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Diventare grandi per scoprirsi bambini

Stamattina sono stato al funerale del papà di un amico fraterno. Una persona che non vedevo da tempo, ma che conoscevo da trentacinque anni e che per una decina d’anni ho frequentato quasi quotidianamente.

Una serie di ricordi sulla persona che se ne è andata, si è mischiata insieme con il ritorno di emozioni dimenticate, legate a quei periodi del passato. La paura, il vero terrore, di perdere un genitore, anche ora che purtroppo quell’esperienza l’ho vissuta in prima persona, mi ha fatto tornare bambino, riaccendendo quel senso di disagio che provavo in simili occasioni, solo al pensiero che potesse succedere anche a me.

E neanche la straordinaria ed ammirabile serenità del mio amico, che si è trovato nella doppia veste di prete e figlio a celebrare il funerale del padre, ha impedito che mi assalisse di nuovo quell’antica paura di rimanere solo, quell’angoscia di non avere più l’appoggio sicuro dei genitori.

Sensazioni contrastanti. Forse non si è mai adulti abbastanza per affrontare la perdita di un genitore. Comunque sia, si torna bambini. D’altra parte però ti ritrovi ad essere tu l’adulto di fronte a questi genitori anziani, loro sì, in un certo senso, tornati bambini. Del resto non sono forse proprio l’infanzia e la vecchiaia le due situazioni che più spingono alla tenerezza? Che ci fanno scoprire fragili e proprio per questo desiderosi ed insieme bisognosi di cure e di affetto?

 
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Dieci anni dopo

Io senza di te sono neve al sole, sono neve al sole. Perché io senza di te mi lascio cadere, mi lascio cadere. Nei giorni del duemila che verranno e in tutte queste cose che accadranno. Perché io senza di te sono neve al sole, sono neve al sole. (Neve al sole – Pino Daniele)

Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza qui, in questo momento. (L’eleganza del riccio – Muriel Barbery)

In dieci anni sono cambiate tante cose. Sono arrivano i figli, ho cambia lavoro, ho cambiato casa, sono aumentato di peso, e mi sono diminuiti i capelli. Nel mondo  sono venuti giù grattacieli, sono cambiati i governi  (anche se qualcuno, ahimé ritorna…), ma certe cose non possono cambiare.

Non devono cambiare. E infatti non cambiano.

Come i ricordi. Sì è vero alcuni sbiadiscono, altri si cristallizzano. Altri ancora invece rimangono vivi come sensazioni appena provate. E basta una canzone per restituirteli intatti, al di là del tempo trascorso. Odori, suoni, ma soprattutto situazioni, discorsi fatti…

 “Non devi aver paura della notte. Vedila così, è come fosse una finestra che si affaccia sul giorno di domani. E tu da lì lo guardi, vedi quello che succederà, ti riordini tutti i vari passaggi, così il giorno dopo sei pronto per ripartire”.

E’ così che è? Una finestra sulla vita? Una finestra sulla mia vita a cui sei rimasta affacciata in questi anni?

Dieci anni fa scrivevo da qualche parte che dopo quel 27 marzo avevo un po’ meno paura della morte e un po’ più paura della vita. E’ ancora così in effetti! Dopo questi primi dieci anni non mi sono abituato, non credo mi abituerò mai. In compenso però ho capito che ce la posso fare. Non sono più “neve al sole” e forse perché davvero ho continuato a sentirti vicina, presente, anche se solo affacciata a quella finestra.

Con quel sorriso sereno ed ironico, pronta a darmi il là per buttarla in cojonella (il modo migliore per prenderla sul serio), ma anche a ricordarmi una volta di più come alla fine tutto si risolverà per il meglio. Perché il meglio deve ancora venire!

Da quella finestra hai continuato a dirmi che bisogna lottare per cambiare le cose che possono essere cambiate e bisogna accettare quelle che invece nessuna cosa al mondo cambierà. Mi hai ricordato che amare significa volere l’altro così com’è. Significa ricercare ciò che unisce, cercando di dare il giusto peso a ciò che divide. I sempre nel mai, come ho letto ultimamente in un libro che ti sarebbe piaciuto molto.

Dieci anni dopo sei ancora qui.

E non poteva essere altrimenti…Ciao Ma’!

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Anche per te

Quest’otto marzo è anche per te. Per te a cui non dovevo mai spiegare nulla. Che mi hai capito più e meglio di chiunque altro. Per te che amavi i fiori, ma odiavi le mimose. Che ci sei stata sempre e sempre ci sarai. Per te che sei nei miei pensieri insieme a e prima di ogni altra cosa. Che non eri la mia donna, ma era come se lo fossi. Per te che non chiedevi mai, perché sapevi già. Che non dovevo nulla, perché dovevo tutto. Per te che eri stonata, ma ti piaceva canticchiare. Ecco va, canticchiamo insieme…

e così, e così, e così
io resto qui
a darle i miei pensieri,
a darle quel che ieri
avrei affidato al vento,
cercando di raggiungere chi…
al vento avrebbe detto sì.