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Oppium fur das Volk

Treviri, 21 febbraio 1848

Caro Federico Angelo,

come te la passi a Londra? Qui in Renania le cose vanno sempre peggio, la situazione è diventata insopportabile. Anche ieri ho litigato con quegli antipatici del circolo hegeliano delle bocce…che snob! Non mi hanno voluto far giocare perché l’altra volta ne ho tirato una in testa al Borgomastro di Treviri…un errore, che vuoi che sia! E invece se la son presa! Dovevi vedere com’erano arrabbiati! Ma io gli ho risposto per le rime: “giocare con voi mi sembra la notte in cui tutte le bocce sono nere“, con una sottile ironia, che temo però non abbiano colto.

Per non parlare di quegli altri indisponenti dei positivisti francesi del circolo scacchista: sono stato messo alla porta anche da loro! Hanno detto che imbrogliavo e che non conoscevo bene le regole perché avevo suggerito che anche i pedoni avevano la loro dignità e non era giusto sacrificarli per salvare il re. Ma anche a loro ho gridato tutto il mio biasimo: con il consueto sarcasmo gli ho preannunciato che “un alfiere si aggira per l’Europa“! Almeno questa l’avranno capita?

La situazione dei ragazzi come noi oramai è questa. Che fare nel nostro tempo libero? Siamo destinati alla noia, oppure dobbiamo piegarci alle loro regole, ai loro giochi da signori. Ma vedi, caro Federico, qui bisogna riappropriarsi dei mezzi di gioco. Dobbiamo far emergere i contrasti tra la massa, che non è capace a giocare, e questi pochi accentratori. Ho delle idee in proposito: se inventassimo un gioco nuovo, un gioco per tutti, dove non servano grandi capacità. Si potrebbe giocarlo con i piedi: servirebbe solo una palla e via, un calcio di qua, un calcio di là, i giocatori dovrebbero cercare di buttarla dentro una rete. Che ne dici? Un gioco dialettico: chi attacca contro chi difende, l’ala destra contro il terzino sinistro e viceversa. Sarà l’occasione del riscatto per tutti gli emarginati della società: il servo che diventa padrone, il reietto che si trasforma in eroe. Sarà il superamento delle classi e delle differenze fra le persone! Con una palla al piede tutti saremo finalmente uguali!

Scriverò le regole in un libro. Già me lo vedo, lo intitolerò Il Capitano, dedicato al giocatore più rappresentativo della squadra. Sono sicuro che sarà un gran successo. Basterà fare tanti Manifesti in cui inviteremo la gente a venire a vedere le partite e vedrai che tutti abbandoneranno i vecchi giochi, ormai superati e si uniranno a noi. Il nostro motto sarà “Calciatori di tutto il mondo unitevi“!

Poi potremmo fare delle turné all’estero: ho buoni motivi per pensare che un gioco del genere possa avere un gran successo in posti freddi come la Russia. Lì la gente ha bisogno di movimento, di correre, di scaldarsi. Che ne pensi? E poi, perché no, potremmo portarlo anche in Cina. I cinesi sono tanti, avremmo risolto tutti i nostri problemi! Invece non prevedo un grande sviluppo in America…troppo sempliciotti, non sarebbero in grado di capire, di apprezzare il nostro gioco.

Insomma siamo intesi, me la dai una mano? Io farò il presidente, tu potresti essere l’allenatore. Un’ultima questione. Dobbiamo trovare un nome al gioco. Non dev’essere una cosa semplice, serve un nome comune, perché dev’essere un gioco che serva a socializzare…non mi viene in mente niente. Facciamo così, almeno a questa cosa, pensaci tu!

Vedrai, sarà un successo. Ti prometto che nel giro di qualche anno conquisteremo il mondo.

Tuo affezionatissimo,

Carlo

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La trave e la pagliuzza

Una sola cosa è più insopportabile della retorica fascista. La retorica antifascista.

Ma quanto aveva ragione Flaiano!

Aforisma eccezionale, sia per la situazione contingente, ma sia più in generale perché se è vero che tendiamo con facilità a condannare i difetti quando sono quelli degli altri, quanto più sono insopportabili quegli stessi difetti, quando siamo noi ad averli. Il bambino maleducato è fastidioso. Ma quanto è più sgradevole quando sono i nostri figli ad esserlo?

I tifosi delle altre squadre sono teppisti, coatti, arroganti ed incivili. E quando poi scopriamo che anche chi tifa per la nostra stessa squadra ha comportamenti a dir poco disdicevoli?

Ed il politico ladro? Quanto dà più fastidio ed imbarazzo quando scopri che appartiene al partito a cui dato il voto?

Il fatto è che se possiamo essere abbastanza sicuri dei nostri comportamenti personali, certo non possiamo garantire per tutti “i nostri” di cui possiamo far parte. Familiari, amici, colleghi d’ufficio, compagni di stadio o di partito, compaesani, appartenenti alla stessa fede religiosa…di quanti insiemi facciamo parte? Di quanti comportamenti, potremmo essere corresponsabili?

Forse per questo sono fastidiose le generalizzazioni. Voi postali, voi laziali, voi cattolici, voi di sinistra…ma voi chi? Parla per te. E se ti rivolgi a me, parla per me! Che del resto le più grandi litigate e le più grandi discussioni, me le sono sempre fatte con quelli della mia squadra, con quelli che politicamente la pensavano come me e soprattutto…con altri cattolici!

Sarà per questo che come ho già scritto in queste note ho difficoltà a riconoscermi negli insiemi, non mi piacciono le omologazioni, il noialtri ed il voialtri.

O non sarà forse questo il senso ultimo della parabola della trave e la pagliuzza? Lasciamo stare le pagliuzze altrui. Perché le travi, spesso, ce le abbiamo proprio accanto.

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Ancora sulla banalità del male

Pur evidentemente con le grandi differenze che le separano, due tragiche notizie si sono accavallate in questo triste week end. La follia che scatena la strage di ragazzi norvegesi ed l’autodistruzione di una giovane cantante rock. Che hanno in comune queste due notizie? Che hanno in comune i due protagonisti?

Da una parte c’è un norvegese pazzo, un maniaco che non riuscendo ad essere nessuno, ha pensato di diventare famoso (parole sue), come il “mostro” peggiore dai tempi della seconda guerra mondiale.

D’altra una cantante con una voce meravigliosa, che con soli due dischi ha venduto più di 10 milioni copie, che poteva diventare davvero la numero uno e lasciare una traccia imperitura nella storia della musica.

Il primo schiacciato dalla sua mediocrità, la seconda dalla sua genialità. Entrambi alla ricerca di una via alternativa, folle, distruttiva, che in qualche modo fosse una via di fuga dalla realtà, evidentemente non più tollerabile, se entrambi sono stati capaci di gesti così atroci e disperati.

E certo sarebbe stato molto più rassicurante, molto più accettabile se la strage norvegese fosse figlia di qualche macchinazione politica, se dietro avesse un terribile complotto internazionale, magari figlio di un qualche nemico.

Sarebbe stato molto più consolante se la povera Emy avesse avuto una qualche terribile malattia o che so, qualche sofferenza nascosta, un’infanzia difficile, una motivazione qualsiasi per buttare via la sua giovane vita e tutto quello che avrebbe potuto essere.

E invece no.

In entrambe la situazioni dobbiamo arrenderci all’evidenza dei fatti.

Alla cruda, quanto spietata banalità del male (avevo già scritto proprio lo scorso anno in un’altra nota, su questa celebre affermazione della Hanna Arendt). Che non ha motivi, non ha significati, non ha fini, né ragioni. E che per questo ci vede inermi e disarmati, come quei poveri ragazzi norvegesi. Non c’è prevenzione, non c’è un qualcosa che avremmo potuto fare per prevenirlo. La madre della cantante che dice che si aspettava quella notizia esprime la stessa disperata rassegnazione dei sopravvissuti dell’isola maledetta che continuano a ripetere, “che potevamo fare?”

E certo, se la nostra prospettiva è l’eternità, forse tutto può essere inquadrato in un contesto diverso, nel quale Qualcuno avrà la forza e la pazienza di cercare ragioni e di svelare motivi. Di dare una redenzione, alle vittime ed ai carnefici, di dare ed ottenere perdono.

Oppure amici miei? Oppure?

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Togliete i libri alle donne!

Togliete i libri alle donne e ricominceranno a fare figli. Figli che da grandi sentiranno il bisogno irresistibile di invadere la Polonia.

Togliete i libri alle donne e ricominceranno a fare figli. Cioè, volete dirmi che per anni il mio miglior passatempo è stato un anticoncezionale?

Togliete i libri alle donne e ricominceranno a fare figli. Non sapevo di avere una cognata analfabeta (questa la capiscono solo parenti e amici più stretti)

Toliete i libbri alle donne e rincomincieranno ha fare figli. Parità dei diritti.

Togliete i libri alle donne. Daje amo’ basta legge che dovemo annà a fa lo spot della vodafone

Togliete i libri alle donne. Troveranno affascinanti i vostri baffi e avranno un sacco di Amici

Togliete i libri alle donne. Sarà più facile che vi trovino somiglianti ad Al Pacino.

Togliete i libri alle donne. E’ ormai provato che per fare il ministro dell’Istruzione non servono.

Togliete i libri alle donne. Continueranno a non darvela, ma almeno spegneranno l’abajour.

Togliete i libri alle donne. Ma anche quelli di ricette? Dai, quelli di ricette lasciamoglieli!

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Hanna & Martin

–         Non abbiamo nessuna cosa in comune! Nessuna cosa che ci tiene legati.

–         Proprio per questo nessuna cosa ci potrà dividere!

Tu hai questo capacità. Vedi le cose da un punto di vista diverso. Questo mi hai insegnato: un foglio bianco è il luogo in cui appariranno tutti i colori del mondo. Il silenzio è l’attesa di una melodia, come la fame è la preparazione per la sazietà.

Perché in fondo basta poco.

Basta un niente per cambiare positivamente le cose.

Bisogna cogliere gli aspetti positivi, in tutte le situazioni.

Certo, serve esercizio.

A volte non è così facile, ma se ce l’hai per abitudine, alla fine diventa automatico.

Basta una canzone sentita alla radio, il sorriso di uno sconosciuto, una bibita ghiacciata quando fa caldo, una cioccolata calda d’inverno.

–         Devi cogliere le cose belle, gli aspetti positivi!

–         Ma come?

–         Non so, forse devi riconoscerne l’odore.

–         E che odore hanno le cose belle?

–         Sanno di buono!

Una traccia lieve, appena accennata, eppure nitida, inconfondibile.

Se solo si ha la pazienza di aspettarla.

Se solo si ha la tenacia di cercarla.

Ma lei c’è!

–         La traccia del bello è ovunque. Solo che io riesco a trovarla solo quando ci sei tu.Per questo sono cambiato, mi hai modellato tu, sono stato cera nella tue mani, per diventare quello che sono.

–         Ti amo significa voglio che tu sia come sei. Con tutti i perché e tutti i nonostante. Non si può amare solamente perché. Non ami davvero se non ami anche nonostante.

Ma i miei erano troppo grandi, troppo orrendi. Tu li avresti accettati forse, ma io no. E così ti ho lasciato andare.

–         Grazie a tutti, è stato bello!

Hai detto, ma in realtà sono io, siamo noi che avremmo dovuto ringraziarti. Non lo sapevamo allora, ma in realtà andandotene hai salvato te stessa, ma anche noi tutti che invece restavamo lì, incapaci di opporci al mostro che inconsapevolmente avevamo fatto nascere in mezzo a noi.

* * *

Hanna Arendt e Martin Heidegger si amarono profondamente, con la testa e con il cuore. Poi lei dovette emigrare, per sfuggire alle persecuzioni razziali naziste. Quel nazismo di cui Martin era stato uno dei primi fautori.

Non si videro più, neanche quando lei tornò in Germania per testimoniare a suo favore alla fine della guerra.

 
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Colpa, dolo, alibi e dignità

Rose quando fa pipì in casa (noi diciamo per dispetto, ma forse solo perché le scappa!) e quando vomita (noi diciamo perchè ha mangiato per strada qualcosa che non doveva, ma forse solo perché si sente male!) ha lo stesso atteggiamento colpevole. Si rintana nella sua cuccia e non c’è verso di farla uscire. Un po’ perché ha paura delle conseguenze (strillata e al massimo sculacciata con il giornale), un po’ forse perché si autopunisce.

E’ buffo che, per quanto sia una cagnetta molto sveglia, non coglie la differenza fra ciò che combina per colpa e quello che invece fa perché impossibilitata a fare altro. Una cosa per lei è chiara: ha fatto qualcosa che non doveva e dunque si merita una punizione. Ai voglia a cercare di consolarla quando succedono eventi del genere. Non vuole neanche essere coccolata, se ne sta dentro la cuccia a riflettere sul suo comportamento disdicevole!

Riflettevo su questo atteggiamento l’altra sera quando ho visto il dvd “Nessuno mi può giudicare”. Film molto carino (e non lo dico solo perché il regista è mio amico!), una commedia divertente, ben fatta che se non avete visto vi consiglio per una serata spensierata. In sostanza, volendo semplificare per non raccontarvi la trama, la morale del film è che in realtà non c’è una morale. In certe situazioni tutto (o quasi) è lecito, se le condizioni non ti danno alternative e se il fine è buono. Poste certe premesse, fissato un obiettivo legittimo, tutto è permesso e, appunto, nessuno può giudicare.

Il meccanismo delle “scuse”, delle “attenuanti” è evidentemente una cosa tipicamente umana. Da Caino in poi, ognuno di noi è un – più o meno abile – costruttore di alibi, di giustificazioni, scusanti, che tendono ad auto assolverci e a dare la colpa a qualcun altro. Al governo ladro, al destino cinico e baro, al vicino di casa maleducato o invidioso, al collega d’ufficio raccomandato, alla “gente” che è cattiva e non ci capisce. Sì, noi forse avremmo anche sbagliato…forse! Ma seppure fosse stato, è stato con le migliori intenzioni.

Ma quant’è più distinta la mia piccola Rose! Che non cerca scuse. Sa di aver fatto la frittata, sa anche che alla prossima occasione la rifarà e proprio per questo si mette in castigo da sola. Senza cercare scuse o accampare alibi. Si ritira nei suoi appartamenti, nobile e altera come una contessa caduta in disgrazia, che può anche aver perso tutti i suoi gioielli e i suoi averi, ma certo non la sua dignità!

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25 anni fa

Tante cose sono cambiate. Non c’erano i cellulari, non c’era internet. Il futuro era una pagina bianca tutto da scrivere. Tante cose sono le stesse. La buona musica, le montagne.

Ma anche il dolore e le domande, la rabbia e i rimorsi. I ricordi si confondono e si rimescolano disordinatamente i dettagli. Ma resta l’essenziale. Noi siamo cambiati. Noi siamo gli stessi.

Mi manchi come allora. Non capisco, come allora. Ti voglio bene, come allora. Non ci sei più, ma ci sei sempre stato. E ci sarai sempre.

Amico fraterno. Sei qui con me, quando ascolto il rock,  quando cammino in alto. Quando mi entusiasmo per qualcosa, quando mi indigno e quando mi commuovo. Nei sogni e nei progetti, nelle delusioni e nei fallimenti.

25 anni però non sono passati invano. Almeno oggi riesco a scriverne.

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Gianni e il senso della neve

Noi romani siamo persone aperte al cambiamento, ma sappiamo ancora stupirci: nel giro di una settimana siamo passati da “Oddio la nave” a “odio, la neve”. Certo, ora ci dicono che avremo una grave carenza di gas. E va be’, che sarà mai? Vorrà dire che il nostro amato sindaco emanerà un’altra ordinanza in cui ci dirà che non è più vietato scoreggiare in ascensore.  E dopo “marciare per non marcire” lo slogan sarà

Avete visto quant’è bravo con una pala in mano? Del resto uno che per anni ha avuto la mano a paletta, mica può essersi scordato tutto. E poi quella storia di girare con le catene…eh, quanti ricordi! Poi, per stemperare un po’ il clima rigido ha raccontato quella dei negri e dei pneumatici, suscitando l’ilarità irrefrenabili di tutti i fascistoni i suoi assistenti.

Effettivamente bisogna anche capirlo. Che a Roma Nord nevicasse così tanto potevamo pure aspettarcelo ed eravamo preparati. Quello che ci ha colto di sorpresa è stata la nevicata a Roma Sud. Ma come, ma a sud non fa caldo? Ha chiesto il povero Gianni ai suoi più stretti camerati, collaboratori. Così ha scritto di suo pugno un ordinanza, in cui dispone, fino a nuovo ordine (o era Ordine Nuovo…va be’ non stiamo a puntalizzare) la “chiusura di tutte le squole e gli ufici pubblichi”. Che uomo, che tempra!

Spezzeremo le reni alla neve! Marciare (con i Moon Boot) per non marcire! Gli hanno detto che l’ottimismo è il sale della vita e lui subito lì a buttare il sale da cucina dal balcone. Quel balcone che poi a lui piaceva tanto da bambino. Perché quando c’era lui, cari miei, le nevicate arrivavano in orario, altre che storie!

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L’ovvio marzo

“And woman hold me close to your heart, however, distant don’t keep us apart, after all it is written in the stars.”

Come si fa a non essere retorici parlando dell’8 marzo? O si legge la Littizzetto (!) o è inevitabile che si cada nella retorica del già detto. E perché c’è una festa della donna e non una dell’uomo. Meno feste e più diritti. La parità tutti i giorni, non solo l’8 marzo. Alla fine tutti gli anni leggiamo su per giù le stesse cose. L’anno scorso avevo tirato fuori una storiella metafisica sulla presunta femminilità del Padreterno, ma insomma è difficile dire cose originali.

Ma poi chi l’ha detto che bisogna sempre essere originali?

A volte l’ovvio ha una profondità che ci sfugge, perché sbagliando diamo per scontata. Invece a me piace la festa della donna. E sapete perché? Perché a fianco a me vive una donna che se la merita. Non solo lei, certo. Ho anche un sacco di amiche belle, profonde e spiritose, geniali a volte.

Però, potendo parlare con cognizione di causa, dico che la mia donna è grande.

E’ lei che mi fa sentire e pensare in grande. E’ lei che mi fa incazzare e ridere alla grande. Che mi fa immaginare e scrivere in grande. Perché è lei che mi fa sognare in grande, che mi fa vivere e provare cose grandi. Che mi fa tentare di amare in grande. Altro che un fiore di mimosa…la mia donna è grande come un albero.

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Le spinte costruttive

E va be’, niente rivoluzioni.

Sono troppo pigro per le rivoluzioni.

E poi fra un po’ entra l’ora legale.

Sai che sonno.

Ma almeno si potrebbero seguire le spinte costruttive.

Potrei imparare a suonare uno strumento.

Il violino, anzi la tromba. Ho sempre sognato saper suonare la tromba.

Oppure potrei imparare una lingua straniera.

L’ebraico, ad esempio. Ho sempre sognato saper leggere l’ebraico.

Potrei imparare a nuotare.

Almeno la smetterei di fare il salame in spiaggia, mentre tutti si fanno il bagno ed io al massimo un bidè.

Non ho mai sognato imparare a nuotare. Diciamola tutta, non me ne è mai fregato assolutamente nulla di nuotare.

Ma si sa, le spinte costruttive, quando vengono vengono.

E poi dovrei smettere di fumare. Sì, lo so fumo poco, diciamo che fumo per finta. Però smettere magari farebbe finire questa tossetta catarrosa e un po’ schifosetta che non passa mai.

Avevo anche smesso, una volta.

Anzi più d’una.

Però si potrebbe sempre riprovare.

E poi potrei entrare in politica. Ma sì, proviamo a cambiare questo paese, un impegno serio, quante volte sono che Amedeo me lo chiede? Potrei sì.

Questo però non l’ho mai sognato.

Neanche dopo le cene più impegnative.

Potrei almeno ascoltare Elena e andare a correre la sera, per buttare giù la pancetta.

Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno avrei scritto in una nota “buttare giù la pancetta”.

Mai dire mai nella vita.

E che non ho tempo.

E neanche soldi.

Basterebbe poco.

Un po’ più di soldi, un po’ più di tempo.

Altro che spinte costruttive.

Avrei cambiato il mondo.