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Nel frattempo

Nel frattempo aspettiamo. Come quando stai seduto sulla spiaggia e vedi all’orizzonte dei nuvoloni viola che fanno un’ombra lunga sull’azzurro del mare. Sai che arriverà il temporale. Potrebbe essere un uragano o solo un banale acquazzone estivo e che fai nel frattempo? Azzardi una passeggiata o prendi le tue cose e torni a casa?

Nel frattempo scorre il tempo. In quel fra che sta in mezzo tra l’ora e il dopo. Un fra che potrebbe anche essere molto lungo oppure brevissimo e tu non lo sai. Non lo sai se vale la pena iniziare una cosa nuova o se addirittura non avrai il tempo per finirne una vecchia.

Nel frattempo succedono delle cose. E le nuvole all’orizzonte potrebbero dileguarsi, spinte da un vento nuovo, che tu proprio non immaginavi. “Mi compro un gelato o non vale la pena, che poi tocca fare una corsa prima del diluvio“, ti domandi perplesso mentre arriva un amico che non vedevi da tempo. E allora chissene importa dei nuvoloni viola, dai prendiamoci un aperitivo.

Perché nel frattempo – esattamente proprio in quel fra – la vita va avanti e non ti aspetta. E allora che senso ha aspettarla tu?

Spiaggia di Vardano Parghelia, estate 2021

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Merdoledì

Il merdoledì si presenta con quella tipica gnagnerella di maggio, simpatica come la sabbia nelle lenzuola ed inistente come un venditore di aglio a Val Melaina. Noi a Roma viviamo la pioggia come una specie di affronto, una catitveria senza senso, immotivata ed ingiustificabile: non solo tutto questo, pure la pioggia? Ma allora ce l’hai con noi, ammettilo, che ti abbiamo fatto? Inoltre, per noi proprietari di amici a 4 zampe, portare fuori il cane quando piove è un’esperienza che può farti sembrare gradevole persino la sabbia nelle lenzuola, che almeno non puzza come il cane bagnato.

Come ogni mattina controllo con waze il percorso migliore per arrivare in ufficio e secondo la famosa teoria di Leibniz il migliore di percorsi possibili mi dice che partendo subito, alle 8:00 arriverò a destinazione alle 9:20 un’ora e venti minuti dopo. In quel tempo potrei arrivare a l’Aquila, fermandomi anche a prendere un caffè in autogrill. Per dare un’idea, qualcuno arriverebbe da Verona a Trento, qualcun altro da Bari a Taranto e potrei continuare.

E così lancio il cuore oltre l’ostacolo e decido di andare con i mezzi. Lo so, prendere la metro può far sembrare gradevole anche il cane sotto l’acqua e la puzza e su per giù la stessa, ma almeno possiamo pensare di contribuire alla diminuzione dello smog e poi arriverò in ufficio prima. Sulla questione ecologica mi resterà il dubbio, su quella oraria posso certificare di aver timbrato alle 9:25. In treno avrei fatto prima ad arrivare a Napoli, con lo stesso tempo sarei arrivato a Firenze.

Ma in fondo, volete mettere che esperienza? Aspettare 18 minuti la metropolitana – che a quel punto, considerate le condizioni metereologiche, è diventata un’oleogramma dell’Arca di Noè – ti fa scorrere il tempo in maniera alternativa, facendoti riconsiderare anche le attese telefoniche per prenotare un appuntamento alla Asl. Però in fondo c’è ancora il viaggio di ritorno stasera, chissà magari nell’attesa potrebbero organizzare dei corsi di ballo.

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Coltivando una piccola speranza

Sono un po’ assente dal blog. Questo è e rimane il mio luogo, un posto dove mi rifugio e dove mi sento a casa, a volte scrivendo, a volte anche semplicemente rimanendo in silenzio. E adesso forse è il momento di tacere. Un momento difficile, dove giorno dopo giorno le cose possono evolvere, nel bene e nel male, anche in modo impercettibile, mentre coltiviamo una piccola speranza.

Come una piantina fragile, esposta agli eventi atmosferici, che sappiamo potrebbe sfiorire da un momento all’altro oppure continuare a resistere. Non ti ci puoi aggrappare, non ti può sorreggere, né puoi contare su di lei. Perché al contrario è lei che conta su di te. E’ nell’ordine delle cose che potrebbe non farcela, ma capisci che è lei che si appoggia e cresce su di te, come un rampicante delicato. Non sai in che direzione crescerà, magari in maniera totalmente inaspettata, su sentieri imprevisti ed impensabili.

Non puoi saperlo prima. Speri, ma così facendo comprendi che i piani si sono invertiti e paradossalmente, la sua unica speranza sei proprio tu.

Guarda la stella, invoca Maria. Seguendo lei non puoi smarrirti, pregando lei non puoi disperare. Guarda la stella, invoca Maria. Se lei ti sorregge non cadi, se lei ti protegge non cedi alla paura, se lei ti è propizia raggiungi la meta. Guarda la stella, invoca Maria (San Bernardo da Chiaravalle)

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In quasi tutti i momenti che viviamo

Dovremmo essere bravi. Dovremmo esserlo davvero, anche se nessuno ce lo insegna. Nessuna scuola al mondo, nessun maestro, nessun libro: ma se anche ce lo insegnasse qualcuno difficilmente rimarrebbe con noi il tempo necessario per diventare parte di noi. Non ce lo insegnano, non lo impariamo, ma paradossalmente ce l’abbiamo sotto gli occhi in quasi tutti i momenti che viviamo.

Basta tirare su la testa e fermarsi a guardare l’azzurro del cielo e le nuvole che gli scorrono intorno come fotogrammi di un film. Il vento che accarezza l’erba di un prato come un pettine su i capelli, gli alberi mossi dal vento, la risacca del mare che spinge la schiuma sulla riva e poi ritorna indietro. Una carezza, uno sguardo d’intesa, il silenzio complice, la parola giusta, la presenza discreta, una risata spensierata.

La bellezza del momento, del momento esatto in cui assaporiamo la vita, spesso ci sfugge. Persi nei pensieri, nelle attese o nelle preoccupazioni, sentiamo senza ascoltare, guardiamo senza vedere, respiriamo senza assaporare. Sorvoliamo, diamo per scontato, confondiamo e a volte banalizziamo. Insomma, non cogliamo il momento, ma in realtà non lo perdiamo del tutto, perché inconsciamente si deposita nella memoria. E diventa ricordo. Resta con noi quando non ce l’abbiamo più. Ma forse non potrebbe andare diversamente.

E, comunque andrà,
l’addio non è una possibilità.
Non è una possibilità

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Un uomo con la pancia

Sai Gino, ero molto stanco, avevo avuto una notte pesante. Ero lì a fare colazione al bar di Alfio, indeciso se andare direttamente a dormire o farmi prima l’ultima canna. O forse la prima. Va be’ insomma ero lì, al solito tavolino, cappuccino, cornetto, Corriere dello Sport. Improvvisamente arriva questa roscia mozzafiato. Era così bella che mi è andato per traverso il rutto che stavo per fare. Quasi mi strozzo! Lo sai Gino, in fatto di donne ho gusti difficili, non sono uno che si accontenta. Improvvisamente mi era passata la stanchezza e se trascuriamo la barba lunga, la camicia sudata e l’alito pesante, mi sentivo all’apice della forma. Avrei potuto fare la prima ballerina alla radio, tanto per intendersi. O essere il primo violino ad un concerto per sordi. Appena entrata si è buttata al collo di Alfio: dall’invidia l’avrei affogato nel cappuccino. Hanno cominciato a parlare fitto fitto, con la Tv che blaterava sulla sfondo non avrei sentito nulla anche se avessi avuto l’udito di un segugio. Ma io non ho l’udito di un segugio. Poi Alfio sembra indicare me, lei si volta, mi guarda e sorride. Io puro sorrido. Ricominciano a parlare poi ad un certo punto prende la sua tazza e si mette seduta al mio tavolo. Capito Gino? Così, senza dire nulla. Con tutti i fottutissimi tavoli vuoti lei si mette seduta di fronte a me. E anzi, per farsi spazio toglie pure il giornale. E come dice Flaiano, tutti i grandi amori si annunciano così, la vedi e pensi “E mo’ che vole sta stronza?” Ma non faccio in tempo a formulare questo pensiero

“Ciao, io sono Serena”

E beate te! Io invece sono proprio nervoso…“Ciao, io sono Gabriele”. E così lei comincia a parlare. E parla, parla, ammazza quanto parla! Mi racconta una storia assurda, fatta di gente strana, a cui deve dei soldi e studi lasciati a metà, lavori improbabili e i sogni da inseguire, genitori anziani che l’aspettano senza sapere, ma lei non voleva deluderli sono state le circostanze, il problema poi è ben altro, perché è inutile pensare che gli altri possano capire così, senza aspettarsi nulla in cambio

Alfio dice che tu potresti accompagnarmi a Formia…”

A Formia? Ma ti porterei anche in America! Dopo. Prima però devo andare in bagno. Sai Gino, avevo due gatti morti sotto le ascelle e dovevo anche fare la cacca. Dopo il cappuccino e tutta la notte in giro a portare sfilatini di qua e di là, insomma non potevo proprio rimandare. Quindi le chiedo di aspettarmi un attimo e mi precipito in bagno. Seduto sulla tazza guardavo le solite scritte fatte da qualche sfigato che non ha altro da fare che scrivere minchiate sulle porte dei cessi e pensavo: ora esco fuori e la donna più bella che abbia mai incontrato nella mia vita, sarà svanita. Fuggita via, anzi, probabilmente me la sono sognata. Non esiste. E’ un miraggio, frutto della stanchezza e dello stimolo intestinale. Faccio quello che devo fare, mi do una sciacquata veloce alle ascelle arrendendomi all’idea di aver appena sprecato l’Occasione della vita, quella che non capiterà mai più, neanche nel più meraviglioso dei sogni. Torno di là e invece, contrariamente ad ogni mia previsione, lei è ancora lì, che parla tranquillamente con Alfio. E partiamo. Lei, io e il mio pulmino pieno di farina e molliche.

Certo, meno male che tutti sanno che porti il pane, altrimenti con tutta questa polvere bianca, chissà cosa potevo pensare!”

Capito Gino? Lei sapeva già chi ero e cosa facevo! “Passiamo a casa mia a prendere una cosa?” abita lì a due passi, scende e torna con due borsoni più grossi di lei. E partiamo. La pontina il sabato mattina è trafficata dalla gente che va al mare, ma io vorrei che il traffico fosse di più, vorrei che la pontina non finisse mai. Lei riprende a parlare e io sto lì che ascolto. Ascolto e ogni tanto mi volto per guardarla mentre gesticola, si accalora, muove i capelli rossi. Lei parla ed io vorrei perdermi dentro i suoi occhi verdi, oppure contando le sue lentiggini. A Pomezia sapevo del suo strano lavoro di cantante jazz, ad Aprilia mi aveva raccontato del suo ex che l’aveva mollata in un pub a Piombino, ad Anzio conoscevo la storia dei sui genitori, a Nettuno anche quella dei suoi due fratelli più piccoli, a Latina sapevo che andavamo a Formia perché doveva andare a Ponza per cantare in un locale. A Terracina ci siamo fermati per un caffè e perché doveva fare pipì. Mi aveva lasciato dicendo “insomma, non ho ancora trovato l’uomo della mia vita”. Mentre l’aspettavo cercavo di riordinare le idee, tamponando le orecchie, che ormai sanguinavano copiosamente come il mio povero cuore, innamorato e perso. Che ci facevo lì con quella tipa? E una volta arrivati a Formia che sarebbe successo? “Cosa cazzo vuoi che succeda, ti ringrazierà del passaggio e se ne andrà e domani si sarà dimenticata anche il tuo nome, stupido pancione che non sei altro”. Ecco cosa pensavo. Abbiamo fatto l’ultimo tratto di strada in un silenzio innaturale. Era come se qualcuno le avesse spento l’interruttore della parola. Improvvisamente, come se avesse ripreso il filo di un discorso interrotto, mi ha chiesto il numero di cellulare, “così magari ci risentiamo“. Gliel’ho dato “dammi anche il tuo“, ma lei ha sorriso, “ora stai guidando, te lo darò dopo“. E così siamo arrivati alla meta.

Come faccio a ringraziarti?”, dice lei

Grazie di ché, non ho fatto niente. Ho letto da qualche parte che “tutto quello che facciamo è niente, è solo una goccia nell’oceano”.

Sì, ma se non l’avessimo fatto l’oceano avrebbe una goccia in meno“.

E poi?

Io gli ho detto “Allora non ringraziarmi, resta qui con me”.

E lei?

Lei mi ha dato un bacio. Un bacio lungo, dolce e profondo fino a mancarmi il fiato. Ed è andata via.

E tu?

Io gli ho detto “è per la mia pancia?

E lei?

Lei si è voltata e ha sorriso. L’ho seguita con lo sguardo sul pontile, mentre il traghetto si allontanava. E quando era ormai piccolo piccolo nell’orizzonte mi è arrivato questo sms. “Un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle”.

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A proposito di cose irreparabili

Il bello delle storie è che quasi sempre non finiscono. Non finiscono mai del tutto, perché dopo una cocente sconfitta ci sarà sempre un’altra partita in cui potrai rifarti. Dopo una disfatta elettorale, ci saranno nuove elezioni che potranno ribaltare la situazione. Quando ti bocciano ad un esame, sai che ci sarà un nuova sessione per recuperare. E se il sabato mattina ti svegli con l’influenza, pensa che comunque ci sarà un altro week end di sole.

Insomma, il più delle volte, la vita ci dà una nuova possibilità, un’opportunità ulteriore da sfruttare. Bisogna pazientare, aspettare il momento opportuno, ma prima o poi la nuova occasione arriva e ti dà modo di recuperare quello che avevi perduto, a volte anche con gli interessi. E quindi, se è brutto perdere, l’idea di una possibile rivincita ci rende meno amara la sconfitta, così come quando perdiamo qualcosa (o qualcuno) possiamo sempre avere la speranza prima o poi di ritrovarlo.

Ognuno di noi però ha fatto esperienza anche della irreparabilità delle cose: alcune storie finiscono in modo inconfutabile. Poi magari ce ne saranno altre, ma quella determinata situazione è finita, terminata, conclusa. E cercare di prolungarla, affannarsi per dargli una nuova possibilità è del tutto inutile. Anzi, dannoso! Il rimedio in quei casi può essere peggiore del male. Bisogna arrendersi all’irreparabile, letteralmente, quello che non può essere riparato. Bisogna imparare a convivere con le situazioni che non sono andate come avremmo voluto, dobbiamo avere la forza di voltare pagina, senza indugio e senza troppi rimpianti.

L’altra sera sono rientrato tardi e per cena mi sono preparato un piatto di spaghetti: un po’ la fame, un po’ la fretta di preparare, ho dimenticato di mettere il sale nell’acqua. Non so come la pensiate voi, ma la pasta sciapa è una di quelle sciagure, tipo salire in ascensore con uno che ha mangiato un quintale d’aglio, oppure avere La Russa come seconda carica dello Stato. E aggiungere un po’ di sale dopo non risolve il problema, anzi se possibile lo accentua, rendendola ancora più immangiabile. Ecco, la pasta sciampa è irreparabile, non si può aggiustare: ci saranno altre pastasciutte, ovvio, ma quella lì devi mangiarla così com’è, fino in fondo, senza soluzione.

E’ vero, qualcuno potrebbe dirmi, possiamo buttarla nella spazzatura e cercare in frigorifero un po’ di affettati. Ma perché, qualcuno pensava seriamente che stavo parlando di cucina?

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L’amore al tempo dei rompicoglioni

L’altro giorno la mia saggia amica Sonia concludeva un bel post nel suo blog con un’affermazione perentoria che ha in sé una grande verità: “quando si ama è un po’ come quando si è felici: non si rompono i coglioni agli altri“. A parte che conosco gente apparentemente felice, che si diletta a fracassare il prossimo come se non ci fosse un domani, sul discorso dell’amore bisognerebbe intendersi.

Sarebbe bello se avesse ragione Sonia! Purtroppo però è senza dubbio possibile rompere i maroni alla persona amata: penso che ognuno di noi faccia questa esperienza (sia come soggetto attivo “che rompe”, sia come soggetto passivo “a cui vengono rotti”). Anzi arrivo a dire che forse proprio le persone che amiamo di più sono quelle più in grado di frantumarci gli zebedei (che nonostante l’assonanza non sono i figli di Zebedeo). Quindi, paradossalmente, la vera domanda potrebbe essere l’esatto contrario: possiamo dire di amare veramente qualcuno se almeno ogni tanto non ci dilettiamo a ballare il tip tap sul suo apparto riproduttivo?

Il discorso si ampia. Cosa intendiamo per amare? Volere il bene dell’altro? Allora, se è questo, io proprio perché ti voglio bene ti rompo i coglioni: quando vedo che sbagli, quando vedo che non ti vuoi bene, per cercare di migliorarti, per tirar fuori la migliore versione di te stesso. Questo ci raccontiamo, così giustifichiamo lo sfracagnamento a cui a volte sottoponiamo il nostro amato.

Tempo fa mi ero soffermato a ragionare su una presunta Regola dell’amore, che però apre più domande di quante risposte possa chiudere. Non esiste, né può esistere una regola o una definizione di amore. Forse quella che ci si avvicina di più la diede un algerino del 4 secolo dc, ai più noto come S. Agostino: ti amo significa voglio che tu sia come sei.

Allora forse davvero le cose sono più semplici (o più complicate?) di quanto si pensi. Aveva ragione Sting e i suoi Police: se ami qualcuno lo lasci libero. E quindi ha ragione anche la mia amica Sonia. Puoi inventarti (e crederci pure!) tutte le giustificazioni di questo mondo: ma se ami qualcuno, se davvero lo ami, evita di rompergli i coglioni!

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Paese che vai, formaggi che trovi

La carbonara è americana e il parmigiano reggiano è nato in Wisconsin“. So cosa state pensando: no, non sono ubriaco e non è nemmeno il titolo di un articolo di Lercio, bensì di Repubblica di domenica scorsa. Non so quale guru della cucina, evidentemente in preda a chissà quale fungo allucinogeno, abbia formulato questa improponibile teoria. Se vi viene la curiosità, lo trovate qui

Che poi, tralasciando per un attimo i deliri sulla pastasciutta (noto piatto tipicamente americano), come si fa a mettere in dubbio la provenienza di una cosa che ha nel suo stesso nome il riferimento geografico di dove viene prodotto? E allora mi sono detto, è mai possibile che ora anche a livello di minchiate dobbiamo prendere lezione dagli americani? Giammai! Risolleviamo l’onore patrio con 10 improbabili ipotesi sulla vera origine delle cose.

L’insalata russa è ucraina. Questa forse la vera causa del conflitto?

Il pesto alla genovese è sampdoriano. Questo è un colpo basso lo so, ma qualcuno doveva pur dire la verità.

La torre di Pisa, in realtà è di Livorno. Tant’è che pende da quella parte

Per non parlare della Torre Eiffel. Guardatela bene, non è una torre, tutt’al più potrebbe essere un pedone. Resta da capire quanto dovrebbe essere grande la scacchiera, ma si sa, i cugini d’oltralpe sono sempre vittime della loro stessa grandeur.

La Statua della Libertà, in realtà non inneggia la libertà, ma la dittatura, infatti come ce l’ha il braccio? Esatto! Insomma, non è americana, bensì crucca!

I Cavalieri di Malta non erano di Malta e nemmeno cavalieri, perché in realtà andavano a piedi. Erano operai specializzati col bitume e la malta, da qui forse l’errata connotazione geografica.

Le tigri della Malesia erano un gruppo di motociclisti di Zagarolo, neanche a dirlo anche la perla di Labuan era in realtà di Capracotta.

Il cannolo siciliano deriva da un’antica ricetta romana, successivamente elaborata dagli arabi e poi sviluppata dalle abili mani delle suore di clausura di un convento nei pressi di Caltanissetta. Il fatto che delle suore di clausura avrebbero inventato un dolce con quella forma lascia qualche dubbio (o forse no?)

E sempre a proposito di posti, Massa Lombarda è in Emilia Romagna così come Milano Marittima, San Giuliano di Puglia è in Molise e San Mango Piemonte è in Campania, così come Sant’Angelo dei Lombardi. Alla volte quindi è vero che i nomi ingannano.

Sono sicuro che se andassimo a scavare, ci sarebbe da ridire anche sulla reale provenienza dei wurstel, che in realtà ho letto essere cancerogeni. Ma qui non ho conferme, anche perché, ve lo posso assicurare, non li ho mai fumati.

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Follow The Sun

Sembra scontato, sembra banale, in fondo si ripete ogni anno e non c’è nulla di così straordinario. Si dormirà un’ora in meno, nei prossimi giorni sarà più dura svegliarsi, eppure, dite quello che volete, ma a me la luce del sole fino alle otto di sera, sembra sempre una piccola, grande meraviglia.

Many moons have risen and fallen long, long before youve came
So which way is the wind blowin’
And what does your heart say? So follow, follow the sun
And which way the wind blows
When this day is done

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L’insostenibile pesantezza della sostenibilità

Ci sono mode anche nelle parole. Desueto, ad esempio, è un aggettivo che non si usa più, non va di moda. E’ desueto, di nome e di fatto. Sostenibile invece va molto di moda. La moda sostenibile, l’energia sostenibile, l’economia sostenibile, lo sviluppo sostenibile. Che poi, ovviamente, quando qualcosa diventa così popolare, travalica, si moltiplica, diventando qualcosa di diverso da ciò che era inizialmente.

Cos’è sostenibile? Originariamente, qualcosa che si può sostenere, che si può “portare sopra” o anche sop-portare, senza fare troppo sforzo. Non necessariamente è una cosa che si porta piacevolmente: ci sono disturbi, fastidi, rotturedicoglioni sostenibili. E si differenziano proprio da quelli insostenibili, perché nonostante non siano proprio il massimo per noi, però ci si riesce a convivere.

Capite quanto siamo lontani dal senso comune che ha assunto il termine? Che nella sua forma sostantivata è diventata la panacea di tutti i mali. La sostenibilità sembra essere la meta ambita da tutti, la nuova America da scoprire e raggiungere con tutti i mezzi. Anzi, pardon, solo con quelli sostenibili. La sostenibilità è diventata sinonimo di lotta agli sprechi, energia pulita, ricircolo, crescita intelligente, opposto di tutto ciò che è invece esagerato, fuori controllo, eccessivo, smodato.

Dovremmo orientare tutta la nostra vita alla sostenibilità. Dovremmo lavorare, riposare, mangiare, divertirci in modo sostenibile. E allo stesso modo, dovremmo stancarci, annoiarci, arrabbiarci in modo sostenibile. Ma come si fa? Come si riesce, nel bene e nel male, a controllare le emozioni senza fargli oltrepassare la soglia di guardia? E poi, siamo sicuri che sarebbe un bene riuscirci? Ad esempio, si può amare, ci si può innamorare in modo sostenibile? E al contrario, non è proprio l’insostenibilità di certe situazioni negative che ci porta a reagire, a cambiare, a voltare pagina?

Insomma, non facciamo prendere troppo dalle mode, non anestetizziamo i sentimenti, perché un po’ come Venezia, la sostenibilità è bella, ma non ci vivrei.