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7 cose impossibili

In questo periodo sto un po’ trascurando il blog, che avendo una natura prettamente minchiona, mal si addice con la situazione familiare che sto passando. Meno male che ci sono gli amici blogger (CuoreRotante e RedBavon) che mi tirano per la giacca per riportarmi ai miei compiti sociali (spandere luce e dolcezza), con ben due nominescion a questo prestigioso tag delle sei cose impossibili.

Le regole sono sempre quelle: citare chi ti ha nominato (fatto), inserire il logo del tag (fatto), citare sei cose impossibili (ma vista la già citata natura di questo blog io ne citerò sette), nominare quanti blogger vogliamo (e questo lo farò alla fine).

Ne cito sette non per un omaggio a Biancaneve, ma perché ho immaginato di distribuirle per i giorni della settimana (infatti se erano otto, sarebbe stata una ottomana, ma in questo periodo di terrorismo arabo, meglio non correre rischi………va be’ me la pianto). E quindi andiamo a cominciare.

Il lunedì è un giorno  faticoso, ripetitivo, esasperante. Proprio un giorno di merda. Per questo la cosa impossibile potrebbe essere insegnare ad un adolescente il corretto uso del bagno. Se ne potrebbe fare un manualetto:

  1. Non siamo a Happy Days, tu non sei Fonzie e questo non è il bar di Arnold, quindi non ci si possono passare le serate
  2. Cambiare il rotolo di carta igenica quando finisce non provoca malattie invalidanti
  3. Lo spazzolone non morde. Si può usare senza correre pericoli
  4. I pezzi di dentifricio usato sul lavandino non costituiscono titoli di merito
  5. Lasciare aperta l’acqua della doccia per ore prima di entrarci non dà crediti scolastici
  6. Varie ed eventuali

Il martedì è il giorno della presa di coscienza. Hai quasi tutto davanti e quello che avevi dietro te lo sei quasi dimenticato. E’ uno scontro con la realtà, che non fa sconti. A differenza di Poltrone&Sofà. Ecco, la cosa impossibile del martedì potrebbe essere comprare un divano da Poltrone&Sofà senza avere uno sconto, una promozione, un’offerta irrinunciabile solo per questa settimana, mi raccomando non mancate.

Il mercoledì è femmina, è il giorno al centro, che pianifica e organizza, predispone quello che va fatto dopo e sintetizza quello già fatto prima. La cosa impossibile sarebbe finalmente eliminare ogni discriminazione per cui una donna non può andarsene per la città in piena notte senza temere qualcosa. Ogni distinzione sul mondo del lavoro, ogni pretesa nel mondo domestico, tali per cui la donna in troppi contesti ancora oggi, come cantava il grande Lennon, is the nigger of the World.

Il giovedì è maschio, è il giorno dell’attività, del fare, perché se non lo fai di giovedì poi scatta il “ne parliamo la prossima settimana”. Quindi la cosa impossibile sarebbe il prendere pienamente coscienza di noi. Di chi siamo, di cosa possiamo fare, di quale sia esattamente il nostro posto. Perché poi alla fine, il problema è proprio quello: se ognuno facesse quello che sa fare, quello che gli piace fare, quello per cui è nato…non saremmo tutti felici? Certo, a volte non dipende solo da noi. Ad esempio io, da oltre trent’anni a questa parte, il giovedì gioco a calcetto. Ecco, avessi trovato qualcuno che mi avesse dato dei soldi per farlo, ora sarei sicuramente una persona soddisfatta e realizzata nel lavoro.

Il venerdì è diventato il nostro “sabato del villaggio”, promessa di quel che accadrà, proiezione del futuro. La cosa impossibile potrebbe essere il vincere le paure. Perché, ricollegandomi a quello che scrivevo sopra, spesso vogliamo essere quello che non siamo per il timore che quello che siamo non andrà bene, non sarà sufficiente, non verrà apprezzato e accettato dagli altri. Non è così semplice? E infatti l’ho messo fra le sette cose impossibili!

Il sabato è il giorno godereccio, il giorno del fare, ma non come il giovedì, è un fare diverso, alternativo, forse altrettanto stancante, ma sicuramente più divertente. La cosa impossibile sarebbe scoprire una cosa buona che non fa male. Perché le cose veramente buone, ma buone buone, fanno tutte male! E allora che so, trovare un vino buonissimo che ne bevi ad ettolitri e non ti fa venire il mal di testa, una bel piatto di spaghetti alla carbonare che non ti alza il colesterolo, un pentolone di coda alla vaccinara che non ti provoca reflusso esofageo. Ma non solo col bere e mangiare. Un tabacco che non fa venire il cancro, una corsa in macchina senza pericolo di sfracellarsi e aggiungete voi a piacimento.

E così arriviamo alla domenica, il giorno del riposo, della pace nell’animo e nel fisico. E’ il giorno in cui dopo tanto affannarsi ti fermi a contemplare ed ecco che anche i desideri più assurdi possono realizzarsi. E cosa c’è di più incantevole, da mirare e rimirare senza mai stancarsi? Cos’è talmente bello da poter essere considerato impossibile se non fosse invece assolutamente vero? Non ho dubbi, sono le tette. Grandi, piccole, a mela, a pera, sode, morbide, non ci sono differenze sostanziali. Le tette (oltre ad essere la prova inconfutabile che noi uomini, diversamente da quanto ci accusano, siamo perfettamente in grado di guardare due cose contemporaneamente) sono l’immagine della bellezza impossibile, del sogno che si fa realtà. Senza che noi abbiamo fatto nulla, senza merito né diritto, senza sforzo né titolo o pretesa: l’impossibile che si fa reale e ti lascia così, incantato e senza parole, grato ed estasiato!

Passiamo alle nomination: non ci sono regole, quindi chi vuole può aggregarsi al giochino. Qui intanto io nomino Zeus V. Elena Tiffany Iome  La Frangia TiZ Chiara Fulvia Amelie Mela La Povna

 

 

 

 

 

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Eravamo quattro amici al Var

Ma non si parlerà di calcio. Anche se due parole sulla Lazio che fa 4 pappine al Milan (scusa se ci torno su, Agnese), andrebbero dette. Si parlerà invece di uomini e donne. Maschi e femmine soprattutto. Insomma i recenti fatti di cronaca mi hanno fatto venir voglia di intrattenervi sulla Var.

O sul Var. Già questo fatto che non si sa quale sesso abbia è abbastanza intrigante. Che poi a pensarci bene: è una cosa che riesce a vedere le sfumature, che sta lì pronta a rivelare gli errori, anche i più piccoli, che senza farsi sentire influenza le decisioni…ma è chiaro che sia femmina! Un maschio non sarebbe mai in grado, su ammettiamolo. Quindi stabiliamo la prima cosa: si chiama la Var e non il Var.

Ermeneuticamente parlando poi, la questione si presta a mille sfaccettature. Un apparecchio che in tempo reale ti dice cosa è giusto e cosa no, che in pochi secondi è in grado di farti tornare indietro su una minchiata appena commessa. Ma ci pensate quanto sarebbe comodo nella vita di tutti i giorni? Quante possibilità in più avremmo! Hai un dubbio e non sai che pesci prendere? Chiedi alla Var. Hai fatto una cavolata? Niente paura, la Var ti avvisa e tu rimedi. Ti sei perso un dettaglio determinante? Vai dalla Var e te lo fa vedere lei!

Il guaio è che spesso invece quando stiamo sbagliando nessuno ce lo dice. Perchè nel mondo di tutti i giorni la Var non esiste e spesso quella correzione fraterna che dicevano le letture di domenica scorsa, diventa un modo per spacciare le proprie idee per verità assolute, confondendo le proprie idee con i fatti reali.

Invece la Var dice sempre la verità, perché ti fa vedere le cose come sono realmente accadute. Nessuna possibile interpretazione, i fatti, puri e semplici, nulla di più e nulla di meno. Certo, poi ci sarà sempre il rosicone della situazione (il più delle volte, ma non sempre, romanista) che riuscirà anche a contraddire la realtà, che negherà l’evidenza ottenebrato dalle sue convinzioni. C’è anche chi pensa che un Carabiniere in servizio possa accompagnare a casa con una volante di servizio una ragazza ubriaca, approfittarsi di lei, per poi giustificarsi dicendo che il rapporto era consenziente. Con tipi simili non c’è Var che tenga. Forse neanche se Var fosse stato maschio.

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Di mamme, di figlie e di asteroidi

Posto che una pubblicità coglie nel segno quando se ne parla è indubbio che la recente pubblicità del Buondì Motta sia un vero caso di successo. Potremmo addirittura definirlo un crack, un boom, insomma ha colto il bersaglio. Anche troppo, a dire il vero.

Perché ovviamente si sono subito alzate le polemiche per il presunto cattivo gusto della situazione: moralisti, psicologi, associazioni familiari, è stata una vera e propria levata di scudi. Il profilo Facebook della Motta è stato subissato di critiche, anche molto violente, che chiedevano a gran voce di ritirare lo spot. Sono tornati fuori quegli argomenti sui limiti che dovrebbe avere una comunicazione televisiva, cosa è lecito e cosa no, censura e libertà di espressione. Temi già trattati, anche in questo minchionissimo blog, a proposito ad esempio della satira (Aridatece il Minculpop).

In questa situazione però io mi domando una cosa: è giusto far morire così una mamma davanti alla propria figlia che ti sta appena chiedendo “una merenda leggera, ma decisamente invitante, che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità“? E dai, su! Al limite allora, se proprio dovevate, io l’asteroide l’avrei fatta cadere sulla bambina scassaminchioni!

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Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Per il mio amico fraterno…coraggio, come diceva la nostra amata Natalia, chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

Di fronte alla morte non ci sono parole. C’è rassegnazione e rabbia, tristezza come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/19/tristezza-nera-nello-stomaco/ . Parole no, non ce ne sono. Né di consolatorie, né di opportune.  A volte meglio tacere. Esserci e tacere. Se proprio si vuole dire qualcosa, allora forse meglio affidarsi alle parole di chi è senza dubbio più bravo di me.

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in…

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La paura e la speranza

La scena dello sgombero di Piazza Indipendenza con le cariche della polizia, il lancio di bombole, le madri che fuggono con i bracci i loro figli, è stata un cazzoto nello stomaco. E’ come se quegli idranti avessero colpito anche me: una guerriglia nel centro di Roma è l’immagine che qualcosa è saltato, gli equilibri (precari) sulla civile convivenza non ci sono più. E’ difficile stabilire responsabilità: è necessario, ma allo stesso tempo inutile. Necessario perché chi ha sbagliato (per negligenza, per omissione, per eccessi, per interessi di parte) deve pagare. Inutile perché probabilmente l’individuazione dei responsabili non porterà ad una soluzione.

Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli qui, chiudiamo le frontiere, accogliamo tutti: una soluzione reale, concreta, risolutiva, non c’è. C’è una massa di disperati, affamati, sfruttati, che si riversano qui. E noi non abbiamo i mezzi, la possibilità, le capacità di accoglierli senza che questo venga a modificare il nostro modo di vivere, senza toccare i nostri diritti (visto da noi) o forse i nostri privilegi (visto da loro).

Su questa situazione apparentemente irrisolvibile, su questo scontro di interessi inconciliabili, prolificano le mafie dei trafficanti di uomini, degli sfruttatori a tutti i livelli e si sviluppano gli estremismi dell’una e dell’altra parte. Ma se non vogliamo lasciare il campo a loro, se non vogliamo che l’ultima parola la dicano i vari Trump o i Califfi di sorta, facendo sì che questo conflitto diventi scontro di civiltà, servirebbero soluzioni nuove, radicali. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa, investimenti seri che nessun paese da solo riuscirebbe a realizzare, ma che l’Europa nel suo complesso non potrà non fare, se vuole sopravvivere.

Soprattutto bisognerebbe ridare una speranza a questa massa di derelitti. Per loro e per noi, perché contro la disperazione non ci saranno idranti, cannoni o muri che terranno. E non può essere la speranza di un’altra vita a farli sopportare quella di oggi: serve una nuova speranza in questa vita qui, per trasformare l’oggi in una promessa del futuro.

Infine penso che – anche solo come primo passo – nessuno dovrebbe dimenticare quel briciolo di umanità, sepolto nelle paure e diffidenze reciproche, ma che resta dentro di noi. Dentro ognuno di noi.

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L’infanzia in un tag

La mia amica Fulvia mi ha coinvolto in questo giochino di mezza estate che ci riporta a solleticare i ricordi dell’infanzia. Le regole del gioco:
– Usare l’immagine del tag
– taggare e nominare l’ideatore
– Elencare usando anche delle immagini almeno 5 giochi/oggetti legati alla vostra infanzia (da 0 a 12 anni max)
– Nominare, taggare e avvisare almeno 5 amici blogger

Il primo gioco che mi ricordo sempre presente (e lo è tutt’ora) nei miei momenti di svago è stato il pallone. Ce ne erano diversi. Il più comune era il supertele

palloni leggerissimi, che uniti ai nostri piedi non ancora affinati dalla tecnica creavano delle traiettorie che sfiovano le leggi della fisica. In pratica, andavano dove volevano loro! Poi venne il supersantos

Un pallone ancora molto leggero, ma che aveva già un suo perché. Ma il non plus ultra arrivò con i mondiali del 78 in argentina: il mitico tango!

Costava un sacco di soldi (per le nostre misere finanze di bambini…ma se non ricordo male comunque 10 volte in più degli altri due), ma era quasi un pallone serio. Pur essendo di plastica aveva una consistenza che ricordava molto i palloni di cuoio e con questo si riusciva a giocare partite quasi vere!

Al secondo posto metterei i fumetti. Forse non sono proprio un gioco, ma sicuramente erano, dopo il calcio, il mio passatempo preferito. E lo sono tutt’ora, visto che ogni mese (con somma gioia della mia dolce metà che non sa più dove metterli) compro ancora il mitico Tex

Questa è la copertina del numero uno. In realtà quando cominciai a comprarli io (intorno al numero 120, ma poi trovai tutti gli arretrati) costavano 350 lire! E poi Zagor, Mister No, l’Uomo ragno, Thor, I Fantastici 4, la mia infanzia era piena di nuvolette!

Al terzo posto fra i giochi metterei i soldatini. Ci ho giocato tanto, soprattutto con quelli dell’Airfix, che riproducevano gli eserciti della seconda guerra mondiale. Di seguito quelli dell’Africa Korps del generale Rommel, fra i miei preferiti

I soldatini appartengono al periodo delle elementari, poi arrivò lui e sbaragliò ogni concorrenza. Quando ancora i giochi elettronici erano alla preistoria (c’era una specie di tennis, ovvero due barrette che si muovevano verticalmente e facevano rimbalzare una specie di pallina….due palle) lui era il re di tutti i giochi….il subbuteo!

Avevo una cinquantina di squadre e il panno del campo era inchiodato ad una tavola di compensato che tenevo dietro la porta della stanza. Ci giocavo ore ed ore e quanto mi divertivo!

Per ultimo, come capofila dei vari giochi da tavolo che rallegravano i pomeriggi di pioggia e le serate a casa, nomimo il Risiko, fra tutti secondo me il più divertente (anche se capace di risvegliare gli istinti più infami e perversi anche della persona più buona!)

Chi è che non ha sognato, almeno una volta di andare nella Kamchatka?

E ora devo taggare almeno 5 amici. Allora nomino

https://pindaricamente.wordpress.com/

https://cazzeggiodatiffany.wordpress.com/

https://musicfortraveler.wordpress.com/

https://shockanafilattico.wordpress.com/

https://ameliereality.wordpress.com/

Ma ovviamente chi vuol partecipare si accomodi pure!

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Un, due, tre…Ferragosto!

Nel mezzo del’estate più calda che io ricordi (e me ne ricordo parecchie, anche assai bollenti, ma nessuna peggio di questa), mi capita più che mai di trovare refrigerio all’ombra di una frasca, con il mio fedele kindle o con il tablet in mano, a leggicchiare qui e là.

Leggo libri, giornali, blog. E quindi, come orami sta diventando tradizione, mi sono detto che bisognava assolutamente scassare i minchioni ai miei amici blogger, chiedendo e offrendo un nuovo terno ferragostano. Tre post, di meno sono pochi, di più sono troppi. Fate conto che io non conosca il vostro blog e consigliatemi tre post che secondo voi valga la pena leggere. Quelli dimenticati dal tempo, ma che da soli valgono il tempo che voi avete speso per scriverli e che noi spenderemo per leggere. E se li ho già letti pazienza.

Io vi propongo un post scioglilingua Ode cacofonica, un post similfiabesco Posso uccidere il Ciciarampa ed uno minchionfilosofico Elogio della bruttezza.

Mi raccomando, partecipate numerosi!

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Consigli di lettura non richiesti. 17/Manook – Guthrie

Avete caldo? Anche io. E con questo caldo bisogna bere molto, ma evitare gli alcolici, che se ci pensate un po’ è una contraddizione in termini. Come dire, mangiate, ma evitate pasta, carne, pesce, affettati, formaggi…Meno male che c’è sempre un modo per fuggire, almeno con la fantasia, leggendo un buon libro! In effetti l’estate è il tempo più propizio per leggere ed io sono un po’ ritardo con i miei consueti consigli non richiesti. Quindi bando alle minchionerie e andiamo di corsa a dare due consigli davvero imperdibili.

Il primo ci porta nei grandi orizzonti della frontiera per eccellenza, il mito che più di altri ha influenzato generazioni di lettori e di amanti del cinema: il selvaggio west, di indiani e cow boy, un paesaggio che, almeno per me, non è solo un luogo quanto una condizione mentale. A. B. Guthrie con il suo Il grande cielo, ci proietta negli Stati Uniti della prima metà dell’800, in posti selvaggi, senza confini dove per la prima volta si incontravano la civiltà dei pionieri e quella degli indiani. Un incontro che spesso diventa scontro, ma che fa nascere anche storie di amori e di amicizie profonde.

Il secondo consiglio riguarda invece uno scenario totalmente diverso e per me anche inedito. Il francese Ian Manook, con le avventure del commissario Yeruldelgger narrate in Morte nella steppa ci porta fra gli squallidi sobborghi di Ulan Bator e le sterminate steppe della Mongolia. Un poliziesco anomalo, molto crudo, che combina insieme efferati delitti, questioni razziali e l’ambientazione magica dei nomadi mongoli. Una lettura davvero affascinante che mi ha catturato dall’inizio alla fine e mi ha portato subito a leggere anche il seguito della storia nell’altrettanto imperdibile Tempi selvaggi. Il terzo capitolo della trilogia è ancora inedito in Italia, ma dovrebbe uscire all’inizio del 2018. Il fatto poi di aver inserito due turisti italiani “con la maglia della Lazio” in un bar di Ulan Bator, voi capite, che mi fa inserire Manook nella lista dei miei autori preferiti!

Buona lettura!

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La sindrome di Achille

In questi giorni mi tornava in mente Achille. Avete presente Achille? Quello invincibile, il più forte di tutti. Un solo punto debole, il tallone. E lui che fa? Va in battaglia con i sandali. Ma allora sei scemo. Mettiti gli stivali, no! Vuoi fare il fico, vuoi far vedere che tu non hai paura del tuo punto debole? Sei scemo due volte!

Noi dovremmo aver cura dei nostri punti deboli. Dovremmo coccolarli, sono come bambini piccoli, hanno bisogno di protezione. Invece  no! Abbiamo la sindrome di Achille. Più sono deboli, più li esponiamo ai pericoli. Sembra che lo facciamo apposta. Facciamo finta di proteggerli, pensiamo di nasconderli, ma poi il risultato è esattamente il contrario. E invece di difenderli li mettiamo in bella mostra.

Forse abbiamo paura di difenderli perché ci vergognamo di loro, preferiremmo che sparissero, che svegliandoci una mattina non ci fossero più. Invece dovremmo volergli bene. Questo fanno le persone che ci amano: vogliono bene ai nostri punti deboli, li difendono, non li disprezzano, non li mettono in piazza. Hanno cura di loro.

And when the tempest is raging
I want you to know got a friend that’s true
Just like a shelter, in a time of storm
I’ll see you through, that’s what I’ll do

I’ll see you through your bad times
I’ll see you through your fears
I’ll see you through your hang ups
Honey I’ll dry all your tears

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E’ il mercato bellezza! E tu non puoi farci niente…

E allora apparve il genio della lampada e gli disse:

“Ti do la possibilità di diventare ricco, sfacciatamente ricco, ma soprattutto ti do la possibilità di diventare l’uomo più famoso della storia. Con le ricchezze che avrai a disposizione avrai la possibilità di essere ricordato come il più grande benefattore dell’umanità. Potresti sconfiggere la fame nel mondo. Oppure potresti risanare le economie depresse dei Paesi africani cancellando il loro debito con i Paesi più ricchi. In alternativa potresti investire in tecnologie e strumenti tali da vincere la grande siccità, dando nuovo impulso alle imprese locali come mai prima nella storia. Infine, potresti debellare le malattie endemiche con una campagna di vaccinazione di massa (questo sempre ammesso che i 5 stelle ti diano il permesso, non lo so, sono solo un povero genio della lampada, mica il Padreterno!). Targhe con il tuo nome saranno affisse in ogni piazza, statue di qualsiasi grandezza verranno erette in ogni città. Ti verranno intitolate strade, ospedali, aeroporti, il tuo nome sarà ricordato nei libri e nei secoli dei secoli sarai sempre identificato colui che cambiò il corso della storia. Per fare questo avrai a disposizione questi duecentoventiduemilioni di euro. Che ne dici?”

“Guarda genio, ti ringrazio, effettivamente l’offerta è molto allettante. Però c’ho pensato su e ho deciso: mi ci compro Neymar.