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Castelli in aria

Deligere oportet quem velis diligere (M.T. Cicerone)

E’ bellissimo costruire castelli in aria. Alte torri di vorrei, imponenti mura di se fosse, ponti levatoi di potrebbe.

Bisogna scegliere chi si vuole amare, diceva il buon vecchio Marco Tullio. Ma è possibile? E’ davvero possibile indirizzare, incanalare, escludere? Sul serio siamo in grado di valutare, preferire, discernere?

Non sarà forse che invece è l’amore che sceglie per noi?

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Ancora in Tv, ma non dovevi non andarci più?

Ma un bel discorsetto sull’appercezione trascendentale kantiana? Un approfondimento sulla riduzione eidetica in Husserl? Altrimenti potevo raccontare qualche episodio divertente su Rose. Magari potrei provare a far passare quei venti minuti parlando dell’evoluzione del reggae nel giovane Bob Marley. Oppure potrei mettervi in guardia sugli effetti deleteri del Pandoro, per chi soffre di aerofagia.

Ma niente, vogliono parlare di uffici postali. Io non lo so proprio questa fissazione di parlare di cose noiose. Ma chi se le guarda? Comunque, se proprio non avete nulla di meglio da fare, stasera intorno alle 22 e 30 su Rai Tre, potrete farvi due risate alle spalle del vostro viaggiatore ermeneutico, che nelle vesti di un novello Benjamin Malaussene proverà a tranquillizzare torme di consumatori inferociti.

Ma se invece ce la giocassimo a subbuteo? No eh? Va be’, io c’ho provato.

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Non sei figlio mio

Io sono un uomo. Non sono più padre, non sono più figlio. Solo un uomo. Non ho niente da insegnare e niente da imparare. Devo solo trovare la chiave giusta per sopravvivere e per mantenere la mente sana, perché lo so che non c’è via di fuga.

Le cose non son mai state semplici per me, ma giorno per giorno mi ero costruito qualcosa di importante, un posto da poter chiamare mio. Non ci pensavo molto all’inizio, finché non ha cominciato a succedere troppe volte e così pian piano ho cominciato a scivolare, a vivere di giorno con la paura di cosa potesse succedere la notte.

Non ero preparato, anche se in fondo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma non ero affatto preparato. Chi lo è? Sentii i rumori di sotto, avevo il cuore in gola, scesi senza guardare, ma sapevo cosa avrei trovato, sapevo cosa sarebbe successo. Quei rumori mi risuonano ancora nella testa, sempre, sempre, sempre. Li riuscite a sentire voi che mi condannate? Oppure voi che pensate di essermi d’aiuto difendendo quello che ho fatto?

Dicono che il tempo sia un gran guaritore, ma ora le mie ferite non sono le stesse di prima. Legittima difesa ha detto qualcuno, legittima difesa per paura. Ma la paura è un figlio illeggittimo, che ti ritrovi in casa e una volta lì non ti lascia più. Puoi provare a lasciarla fuori a dirgli “non sei mio figlio”, ma lei ritornerà, sempre la stessa, ma sempre diversa. E purtroppo sia chi mi accusa, sia chi mi difende, non riuscirà a portarmela via.

You’re no son, you’re no son of mine
You’re no son, you’re no son of mine
You walked out, you left us behind
And you’re no son, you’re no son of mine

 

 

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Con le mani nelle tasche

“Ro, togli quelle mani dalle tasche che se cadi sbatti la faccia“. Così mi dicevano da ragazzino.

Se non le metti nelle tasche puoi sempre mettere le mani avanti, puoi parare i colpi della vita, puoi difenderti e puoi attaccare. Invece io cammino senza paura cammino con le mani nelle tasche, fischiettando un motivetto, sorridendo perché oggi è domenica, ma tra un po’ sarà di nuovo venerdì ed io ho ancora voglia di correre dietro ad un pallone, come fossi un ragazzino.

La memoria è una tasca senza fine, infilo dentro la mano e tiro fuori un po’ di ricordi, quelli belli e quelli meno, amici che ho nel cuore e facce ormai dimenticate. Mi alzo il bavero, anche se sta arrivando primavera e cammino con le mani nelle tasche, immaginando soluzioni, per i problemi di oggi e quelli che verranno, forse solo per mettermi alla prova e per ripetermi che sì, qualche cosa mi inventerò.

Continuo a camminare, affretto il passo, mi apro la zip e poi rimetto le mani nelle tasche, cercando qualche cosa che non so, perché in fondo mica posso sapere sempre tutto. Una cosa però la so, che tutto andrà per il meglio, come sempre. Perché dentro le tasche c’è sempre una soluzione, basta tirarla fuori.

What it all comes down to, my dear friends,
is that everything’s just fine, fine, fine,
‘cause I’ve got one hand in my pocket
and the other one is hailing a taxi cab.

 

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I limiti e la pazienza

Mio padre, ad 88 anni suonati, si lamenta perché ultimamente dopo una bella camminata gli viene l’affanno. Del resto, da uno che recentemente diceva a mio fratello “speriamo di non diventare vecchi” (eh certo, come se l’alternativa fosse più attraente) cosa ti puoi aspettare?

La verità è che, come diceva quel gran saggio di Antonio de Curtis, ogni limite ha una pazienza. E con i limiti, soprattutto con i nostri, dovremmo avere molta pazienza. Anche perché, se non ce l’abbiamo noi, come possiamo pensare che ce l’abbia chi ci sta vicino?

E quindi, resta vero, come cantavano gli Eagles, che bisognerebbe sempre spingersi fino al limite spingendolo sempre più avanti, come nello sport, senza accontentarsi mai. Ma il limite esiste, non possiamo far finta del contrario. E non possiamo incazzarci se ad un certo punto questo limite ci si presenta davanti, molto più vicino di quanto ce lo ricordassimo. Com’era quella vecchia massima? Dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, la pazienza di accettare quello che non posso cambiare e la saggezza per berci sopra un bel mojto.

No, mi sa che non era così.

Ma che volete, la memoria comincia un po’ a vacillare. Abbiate pazienza, quello è sempre stato un mio limite.

So put me on a highway
and show me a sign
and take it to the limit one more time

Take it to the limit
take it to the limit
take it to the limit one more time.

 

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Lettore anonimo

Avete letto bene il titolo: non lettera, bensì lettore! Infatti, ieri scorrendo le statistiche mensili del sito, mi è saltato agli occhi un dato assolutamente insolito. Verificando è venuto fuori che in una sola giornata, un solo lettore, ha visualizzato quasi tutti gli articoli del blog, leggendosi di fila quattro anni di post! Il tutto senza lasciare un commento! Per un curioso come me, capite bene che è un tarlo non da poco.

E’ come se uno facesse una visita medica e dopo lunghe auscultazioni, dopo che ti ha fatto analisi e contro analisi, il medico non ti dicesse nulla. Oppure a scuola. Hai preparato un bel compito, il professore lo legge e lo esamina, però poi chiude il registro e non ti dice niente. In realtà non è così. Sono paragoni impropri, perché invece lo scopo del blog, come anche quello di qualsiasi altra cosa che uno scrive e pubblica, dovrebbe essere uno solo: quello di essere letto. E basta. Ora questa mania del confronto, del commento, del like vuoi o non vuoi ci condiziona. Evidentemente condiziona anche me, che invece ho sempre detto e pensato che mi importasse il giusto dell’opinione dei lettori.

Sarà stato semplicemente qualcuno che aveva tempo libero e voglia di leggere. Oppure magari era una penitenza, un fioretto prequaresimale. Il guaio sarebbe se fosse stato un pubblico ufficiale…un finanziere in cerca di prove di qualche evasione fiscale? Il capo del personale della mia grande azienda in cerca di prove della mia insanità mentale? Resterò con il dubbio? Anonimo lettore, fatti vivo, palesati!

E voi, amici blogger, vi piace sapere cosa ne pensano i lettori di quello che scrivete? Siete curiosi o indifferenti rispetto alle loro opinioni? (in effetti su queste macro categorie potrei farci su un bel test minchione!!!)

lettore

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Figli dispersi

Ricongiungi a te, o Padre, tutti i tuoi figli ovunque dispersi. E’ una preghiera che si proclama tutte le settimane, in tutte le messe. Sembra un refuso storico, una richiesta anacronistica. La mente corre alle storie dei nostri nonni, a quelli che si imbarcavano verso il sud America o a quegli altri partiti in guerra e mai più tornati. Ma perché dovremmo pregere ancora per i fanti dell’Armir o per gli emigrati in Argentina? E’ senza dubbio una preghiera d’altri tempi, nata sotto altri cieli. Come cantava Lucio Dalla “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”, ma oggi, anche volendo, tra telefonini, satelliti, gps, uno non riuscirebbe a perdersi o a disperdersi neanche volendo!

O forse no. Forse, pur  essendo nata per una problematica che non esiste più, quest’invocazione mantiene una sua attualità ed un suo significato anche oggi. I figli dispersi sono quelli che non trovano più la strada di casa. Quelli che si perdono nei sentieri interrotti, che non portano da nessuna parte. Quelli che perdono se stessi, prima ancora degli altri.

Non volevo scrivere nulla su questa vicenda di DJ Fabo. Se ne leggono tante, quasi tutte a sproposito. Forse anche lui si sentiva disperso e forse a modo suo ha cercato di ritrovare la strada di casa. Dal comodo salotto di casa penso che lo Stato non debba aiutare a morire. Piuttosto dovrebbe aiutare a vivere meglio. Ma pensare questo dall’esterno lascia un po’ il tempo che trova. Bisognerebbe trovarsi vicino ad una situazione simile, per poter dire cose sensate. Per questo mi ha toccato molto questo appello di questo ragazzo in una situazione analoga alla sua.

Tutti vorremmo che qualcuno ci ricongiungesse a prescindere dal dove, dal come, dal perché ci siamo persi. E’ bella questa fratellanza nella dispersione, perché la cosa più brutta di quando ci si perde è sentirsi soli. Quando da dispersi, diventiamo disperati. Ma qui invece, chi più chi meno, siamo tutti figli dispersi. E proprio per questo non siamo soli.

Lo so che l’ho già messa in qualche vecchio post, ma questa qui, stasera ci sta proprio bene.

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Tra parentesi

Chi scrive tra parentesi, vuoi o non vuoi, crea complessità. Mette insieme la matematica e la grammatica, i numeri e le lettere. E tutto questo solo per dividere l’essenziale dal superfluo, per dare il giusto peso alle cose, senza sopravvalutare i concetti.

Da parte mia, quando scrivo tra parentesi, lo faccio per non ostacolare il fluire del discorso. Che non sia un impedimento, ma al contrario un di più, che potresti tirar fuori quando ti fa comodo, nelle giornate di merda o semplicemente quando piove, un po’ come un ombrello messo in borsa. Scriverlo tra parentesi significa preservarlo, senza gridarlo ai quattro venti, che a urlare sono bravi tutti, per convincere e per convincersi che quello che dicono è la verità, la pura e semplice verità, contro ogni dubbio, contro ogni incertezza.

Lo scrivo tra parentesi perché non mi va di passare per saputo, per quello che “ma io te l’avevo detto”. Le parentesi sono messe lì per proteggere quello che scrivo, ma anche per proteggere te, soprattutto per proteggerti dalle tue seghe mentali e dai sensi di colpa. E allora lo scrivo fra parentesi così se non ti va di leggerlo puoi anche saltarlo, far finta che non ci sia e il discorso sta in piedi lo stesso. Magari più povero, forse più banale, ma con una sua logica di fondo. Un po’ come la vita, che mette fra parentesi le storie minimali, quelle più discrete e più originali, perché invece la Storia con la S scritta grande deve andare avanti senza curarsi troppo dei particolari, vuoto per pieno, senza mezze misure.

A volte c’è chi la apre una parentesi e poi però non la chiude più, perché semplicemente voleva una cosa e invece ne ha scoperta un’altra. E’ partito con una semplice divagazione, ma poi ha smarrito il filo del discorso e si perso  come Cristoforo Colombo. Poveretto, pensava fosse l’India e invece era un calesse. Se ci pensi sono buffe le parentesi: possono essere vicinissime ma sono destinate a non toccarsi mai, distanti, eppure l’una non può stare senza l’altra.

In realtà è proprio dentro le parentesi che scrivo quello che penso veramente. Il non detto che sta dietro le parole, il loro significato autentico. Anche se a pochi interessa. Perché in fondo chi si prende cura di leggere anche quello che sta dentro le parentesi? Invece tu te ne prendi cura, lo so già. E allora vorrei dirti come stanno davvero le cose, davvero vorrei. Te lo dico, se vuoi te lo scrivo pure. Ma solo fra parentesi.

(“Mentre dormi ti proteggo e ti sfioro con le dita, ti respiro e ti trattengo per averti per sempre, oltre il tempo di questo momento”)

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Che ne sai tu di un campo di grano?

La gente parla a vanvera. Questo è una dato di fatto, non è un’opinione. D’altra parte se parlassimo solo di ciò che conosciamo, forse non saremmo uomini, ma creature celesti. Invece siamo essere imperfetti, perfettibili, siamo curiosi, proprio perché vogliamo sapere di più, vogliamo conoscere cose ignote. Ma abbiamo anche un grande amor proprio, una più o meno grande considerazione di noi stessi, che ci porta ad avventurarci in opinioni e giudizi su campi, vicende, situazioni che in realtà non conosciamo.

In questo lo sviluppo tecnologico, internet, l’assoluta velocità e la relativa facilità a reperire informazioni, ci dà la sensazione che basti poco per essere realmente informati. Wikipedia, qualche sito di domande e risposte, i blog tematici ed il gioco è fatto! Diventiamo esperti di urbanistica al punto di riuscire a spiegare la correttezza di una variante del piano regolatore. Oppure pensiamo di avere le conoscenze giuste per spiegare a qualcuno l’ineccepibilità della fecondazione eterologa, oppure i grandi vantaggi delle fonti rinnovabili.

Ecco perché vanno tanto di moda i tuttologi, i frequentatori di salotti tv pronti a dare saggi suggerimenti e illuminanti opinioni su ogni cosa: dal tempo di cottura della pasta, alla scelta del mutuo più opportuna, dalla liceità dei programmi di burlesque in prima serata, alla congruità del paniere dell’Istat.

Ma finché questi dotti sapienti si limitano a dirci quali cibi provocano l’aerofagia o quanto sia dannoso esporsi ai raggi del sole a luglio all’ora di pranzo, passi. Quando pretendono invece di sputare sentenze sulla tragedia di una madre a cui è morto un figlio suicida, schiacciato da un peso più grande di lui, allora le cose non vanno più bene. Sentire questi improvvisati psicologi che pontificano su quello che avrebbe dovuto o non dovuto fare, cosa era opportuno e cosa no, di chi è la colpa e cosa sarebbe stato giusto mi fa salire il veleno e prorompere dal profondo un enorme, gigantesco, liberatorio mavaff…!

Che poi in realtà invece non è così. Lo sapete, sono un gran minchione e la mia missione su questa terra è spandere luce e dolcezza. Non riesco ad incazzarmi sul serio, neanche con questi tromboni sputasentenze. Sì, mi urtano i nervi, ma poi mi faccio un giretto su una delle mie pagine facebook preferite e mi passa.

E allora, a questi grandi sapientoni, mentre sono lì sulle loro belle cattedre che ti spiegano la rava e la fava sulla qualunque, riprendendo la domanda del titolo di questo post, mi piacerebbe tanto domandargli: ma lo sapete chi ne sa tantissimo di campi di grano?

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L’eschimese che voleva insegnare ad un africano

A volte penso che abbiamo con un grande futuro alle nostre spalle. E’ un dato oggettivo che il meglio di noi (noi nati in Italia, noi nati a Roma, ma anche noi nati nella seconda metà del secolo scorso) sia stato già scritto/detto/fatto. Nulla di male, di per sé. La storia non è una linea retta, ma piuttosto una spirale, che supera senza cancellare quello che c’è stato, portandolo con sé, in dote per quello che sarà. Come diceva Bernardo di Chartres, noi siamo come nani sulle spalle di giganti: possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla loro statura e quindi la somma finale del loro tanto e del nostro poco, ci permette di essere superiori. Per questo la storia è un processo verticale.

E’ proprio questa voglia di non sprecare quello che sappiamo, quest’ansia di trasmetterlo a chi viene dopo, in modo che non ripeta i nostri errori ma piuttosto  metta a frutto i nostri successi, che stabilisce il rapporto fra genitori e figli. Con il rischio di trasmettere i nostri sogni, magari soffocando i loro, con il dubbio che invece certi errori vadano fatti in prima persona, perché le ferite degli altri fanno meno male (e quindi insegnano di meno) delle sbucciature fatte in proprio. Con il rischio che invece di essere trampolini su cui appoggiarsi, diventiamo montagne da scalare.

Ma il rischio più grande è fare come quell’eschimese che voleva insegnare ad un africano come si combatte il caldo: noi al polo nord non abbiamo problemi di caldo, l’abbiamo definitivamente superato, quindi non capisco perché tu debba soffrirne. Fai come noi e vedrai che ti troverai benissimo…Ecco, purtroppo spesso facciamo anche noi così. Senza capire il problema di chi ci sta di fronte, utilizziamo, magari con la massima buona fede, tutte le conoscenze e le esperienze che abbiamo avuto, senza capire nulla e quindi senza dare il minimo aiuto al nostro interlocutore.

Cosa avrei potuto dire a quel poveretto di Udine che si è tolto la vita perché non aveva un lavoro e non vedeva un futuro? Leggo commenti di rabbia, indignazione, compassione. Mi tornano in mente le non risposte della politica (in questi anni, tra “bamboccioni”, “il posto fisso è noioso”, “non sentiremo la mancanza di chi va all’estero”, si potrebbe fare un campionario di bestialità). Mi torna in mente che la nostra dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro. E allora ho paura. Ho paura che le esperienze passate non ci aiutino, che non siano altezze per chi verrà dopo: ho paura che la storia perda la sua verticalità e diventi un processo orizzontale.

Così prolificano il populismo e la rassegnazione di questi tempi: banalità, semplificazioni, slogan, la storia ridotta ad un processo binario, fatto da un insieme di uno e di zero. E purtroppo sappiamo che quando prende questa piega, la storia può diventare un luogo terribile.

trilussa