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Corsi e ricorsi

Il 23 novembre del 1980, esattamente 45 anni fa, all’Olimpico si giocava un Lazio Lecce. Me lo ricordo perché ho questa strana attitudine, un po’ autistica, per cui non mi ricordo un fico secco, ad esclusione delle partite della mia Lazio.

Poi me lo ricordo perché solitamente a quel tempo andavo allo stadio con mio padre. Erano anni difficili, la Lazio era stata appena retrocessa, ma noi eravamo comunque abbonati, come sempre. Quella domenica però vennero allo stadio anche mio fratello e addirittura mia madre. A memoria mia, la prima e l’ultima volta. 

Ma me lo ricordo soprattutto perché quella sera ci fu il terremoto dell’Irpinia. E infatti con un po’ di macabra ironia demmo la colpa alla presenza allo stadio di mamma.

Corsi e ricorsi, la storia a volte si ripete, ma mai allo stesso modo (e per fortuna, direi!). 45 anni dopo mio fratello ed io eravamo sempre allo stadio, c’era mio figlio e mia nipote, per lei prima volta allo stadio. Allora pareggiammo 2 a 2, stasera abbiamo vinto 2 a 0. Soprattutto non c’è stato nessun terremoto. Direi che stavolta è andata decisamente meglio!

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L’ultimo desiderio

La vicenda delle gemelle Kessler e la loro scelta di essere insieme fino alla fine ha lasciato il segno in ognuno di noi. C’è chi la difende, chi la critica, chi è d’accordo però, chi si indigna e chi non giudica. In ogni caso non lascia indifferenti, forse per la notorietà dei soggetti, forse per il fatto che sia stata una scelta condivisa da due persone (se fossero stati due coniugi forse sarebbe stato lo stesso), per l’assenza di un qualche motivo medico accertato, o semplicemente per la lucidità e la lunga pianificazione che l’ha preceduta (si erano premunite persino di dare disdetta delle utenze!).

Se sia per questi motivi o per altri, in ogni modo, una scelta che non può lasciare distaccati. Che anche nel doveroso (a mio avviso) rispetto, ti porta inevitabilmente a prendere una posizione. Ovviamente abbiamo letto penso tutti le filippiche di parte, di chi esalta la libera scelta consapevole e di chi al contrario si appella alla inviolabile sacralità della vita. Ma volendo fare un’estrema sintesi delle varie argomentazioni per l’uno o per l’altro schieramento, di fondo potremmo ridurci a una semplice domanda. Siamo gli assoluti ed esclusivi padroni della nostra vita? Pur con le dovute sfumature, dalla risposta a questa domanda si decide con quale schieramento riconoscersi.

Possiamo discutere sul significato della vita in sé, sul valore di una vita che non è più performante, che non è più utile. Sul senso della malattia, sulla fatica della sofferenza, sul peso (inteso come importanza, ma anche al contrario, di fardello, di affanno) che possiamo arrecare alla società e a chi ci circonda. Ma alla fine, è inevitabile, si ritorna a quella domanda lì. E probabilmente ognuno di noi, in cuor suo ha una risposta.

Per me la risposta è negativa. Non siamo padroni della nostra vita, non abbiamo scelto noi di esserci, nessun altro animale sulla terra penserebbe mai di esserlo: per ogni altro animale la morte è una possibilità, un evento naturale, mai una scelta. Non lo siamo per coloro che ci circondano, perché anche l’uomo più solo su questa terra sarà sempre un noi, prima di essere un io. Non lo siamo perché non siamo solamente un cumulo di cellule destinate a dissolversi.

Ma questo è quello che penso io. E allo stesso modo qualcun altro che la pensa in modo diverso avrà le sue ragioni che vanno rispettate come vorrei lo fossero le mie.

Mi rimarrà una curiosità. In punto di morte i condannati esprimevano un ultimo desiderio: nessuno dovrebbe avere come ultimo desiderio quello di morire perché l’ultimo desiderio è l’ultima risorsa per restare attaccati alla vita. E chissà quale sarà stato il loro.

And you can see them there, on Sunday morning. They stand up and sing about what it’s like up there.
They call it paradise, I don’t know why. You call someplace paradise. Kiss it goodbye

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Consigli di lettura non richiesti. 38 / Pizzolato, Harper, Cram

A San Martino ogni mosto diventa vino! Vi consiglierei volentieri dei rossi novelli, tipici di questo periodo, ma non sono così esperto da offrire suggerimenti. Adoro il vino novello e in questo periodo quindi ne approfitto per assaggiarne diversi, ma al di là del beaujolais nouveau non saprei quale consigliare. Quelli che invece mi sento di suggerire sono i libri, che come il buon vino, non invecchiano e sono buoni da gustare in qualsiasi stagione dell’anno. Poi tra poco arriverà Natale e qualche idea regalo può sempre essere utile. Ecco dunque i consigli (rigorosamente non richiesti) di questa volta.

Cominciamo con un thriller mozzafiato che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. Nic Pizzolato ci porta nelle strade di Galveston, in Texas dove un gangster cerca di nascondersi dalla vendetta dei suoi complici, con la strana compagnia di una ex prostituta e sua sorella di tre anni. Vicenda molto originale, che si svolge nel passato, nel racconto del protagonista ormai prossimo alla fine della sua avventura. Da leggere tutto d’un fiato!

Ci spostiamo poi nell’assolata California, nella Los Angeles dei segreti impenetrabili di Hollywood. In Tutti Sanno, Jordan Harper racconta la storia di una PR che deve coprire le magagne delle star, evitando scandali e pubblicità negative. Finché verità e menzogne non si confondo al punto che la cronaca da rosa diventa nera, con una serie di omicidi collegati fra loro che mettono seriamente in pericolo la stessa protagonista. Anche da questo romanzo non riuscirete a staccarvi fino alla fine!

Il terzo consiglio è per Buffy Cram ed il suo C’ero una volta, una storia molto singolare, ambientata negli anni 70, dove una madre single porta sua figlia da una comune ad un’altra, attraverso l’America dei figli dei fiori, facendola passare per una sensitiva capace di leggere il futuro. La bambina pirata, con la benda nell’occhio, ormai cresciuta ripercorre la sua storia, raccontando le strane vicende che l’hanno portata a crescere da sola, prendendosi lei cura della mamma, almeno fin quando ha potuto. Una storia cruda e tenera insieme, un romanzo di formazione originale, ma davvero bello.

E buona lettura cari viaggiatori ermeneutici!

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Fotografie

In tante esistenze niente è più forte del passato, dell’innocenza perduta e degli amori svaniti. Niente ci commuove più del ricordo delle occasioni mancate e del profumo della felicità che ci siamo lasciati sfuggire. E niente più delle vecchie fotografie cristallizza le emozioni e ce le preserva per i tempi futuri, fissando insieme alle immagini i ricordi, le situazioni, le gioie e i dispiaceri.

Poi però, insieme alle tue foto e a quelle di chi non c’è più, ti ritrovi fra le mani quelle dei tuoi figli piccoli. E allora tutto prende un altro sapore.

Avere un figlio è un antidoto alla nostalgia e alla freschezza avvizzita. Avere un figlio ci obbliga a liberarci di un passato troppo pesante. Avere un figlio è la certezza che il passato non trionferà mai sul futuro.

Non torneranno più, le mille notti in bianco la gioventù al mio fianco Roby Baggio e l’autostop. Non torneranno più i miei vecchi polmoni, la naia tra i coglioni, scioperi e università…

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Ma st’educazione sessuale, ce serve o nun ce serve?

E così la Lega ha aggiunto un’altra perla alla collezione di minchiate risultati controversi raggiunti da questo governo. Le giovini anime dei fanciulli resteranno preservate dalle teorie transgender, dal virus della morale liquida, dal sesso sfrenato, immacolate come mamma le fece. Mamma e papà, in realtà. Che in effetti dovrebbero essere i primi depositari dell’educazione (anche) sessuale dei loro pargoli. Poi capita l’ennesimo femminicidio, compiuto magari da un bravo ragazzo, di buona famiglia e tutti a dire “bisogna fare educazione sessuale nelle scuole!”.

La mia generazione è cresciuta per lo più totalmente sprovveduta rispetto a queste tematiche: non se ne parlava a scuola né tantomeno in famiglia. Eppure non mi sembra abbiamo avuto chissà quali traumi. D’altra parte imparare l’affettività lo si fa ogni giorno, guardando le persone che ci circondano, non credo sia indispensabile parlarne alla stregua della geografia o della matematica. Però magari mi sbaglio. Mi sembra che si demandi alla scuola cose che dovrebbero essere trasmesse soprattutto nell’ambito familiare. E ripeto, non tanto con le parole, quanto nei fatti. Ma davvero il bullismo, l’inclusione, l’accettazione delle diversità dovrebbero essere imparate come si fa per le provincie o per le equazioni? Non sono piuttosto principi, insegnamenti, valori che si imparano vivendo in un certo contesto?

Che poi, con la facilità con cui chiunque (quindi mi immagino soprattutto degli adolescenti curiosi) può avere accesso a materiali pornografici, non sarà certo un’ora a scuola che potrà turbare gli animi o scandalizzare. Anzi, forse parlarne in un contesto diverso può se non altro far capire che quella è un’altra cosa: che l’affettività e la sessualità non si trovano su Pornhub. Insomma, non farei una guerra di religione sull’educazione sessuale nelle scuole, non credo ne valga la pena. Non penso sia risolutiva, ma certamente non è dannosa. Soprattutto non credo sia uno di quegli argomenti in cui questo governo di cortigiani (si può dire cortigiani?) possa esprimere un parere sensato.

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Légami o legàmi?

Siamo animali sociali. Chi più, chi meno ovviamente, ma nel nostro DNA c’è scritto che non siamo fatti per stare soli. Fin dalla nascita sviluppiamo delle relazioni, dei legami, che ci uniscono ad altri esseri umani, che ci fanno dipendere da loro. Crescendo, se ci troviamo in un contesto normale (ammesso che ne esitano), articoliamo questi legami in una maniera sana, fatta di relazioni paritarie o comunque bidirezionali, che ci aiutano e aiutano gli altri a sviluppare le proprie attitudini.

In un contesto normale dicevo, questi legami non ci opprimono, perché al contrario si evolvono verso una maturità che ci porta ad essere indipendenti da essi. Indipendenti, ma non estranei, perché appunto abbiamo naturalmente bisogno di essere in relazione con gli altri. E dunque, insieme ai legami dell’infanzia, che rimarranno sempre dei punti fermi nella nostra vita, sviluppiamo nuove relazioni. le amicizie degli anni della scuola e poi quelle degli altri contesti in cui ci troviamo a vivere: quelle nate dalle passioni in comune, lo sport, la musica e poi il lavoro. E ovviamente le relazioni amorose, così totalizzanti da cambiare il corso delle nostre esistenze.

Ma come sottolineavo nel titolo, con quegli strani accenti, ci sono relazioni e relazioni. L’essere in collegamento, legati fra noi da un sentimento, a volte può diventare una prigione. Legami tossici, che ci vincolano, che ci opprimono con sensi di colpa e rimorsi, quando invece avremmo bisogno di un ossimoro: legami che non legano, relazioni paritarie, che nella loro intensità ci lasciano liberi, ci rendono autonomi, fanno crescere la nostra autostima rendendoci in grado di camminare da soli.

Ma come costruire questo ossimoro? Nelle relazioni con i genitori, con i figli, con il partner, con gli amici: quali e quanti sono i legami sani, quelli che non legano, ma rendono più liberi? Ce la possiamo fare o resta solo una splendida utopia? E come fare a distinguere un legame tossico da uno sano? Domande complicate, a cui però vorrei provare a dare una risposta semplice. Perché in fondo l’ermeneutica questo ci insegna: per tentare di capire la realtà che ci circonda bisogna complicare le situazioni semplici e poi insieme semplificare quelle complesse.

E la risposta semplice, quella che nel fondo di noi stessi conosciamo bene, pur se a volte non vogliamo ammetterla, è la felicità. Quel legame, il nostro essere in relazione con l’altra persona, ci rende felici? Se non è così c’è qualcosa che non va. Perché è vero che la felicità non può essere l’unico parametro della nostra vita, né l’unico obiettivo, ma è una bella cartina di tornasole. Poi possiamo – e a volte siamo obbligati a – rimanere connessi in relazioni che non ci fanno essere felici, ma almeno dovremmo riconoscerle. Almeno con noi stessi dovremmo smettere di fingere. Ma questo discorso vale soprattutto al contrario, per gli altri tipi di legami. Su quelli che ci rendono felici possiamo essere sicuri. Perché, come cantava Sheryl Crow, se ti rende felice, non può essere male.

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Fallimento, battaglie giuste e sensi di colpa

Sun Tzu, ne L’arte della guerra, afferma che bisogna intraprendere solamente le battaglie che possiamo vincere. E in linea generale sono abbastanza d’accordo con lui. Come già sapete, cari viaggiatori ermeneutici, sono fondamentalmente pigro, figuriamoci quindi se ho voglia di impegnarmi in battaglie di principio, il cui esito è inesorabilmente scontato. Eppure.

Eppure, anche nella mia trascendentale pigrizia, riconosco che ci sono battaglie che vale la pena intraprendere a prescindere dal possibile esito.

La Flotilla era un’idea fallimentare. E questo, fin dall’inizio era il suo esito scontato: il fallimento. Ma solo attraverso questo fallimento è emersa un’assurdità: l’idea che portare cibo e acqua a 2 milioni di persone che muoiono di fame sia un atto criminale.

Non sono andati a portare viveri, ovviamente non era quello l’obiettivo. Sono andati di fronte alla nostra cattiva coscienza, di fronte ai sensi di colpa dell’occidente per costringerci ad aprire gli occhi.

Un estremo, disperato, fallimentare tentativo per risvegliare le coscienze. Quando il potere normalizza l’orrore, ovvero rende ragionevole ciò che in realtà sarebbe assurdo, l’unico gesto che rimane è fallire così clamorosamente da rendere assurdo ciò che dovrebbe essere ragionevole.

Non lo so se questo fallimento aiuterà a risolvere la situazione. Non so se contribuirà a fermare il massacro. Invidio molto quelli che in questa situazione hanno certezze e sono sicuri di sapere dove sia la ragione e il torto. Ma questo tentativo andava fatto.

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Il paradosso della tolleranza

Dire che a Gaza si sta compiendo un genocidio non significa essere antisemiti. Affermare che Netanyahu va condannato per crimini contro l’umanità non significa essere nemici degli ebrei.  Riconoscere l’esistenza di uno Stato Palestinese non vuol dire sostenere i terroristi di Hamas.

Contrastare l’invasione di Gaza e la deportazione della popolazione Palestinese non dovrebbe essere un tema divisivo. Come pure fare in modo di interrompere in ogni modo la strage degli innocenti, impedire a tutti i costi che bambini continuino a morire di fame o sotto le bombe.

Popper parla del paradosso della tolleranza. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale, per difendere la tolleranza non si può tollerare l’intolleranza. Una società tollerante non può e non deve tollerare l’intolleranza. Non si può e non si deve tollerare Netanyahu e nemmeno Hamas, perché sono due facce della stessa medaglia, in cui ognuna ha bisogno, si nutre e giustifica la sua esistenza solo nel confronto/scontro con l’altra.

Quello che è accaduto il 7 ottobre ci fa orrore e va condannato senza alcuna remora o giustificazione. Però adesso, cari viaggiatori ermeneutici, proviamo a fare un esperimento di fantasia. Proviamo ad immaginare la trama di un film con una storia ambientata nella Germania degli anni 40: un gruppo di ebrei si organizza e per contrastare i nazisti fa una strage in mezzo alla folla durante una sfilata militare, ammazzando centinaia di persone. Vi lascio con questo dubbio: siamo proprio sicuri che nel film verrebbero definiti terroristi?

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Il blog entra nell’adolescenza

Puntuale come la scadenza del bollo auto, anche quest’anno WordPress ci tiene a ricordarmi che oggi Viaggi Ermeneutici compie gli anni: 12 anni per la precisione! Tra un po’ entrerà nell’adolescenza e comincerà a rispondere cose del tipo scrivitelo te il prossimo viaggio! Oppure io esco con gli amici perché questo viaggio proprio non mi interessa! Cose che capitano anche nelle migliori famiglie.

Insomma il blog diventa grande, non mi illudo che diventi anche un grande blog. Anche perché quando l’ho aperto non era questo l’obiettivo. Come ho già scritto in altre circostanze analoghe, l’obiettivo era creare uno spazio dove riporre idee, opinioni, immagini o semplici suggestioni. Ed è stato esattamente questo: una specie di scatolone che mi è servito per non perdermeli per strada, per non farmeli scivolare fra le dita.

Scorrendo i vecchi articoli mi rendo conto che alcuni sono invecchiati bene, come un buon vino, altri meno. Alcuni potrei effettivamente cancellarli, non mi ci riconosco e oggi li scriverei in modo differente, ma in realtà è giusto così, perché sono tutti figli del tempo in cui sono stati scritti. Spesso rileggendomi, mi capita di ricordare le circostanze ed i momenti che mi hanno portato a scrivere certe cose, mentre altri post spuntano fuori quasi a sorpresa e mi viene da chiedermi “ma ero proprio io che ho scritto sta cosa? Chissà che avevo bevuto!”

Ad ogni modo 12 anni sono effettivamente tanti, ma ancora non mi sono stufato di viaggiare e spero che lo stesso possano dirlo i miei compagni di viaggio. Se ne aggiungono sempre di nuovi, qualcuno se n’è andato per la sua strada, qualcuno a volte ritorna, un po’ come succede nei gruppi di amici. Mi auguro che questo spazio virtuale sia sempre risultato accogliente e che almeno in parte sia stato lo strumento per diffondere luce e dolcezza, che come i viaggiatori di lunga data sanno è la mia personale missione su questa terra.

Quindi cosa sarà viaggi ermeneutici? Certamente continuerà ad essere futile. Futile perché non utile. Futile ma spero non inutile. E per rendere più chiaro questo concetto mi viene in aiuto un ricordo (in questo caso di FB), di quando qualche anno fa ero un po’ depresso a casa con una gamba ingessata ed n mio amico cercò di tirarmi su il morale.

  • Il problema di questo incidente è che non riesco a fare nulla. Stare bloccato a casa in questo modo mi fa sentire totalmente inutile!
  • Ma no, dai. Ognuno può rendersi utile!
  • Tipo?
  • Potresti cospargerti la testa di porporina celestine e rosa, così ci daresti informazioni quando cambia il tempo

Quindi, se un giorno tornando tra queste pagine trovaste i viaggi ermeneutici puntinati di rosa e celeste saprete il motivo. Perché anche le cose futili possono non essere inutili. E in fondo cosa c’è di più futile di una previsione del tempo, che basta una nuvola o un soffio di vento a rendere inutile?

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Saggezza cinese?

Vi ho già più volte raccontato la mia personale liturgia del giovedì sera, di come consideri l’ora fra le 20 e le 21 di “ogni maledetto giovedì” (semicit.) uno degli apici della mia settimana. L’anno prossimo saranno esattamente quarant’anni che è cominciato questo rito laico. “Siete pazzi? Ma perché non vi drogate come fanno tutti?” E invece no! Invece ritrovarsi lì con i soliti amici a correre e sudare, con il caldo o il freddo, la pioggia, inseguendo il ricordo della nostra gioventù più che un pallone, è l’affermazione del nostro sé più autentico. Smettiamo di essere quello che siamo negli altri 6 giorni e tre quarti della settimana, ci spogliamo dei vestiti da bancari, postali, energetici e ci mettiamo i nostri costumi da supereroi. Ognuno di noi, in cuor suo, può ragionevolmente credere di lasciare da parte Peter Parker e diventare l’Uomo Ragno. O Johan Cruyff!

Ovvio, ogni anno che passa diventa un po’ più complicato. Il venerdì mattina ti svegli mezzo rotto: qualche livido, qualche acciacco ci sono sempre stati, adesso però cominciano davvero a farsi sentire, almeno per me che veleggio veloce (si fa per dire) verso i 60 (l’anno prossimo, ancora c’è tempo, però cominci a entrare nella parte). Fortunatamente il processo ci riguarda – chi più chi meno – tutti quanti e questo garantisce che il livello delle forze in campo rimanga costante.

Così ieri sera, dopo una bella partita, sono rientrato a casa stanco ma felice (anche per la vittoria ottenuta) e ho scoperto che i fanciulli avevano chiesto e ottenuto una cena cinese. Conoscendo gli orari del loro sportivissimo genitore l’avevano ordinata per le 21,30 quindi perfetto! Fra uno involtino primavera e uno spaghetto di soia contavo i dolori emersi dalla sfida…

Un livido su una caviglia, va be’ quello domani è passato. Però che male quest’alluce…dovrò cambiare gli scarpini? E se fosse un inizio di artrosi? Forse è un dolore reumatico. Certo alla fine ero davvero senza fiato, dovrei andare a correre per allenarmi un po’. Ma ci faranno bene alla nostra età queste botte di adrenalina? Magari dovrei fare un elettrocardiogramma sotto sforzo. Non è un’attività agonistica la nostra, però in effetti l’agonismo non manca. Certo a pensare che i giocatori dopo la partita entrano in quelle vasche col ghiaccio, la crioterapia potrebbe essere una soluzione? Ma altro che acqua, con la sete che ho mi farei il bagno nella birra ghiacciata, ma mi sa che non è la stessa cosa. Mamma mia però che stanchezza e chi si alza domani mattina?

  • Papà vuoi un biscotto della fortuna? Dentro ci sono anche i bigliettini con le frasi e i consigli
  • E va be’ dai, sentiamo anche il biscotto cinese che ci consiglia…

Ecco, ci mancava solo la saggezza del celeste impero. Ma vaffanculo va!