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Attese e aspettative

All’inizio di una storia sei pieno di speranze, perché sei convinto che ci sia un mondo da conquistare e nulla da perdere. E così, seguendo le tue spinte costruttive, sei pieno di buoni propositi. Combatti contro la tua superficialità, la tua faciloneria e ti sforzi di mettere da parte i pregiudizi, vorresti ripulire la tua mente per lasciarla aperta ad ogni contributo, dando la massima disponibilità all’ascolto, avvicinandoti cercando di raccogliere il massimo di quello che gli altri possono darti.

E quello che arriva è tutto trovato.

Così gli altri non ti deluderanno mai, perché avranno sempre qualcosa da offrirti. Magari qualcosa di piccolo, di apparentemente insignificante, ma che invece può diventare prezioso.

Ma funziona anche con chi amiamo profondamente ed incondizionatamente? Anche con coloro riusciamo ad essere così saggi, così bravi da aspettare senza pretendere?

E con noi stessi? Con noi stessi abbiamo la pazienza di aspettarci, oppure saltiamo direttamente alla pretesa? Cosa ci aspettiamo da noi stessi? E per quanto tempo siamo disposti ad aspettare?

Insomma, non sarà che invece proprio sul più bello, proprio nei rapporti che contano veramente, non siamo incatenati ai nostri pregiudizi, non siamo lì tesi a pretendere, senza se e senza ma, quello che vogliamo da noi stessi e dalle persone che amiamo?

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Il coraggio e la paura

Oramai già lo sai dai pirati, cosa ti puoi aspettare. Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere. Ti faranno i versi, le boccacce, ti faranno le facce scure. E’ per questo che si allenano davanti allo specchio quasi tutte le sere. Ma lo fanno per cercare di vincere le loro stesse paure. Oramai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare…

E’ possibile, per paura, rovinare la propria vita? E’ possibile, per paura, cancellare il proprio futuro? E’ possibile, per paura, decidere di non scegliere? Certo che è possibile. E tutti subito pronti a criticare.

Perché è facile condannare le paure degli altri. E’ semplicissimo giudicarli paurosi, accusarli di debolezza o di egoismo, perché non riescono ad affrontare le proprie paure. Molto più difficile ammettere le proprie, affrontarle, decidere di farci i conti, finalmente.

E’ possibile non avere paura? Non sto parlando del coraggio dell’incosciente, di quello che non conosce paura perché non vuole valutare le conseguenze. Anche quello è un modo per non affrontarle. In fondo l’incosciente è quello che non ha coraggio di affrontare la paure e quindi fa finta che non esistano.

Ma il coraggio vero è un altro.

E’ il coraggio di chi sa, non di chi ignora. E’ il coraggio di chi affronta i pirati. Ma oramai già lo sai dai pirati, cosa ti puoi aspettare…

Paurosa e incosciente, dolce e testarda, ti porterò sempre nel cuore, amica mia.

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C’è sempre un motivo

Un fastidio persistente, di quelli che ti prendono e non ti lasciano in pace per tutto il giorno. Così diffusi che hai difficoltà a capirne la causa, così prolungati che a volte neanche ti accorgi più di averli. Non stai bene, ma non capisci più neanche perché. Una sensazione di malessere generica, che ti accompagna da quando ti svegli a quando vai a dormire. Mentre lavori, mentre mangi, mentre sei in mezzo al traffico.

Magari quello che sembra un malumore, legato al tempo o ad una nottata passata in bianco, ha invece un’origine fisica. Un mal di testa, prendi una bella pasticca e via. Oppure erano le scarpe strette, appena te le sfili il fastidio scompare. Se individui il dolore, dal dolore risali al senso di malessere generale e da lì alla causa vera.

L’ideale è proprio capire qual è la causa.

Perché a volte non è il mal di testa.

E nemmeno le scarpe strette.

A volte il malessere è generico, astratto.

Ma non bisogna farsi sviare.

C’è sempre un motivo.

Inconscio o rimosso, dimenticato o talmente fastidioso da non voler essere ricordato.

Il motivo è lì.

Basta avere la capacità di individuarlo.

O forse, più che la capacità, sarebbe meglio dire il coraggio.

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Considerazioni sul traffico

Rientrando in macchina stasera, in mezzo al traffico impazzito del periodo prenatalizio che trasforma il mio tragitto casa ufficio dai 50 minuti abituali ad oltre un’ora e un quarto pensavamo di come in effetti le regole stradali possano essere una bella metafora della convivenza civile.

Ognuno di noi ritiene di sapere cosa sia il bene e il male. Ognuno di noi pensa di viaggiare alla giusta velocità, nel giusto mezzo fra quelli che seguono pedissequamente, acriticamente (quindi stupidamente) le regole e gli incoscienti che non capiscono il rischio che corrono e che fanno correre a te non seguendole. Perché ognuno di noi pensa di essere esattamente a metà fra la disciplina zelante e la disobbedienza pericolosa. E non è così pure fuori dal traffico? Non è così pure con le altre regole, con le tasse, con i regolamenti condominiali o con i comandamenti (per chi ci crede!)? Non siamo tutti convinti di essere nel punto esatto fra gli estremi, fra l’ingenuo e il furbo, fra il bigotto e il miscredente…

E così sfarfagliamo a quelli che vanno troppo piano, ma ci dà gusto metterci in mezzo a quelli che vanno troppo veloci. Ci arrabbiamo con quelli che ci superano a destra, ma siamo insofferenti con quelli che camminano piano a sinistra. Ci infuriamo con quelli che non mettono la freccia, ma poi magari ci scordiamo di farlo. Ma quelli che proprio ci mandano ai matti sono quelli che scientificamente rallentano al giallo per dare poi un’accelerata imporvvisa, in modo che loro passano e ci inchiodano al rosso successivo: tiè! Io la faccio franca e in più costringo te a rispettare le regole!

Perché, in fondo, rispettare le regole è fastidioso, è scocciante, soprattutto rispettare regole che riteniamo stupide, ancora peggio rispettarle mentre vedi altri che non lo fanno. E così gli odiatissimi vigili sono una visione celestiale quando beccano il cornuto che va sulla corsia degli autobus a Caracalla…Alè, dagli giù, bruciagliela quella patente, anzi, bruciagli pure la macchina!

Forse converrà ricominciare a prendere la metro.

Se non ci fossero quegli infamoni che ti si attaccano dietro i tornelli per non pagare il biglietto…

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L’ovvio è invisibile agli occhi

Chi ha la ventura di frequentare come me ogni giorno il nuovo parcheggio del laghetto dell’Eur, ne avrà senza dubbio apprezzato la comodità, la funzionalità, la pulizia. Addirittura per facilitare l’utilizzatore occasionale, ogni piano è stato chiamato con il nome di una città: -1 a destra Atene, -1 a sinistra Berlino, -2 a destra Cordova, -2 a sinistra Dublino e così via (mi pare ce ne siano altri 4).  Incredibile! A Roma siamo riusciti a fare una cosa davvero utile e di cui tutti sentivano l’esigenza. Un solo dubbio, una stupidaggine, ma andando lì tutti i giorni mi veniva da chiedermi: com’è che fra tutte le capitali hanno messo Cordova? Il -2 a destra doveva essere Madrid! Perché Cordova? Non aveva senso!

Eppure il senso è lampante. Ed è scritto a caratteri cubitali ovunque, evidenziato anche con un colore differente…ma l’ovvio è invisibile agli occhi. Almeno finché non ci vai a sbattere di fronte, finché, come si dice in altri termini, non lo tocchi con mano.

“Uno vale uno” diceva Grillo in campagna elettorale. Ma noi sospettosi a pensare chissà cosa. Saranno pericolosi black block diceva il porco di Arcore. Saranno indemoniati come lui, magari fascisti, pensavamo noi radical chic del PD. Ora li abbiamo visti, abbiamo sentito le prime interviste. E’ gente normale. Qualcuno è spaesato, qualcun altro sembra felice. Spesso ripetono i soliti slogan già sentiti, quando si allontanano dallo spartito dicono cose di una banalità imbarazzante, le stesse che senti dal fruttivendolo o in fila alle Poste.

Destra o sinistra non esistono più, va bene (anzi no) ma dimmi, stai con Israele o con i Palestinesi? Lascia stare gli slogan. Sei per il welfare o per il mercato? Rispondimi senza dire banalità. Come rilanciare il lavoro e l’occupazione? Fai una proposta non demagogica e sostenibile economicamente. Pronto? Parlo con qualcuno o con un portavoce di qualcun altro?

Insomma, magari la prima impressione è sbagliata, ma sembrerebbero adatti a governare un paese come io sarei capace a guidare un Boeing 737. Però sono onesti! Certo, infatti quando vado in ospedale per fare una laparoscopia alla colecisti la mia prima preoccupazione è quella di sapere se il chirurgo è una persona onesta.

Mi si dirà, ma perché Scilipoti quali idee aveva, che conoscenze e che contributo ha portato al Paese? Ma sugli errori e gli orrori della classe politica di questi anni si è detto, scritto e letto ovunque: il problema era chiaro a tutti. E proprio la selezione della classe politica, basata su clientele e affarismi era uno dei cancri della democrazia. Ma siamo sicuri che la non-selezione sia la soluzione? Davvero uno vale uno?

Grillo in qualche modo è stato il dito che indicava che il re era nudo. Ma il dito può farsi luna?

L’ovvio è invisibile agli occhi.

Ma se lo tocchi con mano scopri tutta la sua banalità.

Atene, Berlino, Cordova, Dublino…

Ma certo! Com’è che non c’ero arrivato prima?

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Noi e Loro

Se er Papa me donasse tutta Roma e me dicesse lassa annà chi t’ama. Io je direbbe NO sacra corona. Vale più l’amore mio che tutta Roma!

Noi siamo nati prima. Loro no

Noi non abbiamo bisogno del nome di Roma. Loro sì

Noi sappiamo benissimo che Giulio Cesare non tifava Lazio. Loro no

Noi non abbiamo bisogno di altre storie, ci basta la nostra. Loro no

Noi abbiamo i colori del mare e del cielo, degli spazi infiniti. Loro no

Noi non abbiamo mai ucciso un tifoso avversario in uno stadio. Loro sì

Noi siamo nati sulle sponde del Tevere, per iniziativa di alcuni ragazzi romani. Loro sono stati creati a tavolino da un gerarca. Abruzzese.

Noi abbiano come simbolo un’animale solitario. Loro hanno l’animale del branco

Noi saremo sempre minoranza consapevole. Loro sono sempre la folla

Noi abbiamo avuto tanti capitani, alcuni amati altri meno. Ma la maglia è sempre stata più importante. Loro hanno bisogno del personaggio per rafforzare l’identità

Noi potevamo essere loro, ma non abbiamo voluto. Loro non avrebbero mai potuto essere noi.

Derby

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Anestesia

Dunque l’altro giorno mi sono deciso a togliere un neo. Brutto, enorme, scomodo (proprio sulla linea della cinta dei pantaloni), ma innocuo. Erano anni che stava lì e tutti mi dicevano perché non lo togli? Ma non ti dà fastidio?

No, certo che non mi dà fastidio! O comunque il fastidio è meno della strizza di toglierlo.

Alla fine però mi sono deciso.

Ovviamente, da cuor di leone, ho preteso un’anestesia locale laddove il Doc insisteva invece a dire che proprio il giorno prima ne aveva bruciato uno ad una signora senza anestesia,senza problemi, senza un lamento. Figuriamoci! Io mi lamentavo prima che cominciasse, opponevo una serie di problemi e quindi volevo litri di anestesia (del resto, amiche mie, mi avete per caso mai sentito dire che noi uomini siamo più coraggiosi? Ho mai preteso paragonarmi alla vostra forza di volontà? Alla vostra determinazione? Testimoni voi, io mi sono arreso da un pezzo!)

E così, sdraiato sul lettino, sentivo questa puzza di bruciato, senza però sentire alcunché. E pensavo che ficata sarebbe stato se qualcuno avesse inventato un’anestesia per i sentimenti. Una punturina e via, giù di bisturi e di azoto liquido. Taglia qui, brucia là, ma senza sentire il benché minimo dolore. Con un’anestesia del genere potremmo tagliare rami secchi, cauterizzare vecchie ferite ancora aperte, non avremmo remore, non ci sarebbero esitazioni. Perderemmo ogni dubbio, romperemmo gli indugi.

Dritti all’obiettivo, senza paura. Eppure…Saremmo così precisi come il mio Doc? Saremmo in grado esattamente di tagliare ciò che c’è da buttare, senza confonderci e senza quindi portare via anche quello che invece è necessario che rimanga? In fondo il dolore è una sentinella, è come un allarme che ci dice quando fermarci. O quanto meno quando è il caso di aprire bene gli occhi. E’ per questo che solo le persone a cui teniamo sono quelle che ci fanno sentire veramente dolore. E anzi. Se a qualcosa serve il dolore, potremmo dire, è proprio il capire quanto teniamo a qualcuno. Se non sentissimo dolore insomma, forse non riusciremmo a capire quanto amiamo davvero l’altra persona.

No, niente anestesia, quindi. Magari giusto un goccio di quello buono. Almeno quello sì!

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Diventare grandi per scoprirsi bambini

Stamattina sono stato al funerale del papà di un amico fraterno. Una persona che non vedevo da tempo, ma che conoscevo da trentacinque anni e che per una decina d’anni ho frequentato quasi quotidianamente.

Una serie di ricordi sulla persona che se ne è andata, si è mischiata insieme con il ritorno di emozioni dimenticate, legate a quei periodi del passato. La paura, il vero terrore, di perdere un genitore, anche ora che purtroppo quell’esperienza l’ho vissuta in prima persona, mi ha fatto tornare bambino, riaccendendo quel senso di disagio che provavo in simili occasioni, solo al pensiero che potesse succedere anche a me.

E neanche la straordinaria ed ammirabile serenità del mio amico, che si è trovato nella doppia veste di prete e figlio a celebrare il funerale del padre, ha impedito che mi assalisse di nuovo quell’antica paura di rimanere solo, quell’angoscia di non avere più l’appoggio sicuro dei genitori.

Sensazioni contrastanti. Forse non si è mai adulti abbastanza per affrontare la perdita di un genitore. Comunque sia, si torna bambini. D’altra parte però ti ritrovi ad essere tu l’adulto di fronte a questi genitori anziani, loro sì, in un certo senso, tornati bambini. Del resto non sono forse proprio l’infanzia e la vecchiaia le due situazioni che più spingono alla tenerezza? Che ci fanno scoprire fragili e proprio per questo desiderosi ed insieme bisognosi di cure e di affetto?

 
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Grey’s Vergata parte seconda

(da leggere – preferibilmente – dopo aver letto la prima nota con lo stesso titolo)

Dovendo proseguire il discorso iniziato con l’altra nota, potrei cominciare con un “E invece…”

E invece non è proprio così.

Non sono poi così male organizzati.

Anzi, diciamola tutta. Le cose sembra proprio che funzioni come si deve.

Chi l’avrebbe mai detto?

45 giorni dopo, chilometri e chilometri passati sul Raccordo Anulare in macchina sotto al sole, panini su panini mangiati in piedi di corsa solo per poter fare due chiacchiere con lui, mi debbo ricredere.

Ma a farmi ricredere non è stata la pulizia delle stanze o la precisione delle visite e dei controlli. Non è stata nemmeno la professionalità dei dottori o la disponibilità degli infermieri.

No. A farmi ricredere è stata una dottoressa con le crocks rosse, i jeans sdruciti, una voce da contralto, l’aria sempre stanca e un sorriso contagioso.

Una dottoressa che non solo gli ha dato la terapia giusta. Ha passato del tempo con lui.

Non solo gli ha controllato i valori delle analisi. Gli ha sempre regalato un sorriso.

Non solo è stata a sentirlo. Gli ha raccontato la sua vita.

Insomma non ha solo curato papà. Si è presa cura di lui.

Come dice il poeta, la differenza salta agli occhi!

E improvvisamente mi ha colto questo pensiero.

Noi costruiamo case, facciamo quadrare i conti, affrontiamo cause in tribunale, scriviamo articoli sui giornali, insegniamo latino o matematica, consegniamo lettere, coltiviamo grano o vendiamo salumi.

Chi fa il dottore salve delle vite.

Ognuno di noi ha delle soddisfazioni o delle delusioni nel lavoro.

I dottori fanno uscire con i propri piedi gente che entra da loro seduta, quando ve bene.

E quando va male li lascia andar via sdraiati.

E’ una banalità, me ne rendo conto. Ma forse è così banale che ce lo scordiamo.

Quindi amici cari, la prossima volta che saremo orgogliosi o giustamente compiaciuti con noi stessi per un buon risultato lavorativo, ricordiamoci sempre che non abbiamo salvato nessuno.

E quando saremo incazzati, depressi o distrutti perché un risultato non è stato raggiunto (ve lo dice uno che questa settimana ha visto…la mia fine sul tuo viso), ricordiamoci che c’è chi deve sopportare il peso di qualcuno che non c’è più.

E infine, visto che ho letto che Patrick Dempsey lascerà Grey’s Anatomy, io un salto a Tor Vergata glielo consiglio.

Lì c’è una dottoressa molto, ma molto meglio di Meredith!

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Grey’s Vergata

A Seattle piove. Spesso. E fa pure freddo mi sa.

A Roma c’è il sole. Quasi sempre. E comincia a fare caldo.

Le cose positive però si fermano qui.

Al Seattle Grace arrivano le ambulanza piene di malati che vengono accolti direttamente sul piazzale da medici e infermieri che in quattro e quatr’otto li visitano, li ricoverano e li curano senza dargli tempo neanche di capire dove sono.

Papà è stato sei giorni all’astanteria del Pronto Soccorso di Tor Vergata, in mezzo a tossici, malati di mente e delinquenti con guardie di scorta al seguito. Poi finalmente gli hanno dato un letto in un reparto.

Al Seattle Grace i medici hanno a disposizione macchinari perfetti, sono in contatto con tutti gli ospedali degli Stati Uniti. Le stanze dei pazienti sono fantasmagoriche, piene di confort per i malati e gli ospiti.

A Tor Vergata, nella stanza che bontà loro sono riusciti a tirar fuori, durante la prima settimana c’era la serranda rotta e il telecomando della tv funzionava quando gli pareva a lui.

Al Seattle Grace i parenti dei malati parlano tranquillamente con il capo Webber, responsabile medico dell’ospedale.

A Tor Vergata se riesci a parlare con uno specializzando di turno che forse, fra gli altri, segue il paziente che interessa a te, ti sembra di aver vinto a Win for Life!

I medici del Seattle Grace sono belli, bellissimi! E quando non sono belli come Meredith o Shephard, sono tipi che hanno fatto almeno una guerra in Iraq (Owen e la Altman), oppure hanno personalità spiccate come Cristina Yang.

I medici di Tor Vergata ce la mettono tutta, questo non gli si può negare.

Insomma, cari dottori che devo dirvi? Siete disorganizzati, sotto dimensionati, probabilmente anche mal pagati, pretendere che siate cortesi e disponibili forse è troppo. Speriamo almeno sappiate fare il vostro lavoro.

Forse avrò visto troppi episodi di Grey’s Anatomy. Però, osservandovi in questi giorni un dubbio mi assale: ma non sarà che, rispetto a loro, trombate troppo poco?