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When I’m sixty four

Ammesso e non concesso che non sia già accaduto quello che scrivevo qui  (https://giacani.wordpress.com/2014/03/18/quando-saro-morto/) quando avrò 64 anni starò per andare in pensione. Come sarà l’Italia nel 2030? In Tv continuerà la sagra dell’ovvio. Ci sarà sempre l’emergenza caldo d’estate (bevete molto, non uscite nelle ore calde), l’allerta meteo d’inverno (mangiate cose calde, copritevi nelle ore fredde), ci sarà qualche comico che si improvvisa politico e qualche politico che ci farà ammazzare dalle risate.

Sarà l’anno dei mondiali. Il calcio però sarà meno seguito di oggi, soppiantato sempre più dai giochi virtuali. Tutto sarà un po’ più virtuale. Non ci saranno più le chat, avrà largo seguito il videofonino. Noi antichi no (salvo qualcuno più minchione di altri) ma le giovani generazioni videoparleranno soprattutto con un computer, precedentemente programmato per essere esattamente come vogliamo che sia. I miei nipoti saranno amici e passeranno la gran parte del tempo con una che ha l’aspetto di Marylin, adora la birra e soprattutto dice sempre di sì, senza star lì troppo a puntualizzare.

Nel 2030 ebrei e palestinesi continueranno a starsi reciprocamente sulle balle, ma speriamo che avranno convertito i conflitti in partite a scacchi. Non ci sarà più la fame nel mondo e questo grazie ai cinesi che avranno invaso la terra con negozietti tutto a un euro e involtini primavera a gogò. Inutile dire che ci avranno definitivamente colonizzato: noi, l’Europa, gran parte dell’America e dell’Africa. Ci saranno i cinegri e i cineuropei: i più fetenti di tutti, ovviamente saranno i cinromanisti, ma questo è ovvio.

I miei figli vivranno in un altro Paese, ma grazie al videfonino potremo vederci tutti i giorni. I miei nipoti parleranno altre lingue, mia nuora potrebbe avere la pelle di un altro colore e mio genero pure. O invece no. Magari i miei figli dopo aver girato di qua e di là saranno tornati nei paraggi, tanto più che ormai gran parte dei lavori si svolgeranno da casa o comunque a distanze anche siderali dal luogo di lavoro.

Dicevo che starò per andare in pensione. Ma ancora ci si andrà in pensione? Questo lo ignoro, però è probabile che si lavorerà di meno. I nostri nonni lavoravano 6 giorni alla settimana, noi 5, i nostri nipoti probabilmente 4. Ci sarà sempre più tempo libero e le persone, inevitabilmente, si dedicheranno sempre di più a hobby e ad attività ricreative. L’altra faccia della medaglia sarà che ci si annoierà anche molto di più. Troveranno nuovi modi di sballarsi e di perdere il contatto con la realtà.

Ci si ammalerà di meno e si invecchierà di più. Avranno trovato un rimedio contro il reflusso esafageo forse non ancora contro il cancro. Di qualcosa si continuerà a morire. Il traffico a Roma sarà sempre lo stesso, non avranno finito i lavori della metropolitana e quando pioverà saremo lì tutti in fila a smadonnare. Continueremo a giocare a calcetto il giovedì sera, ma avremo avuto la prudenza di comprarci un defibrillatore, Bruno continuerà a tirarci sòle e con Tato, Elena e Ciu continueremo a farci pazze risate. Isotta sarà preside da qualche parte e Dario avrà messo su un’agenzia per giovani calciatori. Ci saranno sempre lunghe discussioni con I. e continueremo a sorprenderci per la strane coincidenze che ci capiteranno.

Ale continuerà a sopportarmi. Lo so, questo è più un auspicio che una previsione razionalmente fondata, ma almeno una concedetemela! Senza alcun dubbio sarò sempre il gran cazzone che sono sempre stato. Forse anche un po’ peggio. Continuerò a leggere Tex e a bere vino, a tifare Lazio e ad ascoltare good-old music. Spero che avrò ancora la curiosità di conoscere persone e cose e la capacità di non prendere nulla sul serio. Soprattutto me stesso.

E i blogger? Be’, questo ce lo dovranno raccontare loro! Quindi sotto a chi tocca…

http://thepellons.wordpress.com/,

http://musicfortraveler.wordpress.com/,

http://www.topperharley.com/,

http://elinepal.wordpress.com/,

http://unblogunpocosi.wordpress.com/ , 

http://shockanafilattico.wordpress.com/

http://luceashanghai.wordpress.com/

http://tiraiunafrecciaalvento.wordpress.com/

http://migrazioniinterne.wordpress.com/

http://pindaricamente.wordpress.com/

http://paracqua.wordpress.com/

http://bloom2489.wordpress.com/

http://disgracekellybites.wordpress.com/

http://solounoscoglio.wordpress.com/,

http://menteminima.wordpress.com/  

http://pinocchiononcepiu.com/,

http://vivodasola.wordpress.com/,

http://articolarticolando.wordpress.com/,

http://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com/,

http://ammennicolidipensiero.wordpress.com/,

http://ilsuccodimela.wordpress.com/

http://cippes.wordpress.com/

http://vetrocolato.wordpress.com/

Come sarete voi a 64 anni?

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Un bacio di addio

Te lo ricorderai quell’inizio di luglio che sembrava fine agosto. Era un estate che doveva ancora iniziare e invece era già finita. Era una storia senza né capo né coda, iniziata per sbaglio, finita prima di cominciare. L’ultimo giorno. Perché le storie importanti, quelle che iniziano quando non ci speri più e terminano in un battito d’ali, iniziano e finiscono sempre l’ultimo giorno. Quando il tempo vola via, quando il tempo sembra non esserci più.

E invece c’è ancora. Poco, ma c’è. Quel poco per iniziare e terminare quelle storie che poi rimangono lì per sempre. Perché non conta la durata, non conta la qualità. Conta il momento. Quel preciso istante in cui le labbra si incontrano.

E poi c’è il gatto che sembra impazzito, salta e corre, gioca da solo o forse con un fantasma, il fantasma del nostro amore. Non ha senso quello che fa, ma sembra divertirsi. Un po’ come noi. Baciami, baciami ancora e non parlare! Perché qualsiasi cosa dici sembrerà stupido, come il tuo gatto che vorrebbe prendersi la coda. Ci rivedremo, ti scriverò, non ti dimenticherò mai. Quante cose stupide mi vengono in mente ora. Ma oggi ho 13 anni e non mi sembrano affatto stupide.

E forse anche quando ti torneranno in mente tra trent’anni non saranno più così stupide. Forse non le ricorderai nemmeno. Ma il momento no. Quello non lo dimenticherai mai.

 

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Onora il padre

Come ho scritto e descritto altrove, ieri abbiamo accompagnato i giovin virgulti al ritiro estivo con la squadra di calcio. Nel pomeriggio grande sfida genitori figli: un giorno potremmo raccontare di aver avuto il privilegio di giocare a pallone con i nostri figli! Ma questa, almeno per me, non è stata la cosa più particolare e più bella della giornata.

Considerato che era il 29 giugno, festività di San Pietro, mi ero portato anche il mio vetusto genitore (che si chiama come il patrono della città eterna), nonché ormai nonno a tempo pieno, primo tifoso del nipote di cui non si è perso una partita in tutto il campionato. Con il freddo e con il caldo, in casa ed in trasferta, lui era lì, ad esultare per un goal o imprecare contro l’avversario scorretto. Io e lui fino a qualche anno fa avevamo un rapporto demmerda, non eravamo proprio in sintonia, come già vi avevo raccontato qui  https://giacani.wordpress.com/2014/03/19/di-padre-in-figlio/

Alla fine della giornata, tornati a Roma, sotto casa, mentre mi ha salutato, un po’ sorpreso, un po’ orgoglioso, mi ha detto “ma lo sai che non giochi male!” E così ho pensato che in fondo, a 47 suonati, è stata la prima volta che mio padre mi ha visto giocare a pallone. Ed io, un po’ sorpreso, un po’ orgoglioso, sono stato felice come un bambino!

 

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30 maggio 1984. Il fuoco amico dei ricordi

Notte di sogni, di coppe e di campioni…

E’ difficile ricordare, a trent’anni di distanza, una giornata in ogni singolo momento, come se l’avessi vissuta ieri. E infatti capita raramente e sempre quando il ricordo è legato a qualche evento particolare: il giorno in cui morì Kennedy, il giorno in cui rapirono Aldo Moro. O più recentemente l’11 settembre. Qui nella capitale, per le persone che hanno diciamo dai 40 anni in su, il 30 maggio 1984 è una di quelle giornate. Per me poi ci sono anche elementi in più del tutto personali. E allora, trent’anni dopo, cado sotto i colpi del fuoco amico dei ricordi (leggete l’ultimo di Piperno e poi ne riparliamo).

Bang! Il primo colpo mi riporta ad una mattinata di sole. Le 8,30, prima campana, e spegni quella sigaretta…17 anni, secondo classico, per chi non lo sa, 4 anno (sapete perché noi del classico siamo delle seghe in matematica? ma è normale, prima facciamo il 4 e 5 e poi il 1, 2 e 3!), con la scuola agli sgoccioli, c’era il rito della foto di classe. Come ogni anno, il più fortunato con la bandiera in mano, avremmo salutato l’anno che se ne andava, già proiettati al prossimo e all’esame di maturità che ci aspettava.

Bang! Il secondo colpo dei ricordi vola al pomeriggio, all’Aventino, alla clinica Salvator Mundi, per la precisione. mamma quel giorno doveva uscire. Finalmente! Due settimane prima aveva subito un’operazione e fortunatamente era andato tutto bene. Quello stesso tumore che poi se la sarebbe portata via qualche anno dopo, quella volta fu sconfitto. Un piccolo contrattempo fece slittare la dimissione il giorno dopo. “E va be’ – pensai – il peggio è passato, cosa vuoi che cambi un giorno in più o in giorno in meno”? L’importante è che si poteva ricominciare a vivere, a cazzeggiare, a pensare alle ragazze. E al calcio!

Bang! Il terzo colpo, quello che rende indimenticabile quella giornata, che la fa entrare nella storia. Allo stadio Olimpico la Roma si gioca la possibilità di entrare nella storia, di arrivare sul tetto del mondo. Mio padre, mio fratello ed io, laziali fino al midollo, come tutte le sere in quel periodo siamo a cena dal fratello di papà, in una casa di romanisti agguerriti e pronti a festeggiare. E sarà per riconoscenza verso i nostri ospiti, sarà perché anche noi percepivamo di trovarci di fronte alla Storia, con la S maiuscola, non potevamo tifare contro come avevamo fatto fino a quel giorno e come avremmo continuato a fare dal giorno dopo in poi.

Dario e Paolo, i miei migliori amici erano allo stadio, mio cugino lì a fianco a me, più della metà della città con il fiato sospeso, ad un passo dal traguardo. E certo, sapevo bene l’inferno che avrebbero scatenato, i mesi e mesi di festeggiamenti e di rosicamenti che stavo per subire. Avrebbero invaso la città, l’avrebbero messa a ferro e fuoco con i loro orrendi colori come avevano fatto pochi mesi prima con lo scudetto. Anzi, molto di più: Campioni d’Europa! Ma io la mia coppa dei campioni l’avevo già vinta. Mia mamma l’aveva vinta e tutto il resto contava davvero poco. Per questo avevo uno stato d’animo altalenante, un po’ rassegnato all’ineluttabile, un po’ rinfrancato comunque dallo scampato pericolo. E quasi impassibile, con una calma atarattica, assistetti alla disfatta dei cugini, al clamoroso harakiri che li portò a perdere la finale di fronte al proprio pubblico.

E così torno al primo colpo e torno a guardare quella foto. Ma pensa se avessero inventato la macchina del tempo. Pensa se si potesse andar lì ad interrogare quelle belle facce, a farsi raccontare i loro sogni, le loro speranze. Per esempio quello lì dietro con gli occhiali, il nano della compagnia. “Ehi tu? Che mi dici?” Chissà se tu potessi vedermi oggi come io posso vedere te. Perché io mi ricordo chi eri e cosa avevi in testa e ora posso giudicarti. Ma tu? Tu come mi giudicheresti? E quell’altro là, con la bandiera in mano e quell’orrida maglietta? Che direbbe oggi quello lì, che aveva tanta fretta quel giorno perché doveva correre allo stadio? Chissà se pure lui questa sera è stato colpito dal fuoco amico dei ricordi…

 

classe

 

 

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Le 10 minchiate più minchione

Pur non avendone ancora scritti nel blog sono sempre stato morbosamente attratto dai post fatti di elenchi di cose. Danno quel senso di completezza, di conclusività, che però lascia sempre aperta la porta a nuove cose, ad un “più uno” che naturalmente ti viene in mente solo dopo. Da qualcosa si doveva pur cominciare. E cosa meglio delle vaccate fatte in gioventù, poteva inaugurare questo filone in questi miei viaggi? La colpa in effetti è della scintillante Tilla che mi titilla la papilla e mi proietta indietro nel tempo così da solleticare vecchi ricordi e gesta eroiche (?) realizzate – ahimè – qualche annetto fa. Così fra il lusco e il brusco (che non so bene cosa voglia dire, ma suona bene), mi sono tornate alla mente un po’ di minchiate fatte anni addietro. Quelle cose che quando le fai ti sembrano molto fiche. Ripensandoci il giorno dopo pensi “ma cosa cazzo mi ero fumato ieri”  “be’ però effettivamente avrei potuto evitare”, rimembrandole oggi dici, possibile eravamo così cazzoni? “oh, che zuzzerelloni che eravamo!”

Tirare il freno a mano della macchina nella discesa del Muro Torto. Qui solo i romani mi capiscono. Una cazzata. Non la fate, neanche per scherzo. Neanche se siete ubriachi quanto lo eravamo noi quella sera.

Fare scherzi telefonici. Va be’ questo è proprio datato. Oggi gli scherzi te li fanno quelli di Wind o di Edison che ti scassano la uallera all’ora di cena. Eppure andavano molto di moda. Sospiri, canzoni…mi ricordo soprattutto un periodo in cui per mesi e mesi chiamavano a casa di Dario e mandavano Careless Whisper degli Wham…non abbiamo mai capito chi fosse, ma così tanto per aumentare lo sfrancicamento di zebedei del poveretto, per un po’ lo facemmo anche noi. Senza dirglielo, ovviamente!

Pisciare dallo Zodiaco. Anche questo lo capiscono solo i romani: lo Zodiaco è il punto più alto di Roma, sulla collina di Monte Mario. Una minchiata anche questa, però non posso nascondere una certa poetica e catartica soddisfazione illusoria, come si stesse facendo pipì sul tetto del mondo.

Giocare a vodkapoker. Non lo fate. Vomiterete anche l’anima e non berrete più vodka per anni, anni e anni.

Entrare ad un concerto scavalcando. Vale anche se era il concerto dei Level 42 ed era mezzo vuoto? Va be’, fatto anche questo.

Partecipare a corse con la macchina. Assolutamente da cancellare! Il percorso era via Livorno, ponte Lanciani e ritorno. Considerando che i concorrenti erano la mia 127, l’A112 di Dario, l’A112 di Massimo, la cinquecento di Stefano e la Panda di Paolo, c’è da dire che eravamo proprio scemi. Epperò quanto ci divertiva!

Imbucarsi alle feste. Questa era diventata una moda in 1 classico: in settimana si cercava in giro, soprattutto a ricreazione, chi e dove c’era qualche festa nel week end. Saputo l’indirizzo aspettavamo sotto casa del festeggiato che arrivasse qualcuno e ci aggregavamo. Si mandava avanti Daniele, che notoriamente era quello con la faccia da culo e la parlantina migliore di tutti. L’importante era togliersi i giacconi e salutare cordialmente tutti i presenti. A nostra discolpa posso dire che, a differenza di altri, non abbiamo mai fatto danni. Anzi, a volte abbiamo risollevato feste anche piuttosto moscette.

Rubare nei supermercati. C’è altro da aggiungere? Scommesse sceme!

Ruttare in faccia ad una professoressa. Guardandola negli occhi e rispondere così alle sue invettive sulla tua crassa ignoranza…va be’, questa è una bucia. Al momento più opportuno, di fronte alla famigerata professoressa di Fisica mi mancò il coraggio. Ma quante volte mi è venuto in mente di farlo!

Fare la cacca dentro un barattolo del caffè, portarlo in classe bello incartato e infiocchettato con l’intenzione di darlo come regalo dei 17 anni del già citato Dario. So che sembrerà strano, ma questo l’abbiamo fatto sul serio, io e quell’altro stordito di Sandro. Che però poi buttò tutto perché faceva davvero troppo schifo.

Effettivamente, non mi consola il fatto che siano ormai andate tutte in prescrizione, né  di averle compiute insieme a illustri cardiochirurghi, colonnelli dell’esercito, stimati professionisti. Minchiate erano, minchiate sono. Ripensandoci ora anzi mi chiedo se siamo diventati quello che siamo perché abbiamo fatto anche queste cose o nonostante le abbiamo fatte. Ma tant’è! Il blog è un luogo non luogo dove si possono anche rinvangare scheletri nell’armadio, cose di cui non essere fieri, che però inevitabilmente ti fanno tornare indietro a quando avevi più capelli e meno pancia, eri incerto del futuro, ma sicuro del domani. Quando se ci fermava la polizia e ti perquisiva la macchina come quella sera davanti alla Mosca Bianca, capitava che ti cacavi sotto dalla strizza (vero Pà?) Quando tutte le strade erano aperte e noi avremmo voluto percorrerle tutte. O almeno la buona parte!

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Ieri ho conosciuto l’Uomo Ragno. Anzi, Peter Parker

Yesterday I got so old, I felt like I could die. Yesterday I got so old, It made me want to cry. Go on go on , Just walk away, Your choice is made. Go on go on, and disappear. Go on go on, away from here

 

Tutti conoscono l’Uomo Ragno! Chi non lo conosce? Chi non sa le sue gesta, le sue vittorie contro i malvagi? Chi di noi non l’ha mai visto sfrecciare con le sue ragnatele fra i grattacieli di New York? Chi non sa che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”?Ma Peter Parker invece chi lo conosce? Mi direte, lo conoscono i suo amici…Harry, Mary Jane, certo. Chi sa però che lui è l’Uomo Ragno? Ma poi in realtà, chi è quello vero e chi il personaggio? L’Uomo Ragno o Peter Parker?

Immaginate quindi la scena. Tu conosci l’Uomo Ragno, sai tutto di lui. O meglio, sai quello che lui ha voluto rendere pubblico. Anche le cose più intime. E poi una sera incontri Peter Parker. Non sai chi sia, è un perfetto sconosciuto. La sua faccia non ti dice nulla, neanche il suo nome. Poi si presenta davvero. “Piacere, sono l’Uomo Ragno!”

Ecco, questo è successo ieri sera. Buffo…buffissimo, direi! Facce interrogative, sguardi perplessi mentre ti presenti come Peter Parker…ma quando dici chi sei nella non realtà, quando dici che in realtà tu sei l’Uomo Ragno, vedi che si accende la luce negli occhi dell’interlocutore. “Ma tu sei…noooo, non ci posso credere!” E ti ritornano in mente tutte le cose che in realtà sai di lui, tutte le cose che hai letto, le sue emozioni, le sue paure, i suoi obiettivi, i suoi fallimenti e le sue vittorie.

Ti riconosci, prima ancora di conoscerti.

C’erano quasi tutti i miei supereroi (o meglio le supereroine) preferite: quelle di cui ho tutti i fumetti, dal numero 1 fino all’ultimo uscito. E conoscerle dal vivo è stata proprio una grande emozione. Forse, come dicevo a qualcuno, mi sono sentito un po’ fuori posto. Ma certo, penso che capiterà anche Peter, quando non si trova nella sua adorata calzamaglia rosso-blu. Della serata di ieri mi rimane un dubbio e una certezza.

La certezza è che leggere le prossime avventure sarà ancora più bello, conoscendo i veri lineamenti dietro le maschere. Il dubbio che mi assale invece è…ma non sarò troppo vecchio per credere ancora nei supereroi?

 

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Trilogia battistiana – Planando sopra boschi di braccia tese

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati. (B. Brecht)

–  Corri, corri, corriiiiiiii!!!! Alfredo urlò con quanto fiato aveva in gola. Paolo lasciò in terra tutte le cose, il secchio, la colla, i manifesti e cominciò a correre, a correre a perdi fiato. Sentiva Alfredo che urlava sotto i colpi, i pugni, i calci, le bastonate. Villa Paganini, corso Trieste, ce l’aveva fatta, non l’avrebbero più raggiunto.

Mi chiamo Paolo. E sono un fascista. Lo so cosa pensate di me. Li vedo i vostri sguardi di disapprovazione o di sufficienza. “Fascista! Cosa ne vuoi sapere tu del fascismo, ragazzino!” Ma per me non è così. Certo a volte anch’io ho qualche dubbio, anche io penso che questa violenza sia sbagliata, ma che dobbiamo fare? Noi ci dobbiamo pur difendere. Perché siamo attaccati ovunque. A scuola con le parole e con il disprezzo, la notte con le botte. Gli altri non capiscono, pensano che noi siamo violenti, razzisti. Ma è una minoranza, la gran parte di noi non è affatto razzista. Noi stiamo con gli indiani d’America contro le giubbe blu, siamo con gli scozzesi contro l’Inghilterra, siamo con i palestinesi oppressi dai sionisti. Hitler ci fa schifo, come Stalin, come tutti i dittatori. Mussolini era un’altra cosa.

– Come sta?

– Ha qualche costola rotta, una lesione al polmone, probabilmente perderà un occhio. Ma ce la farà.

– Posso vederlo?

– Certo, ha chiesto di te.

– Perché Alfredo?

– Mi chiedi perché? Perché non voglio arrivare tra trent’anni a pensare che la mia vita non abbia un senso. Non voglio diventare come mio padre che riesce a essere felice solo la domenica se vince la Lazio. Che tradisce mia madre e pensa che avere figli possa essere un buon motivo per non lasciarla. Noi abbiamo un obiettivo Paolo, abbiamo uno scopo! Non te lo dimenticare!  E se per raggiungerlo dobbiamo picchiare qualcuno o essere picchiati, comunque ne sarà valsa la pena. Ricorda Nietzsche, “bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella che danza”!

L’altro giorno parlavo con Giorgio. Lui è una zecca, dovrebbe essere il nemico, ma siamo cresciuti insieme, eravamo amici già all’asilo, usciamo insieme, andiamo allo stadio. Ma neanche lui riesce a capirmi…neanche lui si sforza di capire le mie ragioni. Gli voglio bene, è mio amico, solo che non capisce nulla. Pensa che per essere felici dobbiamo cancellare le differenza, che dobbiamo essere tutti uguali. Stronzate! Siamo tutti diversi invece. E io voglio essere libero, non mi voglio omologare alla massa. L’unica cosa che ci unisce, oltre alla Lazio, è l’amore per la natura: le passeggiate in montagna, le corse a cavallo. Ma per il resto non capisce niente!

 – E insomma quella stronza, hai capito?

– Ma sicuro? Con Marco? Non ci posso credere!

– L’ho vista con i miei occhi! Ero in motorino, lei non potevano vedermi, ma non ci sono dubbi. E poi tu dovresti essere contento no? Anche Marco è una “zecca” come te, voi compagni volete abolire la proprietà comune, chiedigli se te la presta per una serata…

– Sei proprio un fascio di merda.

– E me ne vanto! Ma tu invece, non ti vergogni ad essere una zecca?

Mi chiamo Paolo, sognavo di cambiare il mondo. Di cambiarlo come dicevamo noi. Noi sparuta minoranza, noi che eravamo legati all’onore, al rispetto, alla tradizione. Noi che avremmo dato la vita per non tradire. Noi orgogliosamente sbagliati. Sono stato ucciso in seguito ad un colpo, probabilmente di spranga, nell’inverno dell’83. Io che odiavo la violenza e che ero un ambientalista, un verde. Magari un nero verde… Quella sera ero lì, a viale Libia e stavo affingendo manifesti per chiedere l’apertura pubblica di Villa Chigi, una villa del 700 con un bellissimo giardino. Mi consola solo in parte il fatto che dopo la mia morte è stata restaurata e resa parco pubblico. 

Mi chiamo Paolo, trent’anni dopo, chissà forse se potessi vi direi che probabilmente, anzi certamente eravano dalla parte del torto. E in fondo lo sapevamo già allora. Ma forse anche per questo mi è sembrato giusto raccontare la mia storia.

 

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Per i miei 50 anni

Se volessi scrivere la mia vita in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse. Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta biancoceleste. Se ci potessi mettere una musica di sottofondo, probabilmente sceglierei i Genesis. E se avesse uno scopo, sarebbe quello di fare felici le persone che amo.

A cinque anni. Ero un bimbo felice. Ero coccolato da una tribù di cugini e avevo un fratellino da coccolare. E una palla da rincorre in giardino, immaginando che sarei diventato un gran calciatore. Ero già stato alla stadio una volta e ovviamente ero già della Lazio!

A dieci anni. Era già iniziata la collezione di Tex, avevo tanti soldatini ed ero un drago a Subbuteo. Ero già un filosofo e avevo già incontrato l’amore della mia vita: ma ancora non sapevo nessuna di queste due cose! Ero abbonato in Tribuna Tevere non numerata e avevo visto la mia Lazio in cima al mondo.

A quindici anni. Giocavo a pallone in media 4 volte al giorno, anche se cominciavo a capire che qualcosa di più bello del calcio poteva anche esserci. Sapevo di greco e di latino più di quanto avrei mai saputo in vita mia, ascoltavo i Genesis, i Pink Floyd e i Supertramp fino allo stordimento. Allo stadio in curva nord facevo gli stessi cori che si facevano ai comizi in Piazza del popolo. Ma a quell’età sono sfumature che ti sembrano ininfluenti.

A vent’anni. Avevo scoperto di essere un filosofo e incontrato l’amore della mia vita. Avevo in mente un sacco di idee, di capelli e tanti amici: nuovi, vecchi, appena arrivati e tornati dopo tanto tempo. Fra i gruppi troskysti nelle assemblee a Villa Mirafiori, scoprii di essere molto meno di destra di quanto avessi mai pensato. La Lazio c’è sempre, ma un po’ in secondo piano.

A venticinque anni. Perdi un amico e anche quello ti fa capire che la filosofia è bella, ma la vita è ancora più bella. Mai dire mai a questo mondo. E da filosofo sono diventato un impiegato modello. I consumatori si affacciano nella mia vita, scopro che la montagna è un posto meraviglioso e un inglese pazzo mi fa un’altra volta innamorare della Lazio.

A trent’anni. Tempo di primi bilanci. Mi sono sposato, ho fatto in tempo a vedere le Torri Gemelle, ho percorso le strade polverose dell’Arizona, sono sempre appresso ai consumatori ed è arrivato il nostro primogenito peloso. Quando penso di essere diventato grande mi accorgo che ancora aspetto con ansia l’uscita mensile di Tex e che la cosa che mi fa più perdere la calma è seguire una partita di calcio. No, decisamente non sono ancora cresciuto.

A trentacinque anni. Sono arrivati i miei due gioielli, la cosa più bella che abbia mai combinato nella vita, dopo quella di aver sposato Ale. Ho lasciato la Telecom e sono arrivato alle Poste, la Lazio ha perso uno scudetto probabile e ne ha vinto uno impossibile, insieme a tante di quelle coppe, quante mai ne avevamo viste dalle nostre parti. Ho pubblicato anche i miei racconti e da lassù penso proprio che la mia mamma sia contenta per me.

A quarantanni. Mi è cresciuta un po’ di pancetta, ho qualche capello in meno, però in compenso sono tornato a vivere a Montesacro. La cosa più difficile è stato trovare posto ai 550 Tex, ma anche stavolta ce l’ho fatta. Non sono più abbonato allo stadio, in compenso urlo davanti alla Tv satellitare e non è mica un gran miglioramento. Ah, tra l’altro sono anche diventato dirigente…le Poste sono cadute proprio in basso.

A cinquantanni. Come novità c’è una meravigliosa cagnetta e una casa nel paese più bello dell’appennino abruzzese. Una figlia maggiorenne ed un figlio molto più bravo di me a calcio (e non solo in quello). Ora la domenica non è più solo la Lazio a farmi palpitare. Caduta dei capelli e aumento della circonferenza sembrano ormai essersi attestati. In compenso ho affrontato il Ciciarampa e ho provato per la prima volta gli oppiacei: non male, se non fossi stato in ospedale con una gamba rotta. Ah, nel frattempo ho anche capito che Milano poi, alla fin fine, non è poi così male.

In conclusione di questo breve resoconto se mi guardo indietro posso dire tranquillamente di non aver rimpianti. Forse avrei potuto avere più amici, ma certo non più amiche di quante ne ho. Avrei potuto avere più figli, ma certamente non ne avrei potuti avere più meravigliosi di così. Non credo che avrei potuto fare più soldi: comunque essere comunista è un lusso che ancora non mi posso permettere. Probabilmente avrei potuto scrivere racconti più divertenti, ma certo non mi sarei potuto divertire di più a scriverne. Sicuramente avrei potuto tifare per una squadra più vincente, ma allora non mi avrebbe somigliato così tanto.

Insomma, avrei potuto fare cose diverse e sarei potuto essere una persona differente. Ma dico grazie a Dio che sia andata com’è andata: non avrei potuto essere più fortunato di così, perché ho amato e sono stato amato più di quanto sarebbe stato lecito sperare e logico immaginare. La vita è un’avventura meravigliosa. Almeno finché ci sarà un nuovo numero di Tex da leggere ogni mese!

 

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25 anni fa

Tante cose sono cambiate. Non c’erano i cellulari, non c’era internet. Il futuro era una pagina bianca tutto da scrivere. Tante cose sono le stesse. La buona musica, le montagne.

Ma anche il dolore e le domande, la rabbia e i rimorsi. I ricordi si confondono e si rimescolano disordinatamente i dettagli. Ma resta l’essenziale. Noi siamo cambiati. Noi siamo gli stessi.

Mi manchi come allora. Non capisco, come allora. Ti voglio bene, come allora. Non ci sei più, ma ci sei sempre stato. E ci sarai sempre.

Amico fraterno. Sei qui con me, quando ascolto il rock,  quando cammino in alto. Quando mi entusiasmo per qualcosa, quando mi indigno e quando mi commuovo. Nei sogni e nei progetti, nelle delusioni e nei fallimenti.

25 anni però non sono passati invano. Almeno oggi riesco a scriverne.

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Il coraggio e la paura

Oramai già lo sai dai pirati, cosa ti puoi aspettare. Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere. Ti faranno i versi, le boccacce, ti faranno le facce scure. E’ per questo che si allenano davanti allo specchio quasi tutte le sere. Ma lo fanno per cercare di vincere le loro stesse paure. Oramai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare…

E’ possibile, per paura, rovinare la propria vita? E’ possibile, per paura, cancellare il proprio futuro? E’ possibile, per paura, decidere di non scegliere? Certo che è possibile. E tutti subito pronti a criticare.

Perché è facile condannare le paure degli altri. E’ semplicissimo giudicarli paurosi, accusarli di debolezza o di egoismo, perché non riescono ad affrontare le proprie paure. Molto più difficile ammettere le proprie, affrontarle, decidere di farci i conti, finalmente.

E’ possibile non avere paura? Non sto parlando del coraggio dell’incosciente, di quello che non conosce paura perché non vuole valutare le conseguenze. Anche quello è un modo per non affrontarle. In fondo l’incosciente è quello che non ha coraggio di affrontare la paure e quindi fa finta che non esistano.

Ma il coraggio vero è un altro.

E’ il coraggio di chi sa, non di chi ignora. E’ il coraggio di chi affronta i pirati. Ma oramai già lo sai dai pirati, cosa ti puoi aspettare…

Paurosa e incosciente, dolce e testarda, ti porterò sempre nel cuore, amica mia.