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La prima cosa bella

“Come stare fuori dal tempo, quando fuori è mattina presto…”

I ricordi sono una materia fluida, spesso non coerente, difficilmente catalogabile in maniera defintiva. A volte mentre viviamo certe situazione non ci rendiamo conto di quanto siano belle, di quanto siamo stati felici a viverle. Poi nel rievocarle possono assumere sfumature inaspettate, quasi sconosciute: forse solo il fatto di averle vissute in altre età, con certe persone che non ci sono più, in situazioni differenti da quelle attuali, ce le rende più belle. Ci fa dare un peso diverso a certi particolari che mentre li abbiamo vissuti sembravano insignificanti, ma ora, a distanza di tempo, chissà perché ci sembrano fondamentali.

E così con i sapori delle cose mangiate da bambini, con le vacanze fatte da adolescenti, con le musiche ascoltate in certi determinati anni. Di fronte alla bellezze passate il presente difficilmente regge il paragone. Ma perché è così? Solo perché siamo intrinsecamente nostalgici o c’è qualcha altra ragione?

Guardando i miei figli adolescenti mi rendo conto che, esattamente come facevo io, alla loro età sei troppo preso a vivere per riflettere cosa sta vivendo. Sei troppo indaffarato a non perderti neanche un minuto, un’occasione, una possibilità, per avere anche il tempo di fermarti a pensare quanto siano belle. Ma è anche giusto che sia così, non gliene faccio una colpa. Ed è inutile spingerli a riflettere su questa cosa. Del tutto inutile.

La verità è che l’autocoscienza della felicità si impara vivendo. Sia che tu l’abbia raggiunta e poi persa, sia che ce l’abbia ancora affianco a te, sia che invece tu non l’abbia ancora colta fino in fondo, in ogni caso è difficile vivere la percezione profonda della felicità nel presente. Eppure dovremmo imparare a farlo. Tutti. Al più presto!

Per questo dico spesso che la felicità, o meglio la sua ricerca, è sopravvalutata. Perché rischia seriamente di non far cogliere le situazioni presenti e di allontanare sempre più quell’autocoscienza, magari facendoci nascondere dentro i ricordi, ricercando lì quello che non ci sembra avere qui e oggi. Ma se ci fermiamo un attimo a pensare, dobbiamo ammettere che se ci sembra bella perfino Semplice di Gianni Togni, allora tra trent’anni ci sembrerà accettabile anche la scimmia che balla di Gabbani. Ma allora perché aspettare? Perché non provare ad essere felici oggi, qui e ora? In fondo, aveva ragione Togni…è semplice.

 

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Aridatece il Minculpop!

Ieri mi sono avventurato in una discussione su FB prendendo spunto da questo articolo di Repubblica, “La pedofilia come salvezza. Il romanzo inaccettabile di Walter Siti”. Premetto che non ho letto il libro, né tanto meno mi è venuta voglia di leggerlo. Da quello che emerge dall’articolo però sembra proprio che nel romanzo si dia una qualche paradossale giustificazione della pedofilia. Ripeto, non ho letto il libro, quindi magari non è così e in realtà la giornalista che ha scritto l’articolo ha completamente travisato il messaggio dell’autore. Diamo per buono che invece l’interpretazione sia esatta.

Le persone con cui mi sono trovato a discutere sostenavano, con una certa determinazione, che l’arte non deve avere nessun limite o censura e che quindi sia libera di esaltare la pedofilia o qualsiasi altra atrocità, proprio perché non ha funzioni educativo o etiche. Un po’ quello che si diceva di Charlei Ebdò e della necessità di non mettere vincoli alla satirà, in quanto libera espressione. Oppure sull’impossibilità di limitare la libertà di bufale che girano sul web

Libertà di espressione! E’ vero, l’arte esprime il bello (o il brutto), non il bene (o il male) o il giusto, non dovrebbe quindi essere giudicata da altri canoni che non siano quelli estetici. Ma come forma di espressione è giusto che non debba rispondere a null’altro? Secondo questa tesi scrivere un trattato scientifico o politico in cui si giustifica la supremazia di una razza su un’altra sarebbe da contrastare, invece un romanzo o un quadro che esalti la pedofilia sarebbe accettabile.

Ma un par di palle! Io non sono per niente d’accordo. L’arte, come qualsiasi altra forma di espressione, è libera e tale deve restare. Ma questa libertà finisce dove inizia la libertà altrui. E inneggiare al nazismo o alla pedofilia, che tu lo faccia con un quadro, con un romanzo o con un trattato pseudoscientifico per me è esattamente la stessa cosa.

Chi stabilisce questo limite? Vuoi ricreare il Minculpop? A parte che tutto sommato…(!), ma certo non può essere quella la soluzione. E allora, visto che il comune sentire si è così imbarbarito da accettare una rivista satirica che si prende gioco dei morti o un romanzo che giustifica la pedofilia, come, o meglio chi, deve stabilire questo confine?

Io non ce l’ho una risposta. Mi piacerebbe tanto averla, ma non ce l’ho. So solo che in questo periodo, grazie al kindle sono tornato a leggere in media 3 libri al mese, 36 l’anno. Visti i miglioramenti della medicina, se non mi viene l’Alzheimer e se non divento cieco prima, diciamo che un’altra cinquantina d’anni di letture potrei anche averli. Fanno 1800 libri. Senza dubbio troppo pochi rispetto a quelli che vorrei leggere e rispetto a quelli che meriterebbero di essere letti.

Quindi caro il mio Walter Siti non so chi avrebbe dovuto impedirti di scrivere queste oscenità. Una cosa però la so. Non farai parte di questi milleottocento.

 

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Già che sei in piedi, lavi anche la frutta? Ovvero, fenomenologia dell’orgoglione

Può succedere a volte che ci si senta pieni di entusiasmo e di voglia di fare. Sono fasi transitorie, a volte basta il tempo del passaggio di una nuvola, conti fino a dieci e volano via. A volte però questa voglia si fa inspiegabilmente ed irrazionalmente insistente. Diventa quasi un bisogno fisico. Come una specie di irrefrenabile prurito, la voglia di fare prende il sopravvento. E tu non puoi non seguirla.

Può capitare che questa voglia si mascheri sotto mentite spoglie come un qualcosa di conveniente. Pensi che sia una buona idea e ti lanci. La professoressa chiede chi vuole farsi interrogare e tu alzi la mano, convinto di essere preparatissimo. In ufficio il capo chiede chi vuole coprire il turno della sera e tu ti fai avanti sperando così di fare carriera. Pensi ad un tornaconto. Vuoi fare bella impressione.

Altre volte invece la maschera che assume è quella dell’alto ideale. Vuoi dare di te un’idea diversa. Vuoi fare l’eroe, partire volontario al fronte contro il nemico, vuoi dimostrare, prima di tutto a te stesso, che non sei lì a fare calcoli di piccolo cabotaggio, che non hai paura di esporti, di metterti davanti agli altri, faccia a faccia con le difficoltà. O forse vuoi fare colpo con quella del primo banco (la più carina, la più cretina, cretino tu…). Ecco, aveva ragione Venditti! Cretino tu!

Ma chi te lo fa fare! Ma cosa vai a pensare! Tanto quella lì, non te la dà lo stesso. E poi lo sai che succede? Quando dai un dito ti prendono un braccio. Quando per una volta ti rendi disponibile, la prossima la daranno per scontata. Ma soprattutto, quando hai fatto trenta ti chiederanno trentuno. Ci sarà sempre un uno in più da fare.

Ecco perché non devi pensare alle conseguenze. Vuoi fare una cosa? Falla. Ma senza pensare a nulla in cambio. E non ti credere che qualcuno ti dirà bravo. Anzi! Sarà praticamente certo che supererai quel labile confine che c’è fra il buono e l’ingenuo, fra il disponibile e il cojone. Almeno sii un cojone consapevole di quello che fa, anzi orgoglioso di quello che fa. Un orgoglione.

E se per caso, in mezzo alla cena ti alzi da tavola per prendere l’acqua, sta tranquillo che qualcuno, mentre stai per sederti nuovamente, dirà con finta nonchalance “già che sei in piedi, perché non lavi anche la frutta?”

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There Will Be The Time

Ci sarà tempo per ripensare alle scelte sbagliate, alle alterne fortune, ai colpi della sorte e ai sentieri interrotti sul nascere. Ai silenzi delle parole non dette e alle cattiverie di quelle dette di troppo, ai troppo e ai troppo poco.

Ci sarà tempo per arrabbiarsi con se stessi per l’incapacità di capire la situazione, di cogliere l’opportunità, di comprendere quello che ci stavano dicendo, di prendere l’ombrello prima di uscire di casa.

Ci sarà tempo per immaginare cosa sarebbe stato se non avessimo dato ascolto alla prudenza e se avessimo seguito gli entusiasmi. Se avessimo dormito un’ora in meno o se avessimo bevuto un bicchiere in più.

Ci sarà tempo per rimpiangere la grinta lasciata da parte, l’aver dato ascolto alla pigrizia e aver ignorato la voglia di cambiare le cose. Il non aver dato libero sfogo alla giusta indignazione di fronte ai torti e alle prepotenze.

Ci sarà tempo per pensare diversamente. Ora è tempo di vivere (ascoltando questa in sottofondo)

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Consigli di lettura non richiesti / 15. Brizzi – Fast

E’ arrivata la primavera! Le giornate si allungano, le allergie impazzano e la mattina per alzarmi dal letto ci vogliono le cannonate. Però, seppure Morfeo ci vorrebbe ancora avvinghiati al cuscino sotto le lenzuola, c’è sempre un buon motivo per alzarsi. Per esempio la voglia di continuare il libro lasciato a metà la sera prima!

Sarà questo clima che volge al bello, sarà che la vita di tutti i giorni non ci fa mancare guai e rotture varie, per questa volta, contravvenendo la tradizione, vi suggerisco due libri abbastanza leggeri. Due letture spensierate, ma non per questo meno coinvolgenti e stimolanti.

Il primo consiglio va al primo volume della saga della famiglia Lavette “Il vento di San Francisco” di Howard Fast. Uno scrittore con una storia travagliata, autore di moltissimi romanzi da cui furono tratti anche kolossal cinematografici (su tutti Spartacus con K. Douglas), ma caduto in disgrazia per le sue idee comuniste. L’America maccartista non perdonava certe simpatie e così di lui si persero le tracce. Gran peccato, perché  ad esempio la storia di questa famiglia di emigrati italo francesi è invece un vero gioiello. In italiano sono stati tradotti per il momento solo i primi due capitoli, ma spero proprio che a breve rendano disponibili anche gli altri.

Sulla storia non mi dilungo: attraverso i personaggi si rivive l’America di inizio 900, la prima guerra mondiale, fino al crollo di Wall Street. Grandi successi e clamorose sconfitte, l’ascesa inarrestabile di immigrati italiani, cinesi, ebrei che dal nulla costruiscono un impero finanziario e lo vedono poi crollare altrettanto repentinamente. Senza però arrendersi mai, anzi gettando le basi per un nuovo riscatto.

Il secondo suggerimento è per “Il matrimonio di mio fratello” di Enrico Brizzi. Di questo autore avevo letto anni fa “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” e mi era piaciuto. Questo nuovo romanzo è più maturo e ben articolato. Attraverso il racconto del protagonista si rivivono gli ultimi 40 anni di storia italiana: mi sono ritrovato nelle vicende adolescenziali degli anni 80, anche se Bologna (dov’è ambientato) non è Roma, ma certe dinamiche sono assolutamente le stesse. E poi lungo le storie familiari intrecciate a tangentopoli e all’ascesa burlesconiana, si rivivono fatti, situazioni, circostanze che abbiamo passato in questi anni.

La storia di questo fratello citato nel titolo, con i suoi eccessi, le sue vittorie e le rovinose cadute, fa da filo conduttore per raccontare l’Italia a cavallo del nuovo secolo fino ai giorni nostri (molto divertente e assolutamente condivisibile l’effetto Facebook, che nel bene e nel male ha cambiato radicalmente usi e costumi di moltissime persone, anche le più insospettabili). Il finale è quello che tutti si aspettano, ma nonostante questo non è scontato e lascia comunque la voglia di continuare a seguire la storia dei protagonisti. Per far questo però bisognerà aspettare che passi qualche anno!

Buona lettura!

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Lanciatori di coriandoli uniamoci!

Passano gli anni e tante cose non sono più quelle di una volta. Si cambia, si evolve. Ma fra le tante cose che non cambiano, una cosa che non tradisce, è il mio fisico da lanciatore di coriandoli. Basta uno sbalzo di temperatura, il giusto mix tra primi caldi e repentine rinfrescate ed eccomi qui con qualche linea di febbre a tossire come un vecchio tabagista, con la gola in fiamme e il naso più otturato di un lavandino rotto.

Eppure qualcosa in realtà è cambiato, perché in effetti, se c’è una cosa che rimpiango dell’infanzia, è quello stato di sospensione del mondo che entrava in vigore a casa mia appena il mercurio superava la soglia del 37. Neanche a dirlo, il giudice supremo che decretava questo stato di cose era mia madre. Mio fratello ed io eravamo esentati da qualsiasi cosa. Anzi, eravamo costretti a letto, da dove potevamo alzarci esclusivamente per andare in bagno (anche se a dire il vero ho raccapriccianti ricordi di vasini in stanza….). Persino i pasti si svolgevano a letto grazie a uno scomodissimo vassoio che inevitabilmente lasciava le lenzuola pieno di briciole e altri resti vari.

Giornate passate a leggere fumetti dalla mattina alla sera, scandite da rituali sempre uguali. E finché la febbre non spariva pensare di rimettersi in piedi era assolutamente impensabile. La cosa più terribile però era la notte, perché inevitabilmente facevo lo stesso incubo. Un castello in montagna ed io che correvo inseguito da chissà cosa o chissà chi e poi precipitavo nel vuoto. Risvegliarsi nel proprio letto a quel punto era la sensazione più bella del mondo.

Fanciulle care, è inutile che ora rompete le scatole ed ironizzate sul fatto che un 37 e 1 a noi maschietti ci lascia dolenti neanche avessimo scalato l’Everest in costume da bagno. La colpa è la vostra! Prima ci abituate così, poi che pretendete?

And I’m on my way, I still remember
Those old country lanes
When we did not know the answers
And I miss the way you make me feel, it’s real
We watched the sunset over the castle on the hill
Over the castle on the hill
Over the castle on the hill

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Non è necessariamente così

Ho letto parecchi commenti sulla terribile vicenda di Alatri, dove una rissa nata per chissà quali motivi ha portato alla morte di un ragazzo di ventanni. Il branco contro il singolo, la noia della provincia senza valori, la droga e l’alcol, la mancanza di controlli da parte dello Stato, ognuno ha provato a spiegare, a dare e darsi una ragione.

La cosa più terribile quando succedono tragedie come queste, è infatti il non trovare una ragione. Ci dev’essere un motivo, seppure stupido, seppure aberrante. Per questo si arriva anche ad inventarsene uno, come la presunta nazionalità albanese degli aggressori, poi smentita dai fatti. Oppure ci si arrende dietro alla constatazione che fatti come questi siano sempre accaduti e che di fornte alla cattiveria gratuita, alla violenza cieca, brutale, animalesca (quando poi siamo l’unico animale che uccide senza motivo) non ci sia nulla da fare. Ma non è così. Non è necessariamente così.

La violenza da sempre è il modo più crudo e più immediato per affermare l’ego, se stessi, la volontà di possedere il mondo, la realtà, l’altro. “Immagina un mondo senza possesso“: persino ad un sognatore come John Lennon appare irrealizzabile. Nella sua canzone più famosa tutte le cose che si immagina, si augura che un giorno si realizzeranno. Ma su questa e solo su questa, dice lui stesso “mi stupirei se ci riuscissi“.

Non è vero che non c’è una spiegazione, che non ci sia un motivo. E’ anzi il vero ed unico motivo che sta dietro tutti gli altri: che sta dietro la violenza sulle donne, che si maschera dietro questioni razziali o dietro motivazioni politiche o calcistiche. Ma queste sono solo maschere appunto. Quando l’alcol o la droga liberano i freni inibitori la volontà di possesso, di affermazione si manifesta in tutta la sua mostruosità. Ma non deve necessariamente succedere. Non possiamo accettarlo passivamente, come fosse una tragedia naturale, inevitabile come un terremoto.

Cosa fare? Deterrenza. Cos’altro? Pene severe, nessuno sconto, controlli e carcere duro, durissimo. Certamente non eliminerà il problema, ma senza dubbio costituirà un’argine molto forte. Resto contrario alla pena di morte, perché il carcere a vita penso sia un deterrente altrettanto efficace. E poi qui non parliamo di vendetta, ma di rispetto delle regole di convivenza e di strumenti dissuasivi. Mi stupisco sempre che su questi temi, sulle questioni della sicurezza e della certezza della pena, ci sia una sorta di ritrosia da parte della sinistra, che li ha più o meno cosciamente appaltati alla destra. Che è un falso storico ed un errore strategico enorme. E lo dico da uomo di sinistra. Come se uno Stato in grado di difendere i più deboli e garantire sicurezza ai cittadini fosse uno Stato fascista. Dove sta scritto? Provate a spacciare droga o a girare con un’arma a Cuba. Ma senza andare al di là dell’Oceano. Provate a guidare ubriachi o ad infrangere un limite di velocità in Svezia. Poi ne riparliamo.

 

 

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Ma ‘sto blog, ce serve o nun ce serve?

Il mio amico Zeus mi stuzzica una riflessione sulla natura del blog. Serve a qualcosa? Potrebbe essere utile? Cosa aspettarsi, quali obiettivi?Svago, divertimento o possibile lavoro? Da una parte essere pagato per fare una cosa piacevole certo a chi non piacerebbe! D’altra parte però, continuare a scrivere qualsiasi cosa, all’interno di un arco che comprende riflessioni pseudofilosofiche, minchiate, argomenti potenzialmente noiosi o politicamente scorretti, esprimendo sempre quello che si pensa, senza censure, senza indirizzi, senza logiche che non siano le mie e pensare che qualcuno possa anche pagarti per farlo sarebbe come se un miliardario cinese decidesse di comprarsi una squadra di serie A, versando un anticipo a fondo perduto di 300 milioni di euro. Dai, sarebbe assurdo!

In questo discorso poi rientra il nostro livello di autostima e la capacità che abbiamo di credere alle stronzate che diciamo (o in questo caso, che scriviamo). Non è che siccome abbiamo introdotto l’ora legale (ovvero abbiamo legalizzato una bugia), siamo riusciti a cambiare la realtà delle cose. Noi possiamo sempre dire che sono le 9, ma in realtà sono le 8! Possiamo anche far finta che il nostro blog sia una miniera di perle preziose, ma poi la realtà è un’altra. Non so, sarebbe come se improvvisamente un comico pensasse di diventare uno statista e magari, nei suoi deliri di onnipotenza, arrivasse a sognare che attraverso le minchiate del suo blog potesse influenzare la gente al punto da fondare un partito che nel giro di qualche anno diventasse il primo in Italia.

Mi sa che con i paragoni non sono un granché.

Ma questo è una delle cose belle del blog! E’ uno spazio libero, ma libero veramente e piace ancor di più perché libera la mente, un po’ come le radio di Finardi. Non ci sono voti, da mettere o da dare. Non ci sono persone da convincere, cose da vendere, idee da difendere. Non ci sono obiettivi da raggiungere, sogni da realizzare, aspettative da deludere, obblighi da rispettare. Non voglio dire che sia inutile, ma non vorrei neanche che fosse utile. Piuttosto mi piace pensarlo come ad una cosa futile. Un di più. Ma proprio per questo assolutamente divertente. Per me che lo scrivo. Ma chissà, forse anche per voi che lo leggete.

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La Nina, la Pinta e la Santa Maria

Sei testardo, questo è sicuro, quindi ti puoi salvare ancora, metti tutta la forza che hai, nei tuoi fragili nervi (Edoardo Bennato)

E’ difficile portare avanti idee innovative, stravolgere modi di pensare, convenzioni, conoscenze tradizionali. Non è da tutti. Molto meglio adeguarsi al resto del mondo che provare a adeguare il resto del mondo a noi stessi. Anche i più intelligenti, anche quelli dotati di intuizioni geniali, spesso poi, di fronte alle inevitabili difficoltà, sono abbastanza naturalmente portati a pensare: ma sì, sai che ti dico? Lasciam perdere! Non ne vale la pena.

Se invece la pena è talmente forte, che ti brucia dentro come un reflusso esofageo, che non ti fa stare in pace, non solo con gli altri, ma soprattutto con te stesso, allora trovi la forza per andare avanti e continuare nella tua idea. Convinto delle tue ragioni. Sicuro che sia il resto del mondo a non aver capito un cazzo e che solo tu e pochi altri abbiano visto giusto.

Ti armi delle tre caravalle, ci metti sopra tutto quello che hai: la Nina è l’idea, la Pinta è la spinta che te ne fa innamorare al punto da seguirla fino in capo al mondo, la Santa Maria è la tua capacità di convincere gli altri a seguirti. Quindi novello Colombo parti. Lasci tutto alle spalle, abbandoni paure e reticenze, sicuro che per vivere una vita luminosa e più fragrante devi andare oltre la collina, dove quasi sempre brilla il sole. Quel quasi però è decisivo.

Perché anche se hai l’idea, anche se trovi il coraggio di seguirla, anche se convinci qualcuno a venire con te, anche se alla fine hai ragione, il mondo è davvero come dicevi tu e non come pensava il fottutissimo resto del mondo, anche in quell’unico caso potresti aver fatto un errore madornale. E se anche potresti aver ragione, hai comunque torto.

Tra te e la verità potrebbe esserci un intero continente. Che non avevi considerato.

 

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Le 10 regole del manuale per costruire cancelli

Regola numero 1. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere cosa vuoi portare dentro. Sembra una cosa banale, ma questa prima regola è fondamentale. Ogni cancello è inclusivo di qualcosa e anche se quando cominci a costruirlo non sai esattamente alla perfezione cosa vuoi portarci dentro, un’idea di base però dovresti averla. Anzi, diciamo che sarebbe molto meglio averla.

Regola numero 2. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere cosa vuoi lasciare fuori. Questa, ovviamente, è la conseguenza diretta di quella di prima. Un cancello serve a includere, ma anche ad escludere. Ed è vero che poi, pian piano porterai fuori cose, persone, esperienze, ma anche in questo caso, una base di partenza su cosa eliminare fin da subito sarebbe utile averla.

Regola numero 3. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere quante aperture ci saranno. Eh sì, perché potresti sempre pensare di fare un’uscita secondaria, magari un po’ nascosta, oppure ben visibile. Un’apertura dentro il cancello che un po’ per comodità, un po’ per pigrizia potrebbe servire a non aprirlo tutto.

Regola numero 4. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere su quale terreno dovrai impiantarlo. E quello non dipende sempre da te, ma a volte sì. Un cancello su un terreno scosceso sarà più complicato, ma una volta che sarai riuscito a realizzarlo, senza dubbio darà più soddisfazione. Su un bel terreno pianeggiante avrà delle linee più tranquille, ma forse alla lunga potrebbe essere banale.

Regola numero 5. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere a quali pareti andrà collegato. Certo, mica vorrai costruire un cancello sul nulla! Avrà qualcosa a destra e qualcosa a sinistra, ci saranno nessi, legami, rapporti, collegamenti, che lo terranno legato a qualcosa o qualcuno. Altrimenti, per quanto bello, per quanto forte, se sarà un’isola nell’oceano, è destinato a venir giù.

Regola numero 6. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere se ci sarà un’apertura automatica. Questo può sembrare un dettaglio, ma non lo è. Con l’apertura automatica ci sarà sempre un nesso causale fra un’azione ed un’altra: spingi un pulsante e quello si apre. Non ci sarà discernimento quando aprire e quando restare chiusi. Un rischio o un’opportunità, devi scegliere.

Regola numero 7. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere quali materiali utilizzerai. Certo, anche questo mica è una questione da poco. Sarà il gusto estetico o la sostanza che guiderà la tua scelta? Vuoi fare un cancello che duri o pensi già che prima o poi andrà sostituito?

Regola numero 8. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere se sarà facilmente scavalcabile. Questa scelta è legata in qualche modo alla precedente. Sarà un muro invalicabile, una novella muraglia cinese, o semplicemente un cancelletto girevole? Avrà degli appigli che renderanno semplice arrampicarsi sopra, oppure degli spunzoni in cima, affilati come coltelli?

Regola numero 9. Quando vuoi costruire un cancello, devi decidere se ti serve per far entrare o per fare uscire. Tutte le cose dette fin ora poi, in conclusione, servono a rispondere a questa regola. Un cancello può servire per proteggere qualcosa da qualcuno che può arrivare e prendersela con sé. Oppure potrebbe servire a chiudere dentro qualcosa perché non scappi via da noi. Può servire ad aprire una strada per uscire e per entrare con serenità. Oppure può rimanere chiuso per sempre.

Regola numero 10. Quando vuoi costruire un cancello, fatti aiutare da qualcuno. A volte non basta una vita per costruire un cancello come si deve, però certo, se siamo in due sicuramente avremo maggiori possibilità di tirare su qualcosa di apprezzabile. Nessuno nasce imparato. E anche se ci sentiamo molto fichi, anche se le attività autoerotiche hanno sempre il loro perché, anche se siamo sicuri di aver fatto le scelte giuste, ho la sensazione che da soli non costruiremo proprio un bel niente. Non è una semplice sensazione, ne sono proprio sicuro.

Golden gates opening to heavenly sky background

P.S. Trent’anni fa o giù di lì, dei giovani maturandi rischiarono di arrivare al primo vero esame della loro vita con il fiato corto o meglio con il sonno lungo per colpa di una trasmissione tv che sarebbe poi diventata quasi mitologica, perché solamente in quell’inverno/primavera dell’85 fece rimanere incollato il pubblico al piccolo schermo fino a tarda notte. Non a caso, si intitolava “Quelli della notte”. Fra quella banda di pazzi capitanata da Arbore, un giovanissimo Nino Frassica interpretava un surreale fraticello che fra le altre cose totalmente folli, parlava spesso di un Manuale per costruire cancelli. Ne parlava tutte le sere, ma ci fosse stata una puntata in cui si fosse degnato di leggerne un piccolo brano o di svelare finalmente qualcosa su come si facesse a costruire cancelli! Più d’uno si convinse allora che in realtà il manuale per costruire cancelli non parlava di cancelli. Ma perché secondo voi questo post invece?