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Se siamo tutti d’accordo io tornerei nel 1978

Sei un ragazzetto spensierato, fiducioso nel futuro. L’Italia ha appena disputato un grande mondiale in Argentina, la Lazio vivacchia a centro classifica, Venditti sta sotto il segno dei pesci, Bennato nell’Isola che non c’è e tu diventi fan degli Elo. Al cinema all’aperto di Santa Severa hai visto per 4 volte consecutive Grease e tra un po’ salirà sullo scranno di San Pietro un Papa polacco che rivoluzionerà il mondo.

Ancora non lo sai, né puoi proprio immaginartelo, ma qualche anno dopo Giordano si venderà le partite facendoci retrocedere in serie B e Manfredonia andrà a giocare nella Roma. Un trauma da cui non ti riprenderai mai più. Poi crolla il muro di Berlino e la guerra fredda non c’è più. Purtroppo diventa calda in Yugoslavia, che nel frattempo non esiste più, la mafia dichiara guerra allo Stato e la magistratura arresta mezzo parlamento italiano.

Tu ovviamente non puoi neanche lontanamente presagirlo, ma i computer cambieranno la nostra vita, così come i telefoni, che diventeranno inseparabili compagni delle nostre giornate. Nel frattempo un aereo, anzi due, buttanno giù i più grandi grattaceli del mondo, Beppe Grillo fonda un partito (ma solo perché Troisi è morto, Benigni è impegnato a vincere gli Oscar e Verdone è troppo ipocondriaco) e il saluto romano diventa un elemento di folclore (tipo, oh ciao, bella zi). Infine un morbo sconociuto chiude in casa mezzo mondo, costringendoci ad andare in giro come turisti koreani e a salutarci toccandoci i gomiti.

Tu giovane adolescente del ’78 tutto questo non te lo puoi immaginare nemmeno nel più iperbolico sforzo di fantasia. Soprattutto mai e poi mai, neanche sotto botta dei funghi allucinogeni, ti penseresti un giorno di vedere John Travolta, pelato, con la barba e qualche chilo di troppo che fa il ballo del qua qua al festival di San Remo.

Datemi retta, torniamo al 1978.

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Ebbene sì, ammettiamolo

Perché le persone fanno cose stupide? Qualcuno potrebbe dire, citando il mitico Forest Gump “stupido è chi lo stupido fa”, quindi se fai cose stupide è perché sei stupido (già in passato avevo approfondito il tema, parlando del bellissimo libro di Carlo Cipolla sulle 5 leggi fondamentali sulla stupidità). Ma non necessariamente è così. Fanno cose stupide anche le persone intelligenti. Che poi sarebbe la famosa “botta der cojone” come si dice dalle mie parti. Quella che appunto ti fa fare una cosa che mai nella vita avresti fatto, ma chissà perché quel giorno, ti viene in mente di fare.

Le stupidate occasionali però sono eccezioni, più o meno spiegabili, più o meno ragionevoli (le stupidate difficilmente sono ragionevoli). Quelle meno spiegabili sono le stupidate ricorrenti. Come quelli che tirano le porte dove sta scritto spingere o chi che si mette in macchina la domenica pomeriggio sperando di non trovare traffico. Ma i primi potrebbero essere distratti, i secondi potrebbero non avere alternative: insomma una qualche spiegazione ad un comportamento stupido, potrebbe esserci. Ci sono però stupidate ricorrenti e generalizzate davvero inspiegabili. E al primo posto metterei quelli che un nanosecondo dopo che l’aereo è atterrato scattano in piedi come le molle. Ma perché lo fate? E perché mi guardate male se invece io resto seduto? Oppure quelli che scrivono sui social vieto questo, non autorizzo quell’altro. Ma sul serio fate?

Poi ci sono le stupidate ricorrenti, ma volontarie. Scelte e volute. Ad esempio c’è chi continua a fumare, ben sapendo i danni che questo comporta. Chi vota partiti improbabili e chi si avvelena le domeniche tifando squadre che vincono raramente. E poi ci siamo noi cinquantasettenni, che continuiamo a mettere a rischio caviglie, ginocchia e polmoni giocando a calcetto il giovedì sera con il freddo e sotto l’acqua. Mi vedo e ci penso. Soprattutto vi vedo, amici carissimi. Vi vedo e mi domando: quand’è che i miei coetanei sono diventati anziani? Com’è accaduto e perché io nel frattempo non me n’ero accorto? Mi conforta però un pensiero. Sarà pure una follia, una stupidata. Ma è la nostra. E siamo tutti convinti di continuare a farla, ogni santo giovedì. Almeno finché ci regge la pompa!

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Sarò allergico?

E’ successo di nuovo! Proprio come qualche tempo fa…ormai non ci sono più dubbi!

Ma andiamo con ordine…il 24 sera, come da tradizione, abbiamo cominciato con le tartine al salmone e ai gamberetti, poi siamo passati al risotto alla marinara, quindi abbiamo proseguito con l’insalata di polpo e gamberi, per passare poi ai fritti vegetali e baccalà e concludere con i classici dolci pandoro, panettone, torrone. Il tutto accompagnato da un bel Vermentino di Sardegna. Tutto bene.

Per il Pranzo di Natale quest’anno siamo andati invece verso terreni nuovi. Dopo le tartine miste per l’antipasto, siamo passati alla pasta al forno, quindi maialino porchettato al forno con patate, ancora i fritti (erano avanzati, che fai non li mangi?) e poi di nuovo dolci natalizi, stavolta arricchiti dai biscotti fatti in casa da Ale, che con il vin santo sono proprio buoni buoni. Come vino siamo partiti con un Chianti, per passare poi ad un onesto Barbera. E tutto bene.

Per il pranzo di Santo Stefano abbiamo iniziato con delle uova alla tartara, veramente gustose, poi pennette al salmone e quindi rollè al forno e di seguito carciofi alla romana. Poi sono arrivati i fagiolini. E a quel punto ho avuto come l’impressione di implodere. E poi di esplodere. Sì, non andava affatto bene.

Ma non sarà che sono allergico ai fagiolini?

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Lasciamoci così, senza rancore

La mia relazione con l’Amaro Del Capo, durata molti anni, finisce qui. Lo ringrazio per gli anni splendidi che abbiamo trascorso insieme, per le difficoltà che abbiamo attraversato e per avermi regalato le serate etiliche più importanti della mia vita. Le nostre strade si sono divise da tempo, ed è arrivato il momento di prenderne atto.

Difenderò quello che siamo stati, difenderò la nostra amicizia, ma difenderò soprattutto e a ogni costo, il mio stomaco contro i bruciori notturni, come non ho fatto fin ora.

Non ho altro da dire su questo.

P.S. Tutti quelli che hanno sperato di indebolirmi colpendomi col reflusso esofageo, sappiano che per quanto l’amaro si prende dopo il dolce, il dolce rimane dolce e l’amaro non è poi tanto amaro, soprattutto se ci metti un cubetto di ghiaccio.

Mio fratello è figlio unico, perchè è convinto che nell’amaro benedettino non sta il segreto della felicità.

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Qual buon vento

La situazione geopolitica internazionale, il perdurare delle zanzare, le vicende familiari, ci sono una serie di circostanze – quelli bravi direbbero un combinato disposto – che fa sì che in questo periodo l’umore non sia proprio al massimo livello. Questo si riverbera in modo diretto (anche) sul blog che diventa più pesante di una peperonata e costringe voi, miei cari viaggiatori ermeneutici, ad anelare un alka seltzer al termine della lettura degli ultimi post.

Per fortuna però, quando meno te lo aspetti, ecco la notizia che fa svoltare la situazione. Mara Venier a Domenica In decide di inaugurare la rubrica “Il salotto di zia Mara”, dove promette (o minaccia?) “parleremo di tante cose, simpatiche, divertenti, stupidate, un po’ i fatti della settimana“. Che tu pensi, parlerà della guerra in Ucraina. Forse affronterà il tema dell’aumento dell’inflazione. Magari chiamerà un esperto a parlare di crisi climatica. Intervisterà un sociologo sullo Smart working, oppure uno scienziato sul ritorno del Covid. E invece no.

Invece intervista Falvia Vento. Avete presente Flavia Vento? Soubrette biondina, tanto caruccia, che esordì in TV in una trasmissione con Teo Mammuccari, dove stava rinchiusa dentro un cubo trasparente, tipo acquario e non proferiva verbo. Mammuccari mi è simpatico come una zanzara in ascensore, però forse aveva azzeccato la collocazione perfetta per la suddetta Flavia. Che invece domenica scorsa si è lasciata andare ad una appassionante intervista nella quale, ad un certo punto, ha raccontato che tutte le mattine, verso le 7,30, va a passeggiare in un campo da golf e lì le sarebbe apparsa la Madonna , anzi, più precisamente “una signora con un vestito color cielo che aveva sopra il capo dodici stelle che brillavano“.

Ora tutti si chiedono, è normale che la domenica pomeriggio su Rai1 sia diventato un monopolio di Mara Venier? Tutti si chiedono, perché debbo pagare il canone Rai se poi mi debbo sentire interviste simili? Tutti si chiedono, ma la Madonna, poveretta, con tutte queste apparizioni in giro per il mondo, troverà il tempo per riposarsi un po’?

Io invece mi chiedo una sola cosa. Ma che si prenderà Flavia Vento a colazione? Perché non ce lo dice, così magari ci proviamo anche noi?

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Due mezzi non fanno un intero

C’è chi pensa che il giusto mezzo sia la regola da seguire. Qualcuno dice che la verità sta nel mezzo e c’è invece chi lo giustifica il mezzo. Per arrivare ad un fine. Chi guarda il bicchiere mezzo pieno, poi arriva un altro e lo vede mezzo vuoto. Io passo le vacanze a Rocca di Mezzo e poi c’è chi sta sempre in mezzo, come giovedì.

Chi per mangiare aspetta mezzogiorno e chi per dormire mezzanotte. C’è chi si sente messo in mezzo e chi pensa di essere mezzo e anche se è troppo grande la città, non spera però sta ancora cercando l’altra metà.

E poi ci sta il comandamento, non separi l’uomo ciò che Dio ha unito. Non separi le due metà, che faticosamente si sono trovate unite. Ma se invece te ne freghi dei comandamenti e le vuoi separare allora sono due euro. In cassa, grazie!

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Paese che vai, formaggi che trovi

La carbonara è americana e il parmigiano reggiano è nato in Wisconsin“. So cosa state pensando: no, non sono ubriaco e non è nemmeno il titolo di un articolo di Lercio, bensì di Repubblica di domenica scorsa. Non so quale guru della cucina, evidentemente in preda a chissà quale fungo allucinogeno, abbia formulato questa improponibile teoria. Se vi viene la curiosità, lo trovate qui

Che poi, tralasciando per un attimo i deliri sulla pastasciutta (noto piatto tipicamente americano), come si fa a mettere in dubbio la provenienza di una cosa che ha nel suo stesso nome il riferimento geografico di dove viene prodotto? E allora mi sono detto, è mai possibile che ora anche a livello di minchiate dobbiamo prendere lezione dagli americani? Giammai! Risolleviamo l’onore patrio con 10 improbabili ipotesi sulla vera origine delle cose.

L’insalata russa è ucraina. Questa forse la vera causa del conflitto?

Il pesto alla genovese è sampdoriano. Questo è un colpo basso lo so, ma qualcuno doveva pur dire la verità.

La torre di Pisa, in realtà è di Livorno. Tant’è che pende da quella parte

Per non parlare della Torre Eiffel. Guardatela bene, non è una torre, tutt’al più potrebbe essere un pedone. Resta da capire quanto dovrebbe essere grande la scacchiera, ma si sa, i cugini d’oltralpe sono sempre vittime della loro stessa grandeur.

La Statua della Libertà, in realtà non inneggia la libertà, ma la dittatura, infatti come ce l’ha il braccio? Esatto! Insomma, non è americana, bensì crucca!

I Cavalieri di Malta non erano di Malta e nemmeno cavalieri, perché in realtà andavano a piedi. Erano operai specializzati col bitume e la malta, da qui forse l’errata connotazione geografica.

Le tigri della Malesia erano un gruppo di motociclisti di Zagarolo, neanche a dirlo anche la perla di Labuan era in realtà di Capracotta.

Il cannolo siciliano deriva da un’antica ricetta romana, successivamente elaborata dagli arabi e poi sviluppata dalle abili mani delle suore di clausura di un convento nei pressi di Caltanissetta. Il fatto che delle suore di clausura avrebbero inventato un dolce con quella forma lascia qualche dubbio (o forse no?)

E sempre a proposito di posti, Massa Lombarda è in Emilia Romagna così come Milano Marittima, San Giuliano di Puglia è in Molise e San Mango Piemonte è in Campania, così come Sant’Angelo dei Lombardi. Alla volte quindi è vero che i nomi ingannano.

Sono sicuro che se andassimo a scavare, ci sarebbe da ridire anche sulla reale provenienza dei wurstel, che in realtà ho letto essere cancerogeni. Ma qui non ho conferme, anche perché, ve lo posso assicurare, non li ho mai fumati.

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Di angeli perduti, ladri, dizionari di greco (per tacer dei sette nani)

Al tramonto dell’anno domini 2022, ultimo della pandemia (ormai definitivamente debellata per decreto dal governo dei migliori, chiamato a guidare i destini italici), primo dell’era meloniana, novella salvatrice dei tricolori destini (ecco perché si vuol far chiamare Il Presidente. In effetti Ducia suona proprio male), mentre stava per cominciare il più surreale mondiale di calcio della storia (con gente confusa che voleva organizzare barbecue e cocomerate nelle case al mare, ma si ritrovò mezza allagata nelle pioggie novembrine) capitò il singolar accadimento.

Un fatto insolito che mi lasciò interdetto, un po’ come le dichiarazioni di Sgarbi o la durata dei lavori sulla Tiburtina. I segni evidenti dell’effrazione, un lucchetto saltato, le scatole buttate alla rinfusa, ma incredibilmente le biciclette ancora lì. Anche ad un’analisi più attenta, non mancava proprio nulla, tranne un angioletto del presepe, un angelo caduto in volo, unica traccia rimasta le piccole ali, adagiate nel sordido pavimento dello scantinato. E da qui il dubbio e le domande. Ma tu, novello Arseno Lupin, seguace di Diabolik, sostenitore di Robin Hood, che pensavi di trovare nella mia cantina?

Oltre le biciclette, il presepe, i vecchi giochi e tutte le cose inutili che uno non ha il coraggio di buttare, cosa speravi ci fosse? Eri così ubriaco da confondere la nostra cantina con un miniappartamento di lusso? Eri talmente confidente nella tua buona stella che speravi di aver trovato l’accesso ad una miniera d’oro? Lo hai fatto come gesto di protesta per la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali? Era la prova d’amore richiesta dalla tua bella? Magari lo hai fatto perché hai perso una scommessa: aprire la cantina di uno sconosciuto e rubare una statuina del presepe era la penitenza per non aver ricordato il nome dei 7 nani. Questa è una di quelle situazioni in cui ti aiuta aver studiato il greco. O meglio, ti aiuta aver studiato sul Rocci.

Quel vocabolario scritto in un italiano antiquato in carattere 6, che pesava come un mattone di piombo, ma con le pagine fini come le ali di una farfalla, responsabile della scogliosi e della miopia della gran parte degli studenti ginnasiali della mia età. Quel vocabolario, in cui potevi trovare un significato, ma spesso il suo esatto contrario, non era di grande aiuto per tradurre il greco, ma in compenso sviluppava la fantasia. Ti aiutava a diventare creativo, perché ti insegnava che nella vita non esiste mai una sola verità, che i fatti e le situazioni mutano e alla fine dei conti siamo noi a dargli il significato che vogliamo.

E così, in questi tempi incerti, in questa vita che ingrana solo a tratti, è bello sapere che in ogni situazione potrai sempre trovare una soluzione, potrai individuare una spiegazione, più o meno veritiera, che ti porterà protezione, ristoro e rifugio, facendoti immaginare un futuro più roseo (comunque erano Dotto, Brontolo, Pisolo, Mammolo, Gongolo, Eolo e Cucciolo).

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Quando sei il presidente di tutti

Ti alzi una mattina, in una giornata di sole in queste adorabili ottobrate romane, che profumano di ottimismo come una canzone di Phil Collins. Ormai hai passato gli ottantuno e forse sarà anche vero che a diciotto anni sai delle cose che poi da grande non saprai più, ma in fondo basta invertire le cifre e puoi riscoprire gli antichi ardori. Quelli che ti risvegliano lo spirito di squadra, che ti fanno sentire il capo del gruppo, responsabile per tutti. Anche di quelli a cui sei meno legato. Anche quelli che più o meno velatamente non sopporti.

Come l’allenatore di una squadra, che di fronte agli altri difende tutti i componenti, anche il pippone di turno. Ma è il nostro pippone e solo noi possiamo deriderlo, che nessuno da fuori si permetta. Oppure come il figlio stupido, che a volte può capitare, anche nelle migliori famiglie. Tu gli vuoi bene lo stesso, anche se passi il tempo a cazziarlo, ma da fuori nessuno si azzardi a dire nulla.

Certo chi l’avrebbe detto! Tu poi te ne volevi andare, ma loro niente, tutti lì ad insistere: dai rimani, come facciamo senza di te…Che tocca fare quando sei il Presidente di tutti!

Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. E tu mi fai, “dobbiamo andare al cinema”, ma al cinema vacci tu!

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I’m too old for this Shit

Si sa che l’età è un fatto relativo. Mio padre a 94 anni, non va più al circolo anziani a giocare a carte, un po’ per gli strascichi della pandemia, un po’ perché, a detta sua “è pieno di vecchi“. Sempre lui, parlando con mio fratello, gli ha detto recentemente “speriamo di non diventare vecchi“. Già…speriamolo davvero, anche se l’alternativa non è poi così allettante.

Quando si smette di essere giovani? Quando non si ha più la curiosità di imparare cose nuove, quando non vuoi più metterti in gioco per nuove imprese, quando pensi di avere più cose insegnare che da imparare. Non è un fatto anagrafico, non solo almeno. Per questo c’è gente che nasce vecchia ed altri che con il passare degli anni ringiovaniscono. Io ad esempio vorrei avere esattamente gli anni che ho, solo con trent’anni di meno. Ma questo è un altro discorso.

Un elemento che mi fa riflettere, nel confronto generazionale, è l’accorgersi che (forse inevitabilmente) verso i figli si ripercorrono esattamente le stesse strade e analoghi atteggiamenti che contestavi duramente a tuo padre quando il figlio eri tu. Non tanto il fare o non fare una cosa: sono ancora abbastanza lucido da fare un passo indietro e lasciare ai figli la responsabilità di decidere quello che fanno. Ma il modo in cui fanno le cose: lì è quasi inevitabile voler dire la propria, voler mettere il becco. Ecco, forse uno smette di essere giovane quando ha la pretesa di sapere quale sia il modo giusto di fare le cose.

Continua a dirti, ma non esci mai? Perché non provi a divertirti!” Così cantava Venditti 40 anni fa, certificando il fatto che almeno non è un problema odierno: anche nel modo in cui passano il tempo libero ci sentiamo in diritto (anzi forse, in dovere) di dire la nostra. Certi modi ci sembrano inconcepibili, semplicemente perché non sono i nostri. Ma da saggio genitore a vecchio trombone scassaminchioni è un attimo!

In ogni caso è vero che alla resa dei conti, più che la carta di identità, ognuno ha l’età che si sente. E’ vero però che non si può non essere influenzati dal confronto con gli altri, che inevitabilmente ti porta a misurare te stesso in relazione al contesto. Quindi da una parte è un fatto incontestabile che io continui imperterrito a giocare a calcetto il giovedì sera con gente che ha la metà dei mie anni, ma è altrettanto vero che ieri al Todis un cassiere – che poteva avere l’età dei miei figli – mi ha chiesto a bruciapelo, “maggiore di sessant’anni“? Ero indeciso se ridere, piangere o voltarmi dietro (magari è strabico e sta parlando con qualcun altro). “Sa, il martedì c’è lo sconto anziani“.

Va be’ è stato bello finché è durato, vi voglio bene lo stesso. Arrivederci.