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E venne il giorno

E poi venne quel giorno.

Il giorno in cui tutto era diverso. Quel giorno di novembre quando le formiche cominciarono un po’ ad alterarsi. Con quel caldo che faceva loro continuavano a sgobbare, facendosi un notevole fondoschiena, mentre quelle donnine allegre delle cicale continuavano a cantare a squarciagola, neanche fosse piena estate. Eh che cazzo Lafontaine! Ma mica vale così! A questo punto, noi avremmo dovuto starcene tranquille a bere e a trombare al calduccio dei nostri formicai e quelle peripatetiche delle cicale avrebbero dovuto essere già belle che schiattate…allora? Dobbiamo scioperare anche noi? Dobbiamo scendere in piazza? Bloccare la città come fossimo blechebloc? Guarda che non ci mettiamo niente, eh! Tanto il passamontagna nero neanche ci serve! Scesero in piazza miliardi di formiche, secondo la questura però erano centinaia di milioni.

A quel punto davvero qualcosa sembrava diverso. Ma era una sensazione sbagliata. Non c’era qualcosa di diverso. Era tutto completamente diverso. Gli uomini che avevano ordinato le guerre, si decisero ad ordinare delle pizze. Di vari gusti e le inviarono ai quattro angoli del mondo conosciuto, sfamando più di cinque miliardi di persone. Ad un certo punto la birra cominciò a scarseggiare e i più sfortunati finirono la pizza con la gazzosa. Ma tutti erano abbastanza contenti lo stesso. I poveri diventarono ricchi e i ricchi diventarono poveri. E tutti quanti insieme cominciarono a cantare “Che confusione, sarà perché ti amo”.

I politici smisero di rubare e i ladri smisero di fare politica. Perfino Berlusconi sembrava una brava persona: non raccontava barzellette, non faceva cucù e non si tingeva i capelli. Canticchiando “ho visto la mia fine sul tuo viso”, decise di ritirarsi su un’isoletta del pacifico, non prima di aver dichiarato il proprio amore per una culona inchiavabile. Era veramente tutto diverso. Tutti sembravano più simpatici. Persino i romanisti.

E pure la signorina Rottermeier smise per un po’ di sfracassare i minchioni alla povera Heidi, anzi, decise di accettare le advances del nonno della bambina ed insieme fuggirono per una notte d’amore in un romantico alberghetto alla periferia di Alassio. I bambini cominciarono ad insegnare ai grandi come si fa a giocare. Ma non alla play station, se no che diverso era? I bambini insegnarono ai grandi a giocare a nascondino, a chiapparella e quelli più arditi provarono anche a spiegare i rudimenti del subbuteo. Con alterne fortune però.

Alcune fanciulle, a detta di molti un po’ bruttarelle, trovarono marito. Più che bruttarelle, per la precisione l’espressione usata per definirle fu “brutte come un rutto d’oca”. Ad usarla fu un uomo di colore, che parlava con un forte accento pisano. Fra le pagine chiare e le pagine scure l’uomo cercava in tutti i modi di comprare vere borse di Fendy da impellicciate signore di mezza età, che però non volevano darle via. Le borse, che avevate capito? Non ne volevano sapere, finché lui tirò fuori uno scudo. Non quello spaziale di Goldrake, no! Un’autentica banconota da cinquemilalire e con quello si portò a casa tutto.

I ciechi vedevano e i sordi sentivano, i muti intonavano canti tirolesi e qualcuno giurò di aver visto anche una partita fra arbitri e guardalinee, dove i tifosi avversari, invece di insultarsi da una curva all’altra cominciarono una gigantesca partita a nomicosecittà. A scuola era obbligatorio iniziare le lezioni cantando tutti insieme Stand by me. I vecchi smisero di morire. E questo forse fu l’aspetto più bello.

Venne quel giorno e tutti lo ricordammo a lungo. Quello fu il problema, lo ricordammo e allora non ci insegnò nulla. Perché invece di ricordare il passato sarebbe meglio inseguire il futuro. Un futuro in cui davvero tutto potrebbe essere diverso.

Quando scende la notte e la terra è scura
E la Luna è l’unica luce che vedremo
No, non avrò paura, io non avrò paura
Almeno finché tu stai, tu stai qui accanto a me

Allora tesoro, tesoro stai accanto a me, oh stai accanto a me
Oh stai, stai accanto a me, stai accanto a me

Se il cielo che guardiamo lassù, dovesse cadere e precipitare
O se le montagne dovessero sbriciolarsi nel mare
Io non piangerò, io non piangerò, no, non spargerò una lacrima,
Almeno finché tu stai, tu stai accanto a me

E tesoro, tesoro, stai accanto a me, oh stai accanto a me
Oh stai adesso, stai accanto a me, stai accanto a me

E tesoro, tesoro, stai accanto a me, oh stai accanto a me

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Chi è Stato alzi la mano

Ma se invece tornassimo, ognuno per parte sua, a ridiventare responsabili di quello che facciamo? Come si fa a dire “non odio nessuno, ma ero disperato”. Eri disperato? Embè? Questo giustifica l’andare in piazza a sparare al primo che passa? E vogliamo parlare dei giornalisti che vanno ad intervistare il figlio undicenne di questo poveraccio? Diritto di cronaca? Ma che razza di Paese siamo diventati? Un Paese in cui 101 deputati votano contro l’elezione a presidente del fondatore del proprio partito, senza ovviamente avere il coraggio poi di dirlo. Un Paese governato da 20 anni da un uomo che ha innalzato la ricerca delle attenuanti a metafora dell’esistenza. Un Paese in cui la novità politica è un movimento fatto di portavoce, più che di individui, ambasciatori della volontà della rete. E come si sa ambasciator non porta pena. Né responsabilità.

Sì, professoressa, è vero, non sono preparato, ma ieri dovevo andare…dal dottore, ecco sì, dal dottore! E’ dai tempi di scuola che cerchiamo giustificazioni a quello che facciamo (o non facciamo). In ogni caso, a scanso di equivoci, nella misura in cui…c’è sempre un “sì però”, un “ma anche” che fa sì che la responsabilità non sia mai del tutto nostra, che le conseguenze delle nostre azioni non siano realmente attribuibili a noi. In fondo anche i nazisti che mandavano gli ebrei nei forni dicevano semplicemente di ubbidire ad un ordine dall’alto.

Ma ce n’è uno che si prenda le responsabilità di dire “sì, sono stato io” senza distinguo, senza attenuanti, o giustificazioni di sorta? C’è qualcuno che ammetta infine di essere lui, sì, esclusivamente lui, il mandante delle proprie azioni?

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Woman do it Better

E’ scontato che i bisogni sviluppano le soluzioni o per dirla con i proverbi, “necessità fa virtù”.

Ad esempio, io che ho sempre fatto una fatica titanica a prendere sonno (e quando sono più stanco fatico anche di più), ricordo che quando i pargoli si svegliavano 10 volte a notte avevo imparato ad addormentarmi subito, all’istante. Poi però, finita la necessità, ho ricominciato a stare sveglio e guardare il soffitto.

Questo presupposto spiega un po’ la vicenda. Solo un po’, perché per il resto, per me resta un mistero inspiegabile.

E’ un po’ come se io provassi a fare le previsioni del tempo. Sarebbe utilissimo saperle fare:

Però non sono capace, non ho le conoscenze, gli strumenti, le facoltà. Sarebbe utile trovare l’acqua con un bastoncino da rabdomante. Oppure provare ad andare in bicicletta fino al polo nord. O imparare l’arabo o suonare l’arpa. Tutte cose belle e utili, che però richiedono competenze che travalicano le mie capacità.

Invece lei ce l’ha fatta.

Ce l’ha fatta di nuovo, perché non è neanche la prima volta.

Ho sposato un genio.

La mia dolce metà è riuscita un’altra volta a riparare la cassetta Geberit del bagno.

Non c’è niente da fare. Women do it better