Quando la tempesta sarà finita

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Rompersi un osso è – lapalissianamente – un’esperienza traumatica.

Già quando era appena successo, sotto i fumi della morfina, avevo buttato giù qualche considerazione che andava al di là del mero fatto fisico (se ve l’eravate persi, esattamente qui). Perché in effetti la rottura ha in sé dei significati che vanno al di là, che metaforicamente alludono a situazioni diverse.

Quando qualcosa si rompe, rimani sempre senza parole. Fino a quel momento ci contavi, pensavi di poterci fare affidamento. Lo davi per scontato. Per questo può succedere che tu abbia esagerato, che anche involontariamente l’abbia caricato di troppi pesi, troppe responsabilità. In questi casi la rottura è preceduta da qualche scricchiolio, da qualche segnale di insofferenza. Che dovresti essere bravo a cogliere (se solo fossi meno distratto da tutto il resto, se solo fossi capace di concentrarti su quello che il mondo ti vuole dire).

Altre volte invece la rottura avviene in modo del tutto inaspettato. Senza alcun avviso. Dal tuo punto di vista anche senza alcuna ragione. Ma chi l’ha detto che ci debba sempre essere una ragione? In ogni caso sei lì, perso in tutt’altri pensieri, e lui si rompe. A quel punto è chiaro che forse la tua fiducia era stata mal riposta e sarai costretto a rivedere qualcosa. La miglior cosa di una giornata sbagliata è sapere che non sarà passata invano. Sapere che quando sarà finita tu avrai un giorno in più, non sarai più lo stesso e soprattutto ne avrai preso coscienza. Da domani saprai meglio su chi e su cosa contare.

Tu sei la mia persona

In fondo si tratta semplicemente di credere in qualcosa che non si vede. Le storie che raccontiamo, quelle che scriviamo, le storie in cui vogliamo credere e quelle che inventiamo di sana pianta. Tutte le storie sono eteree e impalpabili, ma non per questo non sono reali. Anzi, sono assolutamente reali. Dicono che l’amico, la persona che ti vuole bene, è quella che ti apre gli occhi, quella che ti sta vicino e ti aiuta a scegliere bene. E sì, forse è così. Ma l’essenziale è altro.

L’essenziale è avere la speranza di farcela. Nessuno ne ha la certezza, tranne forse quei gran culi che vincono le lotterie. Ma se non hai in tasca un biglietto vincente o un sei al superenalotto, se non vivi nelle favole, ma nella realtà, allora devi solo avere la forza per sperare. E questa sì, certo, ce l’hai dentro, la costruisci negli anni, compiacendoti delle vittorie e rialzandoti dopo le sconfitte, ma non basta. Non può bastare. Devi avere anche qualcuno che la condivida con te. Devi avere qualcuno che ci creda con te.

E non è nemmeno un discorso di verità o bugia. Non conta davvero se pensi seriamente che sia così o invece hai forti dubbi. No, non è quello. Ciò che resta, alla fine della storia, è che tu riesca a sostenere questa speranza, a dargli forza, a farla crescere, a spingerla in avanti quando da sola non ce la fa. A soffiargli vento se c’è bonaccia, in modo che le vele riprendano forma, a dargli una spinta se il motore si è inceppato, così da farlo ripartire. Non si tratta di credere nelle favole. La realtà è molto più brutta della favole. E’ molto più triste e drammatica. Ma anche molto più ironica. Molto, molto più ironica. Per questo si tratta semplicemente di credere che possiamo farcela. E di avere qualcuno che ci aiuti e ci sostenga in questa speranza.

Per questo forse un amico normale non ti basta mica. E nemmeno l’amore ti basta, perché forse non è la persona amata che riesce a fare questo. Non si può fare tutto e non si può essere tutto nella vita degli altri. Per questo devi trovare la tua persona.

 

 

I fiori finti non crescono mai

“Vieni padre mio, usciamo a fare un giro e guida tu e guarda avanti e non parliamo più, albero padre con un ramo solo ”

Adoro le giornate fresche che arrivano all’improvviso a spezzare la calura imperante. Adoro la montagna perché ti sa regalare questi cambi repentini. Ma allo stesso modo adoro quegli sprazzi di tepore inaspettati nelle mattinate assolate di dicembre, promesse di un’estate ancora lontana. Mi piace quando il tempo mi sorprende, in vestiti inadeguati, troppo caldi o troppo leggeri. Il rischio è un raffreddore, ma è un rischio che vale la pena correre.

Quella sensazione di inadeguatezza, che spiazza il nostro orientamento, come una via sconosciuta nata chissà come proprio nel bel mezzo di un itinerario che pensavamo di conoscere. A volte è una via senza uscita, altre volte invece può diventare una scorciatoia. Oppure, ancora meglio, la strada per posti inesplorati. Il rischio è perdersi,  ma è un rischio che vale la pena correre.

La verità è che dovremmo imparare a restituire responsabilità. Soprattutto io, che come sempre predico bene e razzolo demmerda con risultati abbastanza insoddisfacenti.

Dovremmo smetterla di pianificare ogni singolo istante del futuro o di tentare di prevedere quello che potrà succedere (tanto non ci si riesce mica). E proprio io che vorrei coprire ogni imprevisto, sia che sia fatto per amore, sia che sia fatto per paura, dovrei proprio smettermela. Bisogna restituire la responsabilità, dando fiducia alle persone e quindi alle situazioni. Il rischio è rimanere delusi. Ma anche questo è un rischio che vale la pena correre.

Altrimenti come possiamo sperare di essere sorpresi? Se non restituiamo responsabilità, se non lasciamo per un attimo il comando, per quanto gravoso ci possa sembrare, per quante vertigini possiamo provare, non solo gli altri non riusciranno mai a sorprenderci. Rischiamo di soffocarli. Corriamo il rischio che come fiori finti non crescano mai. E questo è forse l’unico rischio che non possiamo correre.