Pomeriggi danzanti con la musica degli Elo, luci stroboscopiche caserecce e ragazze belle e inavvicinabili che noi adolescenti imbranati guardavano come si sfoglia il National Geographic: contemplando mondi nei quali dentro di te sai che non avrai mai la possibilità di andare.
Mi ricordo polvere e sudore tirando calci ad un pallone. Ricordo grandi delusioni e gioie sfrenate, ginocchia sbucciate, finte e contro finte, fughe dalla classe e scontri al limite del regolamento. “La sezione B è la meglio di tutte” e poi le eterne sfide classico scientifico, molto più sentite dei derby. Ricordo gite e settimane bianche da favola. Magari passate a letto con l’influenza, ma l’importante era esserci, mica sciare.
Ricordo versioni e poi versioni e ancora versioni. E un prete folle che per diletto torturava alunni, quando non creava parole crociate. Una delle menti più notevoli che abbia mai incontrate. Ma quante te ne abbiamo dette! Ciao Padre Del Re, io penso che saresti stato un mostro anche con il computer e magari ti aprivi un profilo su FaceBook.
Ricordo quei pomeriggi d’inverno, quando alle 4 è buio, infreddoliti su quel muretto a far passare le ore. E poi le sere d’estate, sempre lì, a prendere il fresco della sera decidendo dove andare, le macchine parcheggiate alla bene e meglio.
Ricordo di essere stato felice sotto molti cieli. Ricordo quella sensazione di onnipotenza, di orizzonte libero, quando tutte le porte erano ancora aperte e poche possibilità erano già diventate realtà. Quando avevo pochi ricordi e molte speranze. Ho ancora speranze, ma ho anche tanti bei ricordi, all’angolo fra via Livorno e la Circonvallazione Nomentana. Perché come dice Flaiano, “ci sono molti modi di arrivare ed il migliore è non partire.”
Trent’anni fa. E se in questo articolo vi ho raccontato un giorno in particolare, oggi parlo invece di un periodo. Generico e specifico insieme.
Ci sono due teorie, due filosofie, due impostazioni di vita diametralmente opposte. Un po’ come destra sinistra, doccia o bagno, mamma o papà, mare o montagna: chi ama i “ritorni al passato”, chi cerca gli amici delle elementari su FacciaLibro, chi vuole rincontrare pezzi delle sue vite precedenti e chi invece odia tutto ciò.
Alcuni dicono “Ma se non ci siamo più visti da trent’anni, ci sarà un motivo?” Logica stringente la loro, indubbiamente. Ma che come tutte le cose logiche e ragionevoli a me non convince. Ci possono essere cause occasionali o semplicemente casi della vita che ci allontanano. La vita è un treno in corsa, le situazioni cambiano, le cose e le persone sono in movimento. Eppure, alcune cose rimangono sempre uguali. Almeno per me. Sarò un’eccezione? Sarò un caso di scuola? Sarò semplicemente un uomo con poca fantasia? Può darsi. Però…
Però se mi fermo a riflettere, non posso non riconoscere che, se escludo i figli, sono poche le cose o le persone veramente fondamentali che la vita mi ha aggiunto in questi ultimi trent’anni (“ancora co ‘sti trent’anni? Ma che c’entra?” Tranquilli, ora ve lo spiego). Amo la stessa donna (o quasi: a voler essere pignoli lei arrivò giusto un anno dopo), i miei amici, le persone a cui sono più legato sono le stesse, leggo ancora Tex, sono un filosofo della minchioneria e la Lazio è in grado ancora di esaltarmi o di deprimermi. Uomo di poca fantasia, senza dubbio.
Fatto sta che trent’anni fa, in questo momento, se non ero ubriaco, probabilmente ero sui libri a studiare. Per la maturità. Altro fatto è che stasera uno dei miei migliori amici, l’unico che avrebbe potuto farlo, ha mandato una email a tutti (e quando dico tutti, significa proprio tutti. O quasi), dandoci un appuntamento nella nostra vecchia scuola per una serata “all together, again“. Un po’ come una specie di “Compagni di scuola” o del più nobile “Il grande freddo” (ma sono sicuro che non sarà né l’uno, né l’altro).
E’ vero, le persone con cui ero più legato continuo a sentirle (spesso) e a vederle (molto meno di quanto vorrei). Ma sono proprio contento lo stesso, anche di vedere tutti gli altri. Fosse anche per una sera soltanto, saremo di nuovo tutti insieme. Sarò insieme alle persone con cui ho vissuto gli anni più belli della mia vita, quando il mondo era un quaderno bianco su cui scrivere, quando tutto sarebbe stato ancora possibile.
E il fatto di non avere rimpianti, il fatto di essere tutto sommato soddisfatto del percorso fatto da allora ad oggi, della storia scritta su quel quaderno, non toglie la nostalgia delle sensazioni che provavo allora. Non c’è contraddizione fra le due cose: possiamo essere pienamente realizzati, possiamo essere legittimamente orgogliosi di quello che abbiamo costruito e possiamo non avere alcun rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma nulla, nulla al mondo mi potrà impedire di sorridere sognante ed incantato, ripensando a quell’anno, a quel leggendario, straordinario, irripetibile, millenovecentottantacinque.
A questo punto avrei voluto chiudere con il video di “Compagni di scuola” quando Angelo Bernabucci non riesce a riconoscere il povero Fabris (No, m’arendo e tu chi dovresti da esse), ma youtube dice che il video non può essere visto nel nostro Paese per una questione di diritti (è un po’ anche di rovesci, della medaglia). Allora metto questa canzone, che lo stereo della macchina di allora ad un certo punto metteva su da solo, tanto la ascoltavo. Mentre la aspettavo sotto casa sua. Il boss mi prestava le parole e le emozioni. E se anche non andò come avrei voluto, fa lo stesso, perché come dicevo prima non è tempo di rimpianti. E’ tempo di ricordi. Belli, intesi, autentici, nostri. Che nessuno potrà mai portarci via.
Il dollaro sale, il petrolio scende, arriva il freddo dei giorni della merla e insieme si porta il picco dell’influenza, eleggeranno un nuovo presidente della Repubblica, qualcuno smette di fumare, qualcuno piange per amore e qualcuno altro si segna in palestra. Sento vecchi amici, ma fortunatamente siamo ancora più amici che vecchi. E intanto la terra continua a girare.
E così, dopo un contenzioso lungo vent’anni la Lazio, la mia Lazio, sabato scorso si ripresenta con la maglia degli anni 80, quella con l’aquila stilizzato sul petto. Ed io non potevo non essere allo stadio per festeggiare questa ricorrenza. Lo so, non ve ne frega assolutamente niente, ma a me sì. Ma più che a me, la cosa interessa soprattutto il mio subconscio. Quella maglia è bella, stilisticamente perfetta. Ma non è una questione estetica. Quella maglia mi riporta dritto dritto a quando avevo quindici anni. Mi riporta ad una squadra che sopravviveva fra la serie A e la serie B, schiacciata da squadre più belle, più forti, più glamour. Tifare Lazio in quegli anni era una specie di iattura, un affare per stomaci forti o forse più per disadattati. La Roma più vincente della storia a confronto con la Lazio più scarsa di sempre. Immaginate come poteva sentirsi un quindicenne, più basso del più basso della classe, con gli occhiali, l’apparecchio ai denti e la sensazione di essere perennemente fuori posto. Giustappunto tifoso della squadra dei perdenti. Non c’era via d’uscita, non c’era possibilità di redenzione. Sembrava davvero che nessun Dio sarebbe venuto a salvarci.
Il dollaro sale, il petrolio scende. Domani mi interroga e non so un cazzo. Diventeremo grandi e resteremo amici? Questo maledetto 37 non passa mai, potevo farmi dare un passaggio da Dario in motorino. Israeliani e Palestinesi riusciranno mai a vivere in pace? Ma soprattutto, se sabato pomeriggio le chiedo di uscire accetterà o farà finta di avere già un impegno? Devo ricordarmi di sentire Filo, così confrontiamo le versioni e speriamo di averci azzeccato. Poi domani vado a comprare i biglietti per il concerto degli Spandau. E intanto la terra continua a girare.
Ricordo un pomeriggio di maggio, dell’83. La Roma aveva appena vinto lo scudetto, cortile della scuola invaso da ragazzi festanti, giallorosso imbandierati, ubriachi di felicità. Io in un angolo, incazzato con il mondo. Si avvicina un vecchio sacerdote che vedendomi così stonato rispetto al contesto mi chiede: “e tu non vai a festeggiare?” “No padre. Io sono della Lazio.” E lui, con sguardo perplesso “E perché?“. Io, più perplesso di lui che non so cosa rispondere. Lo guardo e me ne vado. E ancora mi chiedo se quel “e perché?” volesse dire “perché il fatto di essere della Lazio ti impedisce di essere felice come gli altri?”, oppure, ancora più drasticamente “perché mai tu dovresti essere della Lazio (soprattutto se questa cosa ti impedisce di essere felice)?”. Povero padre Sommazzi, quella volta non riuscii a dargli una risposta sensata. E in fondo neanche oggi saprei dargliela, qualunque senso avesse quella domanda.
A volte i ricordi sparano e feriscono proprio come fosse fuoco amico. Primo tempo della partita, la Lazio attacca, ma il Milan segna, va in vantaggio e sembra reggere il passo. Il ritorno della maglia antica risveglia antichi fantasmi: noi continuiamo ad attaccare, ma non c’è niente da fare, non sembra proprio esserci via d’uscita. Riusciremo mai a crescere, a diventare grandi, riusciremo a costruire qualcosa? Riusciremo a vincere qualcosa? Riusciremo mai ad essere felici?
Il Comune di Roma apre alle unioni civili, in Emilia Romagna arrestano 117 affiliati alla ‘Ndrangheta, in Grecia vincono i comunisti mentre in Libano gli Hezbollah uccidono due soldati Israeliani. Dopo trent’anni gli Spandau a marzo saranno nuovamente in tournée, la Confindustria si auspica la fine della crisi, mentre io per iscrivere Elisa in 4 liceo sono obbligato a pagare un contributo volontario di 130 euro. La Lazio batte 3 a 1 il Milan. E intanto la terra continua a girare.
Era una domenica pomeriggio. Settembre. Forse ottobre. Ma quelle domeniche di ottobre che a Roma ti viene voglia di andare al mare. Invece eravamo nella mansarda di Federica, a giocare a ping pong. Eravamo in loop, una partita dietro l’altra e finimmo per parlare di John Lennon e più in generale dei cantanti che erano morti giovani.
E mentre io mi rammaricavo, ipotizzando chissà quali capolavori avrebbe potuto ancora scrivere, tu ci sorprendesti, con un discorso senza né capo, né coda. Secondo te i musicisti, gli artisti in generale, in realtà morivano quando non avevano più niente da dire. Lennon non avrebbe più scritto nulla, perché tutto quello che aveva da scrivere l’aveva già scritto. La fine arrivava a sancire una conclusione che era già stata definita. Quante volte ho ripensato a quel pomeriggio. Chissà se avessi avuto altre argomentazioni per dimostrarti che non era vero, che non poteva essere così. Chissà.
E poi mi ricordo che facemmo un sondaggio per decidere quale fosse la più bella canzone di Beatles. Faceva fico tirar fuori quelle meno note: troppo banale dire Let it be, o Yesterday. Io, alla fine ero per Here, There and Everywhere. Tu – perché solo tu avresti potuto tirarla fuori – dicesti questa
E devo ammettere, a distanza di trent’anni, che avevi visto giusto tu. Un po’ mi secca dover ammettere che avevi ragione. Ma voglio pensare che anche tu abbia cambiato idea. Magari John ha continuato a scrivere anche lassù. E allora voglio immaginare che ti avrà convinto che in realtà non si finisce mai.
Quando devi scalare una montagna la tua mente, il tuo corpo, il tuo spirito, la tua volontà, tutte le tue capacità, tutto te stesso è concentrato e proiettato verso la vetta. Può succedere persino di non sentire la fatica. Puoi cadere, ti possono venire i crampi, ma tutto è passeggero perché la vetta, il traguardo, il tuo obiettivo ti chiama, è lì davanti a te e tu sai che puoi raggiungerlo.
Una volta che l’hai raggiunto può capitare che la stanchezza ti cada addosso tutta insieme. Oppure che si insinui piano piano e cominci a mordere i tuoi muscoli, a farsi sentire nelle giunture, ad appesantire il tuo cammino. Ma non c’è niente di strano, non c’è niente di male. E’ così. Per quanto possiamo essere forti, per quanto possiamo essere di esempio, può succedere a tutti di sentire la fatica. E non c’è un modo per evitarla. Non siamo superuomini (o superdonne). Non c’è un modo. Se senti la fatica non devi neanche far finta di non sentirla, perché poi è peggio.
Allora, anche se non hai avuto bisogno di nessuno per raggiungere il traguardo, una volta che è tutto finito, una volta che hai avuto la tua medaglia e tutti ti hanno applaudito, qualcuno che ti porti un asciugamano, qualcuno che ti faccia un massaggio, qualcuno – soprattutto – che ti ricordi che ce l’hai fatta, può essere utile.
E non dimenticare quello che ti scrissi tanti anni fa…perché lo sai che è sempre valido e non cambierà mai!
Sail away sweet sister, sail across the sea, maybe you find somebody, to love you half as much as me. Take it the way you want it, but when they let you down my friend, sail away sweet sister, back to my arms again.
Ci sono giornate in cui non te ne va bene una. Nate male e finite peggio. Quando ogni circostanza si incastra mirabilmente come pezzi di un puzzle per romperti ogni piano (e anche qualcos’altro). Quando persone e cose si danno appuntamento per ballare il tip tap sul tuo apparato riproduttivo. Giornate al termine delle quali se uno ti chiede, “buona giornata?”, ti verrebbe da rispondere “buona giornata un cazzo!”
Ecco, questa NON è stata una di quelle.
Oggi, come scrivevo altrove, era una di quelle giornate in cui c’era molto in gioco. Molto da perdere, soprattutto. E invece sembrerebbe che la prova del 9 (che giorno era oggi? tutto torna!) sia stata ampiamente superata. L’adrenalina continua a scorrere imperterrita e sarà il digiuno calcistico prolungato, sarà la sorpresa per quello che è successo, mi sa che prima di dormire mi ci vorrà un altro goccetto di quello buono.
Perché il bello è che mentre l’appuntamento importante andava come meglio non avrebbe potuto, succedeva un’altra cosa bella. Un cosa inaspettata, improvvisa, assolutamente insperata. Ci avevo lavorato su, è vero, avevo fatto tutto quello che era in mio potere, ma a quel punto non dipendeva più da me, qualcun’altro avrebbe deciso.
Così ti rendi conto che in fondo è proprio vero che le vere soddisfazioni nella vita sono altre. Sono quelle che non arricchiscono il tuo conto in banca, ma solo la considerazione di te stesso. Non hanno peso, non hanno consistenza, non hanno riscontri se non negli occhi di un’amica. Non servono neanche parole. Basta uno sguardo.
E’ inutile illudersi. Tendiamo ad avere più giornate come quelle che dicevo prima, che giornate come oggi. Come nei sulla schiena, come cicatrici che quando cambia il tempo ci rifanno male, le giornate di merda si fissano nella memoria come pidocchi nei capelli unti. E allora invece io mi voglio ricordare questo 9 dicembre, voglio ricordarmi quello sguardo luminoso, come un sole che arriva dopo un temporale.
Una generazione si definisce anche in base ad un ricordo collettivo. I nostri nonni, tutti i nostri nonni, certamente avrebbero saputo raccontare dove si trovavano il 25 aprile del 1945, il giorno della liberazione. I nostri genitori ci sanno dire dov’erano il 20 luglio 1969, quando il primo uomo mise piede sulla luna. E noi?
Qui nella capitale, chi si intende di calcio saprà dire dov’era la sera del 30 maggio dell’84, quando la Roma perse la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Chi si occupa di politica avrà fisso nella memoria, dov’era il pomeriggio del 28 marzo del 1994 quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni. Tutti i credenti ricorderanno dov’erano il 2 aprile del 2005 quando morì papa Wojtyla.
Ma è inutile nascondersi, ragazzi del 66 (o giù di lì). Il nostro ricordo collettivo è datato 11 settembre 2001. E ovviamente non riguarda noi romani, né noi italiani. Neanche noi occidentali. I confini si sono allargati, il paese globale crea ricordi globali. E se John Lennon esagerava dicendo che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo, è possibile che il crollo delle Torri Gemelle sia un evento talmente conosciuto a livello mondiale da superare qualsiasi altra conoscenza.
Noi avevamo 35 anni, con le scelte più importanti già compiute, ma con il mondo ancora aperto ad ogni soluzione. Con qualche rimpianto e qualche rimorso. Con la coscienza di essere ormai grandi, ma la voglia di essere ancora ragazzi. Parecchi di noi erano già genitori, qualcuno aveva già perso mamma o papà. Avevamo tante prospettive davanti a noi, ma con i ricordi ancora freschi per non dimenticare quello che avevamo vissuto e quello che avevamo condiviso.
E certo, se ogni generazione ha il ricordo che si merita, dobbiamo tristemente constatare che i nostri nonni e i nostri genitori ne avevano costruiti di ben più belli dei nostri. Il nostro è il ricordo di una catastrofe, di una strada che come cantavano le teste parlanti, non porta in nessun luogo. Quindi la domanda non è, dov’eravate l’11 settembre, cosa facevate o cosa pensavate. La domanda che nessuno si fa, ma che mi piacerebbe fare, se qualcuno avesse risposte sensate (o non avesse troppa paura delle risposte più probabili), in un mondo come quello che gli stiamo lasciando, quale sarà l’evento e quindi il ricordo che accomunerà i nostri figli?
Il giorno perfetto cominciò con il cielo azzurro e l’aria ancora tiepida di fine estate.
A dire il vero cominciò con un nodo ad una cravatta grigia, così bella che faceva quasi sembrare bello anche me. Un viaggio in macchina nel verde della Sabina con tanto di fratello autista e dolce accompagnatrice (che, guarda un po’, sarebbe diventata la madre dei miei nipoti!).
Nel giorno perfetto c’erano proprio tutti: amici, parenti e conoscenti. Lei arrivò puntualmente con un’ora di ritardo e così cominciammo nell’ora più breve, ma più intensa, quando il tempo si fermò mentre i miei amici cantavano così bene che avrebbero fatto impallidire Gen rosso e Gen verde messi insieme.
C’erano molti preti e tutti dissero cose carine (a parte forse Paolo, che deve sempre fare lo spiritoso, ma noi gli vogliamo bene per quello), Giancarlo disse la cosa più bella. Disse che nel giorno perfetto, proprio in quel giorno lì, la storia del mondo andava avanti e acquistava un pezzetto in più. Perché la storia quella vera, non quella che si studia a scuola, è fatta di tutte le storie d’amore che si susseguono nella scena del mondo.
E poi, nel giorno perfetto, ce ne andammo io e lei da soli (la fotografa sembrava lì per caso, quasi facesse parte della coreografia) in un paesino quasi disabitato, tra vecchi casolari, fiori e scale in pietra. Tornati indietro tutti ci aspettavano con i bicchieri in mano: si mangiò e si bevve a profusione, altrimenti che giorno perfetto sarebbe stato? E poi il viaggio di ritorno con l’amico fraterno a fare da autista (che fico avere l’autista!) per preparare gli ultimi dettagli per il viaggio. Il viaggio perfetto, ovviamente.
C’erano tutti quel giorno, tutte le persone importanti, tutti quelli che dovevano esserci, parecchi dei quali non ci sono più. Ma c’erano nel giorno perfetto e questo non potrà togliercelo nessuno. C’erano ed erano felici. Sì, non credo proprio di sbagliare dicendo che erano davvero tutti felici nel giorno perfetto. E sì, va be’, poi arriveranno i figli, altre gioie, lo scudetto della Lazio, ce ne sarebbero stati di altri giorni felici. Ma oggi, esattamente vent’anni dopo, posso essere certo che quello, lui e solo lui, fu il giorno perfetto.
L’altro giorno, in evidente debito d’ossigeno, dopo 7 ore di cammino, a 2348 metri sul livello del mare, praticamente in cima al mondo (o almeno, al mio mondo) pensavo in fondo a quant’è facile morire. Nel senso, basta che metti male un piede e precipiti giù. E così, tornando con i piedi a terra, pensavo di intrattenervi su quest’ameno pensiero. Ma poi mi sono ricordato che ne avevo già discettato altrove, probabilmente (a mio insindacabile giudizio) nel post più bello di questo umile blog.
E lo so. La Pellona (http://thepellons.wordpress.com/) me l’ha detto…non sta bene autocitarsi. Però io dico, c’è gente che inonda i social network con i selfie e io non posso richiamare vecchi post che mi tornano in mente? In fondo che differenza c’è? Anzi, almeno io vi risparmio le espressioni ebeti o finto divertite dei vari selfisti estivi.
E quindi – ammesso e non concesso che ve va – buona lettura.
Sarà che nella vita mi sono spesso trovato con il naso all’insù a guardarle, aspettando che qualcuna brillasse nel cielo più intensamente di altre.
Sarà che poi quelle rare volte che sembrava precipitarne giù una con la sua scia luminosa ero talmente affascinato da non riuscire ad esprimere nessun desiderio.
Sarà che in fondo alla fine ti rendi conto che i desideri, quelli più autentici, sono lì a fianco a te.