendere o altro spazio da occupare. Penso che in assoluto sia una delle cose più complicate del mondo. E vale in ogni situazione: nelle vicende amorose, come in quelle lavorative, nei rapporti fra le persone ed in quelli con il mondo che ci circonda.

Un caso eclatante (l’ennesimo) riguarda il capitano (o dovrei dire ormai l’ex) della seconda squadra della capitale. Il povero Daniele De Rossi, a forza di aspettare che il monumento della storia romanista togliesse le tende, è passato nel giro di un anno da capitan futuro a capitan passato, come se per lui non ci fosse mai stato un presente. Dicevo l’ennesimo caso perché di campioni che con il passare degli anni non riescono a capire che il loro tempo migliore è ormai alle spalle ne è piena la storia del calcio. Ma del resto, se è difficile per un politico o per un grande manager accettare che a settantanni (a volte anche più) sarebbe meglio dedicarsi ai piccioni ai giardinetti o ai cantieri della metro, come pretendiamo che un ragazzone di trentacinque anni, possa rassegnarsi a farsi da parte serenamente quando ha ancora una vita davanti?

Qualcuno riesce anche a reinventarsi in altri campi (mitico il portiere Sepp Maier della Germania campione del mondo nel 74 che diventò un clown o il milanista Weah che è diventato presidente della repubblica della Liberia), qualcuno rimanendo nel mondo del calcio addirittura ha una carriera migliore di quando giocava (quante seconde linee sono diventati grandissimi allenatori o addirittura presidenti di squadre). Ma tanti, soprattutto grandi campioni, hanno avuto difficoltà, perché non è facile quando si è all’apice del successo, quando si è raggiunti la cima, riuscire a trovare nuove motivazioni, nuovi traguardi.

Per questo fare un passo indietro, riconoscere che quella cosa è finita, saper dire basta è durissima. Per questo ci si ostina ad andare avanti lo stesso, facendo finta che il tempo non sia passato. Un po’ come chi si tinge i capelli o si tira le rughe. Oppure chi rimane attaccato alla poltrona come una patella ad uno scoglio. Ma dimettiamoci amici miei, togliamoci di torno! E facciamolo noi prima che siano gli altri a presentarci il ben servito. Non bariamo con il tempo, perché prima o poi verrà a vedere le carte e scoprirà il bluff, prendendosi il piatto e lasciandoci miseramente in mutande. Ripeto, non è facile, ma che soddisfazione, che dignità quando ci si riesce! Perché come dice Sun Tzu, ne “L’arte della guerra”, dobbiamo fare le battaglie che sappiamo di poter vincere. E contro il tempo, ahimè, non vince nessuno.

Detto questo, riconosco l’onore delle armi a DDR, avversario scomodo, duro, antipatico, ma con una dignità che altri non hanno avuto e gli auguro di trovare nuovi successi (anche perché calcisticamente parlando non è che….) e nuovi stimoli nella nuova vita che comincerà a breve.

 

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La giusta distanza

La mia amica Jò , l’altro giorno si incamminava mirabilmente (come lei sa fare di solito) in sentieri ricchi di spunti, come quei viottoli di montagna nei quali a destra e sinistra, nel folto degli alberi, si aprono panorami straordinari, a volte semi nascosti, altre volte completamente svelati. E si parlava appunto di giuste distanze. Continuo proseguendo per quel sentiero delineato da lei, provando a disegnare nuovi scorci.

Premetto che sono miope, fin da ragazzino. Il mondo ogni giorno riprende i suoi contorni solo quando mi infilo gli occhiali. Prima è una roba nebulosa, più o meno definita, è questo, ma potrebbe anche essere quello. Una cosa lontana per me diventa indistinguibile. Da qualche anno a questa parte però sono diventato anche presbite, quindi, se porto gli occhiali, anche una cosa vicina diventa altrettanto nebulosa. Paradosso dei paradossi, se tolgo gli occhiali però, da vicino ci vedo benissimo. Quindi lo strumento che mi serve per vedere da lontano è lo stesso strumento che mi impedisce di vedere bene da vicino.

E’ un mondo complicato. Non vediamo quello che abbiamo ad un palmo dal naso e vediamo benissimo quello che ci sta lontano. O al contrario, riusciamo ad analizzare e sviscerare quello che abbiamo sotto gli occhi, ma appena ci allontaniamo la realtà diventa indistinta. E’ vero, esistono gli occhiali multifocali (che sono quelli che ho da qualche anno), ma qui ovviamente non volevo fare un saggio di oftalmica. La miopia e la presbiopia mi sembrano situazioni un po’ più generali, condizioni con le quali dobbiamo convivere per valutare il mondo che ci circonda, gli altri, ma prima di tutto noi stessi.

E qui arriva Jò con le sue giuste distanze. Ma giuste per chi? Per “vedere” e quindi capire chi è vicino e chi è lontano? Ed è possibile trovare una distanza così giusta che sia equidistante da tutto, al punto che si riesca a mettere bene a fuoco sia il vicino, sia il lontano? Oppure saremo sempre costretti a questa continua oscillazione, ad allontanarci per vedere bene il vicino e avvicinarci per vedere bene il lontano? Nel Piccolo principe si dice che “non si vede bene che col cuore, perché l’essenziale è invisibile agli occhi“. Ma anche (anzi forse soprattutto) per il cuore vale il discorso della distanza giusta. Ammesso che esista. Piuttosto, invece del buon Saint Exupery, mi viene in mente una frase del mio amato Ludwig, che forse, al di là del discorso sulla misura del vista, coglie un aspetto fondamentale: l’idea è come un paio di occhiali posati sul naso, e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli. (L. Wittgenstein)

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Mai più senza

Come, dico io? Com’è stato possibile? Come abbiamo fatto a rimanere senza per oltre un anno? Me lo chiedo e ve lo chiedo, lettori ermeneutici. Come abbiamo fatto per più di un anno a rimanere senza questo gioco meraviglioso, ma che dico meraviglioso, fantasmagorico, ma che dico fantasmagorico, paradisiaco: il VinciSalvini, il gioco aperto a tutti i fan del gran coglione, Capitano che abbiano un profilo su Facebook.

ll gioco è molto semplice: chi mette più velocemente un like ai post del gran minchione Vice Premier, accumula punti. Ogni giorno si possono vincere strabilianti premi: una foto diffusa sui canali social del testa di minchia ministro degli Interni; una telefonata con il suddetto e addirittura (squilli di tromba, rullo di tamburi) un caffè con lui, di persona, personalmente!

Che uno, appena letta la notizia, dice “Ah, che burloni questi di lercio.it!” Ma si sa, da noi la fantasia ha dato ormai una pista alla realtà e questa non è affatto una minchiata di qualche buontempone, ma l’ingegnosa (?) campagna pubblicitaria che allieterà le giornate degli elettori e simpatizzanti leghisti da qui fino al 26 maggio. Ma perché uno dovrebbe essere felice di prendere un caffè con Salvini? Perché Salvini pensa (Salvini pensa….va be’ mi piacciono gli ossimori) di aumentare i suoi voti in questo modo?

Ora possiamo solo immaginare cosa si inventerà quell’altro portento di Vice premier per stare al pari del nemico amico. Come minimo organizzerà un VinciDimaio! Anche lui con ricchi premi e cottillion: una zizzona, mozzarella di bufala originaria a 5 stelle, un babà servito su un vassoio con la foto di Beppe Grillo e per i più fortunati una statuetta del presepe con l’immagine di Giggino vestito da San Giuseppe, utile anche per i prossimi presepi.

La situazione è grave, ma non seria, come diceva il buon Flaiano. E allora, almeno facciamoci due risate con questa parodia realizzata dai quei geni della pagina FB “Ilsocioaci”

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Questo strano freddo maggio

In questo strano freddo maggio capitano cose brutte. No, non mi riferisco al tempo. Quello fa come vuole lui, alla faccia delle previsioni e dei cambiamenti climatici. Anticipa l’estate, risuscita l’inverno, mischia le carte, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni…. Il tempo rimane una variabile imprevedibile. Ma, almeno per quanto mi riguarda, mi piace abbastanza questa sua mutevolezza. Mi piacciono le giornate calde d’inverno e quelle fresche d’estate. Mi piace uscire di casa e capire di aver sbagliato vestiti. Lo so, sembra una cosa strana, non dovrebbe essere piacevole e in effetti lì per lì qualche imprecazione sfugge anche a me. Però poi mi scappa sempre un sorriso, perché sono convinto che essere sorpresi sia sempre una cosa bella.

Invece capitano cose brutte ed inaspettate. Nel palazzo di mio padre sono entrati due ladri in un appartamento al secondo piano dove abitava una signora che vedendoseli in casa ha cominciato a gridare. Questi due disgraziati invece di scappare l’hanno aggredita: non hanno avuto modo di rubare nulla, ma lei purtroppo, è morta. Un episodio di cronaca di cui purtroppo sono pieni i giornali, ma quando accade praticamente nella porta accanto, ad una persona che conosci fin da bambino, la botta è forte. I furti ci sono sempre stati, anche nel nostro quartiere, come in tutta Roma, ma una efferatezza, una cattiveria come questa no. E la sensazione è che questa escalation nasca dalla quasi certezza dell’impunità. Questo fa incazzare più di qualsiasi altra cosa.

Li hanno visti fuggire, probabilmente stranieri dell’europa dell’est, ma la provenienza è un dettaglio poco significativo. Certo si comprendo meglio perché determinate idee politiche ritornano in auge. Le persone sono spaventate e probabilmente uno degli errori più clamorosi della sinistra è stato proprio questo aver regalato il tema della sicurezza alle destre. Ma la sicurezza (che certo non si fa dando una pistola a tutti, stile Far West) non dovrebbe essere né di destra, né di sinistra. Soprattutto, la sicurezza dovrebbe essere un diritto che lo Stato dovrebbe garantire a chiunque. Ed io non debbo sentirmi di destra se pretendo che ci siano più fondi per le forze di polizia e un inasprimento delle pene.

Che poi, mi sembra che destra o sinistra abbiano miseramente mancato sul tema. Lì nessuno riesce a sorprenderci con qualcosa di inaspettato. Probabilmente è più facile e si guadagnano più voti prendendosela con quei poveracci che arrivano in mezzo al mare.

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Preferivo quando mi faceva male la milza

Qualche tempo fa mentre zoppicavo fra i corridoi in ufficio, un collega mi ha chiesto cosa avessi fatto.

“Ginocchio gonfio. Ho il menisco lesionato, ma continuo a giocarci a calcetto.”

Non ho giocato per un mese e ora va meglio. Invece l’altro giorno ho fatto le analisi del sangue per controllare il colesterolo, che è sempre alto, ma un po’ meno del solito. In compenso però mi ritrovo le transaminasi fuori norma. Come mai? Devo ricordarmi di dirlo al gastroenterologo, tanto prima dell’estate devo vederlo perché è probabile che debba rifare la gastroscopia, visto che nonostante il gastroprotettore continuo ad avere bruciori di stomaco.

E meno male che almeno con la cistite è un periodo tranquillo, ma lì prendendo il Cisdol le cose si aggiustano. Dovrei ricominciare ad andare in piscina prima dell’estate però mi fa male un piede, non so cosa sia successo. Un dolore fastidiosissimo, proprio sul malleolo, sembra un dolore muscolare, ma chissà.

Vi ricordate da ragazzini dopo una lunga corsa, quando ti prendeva quel dolore terribile alla milza? Era una cosa da togliere il fiato, davvero insopportabile. Ora non mi capita più. Evidentemente con l’età la milza migliora. In pratica con l’età si rinforza l’unico organo che non serve a una benamata ceppa. Poi dicono che bisogna sempre saper cogliere gli aspetti positivi. E noi li cogliamo. In effetti, che altro potremmo fare?

“Giochi a calcetto? Sei pazzo! Ma perché non ti droghi come fanno tutti?”

 

 

 

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Sono Giulio sono giù

Ma perché non mi dai, la tua mano perché?
Potremmo correre sulla collina
e fra i ciliegi veder la mattina (e il giorno).
E dando un calcio ad un sasso
residuo d’inferno farlo rotolar giù, giù, giù
e noi ancora ancor più su

Sono Giulio, sono giù. Qui sotto casa tua, ma tu non mi apri. Ho provato e riprovato a farti almeno socchiudere una finestra, ma tu niente, rimani chiusa come una Chiesa quando ti vuoi confessare, come cantava Venditti. Che poi io non devo confessare più nulla, perché tutto quello che c’era da dire te l’ho detto.

Sono Giulio, sono giù. Di morale. Volevo renderti felice, ma tu non me lo permetti. E’ meglio così, mi hai detto, ma meglio per chi? Io parlo d’amore e tu restiamo amici, ma amici di chi? Volersi bene, prendersi cura di una persona è così difficile? Faccio domande stupide lo so, ma non posso farne a meno.

Sono Giulio, sono giù. Di corda. Forse quella stessa con cui volevo legarmi con te e che tu hai sciolto come neve al sole. Del resto sciogliere è più facile che scegliere, comporta meno responsabilità. Ma non devi scegliere per paura di perdere qualcosa, altrimenti sarebbe una scelta obbligata e allora che scelta sarebbe? Piuttosto devi scegliere perché non hai nulla da perdere, ma solo qualcosa da guadagnare. Qualcosa che non sai tu e non so io. Qualcosa che potremmo costruire insieme.

Sono Giulio, sono qui. Dammi una possibilità, fammi salire su. Dammi una possibilità. Non sono un treno che passa, piuttosto sono quello che se la fa a piedi con te, per arrivare dove vuoi tu. Dammi una possibilità!

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#nellUovoVorrei. Ovvero, qual è la tua sorpresa sorprendente?

Avete in mente nulla di più inspiegabilmente insulso e scientificamente inutile delle sorprese dentro le uova di pasqua? Perché, dico io? Perché continuiamo a sperare in chissà cosa, quando dovremmo ormai aver imparato? La sopresa nell’uovo di Pasqua è un po’ come il tempo a pasquetta, come il gratta & vinci che compri al bar, come il compito di recupero per evitare di essere rimandati o come quando la tua squadra gioca contro la capolista. Situazioni in cui riponi speranze che già sai saranno deluse. Ma allora perché?

Forse perché non possiamo non sperare in un finale diverso. Non possiamo non sperare, che le cose non andranno come sono sempre andate e come la ragione ci porterebbe a pensare. Non possiamo non sperare, almeno una volta, di essere sorpresi. Che la sorpresa ci sorprenda positivamente.

Su Twitter hanno lanciato l’hastag #nellUovoVorrei e sono venute fuori cose carine. Chi vorrebbe trovarci la salute, chi preferirebbe quella stradina che porta diretta al mare. Chi vorrebbe trovare i propri vent’anni e chi quel momento prima del bacio. E voi, lettori ermeneutici, cosa vorreste trovare nell’uovo? Qual è la sorpresa che vi sorprenderebbe sul serio? Quella cosa che sotto sotto aspettate che accada, senza però crederci troppo?

Ed io che vorrei trovarci? Nulla che sia già stato detto. Altrimenti che sorpresa sarebbe? Una vera sorpresa non può che essere sconosciuta, inaspettata, non pianificata. Come mi diceva qualche giorno fa una cara amica, capace di non farsi schiacciare da un bellissimo passato, per aprirsi alla possibilità di un nuovo domani: la sorpresa sorprendente sarebbe riuscire a immaginare una storia diversa. In fondo, restando in tema pasquale, che cos’è la resurrezione, se non la cosa più nuova di tutte? Perché come il grande Schulz fa dire al suo bracchetto filosofo, un’intera montagna di ricordi non eguaglierà mai una sola piccola speranza.

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Sull’onda delle emozioni

È una vela la mia mente
prua verso l’altra gente
vento, magica corrente
quanto amore!

Ascoltiamo le future generazioni. La scorsa settimana, oltre all’ormai famoso “non me sta bene che no. Io so de Tore Maura e nun so d’accordo“, esemplare perifrasi che riempiva il cuore e lanciava uno squarcio di luce sul tenebroso futuro che sembra profilarsi, da Formigli un altro ragazzo, stavolta da Casal Bruciato (altra ridente località nella periferia della città eterna), prendeva l’applauso del pubblico in studio, affermando che “no, i Rom nun so uguali a noi“.

Al di là del fatto che i Rom non sono uguali a noi se mettiamo a confronto il loro stile di vita, i loro usi e costumi, la loro cultura (senza voler dire che la nostra sia migliore della loro), quello che lascia perplessi è l’applauso che ne è scaturito. Ma quello che lascia ancora più perplessi è che dopo la netta presa di distanza da quella affermazione dello stesso Formigli, lo studio applaudiva nuovamente. Non sono un frequentatore di studio televisivi, non so quanta spontaneità ci sia e quanto sia reale il trasporto da parte del pubblico, però sentire applaudire nel giro di due minuti, una tesi ed il suo esatto contrario, al di là che avrebbe fatto felice Hegel sulla verità della dialettica, mi ha lasciato davvero confuso.

Ma che vi applaudite? Ma avete capito quello che hanno detto? No che non avete capito! Ma il guaio è che non è importante se abbiate capito a no. Un po’ come nei social network: non importa se una notizia sia vera o falsa, non importa se uno ha letto tutto un articolo o solo il titolo. L’importante è la reazione emotiva. Il like o la faccina arrabbiata. L’emozione vince su tutto. L’emozione che registra uno stato d’animo e poi passa avanti, va a quella successiva. Che può anche essere l’esatto contrario di quella che l’ha preceduta, non ha importanza, tanto è già pronta ad essere sostituita da quella che arriva dopo. E così ancora e ancora e ancora.

Non mi sta bene che i Rom siano discriminati, i Rom non sono uguali a noi, siamo tutti fratelli, prima gli Italiani, Forza Lazio (già che c’ero, ci sta sempre bene). Siamo prigionieri della velocità. Slogan, anzi, ancora meglio, immagini. Per questo Facebook è vecchio, è roba superata, molto meglio Instagram, molto più intuitivo, più immediato, più emozionante. Siamo sempre sull’onda delle emozioni: la rabbia e l’esaltazione, l’entusiasmo e lo sdegno. Attenzione però: cosa c’è di più facilmente influenzabile delle emozioni? Basta un nonnulla, uno slogan, una foto. Spegni il cervello, comanda la pancia. E ti ritrovi Salvini e Di Maio alla guida del Paese.

E vogliamo commentare cosa sta scatenando l’incendio di Notre Dame? I commenti di chi ce l’ha con i francesi, chi con Charlie Ebdò, chi si scandalizza, chi invece se la prende con chi si scandalizza. Siamo in grado di governare le emozioni o davvero ci lasciamo trascinare come fuscelli? Perché l’emozione sarà anche un’onda, ma per restare a galla sarebbe utile una barca. O forse basterebbe anche solo una tavola da surf. Sempre ammesso che siamo in grado di governarla.

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Il decalogo dell’amore vero (sempre ammesso che esista per davvero)

“You can’t hurry love, no, you’ll just have to wait. She said, love don’t come easy, but it’s a game of give and take.”

In questi 5 anni di Blog i post scritti hanno avuto storie e destini differenti. Molti sono legati a commenti sull’attualità e quindi nascono e finiscono presto nel dimenticatoio, altri ogni tanto riemergono dal passato e rivivono in nuovi commenti. E poi ce ne sono alcuni che sembra abbiano quasi una vita propria ed ogni mese hanno un certo numero di lettori, a volte persino superiori ai post appena pubblicati. In assoluto fra tutti, il post con maggiori letture e maggiori consensi è quello sull’amore vero. Un post fortunato, che certamente non esaurisce l’argomento, che in effetti ritorna anche in tanti altri post del blog. Ma allora mi sono chiesto, perché non dargli un seguito? Magari con un bel decalogo in grado di identificare con assoluta certezza le prove del vero amore.

Non gesti estremi, non prove di valore assoluto: piccoli gesti, segnali quotidiani, che però non mentono. Sono bravi tutti a comprare un diamante, ma chi è che porta giù la mondezza ogni sera? Chiunque può regalare dei fiori o sa scrivere ti amo sulla sabbia, ma chi è disposto a cucinarti la trippa, anche se gli fa schifo solo l’odore? Questo intendo. E dopo lunga e attenta riflessione sono in grado di indicarvi quelli che secondo me sono dieci segnali inequivocabili del vero amore

  1. Chi ti ama veramente, non apre l’acqua calda in cucina mentre ti stai facendo la doccia.
  2. Chi ti ama veramente, quando ne rimangono solo due, si mangia il diplomatico e ti lascia l’ultimo bignè con la crema.
  3. Chi ti ama veramente, non lascia il rotolo di carta igienica vuoto in bagno senza aver preso quello nuovo.
  4. Chi ti ama veramente, evita di dire “me lo hai già detto” e ti ascolta per ore come fosse la prima volta.
  5. Chi ti ama veramente, scende in cantina per andare a trovare quel paio di scarpe che non sai che fine abbiano fatto.
  6. Chi ti ama veramente, porta fuori il cane quando piove.
  7. Chi ti ama veramente, si lascia spremere i punti neri senza fiatare.
  8. Chi ti ama veramente, ti avvisa con discrezione quando hai un pezzo di prezzemolo in mezzo ai denti durante una cena.
  9. Chi ti ama veramente, non compra le birre piccole (unica eccezione, se prende la confezione da tre, allora va bene)
  10. Chi ti ama veramente, si ricorda di mettere la registrazione alla puntata di Grey’s quando tu sei fuori a cena.

Il corollario al decalogo, visto che l’amore è un sentimento che si spera reciproco, è questo: se continui ad amarlo, nonostante non rispetti in tutto o anche solo in parte questo decalogo, allora sei tu che lo ami veramente.