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Che ti regalo per i 50 anni?

E così siamo arrivati! 365 giorni dopo questo post, dove elencavo tutto quello che avrei voluto fare prima di oggi, ci siamo. Mi sa che ora mi toccherà anche aggiornare l’about del blog! Come era largamente prevedibile ho bucato gran parte dei dieci obiettivi che mi ero ripromesso di raggiungere: per la precisione, non ho giocato più partite, non ho letto più libri, non ho preso più metropolitana, non sono tornato in America (ma sono andato a Cuba), non sono andato a più concerti (a quello del Boss però sì!), non ho discernuto…discernito…non ho saputo discernere (tiè!) meglio le persone, non ho pubblicato un nuovo romanzo (a breve però…), ma in compenso ho continuato a scrivere post minchioni (e va be’, questo era facile) e posso dire di essermi abbastanza avvicinato a quello che avevo detto essere il vero obiettivo. No, non quello di fare la colonscopia, anche se sono molto soddisfatto di averla fatta perché per me era un po’ come affrontare il Ciciarampa. Se è per quello sono anche molto soddisfatto di aver rinnovato la patente. Infatti dopo i 50 i rinnovi vanno fatti ogni 5 anni. Quindi, avendolo fatto ai 49, anche solo per pochi mesi, mi vale per dieci anni. Un bella soddisfazione!

Ma per restare nella stretta attualità, tutti mi chiedono, cosa vorresti per regalo? A parte rispondere un gratta & Vinci con 500 mila euro, sono molto in difficoltà. Primo perché i regali mi piace molto più farli che riceverli. Secondo perché i regali che apprezzo di più sono i libri e i CD. Ma i CD nuovi decenti ormai sono sempre più rari, i libri li leggo praticamente solo su kindle e quindi ecco lì che davvero non so cosa rispondere. 50 anni però non è che si compiono tutti gli anni e quindi, per chi volesse proprio cimentarsi, ecco la lista dei regali che mi piacerebbe ricevere.

Una bussola per orientarsi per davvero. Non quello che ti dicono dov’è il nord. Diciamo la verità, ma chissene importa di dov’è il nord! Una bussola che ti indichi quando sarebbe meglio tacere e quando invece sarebbe meglio parlare. Un ago che indichi se sia meglio stare fermi o andare, che ti dica dove andare e con chi.

Un rilevatore di bugie. Un aggeggio che, appena qualcuno dice una bugia si illumina, oppure si mette a suonare. O magari fa una pernacchia. Immaginate che bello accenderlo davanti al telegiornale. O in ufficio, quando sei ad una riunione con i capi. Ovviamente ci vorrebbe un interruttore così da metterlo in stand by, perché a volte qualche bella bugia fa anche piacere.

Un metro per le persone. Non quelli in centimetri che servono a misurare quanto sei alto. Piuttosto un metro per capire quanto sia opportuno/sano/corretto/appropriato/utile avvicinarsi e quanto allontanarsi dagli altri.

Un raccoglitore di tempo. Una cosa tipo un registratore: stai vivendo un bel momento, tranquillo con gli amici, felice, con la persona che ami? E quello lì si mette a registrare. Poi più tardi ti metti comodo, schiacci un tasto, e te lo rivivi tutte le volte che vuoi. Poi potrebbe funzionare anche con il tasto FF (vai avanti veloce), per velocizzare i momenti noiosi. Questo sarebbe proprio un bel regalo.

Un trasformatore che converta le scoregge in palloncini colorati. Questo lo ammetto, sarebbe davvero un regalo un po’ naif. Però il mondo diventerebbe un posto più colorato. E anche meno puzzolente.

Una gomma da masticare autorigenerante. Premetto che io odio le gomme da masticare. Però, ad esempio contro l’alito cattivo, sono utili. Il problema è che appena le mangi sono buone, gustose, rinfrescanti. Ma dopo circa una quarantina di masticate, ecco lì che diventano stoppacciose, emerge prepotente la loro natura gommosa e diventano insopportabili. Se invece si rigenerassero, continuando ad essere morbide e succose per 4 o 5 ore, allora forse ricomincerei ad apprezzarle.

Un elimina rotturedicoglioni. Ancora devo immaginare come potrebbe funzionare. Tipo una pistola ad acqua: si presenta la rottura di minchioni tu spingi il grilletto, spruzzzzz e via, eliminata. Dai, non sarebbe mica male!

Un aspiratore di nuvole per far splendere il sole quando serve. Questo sarebbe davvero un bel regalo. Il giovedì sera calcetto? Ecco lì che a partire dal pomeriggio una bella aspiratina intorno al cielo nei dintorni del campo e giochi all’asciutto (che alla nostra età, non è che sia proprio salutare giocare sotto l’acqua). E vogliamo parlare dei fine settimana funestati dalle nuvole? Mai più.

Tornando all’obiettivo di 366 giorni fa, avevo detto che avrei voluto dare leggerezza ai pensieri e profondità ai sentimenti. Questo era l’obiettivo prima di arrivarci e resta l’obiettivo ora che sono arrivati. Ecco, il regalo più bello è il piccolo o grande aiuto che ognuno di voi mi vorrà dare per raggiungerlo. Senza dubbio il più bello ed il più gradito!

Se invece arrivate lunghi, proprio all’ultimo minuto, non sapete che fare, fra una bottiglia di amaro, la discografia completa di Raffaella Carrà o una scatola di cioccolatini, se posso scegliere, allora preferirei un biglietto aereo per Cuba. E fate sempre la vostra bella figura.

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Storia di un bambino triste e di un bambino felice

Gli adulti non capiscono mai niente da soli ed è una noia che i bambini siano sempre eternamente costretti a spiegar loro le cose (Saint Exupery)

E’ proprio vero. Noi adulti non capiamo mai niente da soli e avolte, per capire le cose bisogna risalire ai bambini.

C’era volta un bambino triste. In effetti non si sa con precisione se davvero fosse triste. Che un giorno però fosse stato bambino questo è certo. Il vostro narratore immagina fosse triste e probabilmente senza amore. Forse i genitori avevano altro da fare che stare appresso a lui. Forse non ce li aveva proprio i genitori. Chi lo sa. Sta di fatto che per quell’uomo che è diventato poi, certamente possiamo presumere che non ebbe un’infanzia felice.

E c’era una volta invece un bambino felice. Qui il vostro narratore può spingersi anche un po’ oltre. Può dirvi che quest’altro bambino aveva una bella famiglia, due genitori che gli volevano bene, tanti fratelli: un bell’ambiente insomma, dove questo bambino faceva grandi sogni, disegni meravigliosi, progetti importanti.

Il bambino triste diventò un uomo cattivo. Pensava che ogni cosa avesse un prezzo. E soprattutto pensava di dover comprare ogni cosa, perché nessuno gli aveva mai regalato nulla. Il problema però è che i soldi finiscono spesso prima delle cose che vogliamo.

Il bambino felice diventò un uomo buono. Continuava a sognare, ma soprattutto aveva imparato a disegnare i suoi sogni per renderli veri. Stava costruendo un progetto importante, regalando la sua vita agli altri, perché aveva capito che le cose più importanti in questa vita, non hanno prezzo e non le puoi comprare.

Era destino che si incontrassero. Chissà, fosse successo anni fa, il bambino felice avrebbe potuto cambiare il destino di quello triste. Anzi, ne sono sicuro. Ma in fondo ognuno è padrone del proprio destino. Si incontrarono da grandi ed il bambino triste, che era diventato un uomo cattivo, provò a comprare la felicità dell’uomo buono. Quando si accorse che non era possibile provò a distruggerlo, trascinandolo in basso, nel fango in cui lui era ormai sommerso.

L’uomo buono finì sulla bocca di tutti, persino sui giornali, perché si sa, la calunnia è un venticello che fa presto a diventare burrasca, tornado che abbatte e fa cadere i miti. E purtroppo la gente perdona molte cose, ma raramente la felicità altrui. C’è un diabolico cupio dissolvi a vedere infangato chi vuole realizzare i propri sogni, chi ha imparato a renderli concreti. L’uomo buono non capiva come fosse possibile: non riusciva a spiegarsi il perché, tutto quell’odio, quella diffidenza. Non era più il bambino felice di un tempo, ma tenne la barra dritta, confidando che la verità prima o poi sarebbe venuta fuori.

Questa storia potrebbe anche finire qui. Perché quello che successe dopo non ne cambiò il finale. Ovviamente arrivò il giorno in cui la verità venne fuori. E ovviamente tutte le bugie furono smascherate e tutte le menzogne e le cattiverie sull’uomo buono si sciolsero come neve al sole. I giornali, che avevano sbattuto la notizia in prima pagina, dedicarono alla smentita giusto una scarna mezza paginetta. Ma anche questo sarebbe stato facile prevederlo. La verità cambiò poco l’esito della storia, perché in realtà chi l’aveva conosciuto veramente, non aveva mai avuto dubbi su di lui, nemmeno per un istante. Sembra un paradosso, ma la verità aggiunge poco all’uomo buono. Perché come dice San Paolo, il giusto vivrà per fede. Io però ho una speranza: se non è servita all’uomo, che almeno serva al bambino, per farlo tornare a disegnare i suoi sogni felice.

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L’Accidia

E così siamo giunti all’ultimo episodio di questa chiacchierata con Tiffany e come tradizione vuole, abbiamo lasciato il dolce per ultimo…il dolce far niente, ovviamente!

Lui. Partiamo da un presupposto inoppugnabile: il primo uomo pigro della storia inventò la ruota. Su questo nessuno potrà contraddirmi. Dovessimo fare una classifica, certamente quest’ultimo vizio capitale è quello a cui proprio non riesco a resistere. D’altra parte, come ho detto illustrando gli altri, forse è anche quello che mi salva dagli altri 6! Sono troppo pigro per arrabbiarmi o per dedicarmi alla lussuria, per abbandonarmi alla gola o all’invidia.

Lei. Frasi must, presenti all’appello come il prezzemolo: “Lo faccio dopo” o – variante ancora più svogliata – “Domani chiamo”. Dovrebbero chiamarlo doMAI, non domani; potremmo suggerirlo all’Accademia della Crusca, in effetti. Le cose che non mi va di fare, sono un milione. Mi impigrisco solo al pensiero di digitare quei numeretti o di controllare quella cosa. Non mi va di lavarmi i denti dopo pranzo a lavoro, mi prende un’indolenza che neanche il bradipo nei periodi invernali; quando la sera metto le natiche su quei cuscini morbidi in sala vorrei che si fermasse il mondo. Anzi, vorrei che arrivasse qualcuno a infilarmi il pigiama e nel letto. Dove sta scritto che solo i bimbi debbano essere dei privilegiati? Potrebbe essere un nuovo lavoro; dopo i reggi-cappotto alle star, i metti-a-nanna gli apatici.

Lui. In effetti poi, essendo naturalmente contraddittorio, sviluppo delle forme di frenesia che apparentemente sono l’opposto della pigrizia. Adoro alzarmi presto la mattina. Fatemi stare chiuso in casa nel week end e divento idrofobo. Essere pigri ha lo svantaggio che hai la sensazione di perderti un sacco di cose. Poi magari non è così, però a volte mi prende quest’ansia di fare che confligge con la mia consueta cultura dell’ozio.

Lei Anche a me acchiappano delle botte di adrenalina da guinness dei privati, anzi spesso pensano che sia questo il mio lato dominante. Mi piace: correre la mattina alle 7, stare per ore in giro all’aria aperta, organizzare feste con 1000 persone (naturalmente non cucino io), salire sugli aerei e dimenticare chi sono per qualche giorno. La mia è Pelle di plaid avvolgente incastonata in divano confortevole, ma il sangue é sangria con vodka e cannella, tendente al giallo ocra-bollicine-di-champagne. Un bel casino davvero.

Lui. Questi risvegli dall’ozio a volte mi prendono leggendo i CV di persone famose, ministri, capitani di industria, premi Nobel, che hanno la mia stessa età, o anche più piccoli. Allora capita di chiedermi: ma mentre questi diventavano amministratori delegati o presidenti del consiglio, io, a parte scrivere post minchioni sul blog, che stavo a fa? A Rò, non sarà ora che te dai ‘na svejata? Poi in fondo mi dico, che (in modo un po’ più serio di quanto abbia trattato l’argomento qualche post addietro) è sempre una questione di priorità. E allora diciamo che la mia innata pigrizia a volte può essere stata una pi – grazia, perché mi ha permesso di scegliere le cose veramente importanti, facendomi dedicare a quelle, trascurandone altre. Le mie priorità non sono quelle che il mondo, la persone, la società ritiene tali? Pazienza! Me ne farò una ragione. In conclusione di questa scorribanda lungo i sette vizi, per quanto mi riguarda, sono sempre più dell’idea che ormai prossimo alla fatidica soglia dei cinquanta, amici miei cari, questo sono, con i miei vizi e le mie virtù. Difficilmente si migliora. Piuttosto, quello che non bisogna mai smettere di provare, è essere la migliore versione di se stessi!

Lei. Ciò non toglie che io sia una vera fan dell’ozio, Lentezza e noia per me sono i motori della creatività. Ricordo ancora quei pomeriggi di bambina in cui i minuti scorrevano lenti e inventavamo giochi che Mattel scanzate. Quando invece vedo oggi quei poveri ragazzini che passano dal basket al piano al teatro prende a me l’attacco di panico! Che poi neanche io riesco ad annoiarmi più di tanto ormai, nei momenti morti fisso il cellulare, mi metto su fb, cazzeggio su wapp.. e mi perdo i momenti migliori. Ed è per questo che vi consiglio questo libro, che ho adorato e mi sono ripromessa di rileggere ogni tanto. Perché “l’arte del dolce far niente altro non è se non l’arte di vivere”.

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La stanza di Tula

Nel quartiere la Cachimba si è creato un gran casino 
Sono venuti i pompieri con le loro campane e le loro sirene 
Ahi mamma, che è successo? 
La stanza di Tula ha preso fuoco 
Si è addormentata e non ha spento la candela 
Chiamate Ibrahim Ferrer, chiamate i pompieri! 
Credo che Tula non vuole che le spengano il fuoco 

Tula stava soffocando dal caldo nella sua stanza al primo piano. L’Avana in quel fine agosto del 59 era una fornace di giorno ed un pozzo umido di notte. Julian era scivolato via dal suo letto mentre lei ancora dormiva. Non era ancora l’alba, ma lei era già sveglia. Da quando passava le notti con lui non dormiva quasi più.

Arrivava appena lei aveva preso sonno, in quell’ora più corta dove non è più giorno e non è ancora notte. In quell’ora in cui le ombre sono più lunghe e i contorni indefiniti. Arrivava come un vento leggero e si infilava nelle pieghe delle lenzuola e poi fra le sue braccia, nei seni, fra le gambe. Partiva una musica, prima appena accennata, sommessa poi via via prendeva ritmo, più forte, sempre di più, di più, diventava un onda e allora partiva anche la danza ed insieme si riaccendeva la fiamma. Come una candela, poi un’altra e ancora una e un’altra ancora e il caldo aumentava e il sudore scendeva dalla fronte, nelle braccia, tutto il corpo era bagnato e bollente.

Tula era sommersa, avvolta e trascinata via. Non sentiva più nulla, solo la musica e il caldo, sempre più forte, sempre più avvolgente. Non sentiva più le malelingue, che le dicevano che ormai si era spenta, che ormai era vecchia, che era inutile sognare, che doveva arrendersi.

Dio se lui potesse restare, se insieme potessero costruire un futuro diverso, fatto di giorni oltre che di notti. Se si fossero incontrati prima, se fossero stati più giovani. Chissà come avrebbe potuto essere se lui non avesse avuto un’altra casa, un’altra famiglia. Da quando passava le notti con lui, il futuro poteva anche sembrare più complicato, ma il mondo era certamente un posto più bello. Chissà come avrebbe potuto essere se lui non fosse morto trent’anni prima. Ma intanto la fiamma cresceva, si alimentava, bruciava, tutto bruciava e soprattutto Tuna, che non voleva più essere spenta. Mai, mai più.

 

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Le dieci cose che succederanno dopo il referendum

Vigilia del voto, giorno di silenzio non si dovrebbe fare campagna elettorale. E quindi io, da buon minchione, mi limito a fornirvi gli scenari palusibili (!) su ciò che accadrà dopo la consultazione referendaria. Ecco su per giù quello che succederà.

Se vince il Sì

  • Renzi sposterà la capitale a Firenze, dichiarerà la Finocchiona patrimonio dell’Unesco, assegnerà lo scudetto alla Fiorentina, romperà i rapporti diplomatici con gli Usa finché la Marvel non cambierà il colore di Hulk da verde a viola e infine proclamerà la Boschi Miss Italia ad honorem.
  • Poi farà un accordo con il Vaticano per cui anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto donne di una certa età, con taglie forti, che sono segretarie della CGIL e hanno nomi che iniziano con la S.
  • Quindi scenderà a patti con le democrazie plutocratiche (ed il complotto giudaico massonico) e gli regalerà il Molise, che così diventerà il più grande costruttore di scie chimiche del mondo. Ma tanto il Molise non esiste.
  • Di seguito stabilirà che il Senato verrà eletto con le figurine del Risiko e i futuri senatori pagati con i soldi del Monopoli. In compenso però i senatori potranno assistere ai lavori nei cantieri delle metropolitane e avranno un parcheggio dedicato all’Ikea di Porte di Roma.
  • Infine, in ossequio ai poteri forti forti forti, introdurrà il Braccio di Ferro come prova dell’esame di maturità.

Se vince il No

  • Grillo, rimettendosi l’imbuto in testa, a cavallo del suo destriero, si autopraclamerà imperatore del Sacro Genovese Impero e liberalizzerà rutti e scuregge, come forme di protesta contro la casta.
  • Berlusconi proporrà di reintrodurre lo ius prime noctis, non contro ma piuttosto insieme alla casta. Ma anche insieme alla zozzona.
  • Gasparri esulterà così forte che gli usciranno le emorroidi, ma insieme gli si addrizzeranno gli occhi e guardandosi allo specchio per la prima volta si metterà così paura che comincerà a balbettare per il resto dei suoi giorni.
  • Salvini sarà così contento che farà il bagno nudo in una vasca di tavernello. Una volta uscito, camminando come un’oca ubriaca, dopo aver attaccato una caccola sul cappotto di Renzi, rivelerà al mondo il suo amore per Luciana Turina, la sua passione per le zucchine alla scapece e le sue origini abruzzesi.
  • D’Alema proverà a dire qualcosa di sinistra, ma morirà strozzato dal tentativo. Al ché Grillo, sceso dal destriero infilandogli l’imbuto in testa lo riporterà in vita. D’Alema si risveglierà con i capelli bianchi e credendosi Shel Shapiro, diventerà vegano e finirà a fare concertini nei locale di Gallipoli.

E ora buon voto a tutti!

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Questioni di priorità

Lo so, lo so…più e più volte vi ho detto che non mi piacciono le alternative nette, le scelte che escludono. Sono molto più per l’et et che per l’aut aut. Ho ripetuto spesso che quando una domanda ti fa scegliere uno per escludere l’altro, non c’è una risposta giusta, ma una domanda sbagliata. E però a volte non si può proprio fare altrimenti. A volte la vita ti mette davanti ad un bivio. E lì scopri quali sono le tue priorità, quali sono le cose davvero importanti, quelle che contano veramente: la carriera o la famiglia, i soldi o gli affetti, il gelato o la grappa. E’ ovvio, lo ribadisco, dovremmo provare sempre a mediare, dovremmo cercare la coincidentia oppositorum. Perché spesso non c’è una strada giusta ed una sbagliata, spesso è solo la nostra mancanza di inventiva che ci fa arrendere a scegliere una delle due.

Ma a volte invece non si può proprio fare altrimenti. Sceglierle entrambe non è possibile, devi dare la priorità alle cose a cui tieni sul serio.

Domenica c’è il referendum. E c’è il derby. Se arrivasse il famoso genio della lampada e dicesse scegli! Hai questa alternativa, o l’uno o l’altro. Tu che preferiresti? Vincere con tre goal di scarto o su autogoal all’ultimo minuto?

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L’ira

Ritornano i dialoghi con la splendida Tiffany per la penultima puntata del nostro viaggio intorno ai 7 vizi capitali. Oggi si parla di quando le cose non vanno come vorremmo e quindi…ci si incazza!
Lei. Iracondo. Fremebondo. Furibondo. Saranno tutti questi Ondo, ma a me i personaggi arrabbiati con il mOndo  mettono ansia.Turbano il mio Karma, agitano le mie placide giornate. Non solo non sono un un tipo rabbioso, ma cerco di non circondarmi di persone presunti tali. Sono tossiche per me, che millanto il “Chi se ne fott” come panacea di qualsiasi male.
Lui. Non mi piace arrabbiarmi. E’ proprio una cosa che faccio controvoglia. Ma non so se per bontà o semplicemente per quieto vivere. Sicuramente un vantaggio che ho è quello di avere una memoria corta: mi arrabbio raramente e quando mi arrabbio mi passa subito. Ma soprattutto non riesco a portare rancore. E anche qui mi domando se sia per bontà o forse semplicemente perché ho la memoria corta.
Lei. Generalmente io litigo da sola, nella mia mente. Tu mi fai arrabbiare, io inizio un brillante dialogo nella mia testa in cui ti espongo tutte le mie ragioni e le tue debolezze e immagino le contestazioni, in una ricostruzione densa di particolari e descrizioni minuziose degne di Flaubert. Naturalmente la mia potenza dialettica prevale, così come le mie argomentazioni [d’altronde, sono io la regista] e quindi quando poi ti incontro di nuovo per me è tutto finito, amici come prima. Passo per una persona estremamente paciosa, ma la verità è che abbiamo già chiarito, solo che tu non lo sai.
Lui. In ogni caso davvero è molto difficile farmi arrabbiare. E forse non è un paradosso che i due che ci riescono meglio (sia come quantità di volte che qualità di incazzatura) sono mio padre e mio figlio. Quel vecchio saggio del mio fratellino a questo punto direbbe, perché sono le due persone che più mi somigliano. E in parte è vero. Quando rivedo in loro le cavolate che faccio (o dico, o penso), tendo un po’ a perdere le pazienza. Con tutti gli altri invece ho questa propensione a trovare giustificazioni, a cercare di mettermi dal loro punto di vista. ma non è sempre la cosa più giusta da fare.
Lei. Diversa è l’ira, secondo me, è qualcosa di più forte della semplice incazzatura. Se riesci a portare lo scontro fino a quel punto di non ritorno, allora ti do un consiglio spassionato: scappa. Fidati, te lo dico io, non è un bello spettacolo vedermi inviperita. L’ira funesta di Tiffany è proverbiale, in grado di causare danni da scala Mercalli magnitudo 9. Tifoni di parole che colpiscono come fendenti, una pioggia alluvionale di brutti ricordi e abitudini risalenti fino al Paleolitico, assemblati con poca grazia e tanta decisione. Poche donne dimenticano veramente; il genere femminile tendenzialmente “accantona”, per poi rilasciare con veemenza al momento giusto. Io sono un campione dell’esagerazione in materia. Salvo poi pentirmi il secondo dopo per cotanta rabbia. Rovina il sonno, fa venire le rughe e – quasi sempre – non ne vale la pena.
Lui. In conclusione quindi posso tranquillamente affermare che se escludiamo le persone che provano ad intrufolarsi quando sono in fila, quelle che fanno scorrettezze in macchina, gli arroganti che vorrebbero spiegarti come va il mondo, i politici populisti che si accaparrano il consenso mentendo sapendo di mentire, le persone che non si lavano, i miei figli quando finiscono la carta igienica e non mettono il rotolo nuovo, le domeniche quando la Lazio perde, le volte che a Roma piove e il traffico impazzisce, quando gioco il picchetto azzecco tutti i risultati tranne uno, io sono proprio una persona tranquilla che non si arrabbia mai.
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Fidel de corazòn

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Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminando gioiosi verso l’avvenire. (Ernesto Guevara)

Com’è strana la vita. Lotti per un obiettivo, spendi tutto te stesso, contro tutti, contro la logica, contro il buon senso, rischi la vita, quella dei tuoi cari e alla fine raggiungi il tuo obiettivo. Ma la lotta non finisce, anzi i nemici diventano più forti, più numerosi, tu però non ti arrendi. Vuoi fare del bene, sai di essere nel giusto, non vuoi nulla per te stesso, rifiuti ogni privilegio, rimani uno come gli altri. Il tempo passa e quello che hai costruito sembra non stare al passo con i cambiamenti, ma tu insisti, rimani solo contro tutti. Solo la tua gente è con te, perché loro, tutti loro, sono i tuoi figli e tu ti prenderai cura di loro.

Ma prorpio come ai figli, a che serve avergli dato l’istruzione, se poi non possono avere una loro opinione? Che serve aver curato le loro malattie, se non lasci loro la libertà di sbagliare? Hai preservato i tuoi figli, li hai difesi sempre, nella tua terra non c’è un’arma, non c’è droga, ma tutto questo che senso ha se non gli lasci la possibilità di scegliere? E tu, che hai sempre lottato per liberare le persone, finisci per sembrare un tiranno, tu rivoluzionario passi per dittatore.

Voi mi condannate, ma la storia mi assolverà“. Io penso che, come spesso ti capitava, avevi ragione: come quando 40 anni fa immaginasti un presidente degli Usa nero e un papa sudamericano. La storia ristabilirà la verità. Perché la storia non finisce certo oggi. Che la terra ti sia lieve e tu possa riposare in pace, nel paradiso degli eroi.

Si dovrebbe poter comprendere che le cose sono senza speranza ed essere tuttavia decisi a cambiarle (F. Scott Fitzgerald)

 

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Taxi 1729

La scorsa settimana sono stato ad un convegno in cui, fra gli altri, sono intervenuti i rappresentanti di una società di comunicazione di Torino con uno strano nome: taxi 1729. Introducendo il loro intervento hanno accennato che il nome faceva riferimento ad un particolare episodio legato in qualche modo alla matematica, ma non hanno aggiunto altro. La cosa ovviamente ha scatenato la mia incurabile curiosità e così (grazie Wikipedia!) posso raccontarvi questa storia molto singolare.

Tutto nasce dall’amicizia fra Godfrey Harold Hardy e Ramanujan Srinivasa: il primo è un ricco nobile inglese il secondo un povero bramino indiano. L’unica cosa che li unisce è una passione sfrenata per la matematica. Sono due geni, in particolare l’indiano, che fin da piccolo dimostra un talento davvero straordinario. Si racconta un particolare episodio che li riguarda: Hardy andò a trovare in ospedale Ramanujan (che infatti morì molto giovane, forse di tubercolosi, forse di un’altra malattia infettiva) e facendo quelle classiche conversazioni per riempire il tempo gli raccontò che il taxi che lo aveva portato lì, era il 1729, un numero insignificante. “Invece è un numero molto interessante” gli replicò Ramanujan “è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi: 1729 = 10³ + 9³, 1729 = 12³ + 1³”Da allora il numero 1729 è diventato un numero fondamentale in matematica, chiamato appunto numero Taxi-cab, oppure di Hardy-Ramanujan.

Non ho le conoscenze specifiche per confermarvi che effettivamente questa cosa possa aver in qualche modo rivoluzionato la matematica contemporanea: se mi aveste chiesto che so, dell’appercezione trascendentale di Kant o della intuizione eidetica di Husserl, avrei sicuramente saputo dirvi qualcosa in più. Ma su questo fatidico 1729 non avrei molto altro da aggiungere. Però sono stato proprio contento di aver seguito la mia vena da scimmia curiosa, per almeno due motivi.

Il primo è la storia di questo povero bramino indiano, che riesce a tirarsi fuori dal contesto poverissimo in cui nasce e seguendo il suo genio arriva fino al Trinity College di Londra e diventa il più grande matematico indiano. Tutto questo alla fine dell’800, senza telefono, internet e altri mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione oggi. E voi mi direte, va be’, ma se uno è un genio alla fine emerge.

E qui nasce l’altro motivo per cui secondo me vale la pena raccontare questa storia. Quanti fra noi si sentono 1729? Quanti pensano di essere numeri comuni, insignificanti, diversi, ma allo stesso tempo uguali a milioni di altri? Invece no! Ognuno di noi è l’insieme di calcoli e di operazioni più o meno complicate. Dentro di noi ci sono divisioni, moltiplicazioni, radici quadrate e potenze, equazioni e tangenti. Neanche noi stessi le conosciamo fino in fondo. Anzi, per capirle spesso c’è bisogno dell’intuizione di qualcuno. Di qualcuno che sappia leggere fra le righe, che sappia trovare collegamenti e vedere connessioni al di là dei semplici numeri. Qualcuno che non aggiunga e non tolga nulla, semplicemente riesca a ricomporre i numeri, svelando le proprietà uniche che ognuno di noi ha dentro di sé.

Questa storia ci racconta che per emergere non è necessario essere un genio. Basta un insignificante millesettecentoventinove qualsiasi.

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