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Il giorno in cui Giuliano Fiorini ci salvò dall’inferno

Il 21 giugno del 1987 è uno di quei giorni che si fissano nella memoria e rimangono lì come quadri appesi ad una parete. Un po’ impolverati, che ogni tanto vai e lì e te li rimiri, ma che inevitabilmente sbiadiscono un po’ col tempo, come gli anniversari o le ricorrenze in generale. La retorica che altrettanto inevitabilmente si accompagna ce li fa quasi stare un po’ antipatici (almeno a me). Poi, senza che tu te ne accorga, arriva la cifra tonda e allora quegli eventi rinverdiscono. E quest’anno sono trent’anni. E poi c’è il blog. Quindi come facevo a non scrivere nulla su quel giorno?

Vi ho già raccontato cosa significhi per me il calcio e in particolare la Lazio. Vi ho già detto come sia il primo a riconoscere che sia eccessiva ed assolutamente immotivata la capacità che abbiano i risultati sportivi di influenzare nel bene o nel male la mia vita. E ho cinquant’anni. Figuratevi cosa poteva essere trent’anni fa. Figuratevi cosa poteva significare per me la possibilità che la Lazio scomparisse. Perché quello stava per succedere. In quel disgraziatissimo campionato, iniziato con una penalizzazione di 9 punti, arrivammo a quell’ultima giornata con la concreta possibilità di retrocedere in serie C e l’altrettanto concreta possibilità di fallire e quindi scomparire.

Serviva una vittoria. Era una condizione necessaria, ma non sufficiente, perché poi avremmo dovuto aspettare i risultati degli altri campi. Una situazione che avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa anche per gli anni a venire. Puoi mettercela tutta, puoi ottenere il massimo, anzi di più, puoi sfiorare l’impresa. Non è detto che basterà. Non è detto che dare tutto quello che hai sarà sufficiente. Ed anzi, c’è il rischio più che concreto, che se manca quell’ultimo tassello, tutto quello che hai fatto non sarà servito proprio a nulla.

E nonostante la Lazio fosse oggettivamente più forte del Vicenza. Nonostante loro giocassero con il portiere di riserva per un incidente del titolare. Nonostante fossero rimasti in dieci per un’espulsione. Nonostante uno stadio strapieno tifasse incessantemente con tutto il fiato che aveva in gola, a dieci minuti dalla fine il risultato era ancora 0 a 0. E noi eravamo retrocessi.

Ma quella volta quell’ultimo tassello andò al posto giusto. A pochi minuti dal termine Giuliano Fiorini, bomber molto discusso, vagabondo di mille squadre, amante più delle Marlboro e del Whiskey che degli allenamenti, tirò fuori dal cilindro un colpo di biliardo e ci salvo dall’inferno. Per andare in paradiso servirono poi anche gli spareggi successivi, ma per me il più era compiuto. Anzi, tutto era compiuto. Il goal di Fiorini, per quanto mi riguardò, era la parola fine sul calcio. Ero abbonato dal 1975, una domenica senza calcio e senza lo stadio fino a quel giorno era inconcepibile. Ma dopo quella partita mi sentii svuotato, come se un’emozione pari a quella non avrei mai potuto riviverla. E infatti per cinque anni non seguii più una partita (poi un inglese pazzo e un presidente paperone mi riportarono allo stadio, ma questa è un’altra storia).

Ogni squadra ed ogni tifoseria si regge e fonda la sua identità su eventi memorabili. Trionfi soprattutto, ma anche grandi partite, sfide intercontinentali, partite indimenticabili. E anche la mia Lazio, soprattutto negli anni successivi, ha giocato partite meravigliose, ha vinto uno scudetto in modo rocambolesco, ha alzato trofei Europei, ha vinto sfide fantastiche, insomma qualche bella soddisfazione sportiva me l’ha regalata. Ma niente è paragonabile a quel Lazio Vicenza. E anche trent’anni dopo, posso dire che per me il calcio poteva anche finire lì.

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Lo ius soli spiegato con i baci perugina

I semi li porta il vento, ma i fiori sono del giardino in cui nascono

Da qualche mese nel nostro palazzo ha preso un appartamento in affitto una coppia di simpatici peruviani con una bimba di 5 anni. L’altra sera urla e strilli hanno fatto accorrere alcuni condomini che si sono trovati a dover separare i due coniugi. O meglio, hanno tolto dalle mani di lui la povera consorte che le stava prendendo di santa ragione, sotto gli occhi terrorizzati della figlia. “Da noi, se una moglie non si comporta come si deve il marito può picchiarla”, tentava di giustificarsi lui, quando sono riusciti a calmarlo. Ha detto che non lo farà più. Speriamo, però almeno ora sa che qualcuno ascolta ed eventualmente interviene.

Hanno tutti e due il permesso di soggiorno, lavorano entrambi, quindi resteranno in Italia chissà, forse per sempre. Parlano una lingua abbastanza simile a noi, recitano le nostre stesse preghiere, mangiano su per giù le stesse cose che magiamo noi. La questione è quindi questa. Quella bimba di 5 anni crescerà da straniera, convinta che un domani il marito potrà, anzi forse dovrà picchiarla se non fa quello che dice lui, o crescerà da italiana, convinta che potrà, anzi dovrà, mandarlo affanculo se solo si azzarda a sfiorarla con un dito?

E il bambino figlio dei negozianti cinesi da cui compriamo un po’ di tutto, continuerà a mandare i soldi in Cina o comincerà finalmente ad integrarsi. E il bambino arabo? Pregherà Allah indossando la maglia di Belotti e tifando gli azzurri o continuerà a sentirsi straniero, emarginato dalla miopia della nostra presunta diversità? Perché queste sono le questioni che affronta lo ius soli. Non stabilisce se questi ragazzi debbano essere qui o no. Non stabilisce se continueranno a rimanere qui in futuro. Quello è già una realtà non modificabile. Stabilisce solo il “come” rimaranno, stabilisce come cresceranno e come percepiranno il loro essere qui. Con noi o contro di noi?

La politica serve a dare risposte a problemi concreti e a realizzare cose possibili, altrimenti è solo demagogia. E il possibile è fatto di concretezza, di iniziative misurabili, che riguardano la realtà delle cose, non le intenzioni: “aiutiamoli a casa loro”, “prima gli italiani”, hanno lo stesso valore di un “taglieremo le tasse”, “onestà”, “tutti a casa”. Un po’ come se una storia d’amore si costruisse con i foglietti dei Baci Perugina. Ma noi elettori vogliamo proposte concrete o slogan rassicuranti? Non sarà che invece di cambiare i politici, bisognerebbe cominciare a cambiare gli elettori?

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Lode a Chiara Sciarrini

Il bellissimo articolo della mia amica Jò, https://pindaricamente.wordpress.com/2017/06/12/dissolvenza-in-nero/ mi ha riportato alla mente un’analoga vicenda di qualche anno fa. Purtroppo la storia si ripete. Tragicamente. E oggi come allora non ho risposte alle mille domande che mi passano per la mente. Ma oggi come allora mi sembra di un valore assoluto ed inimitabile la testimonianza di Chiara. Anzi, speriamo invece imitabile. Perché la sventurata mamma di oggi avrà assolutamente bisogno di una persona vicino che riesca a proteggerla e a sostenerla al di là di ogni giudizio, così come fece appunto Chiara.

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

“A me pare giusto segnalare che solo l’universo femminile riserva ancora sentimenti così sorprendenti”.

Se vi capita recuperate l’articolo di Merlo su Repubblica di ieri (ma anche suwww.francescomerlo.it) che metteva in parallelo questa mamma di Teramo con la moglie di Strauss Khan, nel loro amore, per molti aspetti inspiegabile, nei confronti dei rispettivi sciagurati mariti.

Lascio stare la vicenda del vecchio satiro (ne avrei di cose da dire, ma viste anche le vicende italiche, l’argomento oramai mi sembra inflazionato) e mi concentro sull’altra storia.

C’è qualcosa di innaturale in un genitore che sopravvive al proprio figlio. Qualcosa di profondamente ingiusto e difficilmente accettabile. Quando poi è il genitore la causa (diretta o meno) della morte del figlio, il discorso si fa ancora più difficile.

Un figlio è un pezzo di te, è la tua linea della vita che prosegue oltre il tuo tempo, oltre te stesso. Forse proprio…

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Piccoli gesti di inconsapevole ottimismo

E sarà che è venerdì sera, sarà che Lele ha fatto un goal da paura e ora siamo in finale (ma quanto sta diventando forte mio figlio? Ho qualche difficoltà ad ammetterlo, ma devo dire che a parità di età è nettamente più forte di me) ma la riflessione di stasera mi tocca personalmente. Siamo inguaribili ottimisti. E’ quello che ci frega, o forse che ci salva. Anche quelli che dicono “mai una gioia”, che si ritengono gli sfigati di turno, anche loro in fondo compiono atti di inconsapevole ottimismo. Anche quelli che non si aspettano più nulla dalla vita o dalle altre persone, anche loro però lavano la macchina ignorando le previsioni del tempo, incuranti dei tanti pennuti che svolazzano liberi nelle nostre città (altro che i passerotti di una volta, avete presente la quantità di cacca che è capace di fare un gabbiano? E scusate se ho detto quantità).

Anche loro comprano Gratta&Vinci e grattano, grattano, ma non vincono mai (se non quei premi minori che inducono la dipendenza, perché ti portano a prendere un altro tagliando a e continuare così). Che trovare un Gratta&Vinci milionario è come trovare un pagliaio dentro un cammello. No è come infilare un ago nella cruna di un cammello. No, neanche così, va be’ però avete capito. Ci vuole abilità, ma anche una bella botta di culo non guasterebbe.

Ma è proprio questa botta di culo la grande assente nelle nostre giornate. La grande assente, ma nello stesso tempo, la tanto auspicata. Come quelli che si ostinano a mettersi in macchina il sabato mattina per andare al mare (chissà partendo a quest’ora magari non c’è fila), oppure quelli che partecipano alle riunioni di condominio, nella recondita speranza che ci siano ancora un filo di ragionevolezza nei vicini. Che poi trovare ragionevolezza nei vicini è un po’ come andare a Notre Dame e sperare di incontrare il gobbo, oppure andare nella piazza di Velletri e pensare di incontrare Fracazzo.

Poi ci sono quelli che danno fiducia. In fondo sì, va be’, sembrerebbe un po’ stronzo, ha atteggiamenti da stronzo, dice cose da stronzo, si veste come uno stronzo, ha quell’aria da stronzo, però in fondo se lo conosci bene, se hai la pazienza di andare al di là delle apparenze, se lo aspetti e gli dai i suoi tempi, alla fine scopri che in realtà è proprio uno stronzo. Però tu gli dai un’altra possibilità. Perché speri sempre che gli altri ti sorprendano. Il mio regno per una sorpresa!

Vorrei, ma non posso. Non ci credo, però ci spero. Capita a tutti, perché a me mai? Queste sono un po’ le considerazioni che facciamo tutti noi incorreggibili ottimisti. Poi c’è anche chi scavalca a sinistra, come si diceva un tempo. Chi va al di là, chi non ha paura di oltrepassare i confini e andare oltre, gettando il cuore oltre l’ostacolo. C’è qualcuno che addirittura, perfino, financo pensa di fare un accordo elettorale con i 5 Stelle. E allora va be’, vale tutto.

 

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L’imbarazzo della scelta (che è sempre meglio della scelta imbarazzante)

Anyway the Wind blows, doesn’t really matter to me, to me.

Sei lì, frastornato e indeciso, sballottato nell’oceano dell’esistenza, fra i marosi di un mare tempestoso, chi corre da una parte, chi da un’altra, hai tante opzioni davanti a te, perché in fondo questa è la vita, tante possibilità, nessuna particolarmente attraente, altrimenti la scelta sarebbe facile, a volte ti lasci andare alla corrente, a volte vuoi fare l’originale, quello che scelgono tutti di solito è la strada più comoda, ma anche la più affollata, le alternative sono sempre un rischio, può dirti bene, ma può anche dirti malissimo, potrai vantarti di aver colto quell’unica possibilità che nessuno era riuscito a valutare, ma potresti anche pentirtene amaramente nell’immediato futuro, con quell’amarezza inconsolabile e quello strano sapore che ti rimane in bocca, perché poi è difficile capire, è difficile valutare, la forma è importante, l’occhio vuole la sua parte, ma poi è la sostanza quello che conta, chi sta lì di fronte a te non si sbilancia, è chiaro, sei tu, solamente tu padrone del tuo destino, una scelta esclude l’altra e poi magari eri partito con un’idea in testa e invece di fronte alla realtà dei fatti sei costretto a cambiare, hai fatto i tuoi progetti, hai pensato ai giorni trascorsi a quelli di fronte a te, ti eri programmato, però lo sai gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e non puoi mai sapere quel che troverai di fronte, per questo dovresti sempre essere pronto ed avere delle alternative, un piano B che ti faccia superare l’empasse, tutto questo però in modo rapido, perché lo sai, il tempo è tiranno e non ti lascia la possibilità di indugiare, puoi prepararti finché vuoi, ma poi al momento della scelta sei lì, da solo, di fronte al tuo destino, devi fare presto, osservi, valuti, giudichi e poi ti lanci:

  • Va be’ mi dia i fagiolini ripassati
  • Nooo, per carità! Li ho presi ieri, fanno veramente cagare, lascia perdere. Meglio le patate lesse

Eh! Gli amici….ma come faremmo senza?

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Andando a ritroso

“A metà tra il destino e casa mia, arriverà la certezza che non è stata colpa mia. Non è stata colpa mia.”

Parafrasando un vecchio proverbio uno potrebbe dire, “dimmi quel che posti e ti dirò chi sei”. Non è un mistero che i moderni uffici di HR studino i profili social dei vari candidati per scoprire cose che magari non emergeranno nei colloqui di selezione: dai post che scriviamo, dalle foto che mettiamo (ma paradossalmente anche da quello che non scriviamo o non mettiamo), dai commenti che facciamo agli altri, dai like, si può ricostruire con un giusto livello di approssimazione, come siamo fatti (infatti il mio profilo FB è orgogliosamente minchione!).

E come siamo? Spesso nostalgici. Ci piacciono le cose di una volta: le musiche, i vestiti, i calciatori, i politici, i modi di passare le serate. A parte i libri (che per fortuna non invecchiano!) è un fiorire di gruppi “noi nati nel…”, oppure “noi che facevamo questo o quello”. Del resto FB stesso si racconta sia nato sull’idea di ritrovare i vecchi amici delle scuole. Ora addirittura sta diventando nostalgico di se stesso e ogni giorno ci ripropone, peggio di una peperonata, quello che avevamo fatto negli anni precedenti in quel determinato giorno.

Ma finché ci si abbandono ai vecchi ricordi che male c’è? Anzi, io penso che sia una cosa bella riuscire a tirar fuori ancora emozioni e sentimenti positivi da quello che abbiamo vissuto. Il rischio però è che spesso questi tuffi nel passato riaprono, o meglio, possono dare l’impressione di riaprire vecchi discorsi o strade non percorse, come se nel passato tutte quelle possibilità non realizzate fossero rimaste lì ancora in attesa di realizzarsi. Ma questa però è solo un’illusione.

Le possibilità non scelte sono come le mosse di una partita a scacchi. Se avessi salvato l’alfiere invece della torre? E se non avessi mangiato quel pedone? Con una pazienza certosina, una presunzione esagerata e uno sforzo di memoria titanico, potremmo avere l’illusione di tornare indietro, mossa dopo mossa, per recuperare quella data situazione. Ma chi gioca a scacchi sa di come questo sia praticamente impossibile. Si stima che il numero di combinazioni legalmente ammesse dei 32 pezzi sulle 64 caselle della scacchiera sia compreso fra 1043 e 1050 , mentre il numero delle partite potenzialmente giocabili è stimato di circa di 101050. Un numero talmente abnorme da essere anche difficilmente immaginabile.

Se queste sono le possibili partite, figuriamoci le possibili vite che potevamo avere. E fra questi miliardi di possibilità pensiamo seriamente di poter recuperare quella che si era creata in quel determinato momento? E dall’alto dell’esperienza accumulata dopo, siamo così sicuri che sacrificare quell’alfiere e salvare la torre sarebbe stata una mossa migliore? Vogliamo restare ancora a rimuginare sull’opportunità di quell’arrocco, o magari finalmente decidiamo che sì, in fondo, se non proprio al massimo, comunque abbiamo giocato la nostra partita nel migliore dei modi possibili?

 

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Duemila parole, non di più

Vecchi appunti universitari e rimembranze delle lezioni del compianto prof. De Mauro, (ricordate? ne avevo parlato in questo post a proposito di giochi linguistici) mi ricordano che il vocabolario italiano è composto da circa 400 mila vocaboli. Un numero enorme simile a quello spagnolo e a quello tedesco, molte più del francese, molte meno dell’inglese. Ma questi numeri dicono poco, perché comprendono anche tutte le varianti di un singolo vocabolo (singolare, plurale, maschile, femminile) o la coniugazione di un verbo. Eliminando doppioni e variazioni inutili possiamo dire che il lessico comune comprende circa 50 mila vocaboli. Peccato che nel 95% dei nostri discorsi ne usiamo circa 2000 (circa il 4%), che è il cosiddetto lessico fondamentale. Facciamo un paragone con i soldi: è come se ogni mese potessimo usare cinquantamila euro, ma ci ostinassimo a vivere con duemila. Ci autoimpoveriamo.

E siccome il linguggio è lo specchio del pensare, la realtà è che abbiamo impoverito il nostro pensiero e di conseguenza la nostra realtà. Un linguaggio (e un pensiero) povero non c’entra solo con la grammatica e con l’azzeccare i congiuntivi, ma è molto più grave. Perché è un linguaggio che ha perso la fantasia, che ha smarrito le sfumature, che non viene più usato per comunicare pensieri, convinzioni e ragionamenti, ma solo per distruggere, offendere, ridicolizzare.

Duemila vocaboli sono funzionale alla semplificazione delle comunicazioni, all’abbandono dei grandi ideali (chi capirebbe oggi la lotta di classe o l’alienazione del proletariato?) e ha come conseguenza la banalizzazione della politica (ladri, onestà, immigrati). Un linguaggio che non fa più nessuno sforzo di capire le ragioni dell’altro, nessun distinguo, nessuna prospettiva di mediazione, che va avanti per slogan, per frasi fatte o per insulti.

Ma in una società in cui non si legge più nulla (ormai anche gli sms sono stati superati dalle emoticon di whatup e facebook stesso è già vecchio rispetto a Instagram), dove in TV ci teniamo informati guardando Striscia la Notizia e ci appassioniamo di chi sarà eliminato ad Amici,  come potremmo riappropriarci delle altre 48 mila parole dimenticate? Non sarà che questa è ormai una guerra già persa? Non dovremo forse inventarci nuove strade per esprimere la ricchezza del linguaggio e quindi del pensiero? Magari con le canzoni, o con i filmati, chi lo sa. Magari un fumetto ci salverà!

Nella canzone, “Il ’56” De Gregori ricorda la sua infanzia come il periodo in cui “tutto mi sembrava andasse bene tra me, le mie parole e la mia anima”. Ecco, oggi forse dovremmo recuperare questa armonia che non c’è più.

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Se Totti avesse giocato nella Lazio

Fra le mura della città eterna (non credo che la cosa sia assurta agli onori della cronaca nazionale) sta facendo molto rumore quest’iniziativa dei tifosi della Lazio, che domenica scorsa hanno dedicato uno striscione di saluto all’eterno nemico Francesco Totti, sottolineando ancor più il loro pensiero con una lettera aperta.  L’omaggio più apprezzato e quello più inatteso, ha commentato il giocatore, che non dovendo usare congiuntivi è riuscito a comunicare chiaramente il suo pensiero.

Io penso che, al di là di tutto, se serve a svelenire il clima e a riportare nel giusto binario dell’ironia e dello sfottò una rivalità che dovrebbe essere solo sportiva, è un’iniziativa più che lodevole. Se serve soprattutto a scindere la persona Totti (il ragazzo semplice, dai piedi d’oro e dalla battuta pronta, generoso ed altruista) dal Tottismo (il clichè del romano cafone ed arrogante, antisportivo, sbruffone ed eterno perdente), è un’ottima iniziativa. Probabilmente legata appunto ad uno dei fatti accaduti lontani dalle telecamere, in cui il Totti uomo ha mostrato solidarietà e vicinanza ai tifosi “nemici”.

Quello che ha acceso la mia fantasia è un passaggio della lettera che dice, fra le altre cose “se avessi giocato nella Lazio noi non avremmo permesso il trattamento che stai ricevendo adesso“. A parte che il trattamento che sta ricevendo è molto simile a quello che hanno avuto altri giocatori simboli (Del Piero alla Juve, Maldini al Milan), che al termine della carriera hanno avuto difficoltà a smettere calzoncini e maglietta per assumere altri ruoli, però mi sono divertito ad immaginare una realtà alternativa, un what’s If come dicono quelli bravi, in cui appunto Totti  quel 6 marzo del 94, esordiva in campionato con la maglia della Lazio.

Totti entra in campo nel secondo tempo, viene atterrato, guadagna un rigore che viene realizzato da Beppe Signori. L’anno dopo, nella Lazio di Zeman, la squadra  che arrivò seconda praticando il più bel calcio giocato in Italia in quegli anni, per lui non c’è posto. Viene mandato in prestito alla Salernitana, dove fa una valanga di goal e si mette in mostra a livello nazionale. Tornato alla base l’anno dopo stenta a trovare un posto da titolare, ma quando entra è spesso decisivo. I tifosi lo amano, qualcuno lo vorrebbe titolare, ma la società non crede ancora in lui. Per lui tanta panchina, poi finalmente nella stagione 98/99 diventa titolare, contribuendo a far vincere lo scudetto alla Lazio con ampio margine sul Milan. Totti è decisivo anche negli scudetti del 99/2000 e del 2000/2001, conteso fino all’ultima giornata alla Roma.

A quel punto Cragnotti lo vende per 150 miliardi di lire al Real Madrid. I tifosi insorgono, marce di proteste, minacce di attentati al presidente che deve girare sotto scorta. Totti vincerà altre 5 scudetti con il Real, poi passa al Chelsea di Abramovich dove vince 3 Premier League, quindi al Bayern Monaco dove contribuisce a vincere 4 Bundesliga. Coppe dei campioni, Palloni d’oro, un mondiale con l’Italia, termina la carriera in League One con il Paris Saint Germain, dove vince altri 4 titoli, diventando il giocatore più vincente nella storia del calcio.

Così avrebbe potuto andare. Invece quel 6 marzo del 94 esordì nella Roma, guadagnando un rigore che Marchegiani parò a Giannini. Per la cronaca la Lazio vinse 1 a 0 e Totti cominciò la sua carriera. Con una sconfitta.

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AmorromA

Fermate monno sotto ar Cuppolone (A. Donati)

Roma è un concetto astratto.

Dire abito a Roma può voler dire tutto e niente, Può significare abito in una villa di inizio 900, immerso nel verde e lontano da rumori e smog, oppure in un monolocale al 15 piano di una palazzo fuori dalla tutela della legge dello stato italiano. Può voler dire essere ad un passo dal mare, oppure affacciarsi in mezzo alle montagne. Potrebbe voler dire essere immerso nei ruderi della potenza antica più grande che il mondo abbia mai visto, oppure stare in una casa abusiva costruita in un’ananomia periferia nata nel nulla. Dentro la circonferenza dei 70 chilometri del Grande Raccordo Anulare che la racchiude c’è tutto e il contrario di tutto. Persino lo Stato più piccolo del mondo e insieme, probabilmente, il più importante.

Essere romani è un concetto generico.

Un’idea indeterminata. Basta essere nati qui o sono necessarie le famose 7 generazioni? E’ sufficiente viverci o lavorarci, averci studiato o esserci stati per più di una volta? La grandezza di Roma è sempre stata quella di aver accolto tutti, di aver reso legionari anche gli abitanti di una qualche Pannonia qualsiasi. Tutti possono dirsi romani, perché in fondo nessuno potrebbe dirsi degno di una tale bellezza. Financo i tifosi della AS roma, usurpatori del nome della Capitale, possono dirsi romani. Basta bagnarsi i piedi sul biondo Tevere e automaticamente sei dei nostri. Anzi, de noantri.

Ma Roma è anche un nome palindromo.

Perché non è possibile amarla senza odiarla. Non è possibile non rimanere incantati di fronte alla Grande Bellezza e allo stesso tempo maledirla per i suoi orrori. La città più bella del mondo e insieme quella impossibile da viverci. Sporca, caotica, ingovernabile e insieme lirica, soave, eterna. Nobile e coatta, papalina e borgatara, burocratica e accogliente. Il luogo in cui non piove mai, ma in cui bastano due ore di pioggia per mandare in tilt. Il posto dove l’inverno dura tre giorni, dove l’estate non finisce mai, ma dove il ponentino riesce a farti respirare sempre. Se vai via ti manca, se resti ti avvelena. Ma è un veleno che non ti uccide, con il quale ti puoi rendere immune (quelli bravi direbbero che ci si può mitridatizzare) e che insieme ti rende dipendente e non ti lascia più andar via.

 

 

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Il contapassi secondo me è femmina

I cellulari hanno cambiato il nostro stile di vita. Hanno accorciato le distanze, dilatato i tempi e le possibilità, creato nuovi stili di vita e ci hanno reso dipendenti da tutta una serie di dati, informazioni, notizie di cui ora non potremmo più fare a meno, ma di cui fino a qualche anno fa neanche conoscevamo l’esistenza.

Insieme a tante possibilità obiettivamente utili, hanno arricchito (si fa per dire) le nostre giornate anche di tutta una serie di nuove preoccupazioni: quando andiamo in un posto potremmo ritrovarci a chiedere, “ma c’è campo?” oppure “la carica della batteria sarà sufficiente?”. Mai però avrei pensato di avere la curiosità di sapere quanti passi avevo fatto in quel giorno!

Perché forse voi non lo sapete, ma il nostro cellulare ci misura: il battito cardiaco, i passi giornalieri, la distanza percorsa, le calorie bruciate, il tempo di attività e quello di inattività. Non oso immaginare i più che sicuri futuri aggiornamenti in materia: probabilmente riusciremo a misurarci il colesterolo o la glicemia e un domani chissà, grazie al cellulare sapremo lo stato di salute della nostra prostata!

Ma quello che volevo dire è un’altra cosa. Questo sistema di controllo si azzera ogni giorno e riparte. Ieri hai camminato due ore? Bravo, ma oggi riparti da zero. Oggi sei stato stravaccato sul divano tutto il giorno? Tranquillo, domani potrai farti valere e raggiungere il tuo obiettivo giornaliero. La cancellazione del traguardo raggiunto e insieme la remissione dei peccati commessi può essere allo stesso tempo liberatorio o frustrante. Ma in fondo è una sorta di metafora della vita, volendo potremmo quasi considerarla una sorta di filosofia, un modo di affrontare la giornata. E fin qui tutto bene.

In realtà, lungi dal dimenticare, lui, il nostro inquietante compagno di vita, evidentemente carico di estrogeni peggio di una squadra di nuoto sinconizzato, tiene traccia di tutto. Fa finta di azzerare, ma in realtà non si scorda di niente! Anzi, mantiene in memoria ogni dettaglio, come la tua dolce metà che si ricorda com’era vestita tua cognata al matrimonio della figlia della sorella! Quanti giorni hai raggiunto l’obiettivo, quante volte hai toppato, il tuo traguardo massimo, la giornata migliore e quando meno te lo aspetti, tira fuori la statistica:

“Negli ultimi quattordici giorni hai superato l’obiettivo dei passi giornalieri 13 volte, il 92%. Puoi fare meglio“

Posso fare meglio? Ma come posso fare meglio? Ma mica sono un maratoneta! Insomma, come dice il vecchio proverbio, la mattina non importa se tua sia leone o gazzella, se stai nella giungla o in mezzo al mare. Non importa nemmeno se correrai come Husain Bolt o camminerai come Mosè nel deserto. In ogni caso, dai retta a me, qualche volta spegni il cellulare!